Un bacio appassionato

Unbacioappassionato Roisin
e’ una giovane insegnante di musica in una scuola cattolica, Kasim il
fratello maggiore di una sua allieva pakistana, tra i due nasce l’amore
ostacolato dalle due differenti culture a cui appartengono.

Loffia come la canzone da cui prende il titolo il film (nella
versione cantata dall’allieva, ovviamente!), l’ultima fatica di Ken
Loach delude soprattutto dal punto di vista della drammatizzazione.

Siamo di fronte al classico film in cui i protagonisti sono
carini, le scene d’amore sono tenere, la famiglia pakistana sembra
uscita dritta dritta da Sognando Beckham o East is East
ed infatti e’ molto piu’ simpatica della maestrina progressista (leggi
rompiscatole) anche se non capisco perche’ una famiglia cosi’ legata
alla tradizione debba mandare la figlia ad una scuola cattolica;
l’unico personaggio che ricorda il mondo di Loach e’ il rigido parroco
integralista.

Insomma la visione trascorre serenamente, il guaio peggiore
avviene all’uscita, quando ci si accorge che in realta’ non e’ successo
assolutamente nulla: qualche scaramuccia tra innamorati, un patetico
tentativo della famiglia di lui di dividerli con un trabocchetto e
l’amore trionfa senza aver in realta’ superato alcuna prova: Ken Loach
e’ sicuramente un grande regista, ma di certo non ha ben chiaro che
cosa sia una commedia.

Lettera ad Ed Bishop

Foto+autografoMy beloved Ed,

ho cercato di mantenere la mia promessa, ma e’ stato veramente difficile.

Era l’ 8 dicembre 2001 (come scordare il giorno in cui conosci l’idolo della tua infanzia?) ad una cena di Isoshado
e non persi certo l’occasione di sedermi proprio di fronte al mitico
Comandante Straker , poi l’emozione mi sopraffece e il mio inglese si
fece sempre piu’ inarticolato ai tuoi tentativi di esser gentile con i
tuoi adoranti commensali.
Ma quando ti vidi palesemente annoiato alle solite domande trentennali sulla serie televisiva U.F.O.
lasciai cadere con nonchalance un “so iu plaied olso in 2001, a space
odissey..” e i tuoi meravigliosi occhi blu lampeggiarono di
soddisfazione, parlammo un po’ del carattere burbero e perfezionista di
Kubrick, ma sempre amichevole nei tuoi confronti (la parte del
comandante del modulo spaziale avrebbe dovuto essere piu’ articolata)
poi mi dicesti che avevi lavorato anche in Lolita, “really? in
che ruolo?” chiesi, ormai completamente affascinata e ti mi dicesti di
rivedere il film e scoprirlo. Te lo promisi.
Son passati  piu di 3 anni e non ho piu’ avuto occasione di vedere Lolita
fino a ieri sera, quando Sky Classic l’ha trasmesso nel ciclo dedicato
al grande cineasta e io ho passato due ore e mezzo a scrutare tutte le
comparse, avevi 30 anni, era il tuo primo ruolo in una grande
produzione, o meglio in un capolavoro!

Non e’ stato facile,  ammetto che mi sono dovuta aiutare con imdb
(dove ho scoperto che siamo nati quasi lo stesso giorno: tu l’11
giugno, io il 10) e oramai sono praticamente certa che dei tre
“ambulance attendant” nella scena dell’incidente alla madre di Lolita
tu sei quello che comunica a Humbert che la moglie e’ morta.

Missione compiuta , comandante!

Giu’ la testa

Il peones Juan Miranda vive dei furti compiuti
insieme alla sua scalcagnata banda composta dai 6 figli e dal vecchio
padre, un giorno incontra John Mallory, un ribelle irlandese
specializzato nell’uso della dinamite, Juan vede in lui la chiave per
giungere alla realizzazione del suo sogno: svaligiare la banca di Mesa
Verde, finira’ invece per diventare un eroe della rivoluzione di Pancho
Villa.


Giùlatesta

Il film si apre con la storica frase
di Mao Tze Tung che dice che la rivoluzione non e’ un gioco, ne’ un
atto delicato, ma un azione di violenza e Sergio Leone ci mostra
l’evoluzione del peones Juan Miranda da semplice ladro per
sopravvivenza a eroe suo malgrado, non saprei se sia il caso di parlare
di una presa di coscienza perche’ fino all’ultimo Juan e’ refrattario
alle azioni in cui si trova coinvolto per la testardaggine di seguire
Mallory e convincerlo ad entrare nella sua banda.

Il tono volutamente comico della prima parte contrapposto alla
drammaticita’ della seconda serve per dimostrare come la rivoluzione
sia un atto di violenza non solo verso coloro contro cui e’ rivolta, ma
che ci sia un alto prezzo da pagare anche per i rivoluzionari: Juan
perdera’ tutto: gli sara’ uccisa la famiglia e vedra’ morire anche il
nuovo amico, l’irlandese di buona famiglia da sempre votato alla causa
irridentista che nell’incontro con il peones e la vita della povera
gente vede crollare alcune delle sue certezze: molto significativo il
momento in cui getta via il libro di Bakunin dopo una discussione con
Juan.

In quello che viene definito i suo film piu’ politico, mi pare che
Leone prenda le distanze dalla politica, sottolinenando ancora una
volta il valore universale dell’amicizia.

Celeberrimo il tema musicale di Morricone “Sean Sean”.

Spartan

Una ragazza viene rapita, per lei si mettono in moto le forze speciali della polizia, ma la fanciulla viene uccisa, anche se alcune labili prove sembrano dimostrare il contrario..



Spartan


Mi pare inutile ribadire quanto il cinema di Mamet sia fedele all’impianto teatrale: anche nelle prime scene di pure azione ambientate in un campo addestramento per forze speciali la peculiarità mametiana salta all’occhio.
Siamo di fronte a una pellicola piuttosto strana: il rapimento di Laura Newton ha il potere di mettere in subbuglio i reparti speciali americani, ma chi e’ questa ragazza che crea tanto scompiglio e chi sono gli uomini chiamati a salvarla d ogni costo?
Non ci sono nomi ne’ sigle ad etichettarli e solo a metà pellicola scopriremo chi e’ veramente la ragazza, per tutta la prima parte del film si crea uno stato di tensione dovuto alla storia e alla curiosità dello spettatore (cercate di fare attenzione ai ritagli appesi alle pareti, forse riuscirete a scoprire qualche indizio!)



Spartan


Quando viene inscenata la falsa uccisione della ragazza, l’agente segreto che ha in carico le indagini preferisce seguire le tracce che smentiscono la morte e da soldato fedele si trasforma in cane sciolto che, pur di salvarla, arriva a mettersi contro la potente organizzazione statale per cui ha lavorato finora: a questo punto il film perde parte del suo fascino per trasformarsi in un onesto (ed amaro) thriller.
Ma tornando a riflettere sulla prima parte del film, mi domando se il fatto di non identificare meglio l’agenzia che gestisce
l’operazione, sia semplicemente un escamotage drammaturgico, che funziona perfettamente o conceda maggiore liberta’ al regista di mostraci una forza dell’ordine che agisce in maniera non esattamente “politically correct” o non nasconda invece una lettura più profonda dove in quell’essere non identificati si celi una metafora molto attuale della manipolazione della realtà in cui viviamo da parte dei media e l’affermazione che nel momento in cui si attua una presa di coscienza si imponga sempre una scelta che spesso porta ad uscire dai binari precostituiti ed infatti il film si chiude con il protagonista, ormai transfuga, che ascolta dalla TV l’happy end costruito a tavolino per il miracoloso ritrovamento della ragazza creduta morta.
Credo che questo sia anche una delle prime pellicole in cui i cattivi di turno siano dichiaratamente arabi, non ancora terroristi, “solamente” dediti alla tratta delle bianche.

promemoria per i cinefili romani


In occasione della presentazione del doppio dvd che la Rarovideo dedica ai corti di William S. Burroughs THE CUT-UP FILMS
stasera alla British School di Roma verra’ proiettata una selezione di
queste opere e una videointervista dell’artista realizzata da Klaus
Maeck, la serata sara’ presentata da Bruno di Marino e Alessandro
Gebbia.
A noi non resta che invidiare chi partecipa ed aspettare di acquistare
il dvd.

Alexander

Ajoliealexander
V ginnasio: la perfidia della nostra insegnante di lettere era tale da
mettere una selezione di brani dell’Anabasi di Alessandro in un
contenitore ed estrarre a sorte un capitolo per ciascuno.. Alessandro
varca l’Ellesponto.. non ricordo altro del testo se non questo titolo,
forse neppure toccatomi in sorte, che risuonava come una campana a
morto sulla testa di noi poveri studenti..

Alessàndro vàrca l’Ellespònto.. il lububre suono e’ rimbalzato
prontamente nella mia memoria al solo pensiero di andare a vedere il
film di Oliver Stone e non mi ha ancora lasciato..

Dalle amarezze scolastiche ad amarezze piu’ attuali: bizzarria
della sorte, l’uscita in italia della pellicola che ricostruisce una
favolosa Babilonia ha coinciso con la notizia dei danni arrecati dagli
americani al sito archeologico durante la guerra all’Irak, quindi gli
emuli di Alessandro si dimentichino ingressi trionfali sotto l’occhio
millenario dei leoni alati, restera’ ben poco quando Babilonia entrera’
nel circuito turistico.

In ogni caso, il film non e’ poi cosi’ malaccio come dicono, (qui il mio parere) di certo Angelina Jolie e’ uno dei motivi fondamentali per giustificarne la visione.

Auguri a Kevin Costner

Kevincostner Mezzo secolo anche per Kevin Costner, nato il 18 gennaio del 1955 a Lynwood, California.

Una star dalla carriera altalenante: idolo incontrastato degli anni
’80, celebre per la sua bellezza e per i ruoli onesti che ne facevano
il nuovo Gary Cooper, l’attore si e’ sempre distinto per le sue scelte
controcorrente: dopo aver interpretato due film di seguito sul mondo
del baseball, Bull Durham del 1988 e L’uomo dei sogni nel 1989, passa alla regia del grandioso Balla coi lupi che ebbe un successo planetario contro ogni pronostico.

Seguono film importanti come JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone e  Un mondo perfetto (1993) diretto da Clint Eastwood, in quello che e’ secondo me il suo ruolo piu’ bello.

La produzione di Waterworld nel 1995 segna il declino della
sua stella (giusta punizione per aver interpretato due film di cassetta
che hanno decretato il successo di due canzoni melense come I do it for You di Brian Adams per Robin Hood, principe dei ladri e I will always love you cantata da Whitney Huston, coprotagonista di Body Guard – Guardia del corpo) il fallimento della sua casa di produzione lo porta  anche in Italia come testimonial delle "scarpe comode" Valleverde.

Nel 1999 la carriera di Costner riprende con Le parole che non ti ho detto e lo scorso anno il nostro ha ottenuto un buon successo con il suo nuovo western, Terra di confine.

Sweet sixteen

Sweetsixteen GB 2001, regia di Ken Loach

con Martin Compston, Annmarie Fulton

I sedici anni di Liam nei bassifondi di Glasgow: la madre in
carcere e il resto della famiglia allo sbando; non ha altra scelta che
tentare la carriera dello spaccio.

Ken Loach ha definitivamente acquistato una coscienza civile che lo
pone al di la’ delle appartenenze politiche: anche in questo film
dipinge un quadro spietato e crudo della realta’ britannica odierna.

Con il suo stile essenziale il regista ci avvicina al personaggio
del quindicenne Liam, lasciandoci prima increduli che la persona che
vediamo agire sullo schermo sia in fondo solo un bambino, poi
affascinati dalla sua lucidita’ mentale, anche se siamo sicuri che lo
condurra’ inesorabilmente ad una "brutta fine". Il finale e’
sconvolgente, un vero pugno nello stomaco, che ristabilisce in un sol
colpo ruoli e responsabilita’ quasi archetipe.

Su Sky cinema 3 stanotte alle ore 1,25 e sabato 29 alle ore 0,55

Il mistero dei templari


Benjamin Franklin Gates e’ l’ultimo rampollo di una bizzarra famiglia
che da sei generazioni e’ sulle tracce di un favoloso tesoro, per la
precisione da quando un avo, semplice cocchiere, raccolse le ultime
volonta’ di uno dei Padri Fondatori. Si tratta del piu’ grande tesoro
della storia, per la cui protezione venne creato l’ordine dei Templari,
la mappa per raggiungerlo si trova sul retro della Dichiarazione
d’Indipendenza Americana, e Gates sara’ costretto a rubarla per salvare
il prezioso documento dalle mire non proprio benevole del suo ex socio.

Segretotemplari

Tra rielaborazioni piu’ o meno fantasiose della storia americana e
del mistero templare, oggi di grande attualita’, si cela l’intento di
far risalire la supremazia USA direttamente alla grandezza egizia, al
valore di Alessandro e al mito dei Templari: quasi un’Eneide
scalcagnata e rumorosa, se mi si permette l’azzardato paragone.
Quando Nicholas Cage dice che a volte e’ necessario fare qualcosa che
di primo acchito sembra sbagliato, piu’ che un semplice riferimento
alla vicenda della Rivoluzione americana, mi pare che ci sia una vaga
esaltazione del nuovo modello per esportare democrazia ideato da Bush.
Fortunatamente questa latente sensazione di indottrinamento ideologico
svanisce ben presto per lasciare posto ad una pellicola di puro
intrattenimento, che riesce ad avvincere lo spettatore a questa
bizzarra caccia al tesoro tra i piu’ importanti cimeli della storia
americana, puntando sul lato infantile ed incosciente che ci spinge a
sbirciare dietro ad una porta socchiusa ed a sgattaiolare dove non e’
permesso; del resto il produttore Jerry Bruckheimer e’ certamente piu’
interessato a far rivivere in prima persona il mito del tycoon, che
alla grandezza patria.
Alla fine un onesto film di mestiere che riesce a divertire, con
qualche citazione delle pellicole a cui si ispira: Cages che esce dalla
tuta di vigilantes in smocking, come James Bond ne usciva dalla tuta da
sub ed il rapporto tra il personaggio di Ben e il padre disilluso,
interpretato da John Voight che ricalca quello di Indiana Jones e l’ultima crociata: diciamo pure che Voight pare ispirarsi apertamente a Sean Connery.
Cameo di Harvey Keitel nel ruolo dell‘ispettore di polizia che dirige
le indagini per recuperare la Dichiarazione d’Indipendenza.

Un chien andalou

Francia, 1929
con Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Salvador Dalí
regia di Luis Buñuel


Un-chien-andalou

Primo film di Luis Bunuel, realizzato con i soldi della madre e la collaborazione fondamentale di Salvador Dalì, diventato da subito il manifesto dei surrealisti.
Famosissimo il prologo in cui un uomo (Bunuel stesso) arrota una lama con cui aprira’ l’occhio di una donna mentre una nuvola passa davanti alla luna: dichiarazione di intenti solo per questo film, quello di penetrare oltre l’occhio, o valido per tutta l’opera bunueliana?
Il film racconta una storia d’amore utilizzando il linguaggio e il
ritmo onirico: dimenticata la connessione logica ed il processo
temporale, viene utilizzato esclusivamente il linguaggio simbolico.
Personalmente sono stata molto colpita dalla mano da cui escono le
formiche, dall’uomo che traina i due pianoforti, ma soprattutto
dall’episodio, spiato dai due amanti, della ragazza in mezzo alla
strada che raccoglie la mano mozzata.
L’ultima scena che mostra i due amanti pietrificati sulla spiaggia, di
tipico stampo daliniano e’ stata tagliata in alcune versioni, forse con
l’intento di dare una parvenza di lieto fine.


Unchienandalou

Dopo oltre 75 anni il film mantiene intatto tutto il suo potere
spiazzante, e non c’e’ luogo migliore per rendersene conto che la
mostra Salvador Dali’
a Palazzo Grassi a Venezia, aperta fino al 16 gennaio: l’unico luogo da
dove i colti conoscitori del maestro spagnolo (mai sentito dei
commenti cosi’ saputi ad una mostra!) escono (o fuggono?) piuttosto
sconcertati e’ la saletta in cui il film e’ in rotazione.