spiderman3

Spiderman3

Non sono mai stata una grande estimatrice della saga di Spiderman ma avevo riposto qualche speranza in questo ultimo episodio: il tema del doppio e’ sempre intrigante e promettente ma il modo in cui e’ stato risolto in questo film e’ decisamente deludente, non e’ tanto lo spirito di vendetta che fa uscire il lato oscuro di spiderman ma un banale elemento esterno di cui il supereroe in questione si libera piuttosto facilmente anche se crea un ennesimo mostro, che si va ad aggiungere alla sequela di cattivi che animano questo film, davvero troppi per lasciare che la pellicola riesca a costruire almeno una trama decente dalle quattro o piu’ che si potevano sviluppare da questo plot.
Tre o quattro trame piu’ una parodia, l’assurda parte in cui Peter Parker e’ cattivo e va in giro ancheggiando come il peggior tamarro sulla terra, Tobey Maguire non e’ poi in grado di metter in scena il lato oscuro di Parker e tutta la cattiveria si risolve con un ciuffo calato sugli occhi: improponibile.

Notturno bus

Nello scontro tra agenti segreti di diverse organizzazioni per recuperare un microchip si trova coinvolta suo malgrado una ladruncola di passaporti che nella fuga coinvolgera’ un guidatore d’autobus sconvolgendogli la vita.

Notturnobus

Piacevole esordio nel lungometraggio di Davide Marengo che racconta una storia in grado di giocare coi toni grotteschi e noir con un pizzico di romanticismo, inserendo anche una bella scena d’azione tra due autobus che non sara’ al cardiopalma come negli action movie statunitensi ma si lascia comunque apprezzare.
Da sottolineare anche la scelta di mostrare una Roma notturna ed inconsueta, senza indugiare sui classici scenari da cartolina che invadono anche i film d’autore (penso in particolar modo ad Ozpetek).
Grande prova del cast: convincenti Mastrandrea e Fantastichini, piu’ bella che mai la Mezzogiorno che risalta in un ruolo finalmente leggero ma soprattutto il piacere di ritrovare Roberto Citran negli insoliti panni di cattivo, sempre perfetto anche se in piccolo cameo Antonio Catania.

L’uomo dell’anno

Luomodellanno Il comico televisivo Tom Dobbs, spinto dai suoi fan, decide di presentarsi come candidato per la presidenza degli Stati Uniti d’America e vince le elezioni, le prime svolte tutte elettronicamente grazie a un sofisticato software che sta facendo volare le azioni della azienda costruttrice, ma se il computer avesse sbagliato?

Una storia di onesta’ politica che riecheggia vagamente Frank Capra e che per essere raccontata ha bisogno di venire presentata quasi come una favola narrata dal manager di Dobbs, Jack Menken (un sempre sublime Christopher Walken, qui nei panni di un saggio fanfarone bloccato su una sedia a rotelle dall’enfisema).
E’ un film molto divertente che, senza mai spingere sulla satira, non risparmia battute anche raffinate sulla politica e sul costume non soltanto americani, infatti non manca un riferimento al nostro Parlamento con Cicciolina deputata; Robin Williams e’ ovviamente a suo agio nei panni del mattatore televisivo e riesce a non strafare con la sua gigioneria.
Il film si perde un po’ nella seconda parte dove lascia troppo spazio all’azione complottistica dell’azienda che vuole nascondere il guasto del suo prodotto ma nel complesso e’ un film godibile, che offre qualche interessante spunto di riflessione su questa bizzarra commistione tra comicita’ e politica che sta investendo il mondo occidentale.

The good shepherd – L’ombra del potere

Goodshepherd

Robert De Niro torna dietro alla macchina da presa a tredici anni di distanza dal suo esordio con un film,apparentemente molto diverso dal precedente Bronx: si tratta di una pellicola ambiziosa che cerca di raccontare la storia della CIA dalla nascita fino al 1964, quando fallisce il tentativo di ingerenza americana nella rivoluzione cubana.
Cupo e a tratti irrisolto, a questo film andrebbe riconosciuto se non altro il merito di tener desta l’attenzione dello spettatore per le tre ore di un racconto fiume dalla sceneggiatura spezzettata in flashback e con un intrigo giallo da svelare, ma a mio parere la pellicola riesce anche a miscelare bene le vicende private del protagonista con l’epopea della Storia.
Edward Wilson, che seguiamo dalla sua brillante carriera universitaria diventa uno dei primi agenti segreti americani, ma la figura della spia dipinta in questo film e’ ben diversa da quella dello 007 tutto azione e bella vita solitamente protagonista al cinema: qui siamo di fronte a un burocrate dell’Intelligence che sacrifica tutta la sua esistenza in nome di un bene superiore, quello della Nazione.
Il protagonista sceglie di dedicare la sua vita al controspionaggio per riscattare l’onta del padre, ufficiale di marina che si era suicidato per esser venuto meno al suo dovere, questa decisione condizionera’ tutta la sua vita, non solo lavorativa ma anche sentimentale, costringendolo a rinunciare alla donna della sua vita, per sposare una bella ragazza del suo ambiente che ha messo incinta; quindi come in Bronx a De Niro sta a cuore analizzare il rapporto padre-figlio, approfondendo due aspetti della vita di Edward: il suo bisogno di riscattare il padre che condizionera’ il rapporto con il figlio.
Un altro aspetto che il film esamina e’ quello dell’amicizia, quella sui generis che nel corso degli anni Edward instaura con il suo corrispettivo russo, Ulysses, fatto di drammatici tranelli ma anche di coperture perche’ i nemici di oggi possono essere gli amici di domani, ma in realta’ solo l’antagonista che vive lo stesso genere di vita puo’ capire un’esistenza fatta di segreti e un continuo guardarsi le spalle che porta a una sottile paranoia, ben sottolineata dal tono noir del film.
Forse un po’ troppo artefatta la regia di De Niro che si diletta in qualche manierismo (le inquadrature sghembe) mentre il film avrebbe richiesto uno stile piu’ asciutto, molto belle le scene di raccordo per cui da immagini di repertorio si entra direttamente nelle scene del film.

La vie en rose

La prima cosa da dire è che il titolo originale e’ La mome (la ragazzina, la piccolina) e non La vie en rose, ci tengo a sottolinearlo perché, se uscendo dalla sala dopo aver visto il film, l’occhio cade sulla locandina, si nota la sadica ironia che nasconde questo titolo, dati i momenti della vita di Edith Piaf che il regista ha scelto di raccontare e cioe’ la tragica infanzia, la tragica morte del suo grande amore e la devastante agonia degli ultimi anni. Di Yves Montand si sussurra solo il nome verso la fine, come avviene per Cocteau, degli altri artisti con cui la Piaf ebbe collaborazioni e del suo peso sulla cultura del Novecento si sorvola bellamente, per cui se una persona si approcciasse per la prima volta a Edith Piaf tramite questo film, potrebbe pensare che la Piaf sia una Mina d’Oltralpe, molto piu’ sfigata della nostra tigre di Cremona, ma forse sono io che parto da un presupposto sbagliato: che il genere biografico, che difficilmente offre opere di grande qualita’, abbia un intrinseco intento pedagogico, un po’ l’equivalente delle pitture nelle chiese medievale, le cosiddette, “Bibbie per i poveri”; invece il successo del genere biografico deriva principalmente dal piacere di vedere quanto un attore riesce nell’opera di immedesimazione con il protagonista, imitandolo alla perfezione e in questo La vie en rose centra l’obbiettivo e da qui derivano le critiche piu’ che positive che l’hanno accompagnato in sala.


Lavieenrose

Personalmente lo trovo un film pessimo, non solo per aver completamente messo da parte la componente intellettuale dell’esistenza della Piaf ma anche per il modo in cui e’ stato raccontato il film, con una morbosa attenzione ai dettagli piu’ lacrimevoli della vita della cantante che rendono il lavoro stucchevole ed irritante quanto un servizio de La vita in diretta: la commozione non scatta mai e il cumulo di episodi tragici e‘ tale che ogni volta che inizia un nuovo capitolo si teme che l’inquadratura seguente porti morte e stridor di denti: angosciante!


Lamome

Dovrebbero consolare le canzoni della potente voce della Piaf ma a parte qualche rara esibizione originale tutte le canzoni sono state ricantante da una cantante che imita fedelmente l’artista, pero’ assicuratevi di vedere questo film in una sala che sapete avere una buona acustica: i gorgheggi a piena voce durano quanto il film e non vengono troppo sfumati durante i dialoghi per cui l’emicrania e’ assicurata, e’ d’uopo fare un’operazione di disinquinamento acustico leggendo tutti i titoli di testa che sono accompagnati da un semplice sottofondo musicale, oltre a riavervi, sara’ l’unico modo per sapere, in questo film, che la Piaf e’ anche autrice di gran parte dei suoi successi.

Le vite degli altri

Lavitadeglialtri L’esordio del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck e’ davvero ottimo e mai statuetta come miglior film straniero agli Oscar fu piu’ meritata, avendo dato l’opportunita’ di una discreta distribuzione alla pellicola che altrimenti dubito saremmo riusciti a vedere.
La vicenda e’ ambientata a Berlino Est nel 1984 (quanto casuale la scelta di questo anno in un film che parla di controllo della societa’?) e il capitano Wiesler e’ davvero un perfetto elemento della STASI, la polizia segreta che controlla il paese: egli e’ convinto che anche le torture psicologiche siano per il bene della nazione, la sua fede nell’ideologia inizia a vacillare quando gli viene affidato il caso del drammaturgo Dreyman, messo sotto controllo per volere del viscido ministro della cultura Bruno Hempf che ha una relazione con la compagna dell’intellettuale, Christa-Marie Sieland, un’attrice costretta ad accettare le avance del ministro per poter continuare a recitare. Wiesler si accorge, e noi con lui, di quanto sia squallido e meschino l’abuso di potere, esercitato il piu’ delle volte per il puro piacere di umiliare gli altri o soddisfare i propri sfizi. Durante questa indagine il capitano ha anche modo di capire cosa spinge alcuni intellettuali a resistere ai soprusi del potere anche se questo li porta a rischiare la loro carriera e questo spinge Weisler a mettersi in gioco a sua volta.
C’e’ una chiara spaccatura nel film tra chi si vende per il potere: il ministro, l’ambizioso capo di Wiesler, persone che cadono sempre in piedi e chi si ribella: persone descritte senza retorica, anzi dipinte quasi come dei loosers senza appello, nel mezzo c’e il personaggio di Dreyman, che pur aiutando la resistenza non si espone piu’ di tanto e l’unica volta che compie un gesto forte, concreto trova sulla sua strada un angelo, anzi una persona buona che lo protegge.
Eccellente la ricostruzione storica della Berlino Est degli anni ‘80: oltre alle scenografie e agli oggetti d’epoca, anche la fotografia riesce a ricreare sapientemente l’atmosfera fredda e cupa di quel periodo. La pellicola e’ sempre compatta, non ci sono mai cadute di ritmo che resta sempre piuttosto teso (anche se si tratta di una tensione ben diversa da quella dei thriller americani). Ho trovato notevole anche la regia, mi ha colpito in particolar modo la messa in scena dello spionaggio: in tutta questa parte del film il regista gioca molto con il fuori fuoco, tenendo a fuoco solo la persona che parla a sottolineare ulteriormente l’attenzione morbosa dell’intercettazione che si concentra sul singolo dettaglio dimenticando il contesto.

Mio fratello e’ figlio unico

Miofratelloefigliounico L’adolescenza di Accio Benassi si svolge a Latina, a cavallo tra gli anni ‘60-’70, in seno a una famiglia proletaria dove il piccolo Accio deve dividere le attenzioni con lo scomodo fratello maggiore, Manrico, fascinoso ed inaffidabile..

Mi pare un po’ riduttivo vedere in questa vicenda solo la contrapposizione tra le ideologie fasciste e comuniste che animavano i giovani dei tardi anni ’60: la figura di Accio e’ molto piu’ complessa del ragazzino che prima diventa picchiatore fascista perche’ lusingato dal venditore ambulante Mario (interpretato molto bene da Zingaretti) e che poi, deluso dai camerati, simpatizza con la sinistra, nel cui ambito si muove tutta la sua famiglia. E’ da prendere in considerazione anche il bel prologo in seminario dove Accio prova le prime delusioni “ideologiche” confrontandosi coi preti troppo indulgenti con le sue emergenti pulsioni sessuali, perche’ se Accio e’ dotato di una grande lucidita’ che gli permette di vedere la strumentalizzazione del pensiero fascista o l’inaffidabilita’ di Manrico, forse in risposta di questi limiti che coglie cosi’ bene, si muove sempre con un estremo rigore morale che cozza con la sua ingenuita’ di ragazzino. Mi pare che Lucchetti riesca a dipingere un ritratto molto approfondito e credibile di un giovane che viveva nella provincia italiana di quegli anni, caratterizzati da una forte vivacita’ emotiva e anche fisica che ben traspare anche dai nervosi movimenti di macchina; dove il film si fa piu’ debole e’ nel solito finale sospeso che lascia in sospeso anche il personaggio di Francesca e mi domando il senso di chiudere con Amore disperato di Nada, un brano del 1983 immesso in una colonna sonora estremamente rigorosa nel fungere da marcatore storico: immagino che quelli che vediamo siano Accio e il nipote Amedeo, (interpretato dal memorabile Vittorio Emanuela Propizio che interpreta Accio da ragazzino) ma mi sfugge il vero senso di queste immagini.
Dubbi sul finale a parte, il film resta molto significativo e si fa notare per le grandi prove attoriali che offre: oltre ai gia’ citati Zingaretti e Propizio, da sottolineare l’ottima prova di Angela Finocchiaro nei panni della madre che da il meglio di se’ nella parte finale come un’intensa vecchia mater dolorosa e soprattutto ottima prova del protagonista Elio Germano, che finalmente ha trovato un ruolo che ne rivela in pieno tutte le potenzialita’, ma che da tempo si faceva notare tra i giovani attori italiani.

The illusionist

Theillusionist Giovane aspirante mago si lega di amorosi sensi ad una bella duchessa ma per i problemi di casta i due fanciulli vengono inesorabilmente divisi; quindici anni dopo lui torna in quel di Vienna come illusionista di successo, mentre lei e’ promessa sposa all’erede al trono dell’impero Austro Ungarico: il nuovo incontro sara’ fatale!

Secondo film della stagione che ha per protagonista il mondo della magia all’inizio del secolo scorso, ma una rondine non fa primavera, e non credo che da questo si possa desumere la nascita di un nuovo genere, per giunta The illusionist con The Prestige non ha nulla a che spartire e l’unico paragone tra le due pellicole che sono riuscita a cogliere gioca a favore di The illusionist dove la scenografia mette in campo qualche arredo del mio amato liberty, anche se di gusto razionalista (ma non si puo’ avere tutto!).
The illusionist e’ un solenne melodramma che non riesce a sollevarsi oltre la media nonostante la presenza di due attori affermati come Ed Norton e Paul Giamatti, colpa della illusione che deve portare a conclusione la vicenda e che qualsiasi spettatore un po’ scafato riesce ad intuire; nonostante questo la noia non mi ha sopraffatto ho avuto l’impressione che il film riuscisse a giocare un minimo con un meccanismo che non riusciva o non poteva tenere nascosto, ma forse e’ solo una mia tattica di sopravvivenza di fronte ad un film prevedibile, quello di trovare sviamenti all’ineluttabile svolgimento della trama.

Frank Gehry, creatore di sogni


Gehry

A Frank Gehry, celeberrimo architetto, e’ stato chiesto spesso di poter girare un documentario sul suo lavoro, con l’originalita’ che lo contraddistingue Gehry ha proposto a Sidney Pollack di girare il documentario proprio perche’ Pollack non si era mai cimentato con questo genere; il lavoro che ne esce rispetta sicuramente i canoni del documentario classico ma come valore aggiunto c’e’ un rapporto paritario ta due artisti: a volte Pollack pone le domande facendo riferimento al personale processo di creazione, quindi il documentario, seppur in maniera indiretta finisce per parlarci anche di Pollack.
Nonostante il rapporto di amicizia che lega i due artisti Pollack non si preoccupa di svelare qualche ombra della personalita’ di Gehry, soprattutto nel rapporto dell’architetto con il suo staff; in ogni caso quel che ne esce e’ il ritratto perfetto del sogno americano: canadese, ebreo (il cui vero nome e’ Frank Owen Goldenberg) figlio di un uomo soggetto a un fallimento economico, Gehry arriva tardi all’architettura ma poi con un azzardato salto nel vuoto ne diventa il rappresentante piu’ famoso, stravolgendone completamente i canoni ufficiali.
Da sottolineare ancora una volta la pessima scelta del doppiaggio italiano che opta per il doppio sonoro: battute originali ripetute poi dalle voci italiane, con il rischio di sovrapposizione e la fatica, da parte dello spettatore di concentrarsi su almeno una delle due lingue: personalmente avrei preferito una versione originale sottotitolata

Cento chiodi

Centochiodi Il film parte oggettivamente male con il custode che scopre il misfatto che viene celato per una presunta suspance che non puo’ sussistere dato che lo spettatore e’ gia’ a conoscenza prima di entrare in sala di quei libri antichi inchiodati al pavimento, e quando uno dei poliziotti arrivati sul posto, manifesta il suo stupore con un “mondo birbo!” il timore di avere buttato i soldi del biglietto e’ quasi certezza, ma fortunatamente, dopo questi svarioni iniziali, il lavoro di Olmi si fa molto interessante, gettando uno sguardo ironico sulle paure del nostro tempo (il fatto vandalico viene subito interpretato come un atto terroristico) ed illustrando il pensiero del regista cattolico, a suo modo scandaloso, non tanto perche’ “rifiuta” il valore dei libri (il virgolettato e’ d’obbligo perche’ sara’ una frase letta mentre inchioda i vecchi codici al pavimento ad indurre il professorino a compiere le scelte radicali raccontate nel film) quanto per il coraggio di vedere la bellezza dove i nostri occhi non la scorgono piu’: credo che anche chi amera’ questo film difficilmente sottolineera’ la bellezza del paesaggio o del Po (in una scena notturna le onde del fiume sotto la luna sembrano le spire di un serpente): del resto il grande fiume e’ sempre sotto gli occhi di mezza Italia e non ha il fascino mediatico del Chiantishire o dei Tropici: a mio parere la forza del film e’ proprio in questa scelta di raccontare la banale bellezza dell’ovvio piu’ ancora che nella “imitatio Christi” del protagonista, un Raz Degan che supera brillantemente la prova del film d’autore.