Addio a Stuart Rosenberg

Rosenbergfilm

Si e’ spento il 15 marzo, all’eta’ di 79 anni Stuart Rosenberg, nato a Brooklyn l’11 agosto 1927. Era uno di quei registi di “mestiere”, che operava soprattutto nel poliziesco e nel genere carcerario con qualche incursione nel catastrofico e nell’horror, il cui nome dice poco al grande pubblico (neppure imdb gli dedica una biografia e non e’ ancora stata aggiornata la sua scheda) pubblico che pero’ ama sicuramente molto i sui film piu’ famosi: la sua seconda regia cinematografica e’ Nick mano fredda (1967) che segna l’inizio di una grande amicizia con il protagonista, Paul Newman, che il regista dirigera’ nuovamente quasi dieci anni dopo, nel 1975 in Detective Harper: acqua alla gola. Nel 1979 sara’ il regista del primo episodio della saga horror Amityville Horror e nel 1980 dirigera’ Robert Redford in Brubacker.
Alla regia cinematografica Rosenberg ha alternato quella televisiva firmando episodi di serie molto famose come Ai confini della realtà e Alfred Hitchcock presenta.

Sapevatelo!

Inlandempire Casigliani! Concittadini! Co-provinciali!
Da domani fino a lunedi’ ci sara’ INLAND EMPIRE al Macalle’ di Castelceriolo, siccome prevedo che sia l’unica occasione per vedere il controverso lavoro di David Lynch in provincia , organizzatevi!
UPDATE il film e’ proiettato anche in Sala Zandrino al Comunale di Alessandria, che dopo piu’ un mese dall’uscita del film e’ diventata la citta’ con ben due copie in programmazione, cosa che non era accaduta ne’ a Torino ne’ a Milano..

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Dopo l’appello alla cittadinanza mi rivolgo aigli amici cineblogger che hanno gia’ visto il film: sono molto nervosa per l’ampio spettro di voti della Connection , poi Manu che paragona quest’esperienza al pellegrinaggio a Santiago di Compostela..
Insomma consigli per prepararsi alla visione? Entro in sala fischiettando, facendo finta di nulla come se fosse un film qualsiasi? Mi astraggo preventivamente ad ogni connessione logica?
Che faccio, che faccio?

L’aria salata

Lariasalata Fabio e’ cresciuto con la madre e la sorella, dopo la laurea ha iniziato a lavorare come educatore in un carcere romano, e un giorno, in un detenuto appena trasferito ritrova il padre che non vedeva dall’infanzia, dopo che la famiglia si era sfasciata per l’omicidio commesso dall’uomo..

Accennavo, a proposito di Saturno contro dell’incapacita’ del cinema italiano di approfondire coraggiosamente un tema drammatico, non e’ certo il caso dell’opera prima di Alessandro Angelini di che analizza accuratamente il rapporto tra un padre assente perche’ carcerato per omicidio e un figlio segnato da questa mancanza e che forse fa l’educatore in carcere proprio nella nascosta speranza di rincontrare un giorno quel padre con cui i rapporti si sono interrotti da tempo.
Non e’ facile ricostruire un rapporto su cui si sono affastellati anni di rancori e presunte colpe, ma entrambi i protagonisti hanno voglia di tentare anche se dovranno scontrarsi con la disapprovazione degli altri, in particolare della sorella di Fabio che rifiuta ogni contatto col padre, ma soprattutto ci sara’ lo scontro inevitabile con la drammatica realta’ delle regole del carcere.
Dolore e durezza mai urlati (altra novita’ per il nostro cinema) ma raccontati attraverso silenzi, campi lunghi e colori freddi; inaspettatamente l’uso di colori piu’ caldi (il giallo) solo all’interno del carcere: quale altra casa per un uomo che ha trascorso piu’ di vent’anni di galera senza mai un permesso?
L’esordiente regista si rivela anche un buon direttore di attori ottenendo buoni risultati da Pasotti ma soprattutto avvalendosi dell’ottima intepretazione di Giorgio Colangeli nel ruolo del padre galeotto

Diario di uno scandalo

Diariodiunoscandalo Barbara e’ un’insegnante alle soglie della pensione, lavora in una scuola piuttosto degradata di Londra, di quelle che hanno i metaldetector all’ingresso delle classi. Quando arriva una nuova insegnante, Sheba, le due donne si legano di profonda amicizia, ma quando Barbara scopre che Sheba ha una relazione con un alunno..

Una volta c’erano i drammi al femminile, di solito avevano per protagonista Bette Davis che si immergeva in una spirale di odio e vendetta con la sua antagonista, arrivando anche ai parossismi di Che fine ha fatto Baby Jane e la pellicola diretta da Richard Eyre ha questa allure: due personaggi femminili, magnificamente interpretati, di cui vengono scavati luci ed ombre, e quest’ultime prevalgono nettamente.
C’e’ una buona suspense (sottolineata dalla musica magistrale di Philip Glass) che tiene desta l’attenzione dello spettatore fin dall’inizio quando dalle annotazioni del diario di Barbara sappiamo dell’arrivo nella scuola della bella Sheba: sembra un appunto casuale sul diario di una persona sola che non ha molto di personale da scrivere, gli appunti successivi paiono indicare l’attrazione di una persona mediocre per una rappresentante di una classe superiore (il padre di Sheba era stato un famoso economista) ed infine lo spettatore capisce cosa spinge morbosamente Barbara verso Sheba anche se il personaggio interpretato da Judy Dench non lo ammetterebbe mai.
Barbara e’ il prodotto malato della solitudine e della repressione, un personaggio che fa piu’ paura dei vari enigmisti ed altri mostri che infestano gli attuali film horror perche’ rappresenta la mostruosita’ celata nell’anonimato della presunta normalita’, ma anche la sua vittima, Sheba non e’ esattamente un giglio e rappresenta un tipo di donna facilmente riscontrabile nella generazione delle trenta-quarantenni: bella ma insicura, con un passato “burrascoso” (la foto giovanile in versione punk fa pensare a droghe e sesso libero) sposata con un uomo piu’ anziano di lei che ha strappato da un precedente matrimonio, si annoia del ménage familiare non esita a lasciarsi andare a un amore con un suo allievo quindicenne, altro personaggio estremamente inquietante: un ragazzino con grandi capacita’ seduttive, che non si fa scrupolo di inventare una storia strappalacrime per manipolare la bella maestrina, insomma non si salva nessuno in questo spaccato multigenerazionale dipinto dal regista: ogni personaggio e’ il frutto delle storture della sua epoca, senza pero’ essere stereotipato.
All’altezza della suspense di tutta la pellicola anche il finale dove apparentemente trionfa la giustizia ma l’orrore della normalita’ continua ad agire indisturbato nell’anonimato.

Der Golem

Dergolem Der Golem, wie er in die Welt kam
Germania 1920,
con Paul Wegener, Albert Steinrück, Lyda Salmonova
regia di Carl Boese e Paul Wegener

L’evento speciale di ieri, al Bergamo Film Meeting attualmente in corso e’ stata la proiezione del celebre capolavoro dell’espressionismo tedesco, nella versione perfettamente restaurata nel 1999. Piu’ che parlare di questo famoso film, vale la pena spendere qualche parola sul protagonista dell’accompagnameno sonoro, Gary Lucas che oltre ad aver musicato superbamente il film con una melodia che si potrebbe definire a sua volta espressionista, fatta di suoni sintetizzati e chitarre acustiche, ha dimostrato tutto il suo amore verso questa pellicola introducendo il film prima dello spettacolo, cosa a cui non ho mai assistito alle varie proiezioni di film muti: di solito i musicisti hanno un atteggiamento un po’ distante dalla pellicola e non si mettono certo a spiegare che il film vanta la fotografia di un maestro come Karl Freund, o che Der Golem ha come peculiarita’ quello di avere le scenografia costruite e non solamente dipinte come di solito avveniva per gli altri film espressionisti.



Der golem

Dopo la proiezione Lucas si e’ anche intrattenuto col pubblico chiedendo se ci fossero domande sul film o sulla sua musicazione. Sala gremitissima, anche lungo le gradinate, visto che i posti a sedere sono terminati piu’ di mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo: non entravo in una sala avendo il solo posto in piedi da almeno vent’anni, ma ne e’ valsa davvero la pena!

Saturno contro

Saturnocontro

Il lavoro di Ozpetek avrebbe un potenziale interessante ma l’eccessiva frammentarietà della trama sfilaccia una pellicola che offre alcuni momenti di confronto con la morte davvero commoventi, in particolare la ragazza che esterna il suo dolore al telefonino in una lingua straniera, il dialogo tra il personaggio di Ambra Angiolini, Roberta, e la strepitosa infermiera Milena Vukotic e soprattutto la scena in cui Roberta rimane silenziosamente indietro mentre il gruppo raggiunge l’obitorio. Si è parlato della ex lolita televisiva Ambra Angiolini come di una rivelazione, ed in effetti l’attrice (?) si è impegnata e se l’è cavata bene, ma bisogna anche ammettere che il suo ruolo era il meglio costruito, in grado di uscire dai soliti stereotipi che affossano il film e il pensiero non può non andare alla coppia di coniugi in crisi per i cui ruoli sono stati chiamati i massimi esperti del settore: la cornuta per eccellenza del cinema italiano, Margherita Buy e il sempre isterico Accorsi.
I difetti che si possono imputare a questo film sono sempre i soliti che affliggono il cinema italiano: la mancanza di coraggio di affondare nel dramma o comunque di approfondire un tema e il voler restare sempre nel dolce amaro, con il classico finale ottimista della vita che continua da cui non si esimeva neppure La stanza del figlio di Moretti.
Una nota sull’intellingenza sopraffina del pubblico italiano: che palle sentire ancora le risatine di contorno a due uomini che si baciano sul grande schermo e un coro di “Pina! Pina!” ogni volta che appare Milena Vukotic!

La squadra 8

Lasquadra8 Mi spiace rovinare l’attesa degli aficionados del migliore seriale italiano che ripartira’ stasera su Rai3 alle 21,05 con l’ottava serie , ma devo riportare un rumors piuttosto tristanzuolo: stamattina a Playwatch Fabio Canino e Francesca Zanni hanno intervistato telefonicamente Donatella Diamanti, capo sceneggiatura del poliziesco ambientato a Napoli, chiedendo conferma della probabile chiusura del telefilm dopo questa La Squadra 8; la Diamanti ha smentito la notizia ma ha parlato di modifiche del prodotto in particolare verra’ abbandonato il formato da 100 minuti per passare ad episodi da 50 minuti per conformare il serial ai modelli attuali di fiction televisiva: effettivamente gia’ nelle ultime puntate della passata stagione si poteva notare la presenza di due episodi di contorno all’indagine principale, speriamo quindi che il passaggio sia indolore e il cambio alla supervisione delle sceneggiature, Donatella Diamanti se ne andra’ a giorni, non faccia abbassare troppo la media del prodotto.

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Alpha dog

Alphadog Johnny Truelove, figlio di un boss malavitoso e’ il capo di una banda di giovanissimi spacciatori dei quartieri alti losangelini, quando Jake, uno dei suoi sottoposti si ribella, tra i due inizia una guerra che portera’ Johnny a rapire il fratellastro di Jake..

Per cane alpha si intende il capobranco e Nick Cassavetes, nel suo film vuole sostenere la tesi che tutta la tragica vicenda che nel 1999 scosse l’America e che sta avendo in questo periodo il suo ultimo risvolto processuale, fosse nata dal desiderio di Johnny di dimostrare che con lui non si poteva sgarrare, cosa molto probabilmente vera, ma purtroppo questa tesi finisce per affossare un film che aveva un grande potenziale; diventa troppo lungo il prologo che vuole spiegare perche’ l’esecutore materiale ha questo rapporto di completa sudditanza con Johnny e altrettanto inutile e’ il finale che ci mostra il protagonista in fuga.
AlphadogQueste parti cozzano con uno stile che vuole essere molto secco e freddo, in alcuni momenti certe atmosfere mi hanno ricordato Elephant di Gus Van Sant, e anche le interviste con i genitori dei protagonisti mi sono parse superflue: la storia aveva una tragica assurdita’ intrinseca che non necessitava di nessuna sottolineatura, per questo motivo non sono rimasta particolarmente colpita dalla prova di Sharon Stone, che si fa ricordare piu’per gli effetti speciali del trucco, ma devo riconoscere che non sono una grande amante delle scene madri, soprattutto quando, ribadisco, non aggiungono nulla alla pellicola, ho di gran lungo preferito la prova contenuta di Bruce Willis, anche il cast dei giovani protagonisti e’ azzeccato, eccetto forse Emile Hirsch (Johnny Truelove): sembra David Silver di Beverly Hills 90210 e tenta palesemente di imitare Di Caprio.

L’ultimo re di Scozia

Lultimorediscozia Nei primi anni ‘70 un giovane medico scozzese, appena laureato decide di andare alla scoperta del mondo e si trasferisce in Uganda, dove casualmente incontra il neoeletto “presidente” Amin che lo prende a ben volere e lo sceglie come suo medico personale..

Uno dei film piu’ fastidiosi visti negli ultimi anni, per colpa della psicologia del protagonista, Nicholas Garrigan un giovane medico completamente cretino convinto di essere amico di Amin, senza accorgersi delle manie di grandezza del dittatore e dei giochi di potere che stavano dietro a quel governo. Avrebbe potuto essere interessante se la personalita’ certamente magnetica di Amin si fosse svelata a poco a poco, invece e’ lampante fin da subito la psicopatia del personaggio, per tutti, tranne che per il nostro eroe.
Il rapporto tra i due personaggi sarebbe stato molto interessante se la figura del medico fosse stata delineata come quella di una persona interessata che chiudeva gli occhi davanti alle magagne di Amin per il proprio tornaconto, invece no: il ragazzo e’ proprio tonto (parlare di superficialita’, per come viene descritto, mi pare eufemistico) e si spera disperatamente che prima o poi ci lasci la pelle: direi che e’ lampante che il processo d’identificazione con il protagonista in questo film non riesce proprio a scattare.
Buona la prova di Forest Whitaker che gli e’ valsa l’Oscar come miglior attore protagonista, mentre neppure la regia mi ha entusiasmato: Kevin McDonald viene dal documentario, peccato che abbia cercato di infarcire una pellicola gia’ scombinata di qualche scena “autoriale” come le inquadrature degli uccelli da rapina anticipatori della tragedia finale.

Il mostro della laguna nera

Ilmostrodellalagunanera Creature from the Black Lagoon
1954, Warner Bros
con Julie Adams e Richard Carlson
regia di Jack Arnold

Degli scavi lungo le coste del Rio delle Amazzoni portano alla luce i resti di uno strano fossile dalla mano palmata. La spedizione, per continuare le ricerche, risale un affluente del fiume fino ad arrivare ad una laguna fuori dal tempo, chiamata la Laguna Nera che si scoprira’ essere abitata da un mostruoso essere anfibio.

Celeberrima variazione sul tema della bella e la bestia, decisamente debitrice di KingKong che e’ passata alla storia per essere la prima pellicola che delinea la figura del mostro in maniera non del tutto negativa, facendo apparire molto piu’ “mostruoso” il capo della spedizione, Mark che non esita a mettere in pericolo di vita tutti i suoi compagni pur di riuscir a catturare la bestia, mentre il suo antagonista David impersona un atteggiamento nuovo nei confronti del diverso: desiderio di conoscenza e riconoscimento del suo diritto all’esistenza, ma del resto il film e’ del 1954, e la stagione del grandi mostri targati Warner era conclusa da un pezzo.
L’innamoramento del mostro per la bella Kay si vena di sottile erotismo mostrando l’anfibio in atteggiamenti voyeristici nei confronti della ragazza, voyerismo acquatico dato che il mostro la segue mentre Kay nuota con uno stile degno di un balletto di Ester Williams. Forse il punto meno sottolineato di questo film cosi’ celebre e’ proprio l’importanza delle scene subacquee che rappresentano una buona parte del film: sono girate molto bene e rendono particolare una scenografia altrimenti molto povera: il travestimento del mostro e’ quasi risibile, ma in acqua acquista un suo fascino e la prima volta che la creatura appare nella sua interezza sott’acqua riesce ancora oggi a strappare un soprassalto.