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300_2 La trasposizione cinematografica della grafic novel di Frank Miller che rivisita in chiave fantasiosa la battaglia delle Termopili condotta da Leonida e che tanto successo sta avendo sugli schermi e’ in realta’ un film mediocre che non si distingue ne’ per la qualita’ di scrittura ne per le scelte visive, che restano troppo debitrici al modello “orchetto” de Il signore degli anelli.
Forse l’unico motivo per cui vale la pena di vederlo e’ la curiosita’ riguardo alle tante polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita definendolo film di propaganda bellica che appoggia la posizione interventista USA contro l’attuale MedioOriente che viene dipinto nei panni dei Persiani brutti cattivi (e piu’ che altro ridicoli, aggiungerei).
Certamente qualche battuta a favore di coloro he combattono per la liberta’ lontano da casa c’e’ e si percepisce la forzatura di queste affermazioni all’interno di una storia che potrebbe anche essere letta in maniera opposta: del resto gli invasori sono i Persiani che hanno un esercito piu’ numeroso e potente e con le migliori armi da guerra che quel mondo fantasmagorico puo’ offrire. Il ridicolissimo Serse che viaggia su un carro pacchiano come non si vedeva dai tempi di Cleopatra, affetto da gigantismo e doppiato in maniera assurda, si crede un invincibile e divino, cosa che potrebbe ricordare la sicumera dei potenti americani e in fondo i suoi tratti somatici sono piu’ caucasici di quelli di Leonida, che per altro ha un fedelissimo profilo greco; certo l’immagine finale del film che si allontana dal cadavere di Leonida, trafitto da centinaia di frecce ricorda l’immaginario dei martiri cristiani fondendo l’immagine di San Sebastiano con la posizione delle braccia tese tipiche della Crocifissione.

vezzi da collezionista

Baronedimunchausenjpg Sfogliando il nuovo numero di FilmTv uscito oggi, l’occhio mi e’ caduto su un trafiletto a pagina 43 della rubrica SpazioTV che pubblicizza un’imminente rassegna di StudioUniversal che partira’ domenica 8 aprile, con il nome, piuttosto squallidino se posso permettermi, di Fatti & Rifatti dove verranno mandati in onda uno dopo l’altro il film originale e il remake che ne e’ seguito nel corso degli anni. Il trafiletto, che molto probabilmente e’ un redazionale, esalta l’iniziativa, beh non per vantarmi ma io i film li catalogo cosi’ dal 1989, da quando ho iniziato a registrarmeli: basta un’ occhiata al Mereghetti che di queste informazioni non e’ mai avaro e se c’e’ un originale o un remake il film resta in sospeso ad aspettare il suo epigono o il suo antesignano.

Per la serie: un post che puo’ cambiarti la vita..

Guida per riconoscere i tuoi santi

Guida

Dopo 15 anni anni di assenza in seguito ad una fuga precipitosa in California dove ha trovato la sua strada, Dito torna a trovare i suoi genitori nel Queens perche’ il padre e’ molto malato: oltre a confrontarsi con il genitore, Dito dovra’ affrontare i ricordi della sua adolescenza..

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Dito Montiel, che ha anche diretto la pellicola, un film che riesce a toccare corde molto profonde dello spettatore: aldila’ delle concrete esperienze personali, quasi tutti dobbiamo fare i conti con il nostro passato, avere il coraggio di strappare anche duramente i legami con amici e famigliari e cercare la propria strada, ancora piu’ coraggioso e fortunato sara’ chi vorra’ (o potra’) tornare a confrontarsi da persona adulta e risolta con i propri fantasmi.
Una pellicola che piacera’ molto agli adolescenti degli anni ‘80 perche’ e’ in fondo la storia di quella generazione, il risvolto reale delle suggestioni create da pellicole molto amate come I ragazzi della 14° strada o Rusty il selvaggio.
Anche da un punto di vista tecnico si tratta di un esordio convincente sia per l’uso della macchina da presa, con immagini sporche e imperfette come sanno essere nei ricordi e con ottime soluzioni di sceneggiatura, tra tutte cito la suspense creata dalla scritta sulla casa di Dito che viene a lungo celata, ma il mio pensiero va alla morte di Giuseppe.

auguri a Warren Beatty

Warrenbeatty

Il fascinoso sex-symbol hollywoodiano (che pero’ alla sottoscritta non ha mai fatto molto effetto: troppo “vitaminizzato” per essere credibilmente bello e tormentato): Henry Warren Beaty nasce a Richmond , in Virginia il 30 marzo 1937 ed e’ il fratello minore della celebre Shirley MacLaine.

Gli esordi nel mondo della recitazione sono nelle sitcom televisive dei tardi anni 50, il debutto sul grande schermo avviene con il celebre film di Elia Kazan, Splendore nell’erba (1961): e’ il giovane rampollo Bud Stamper che non riesce a gestire il suo amore con la bella Deanie, interpretata da Natalie Wood.
Sempre nello stesso anno e’ un gigolo’ italiano che seduce l’attempata Vivien Leight ne La primavera romana della signora Stone.
Nel 1965 e’ il comico imprigionato dai sensi di colpa e dalle paure nel bel Mickey One di Arthur Penn; il regista lo dirigera’ ancora nel 1967 in uno dei capolavori del genere gangster Gangster story dove l’attore interpreta il ruolo di Clyde Barrow mentre Bonnie Parker e’ la bellissima Faye Dunaway.

Beattyattore

Nel 1971 e’ John McCAbe in I compari amaro ed insolito western diretto da Robert Altman dove ha per comprimaria Julie Christie. Da segnalare sempre nel ‘71 il buon Il genio della rapina, di Richard Brooks.
Shampoo del 1975 e’ una commedia che sottolinea amari risvolti politici e sociali, diretta da Hal Ashby.
Nel 1978 Beatty debutta alla regia codirigendo con Buck Henry Il paradiso puo’ attendere remake, non del capolavoro di Lubitsch come il titolo potrebbe far pensare, ma della commedia L’inafferrabile signor Jordan del 1941 che ha per protagonista un uomo che viene fatto morire prima del tempo da un dipendente del Paradiso, dopo diverse vicissitudini riavra’ la sua vita in un altro corpo.

Beattyregista

Se l’esordio di Beatty e’ stato buono, superlativa e’ la sua seconda prova Reds del 1981: la vita del giornalista John Reed durante gli anni 1915-20 ebbe un grande successo di critica e pubblico portando a casa ben 3 Oscar.
Nel 1990 Beatty dirige Dick Tracy tratto dalle avventure dell’omonimo fumetto, il film viene ricordato per le particolari scelte fotografiche (solo colori primari) e la presenza di Madonna con cui il play-boy Beatty ha una relazione.
Con gli anni ‘90 dirada le sue apparizioni cinematografiche, l’ultimo film interpretato e’ del 2001 Amori in città… e tradimenti in campagna.
Secondo le curiosita’ sulla sua pagina imdb avrebbe rinunciato al ruolo di Bill in KillBill di Tarantino per l’eccessiva violenza del film.

Infamous

Infamous E’ impossibile parlare di questo film senza confrontarlo con Capote uscito lo scorso anno e che trattava lo stesso tema; benche’ Infamous sia un po’ piu’ eccessivo nelle conclusioni (l’innamoramento tra Capote e Perry Smith con relativo bacio) ho preferito questa seconda versione della vicenda umana ed artistica che sta dietro la genesi del romanzo A sangue freddo, la prima pellicola spiccava per la freddezza dei colori e del protagonista, dipinto in maniera raggelante, come un essere spinto solo dal desiderio di scrivere un grande romanzo, dando un giudizio molto manicheo su tutta la vicenda che si chiudeva con una laconica didascalia che informava del declino di Capote dopo questa avventura, lasciando passare l’idea che fosse quasi un doveroso contrappasso. Infamous mette in scena un Capote piu’ sfaccettato, dalla personalita’ complessa, sicuramente manipolatore ed interessato ma anche molto piu’ umano. Vediamo lo scrittore interagire con jet set che tanto ama (cosa che permette al film di sfoggiare una serie di comparse di lusso) ma soprattutto vediamo in azione la sua capacita’ di seduzione con la gente di provincia del Kansas che all’inizio e’ ostile e diffidente verso questo bizzarro personaggio arrivato dalla metropoli ma a Capote basta lasciare cadere con indifferenza il nome di battesimo dei piu’ grandi divi dello spettatolo per conquistarsi l’amicizia della citta’ ed anche dei due assassini.
Anche l’uso delle luci e’ opposto nelle due pellicole: fredde in Capote, calde e vibranti in Infamous; e’ interessante come in cella il volto di Perry Smith (un bravo Daniel Craig, quasi irriconoscibile dall’icona di 007) sia sempre lasciato meta’ in ombra, per sottolineare i due lati della personalita’ di Perry, a volte estremamente sensibile ma capace anche di gesti brutali e spietati.

Asterix e i vichinghi

Nel famoso villaggio gallico in grado di tenere testa all’Impero Romano, arriva Spaccaossix nipote del capo villaggio Abraracourcix, inviato li’ dal valoroso padre perche’ si faccia di lui un uomo, dal rammollito qual’e’. Il compito viene affidato ad Asterix ed Obelix ma si rivela piu’ difficile del previsto perche’ il giovanotto, oltre che scansafatiche e’ anche pusillanime e viene rapito dai Vichinghi che stanno cercando il campione mondiale di fifa perche’ convinti che la paura possa farli volare rendendoli ancora piu’ pericolosi.

Asterixeivikinghi

Sono cresciuta con Il Giornalino come lettura settimanale, quindi il fumetto di Asterix ed Obelix e’ parte integrante della mia infanzia ma questa ennesima trasposizione a cartoni animati di una avventura dei celebri Galli non ha soddisfatto neppure il mio sentimentalismo. Ispirato al fumetto Asterix e i Normanni il film e’ troppo didascalico e non ha mai un guizzo forse perche’ non osa adeguare completamente i nuovi personaggi al gusto moderno: Spaccaossix rimane a meta’ strada con la parodia giovanile di 30 anni fa: e’ vegetariano e pacifista viaggia con una biga carenata in compagnia del suo fedele piccione viaggiatore che si chiama.. SMS! pero’ balla l’hip hop su “attualissima” disco dei tardi anni ‘70.
Il nuovo personaggio della giovane vichinga Abba e’ troppo debitrice alle attuali eroine dysneiane per lo spirito d’indipendenza e per gli occhioni a mandorla.
Fedelissimi all’originale invece tutte le gag di contorno: i soliti pirati che vengono regolarmente affondanti e non manca uno scontro coi poveri romani.
Molto meglio rileggersi gli albi originali.

Carne da macello

McdonaldDocumentario,
Italia 2002 di Maria Martinelli

Ieri notte, mentre il mio stomaco se la vedeva proprio con un baconburger, ingerito in una delle mie rare concessioni all’ american way of life in un tex-mex della zona, ho visto alla 25° ora un documentario molto interessante, Carne da Macello , opera italiana del 2002 che anticipa una denuncia che ha preso piede in seguito, quella alla filiera della carne in America. Il titolo fa pensare ai bovini che stanno alla base del settore, ma nel tritacarne che prendo in prestito dal video di Another brick in the wall dei Pink Floyd, insieme alle bestie finiscono gli operai sfruttati dai grandi mattatoi texani che non forniscono alcuna assicurazione ai loro dipendenti nel caso dei numerosissimi incidenti, e i consumatori: negli Usa ci sono molti casi di morte o malattia dovuti al consumo di hamburger contaminati.
Ovviamente non puo’ mancare il tentativo di analisi del fenomeno McDonald, che si scontra contro il muro di omerta’ dell’azienda che gia’ 5 anni fa era la piu’ grande azienda di ristorazione in Giappone, la piu’ grande acquirente di prodotti alimentari francesi, e la ditta privata che occupa il maggior numero di persone in Brasile. Nella sede centrale non e’ stato possibile fare riprese, e neppure i giovani lavoratori intervistati al McDrive potevano rispondere alle domande del giornalista italiano.
La McDonald e’ stata la prima azienda a preferire come dipendenti i teen-agers perche’ stando ancora in famiglia si accontentano di un salario molto basso e c’e’ molta possibilita’ di ricambio. Altre industrie hanno poi seguito questa via, ma a dimostrazione che le cose negli ultimi 5 anni non sono cambiate riporto una notizia che ho sentito recentemente a Decanter : tra le nuove parole americane un prestigioso dizionario ha aggiunto mcjob che sta a significare un lavoro poco pagato, con scarse prospettive di carriera e del tutto insoddisfacente, il colosso degli hamburger ha cercato di pretendere la modificazione del significato nel suo opposto: lavoro stimolante che offre una brillante carriera ma l’istituzione universitaria che cura il vocabolario ha respinto la richiesta perche’ fortunatamente il senso delle parole non si puo’ decidere a tavolino.

Il 7 e l’8

Il7el8 Anche se Ficarra e Picone mi divertono, non sarei andata a vedere il film per loro, ad interessarmi sono stati due elementi presenti nei trailer: Il ballo di San Vito di Capossela e soprattutto la presenza di Tony Sperandeo.
Non frequentando le pellicole dei nuovi comici, non saprei dire se il duo siciliano ha debuttato meglio degli altri sul grande schermo e soprattutto non saprei sottoscrivere pienamente la recensione di Filmtv che ne esalta la sceneggiatura, di certo l’idea di base e’ sfiziosa: il 6 gennaio 1975 nascono due bambini che vengono scambiati nella culla, per caso si ritroveranno trentun anni dopo e scopriranno l’incredibile scambio.
La storia e’ valida nella delineazione dei due opposti caratteri dei protagonisti e regge fino a quando si scopre il perche’ dello scambio, poi si perde ed il finale e’ troppo aperto e sospeso; anche se le situazioni comiche sono prevedibili e si capisce sempre un attimo prima come nascera’ la gag, ma bisogna ammettere che Ficarra e Picone sono molto spassosi e il cameo di Sperandeo e’ grandioso e fondamentale nell’economia filmica.
Un’onesta pellicola di pura evasione che riesce a mantenere quel che promette.

INLAND EMPIRE

Lynchinlandempire Non riesco a gridare al capolavoro per quest’ultimo lavoro di David Lynch anche se alcune cose mi sono piaciute davvero molto, sicuramente tutta la prima parte fino a quando si chiude il primo circuito temporale e si scopre che e’ Nikki ad essere entrata dal retro nello studio 5 dove lei e i suoi colleghi stavano procedendo alla lettura del copione, poi la seconda parte con i deliri mentali e temporali della protagonista mi ha annoiato per l’eccessiva presenza di quello che, scusate preventivamente il termine, mi sento di definire “ciarpame lynciano”: son quasi vent’anni che ci propina i vari settori della mente come stanze arredate malamente con le piccole cose di pessimo gusto, un immaginario talmente sfruttato che basta partecipare a un qualsiasi corso con una minima sfumatura motivazionale che nell’immaginata vi rifileranno questo percorso nei corridoi della vostra mente; poi ci sono i soliti freak, i suoni bassi distorti, i balletti e gli schiocchi di dita che danno il ritmo e le espressioni stralunate degli attori. E cosi’, mentre le immagini scorrevano piuttosto noiose sullo schermo, non ho potuto fare a meno di pensare a un Lynch burlone che si diverte a farcire i suoi film di questo suo caratteristico ciarpame per mandare in solluchero gli intellettuali.
Lo so, si puo’ ribattere con la sua teoretica della visione e dei piani paralleli, ma per me non regge perche’ non mi e’ sembrato di assistere nel corso degli anni ad una progressione, un approfondimento di questi temi che dovrebbero essere peculiari per l’autore e di conseguenza penso che alcune atmosfere siano diventate solo un vezzo.
Poi il film si e’ ripreso sul finale: mi e’ piaciuto che tutto si sia risolto con un andamento circolare tornando all’incontro di Nikki con “la mamma di Laura Palmer”, lo sguardo in camera di Nikki/Sue verso la ragazza chiusa nella stanza che guarda tutto dalla tv e a sua volta compare su un altro televisione, ma soprattutto ho adorato la morte sul set di Sue con la telecamera che entra in campo: finalmente una visione salvifica del mezzo di ripresa, che con il suo ingresso annulla il senso di angoscia surreale della scena: un bel rovesciamento di prospettiva in questi tempi dove viene sempre sottolineata la sua funzione negativa di intrusione nella privacy o mezzo per mettere in internet i propri trofei piu’ imbecilli.
Nel complesso un film sicuramente affascinante, molto meno incompresibile o complesso da gestire di quel che ci si puo’ aspettare.