Tabu’

Friedrich Wilhelm Murnau – Robert J. Flaherty, USA 1931, 75′

Sull’isola di Bora-Bora nasce l’amore tra la bella Reri e Matahi, quando la ragazza viene scelta dalla divinita’ come vergine sacra. Il giovane la rapisce infrangendo il tabu’ ma il destino sara’ ineluttabile.

Tabu L’opera nasce dalla collaborazione tra Murnau e Robert Flaherty che si unirono in quest’impresa per sfuggire alle logiche ferree dell’industria hollywoodiana, ma ben presto le opposte concezioni cinematografiche dei due portarono alla rottura e all’allontanamento di Flaherty dal set, ragione per cui il film, nel suo procedere rispecchia sempre piu’ la teoretica di Murnau, ribadendo l’impossibilita’ da parte dell’uomo di raggiungere la felicita’, come gia’ espresso nei precedenti capolavori Nosferatu e Aurora.
Questa volta non e’ piu’ la civilta’ a tentare il cuore ingenuo dell’uomo di campagna: anche nella natura piu’ paradisiaca ed incontaminata dei mari del sud, il male aleggia sul tentativo dell’uomo di realizzare i suoi sogni, incarnandosi nel potere della superstizione che portera’ alla morte i due infelici amanti.
Hitu, il grande sacerdote che perseguita la coppia fuggitiva per ristabilire la legge atavica non e’ che un’ altra declinazione del male incarnata da Nosferatu e la sua ombra campeggia sulle pareti della capanna dei due giovani come quella del principe delle tenebre si rifletteva sui muri di Brema.
Anche in questa sua ultima pellicola, (Murnau morira’ in un incidente stradale alla vigilia della prima del film) il regista tedesco si conferma maestro indiscusso dell’espressionismo: in particolare la battaglia con lo squalo e la morte di Matahi inseguendo la barca di Hitu, esercitano ancora oggi una potente scossa emotiva sullo spettatore.

La donna fantasma

In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
PhantomLady
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sul grande schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.
Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.

La caduta

Lacaduta

Il film e’ innegabilmente brutto e non mi aspettavo molto di piu’ da un regista che ha firmato uno dei piu’ insulsi telefilm dello scorso decennio: Il commissario Rex e ci ha propinato anche le avventure di Rex da piccolo.
Ecco, magari mi aspettavo un po’ piu’ di attenzione alla sorte di Blondie, il povero cane di Hitler.

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

Titolo originale: Der Untergang
Nazione: Germania
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 150′
Regia: Oliver Hirschbiegel
Cast: Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Corinna Harfouch, Ulrich Matthes, Juliane Köehler, Heino Ferch, Donevan Gunia, Karl Kranskowski
Produzione: Constantin Film Produktion GmbH
Distribuzione: 01 Distibution
Data di uscita: 29 Aprile 2005 (cinema)

Gli ultimi drammatici giorni di Hitler, rinchiuso nel bunker sotto la Cancelleria mentre i russi si stanno impossessando di Berlino.

Preceduto dall’ondata di polemiche che ha scatenato in Germania per aver offerto un’immagine troppo umanizzata del Fuhrer, arriva anche nelle nostre sale, con una buona accoglienza di pubblico, questo film malfatto che nonostante l’accuratezza storica non ha piu’ spessore di una mediocre fiction televisiva e non per nulla il regista e’ Oliver Hirschbiegel , che ha tra i suoi precedenti Il commissario Rex.
Hitler e la sua corte di alti gerarchi ci vengono presentati attraverso il racconto di una giovane segretaria , Traudl Junge, al cui libro di memorie il film si ispira, ma nonostante lo sguardo fedele dell’ingenua seguace, il dittatore mantiene inalterata la sua carica di folle negativita’ passando da rabbiose sfuriate a momenti di pacata gentilezza, almeno verso il suo entourage perche’ il disprezzo che ormai nutre verso il popolo tedesco che non ha saputo ergersi vincitore sopra le razze inferiori e’ quasi pari a quello che il Fuhrer sente verso i nemici della razza ariana.
Piu’ che la presunta umanizzazione, trovo preoccupante la posizione non critica verso la folle coerenza che anima Hitler e i suoi seguaci piu’ fedeli che lo seguono nella morte: se il taglio registico e i dialoghi non fossero stati spesso risibili, Magda Goebbels intenta a salvare i figli da un mondo senza il nazionalsocialismo uccidendoli, avrebbe assunto lo spessore di una Medea moderna, peccato che veder ripetuta per cinque volte la scena della capsula di veleno premuta fra i denti dei corpicini addormentati, il cui capo viene coperto dal lenzuolo dopo l’ultimo respiro, lasciando scoperti gli ormai gelidi piedini, fa scadere nella piu’ noiosa monotonia la leziosa scena di infanticidio.
A parte il reiterato omicidio dei figli di Goebbels, il regista decide di non mostrare mai direttamente il suicidio dei capi nazisti: avviene sempre dietro una porta chiusa o fuori quadro e nella scena dell’omicidio-suicidio dei Goebbels la macchina da presa volutamente si gira dall’altra parte dopo aver inquadrato i due coniugi in piedi uno di fronte all’altro con la pistola puntata.
Una soluzione stilistica molto ambigua perche’ pone queste morti su un piano astratto (un riferimento latente al superomismo?) molto lontano dalle immagini crude dei civili dilanianti dalle bombe o dei soldati maciullati da rudimentali attrezzi chirurgici negli improvvisati ospedali da campo che il regista non evita di risparmiarci.
La vita nel bunker viene dipinta senza indagarne la dimensione assurda e claustrofobica e soprattutto grazie a una fotografia tipicamente televisiva scene e dialoghi che dovrebbero essere grotteschi e terrificanti nella loro irrealta’, risultano involontariamente comici, in particolare il personaggio di Eva Braun e’ di una frivolezza che rasenta la stupidita’ piu’ imbarazzante.
Bruno Ganz non riesce a fare in modo che la sua caratterizzazione di Hitler faccia dimenticare la parodia geniale che ne fece Chaplin ne Il Grande Dittatore.
Insomma un film brutto nella drammatizzazione e che non aggiunge nulla dal punto di vista storico a quanto si possa imparare da una puntata de La grande storia: nella sua prevedibilita’ alla fine non ci viene neppure risparmiata la testimonianza diretta della ormai vecchia segretaria che sostiene di non esser mai stata a conoscenza (come ovviamente tutto il popolo tedesco!) degli orrori perpetrati da quell’uomo che era stato sempre cosi’ gentile nei suoi confronti.

Le passeggiate al Campo di Marte


Passeggiatecampomarte Il film di Robert Guédiguian si distingue, nella moda dilagante dei biopic, per il taglio originale con cui tratta la figura del grande statista francese, analizzata attraverso il rapporto con il giovane giornalista che sta scrivendo le sue memorie.
E’ il rapporto tra un uomo ormai prossimo alla morte che non ha piu’ speranze od illusioni se non quella di sovrintendere alla propria scomparsa, e un giovane trentenne nel pieno dell’evoluzione vitale: sta avendo un figlio da una donna che pero’ lo sta lasciando, si sta innamorando di un altra..
La dicotomia tra vita e morte fa da sfondo all’ossessione che il giornalista ha verso la figura di Mitterand, nella cui parabola storica ricerca una Verita’ assoluta che non e’ possibile recuperare e questa “recherche” irrisolta e’ il filo giallo (inteso come genere) che sorregge la trama.
Film tipicamente francese per stile e ovviamente per contenuti, encomiabile per l’onesta’ intellettuale: non c’e’ un giudizio sulla figura controversa dell’ultimo grande presidente di Francia e lo sguardo discreto sulla sua malattia, presente ma mai esibita, neppure nella scena della stanza da bagno, si fa ancora piu’ distante a proposito della figlia naturale di Mitterand, capitolo accennato senza la morbosita’ che la vicenda suscito’ all’epoca.
Da vedere non solo per ripassare una pagina di storia contemporanea o per sentire i brividi per i discorsi sulla globalizzazione, ma per restare stupiti, come spettatori italiani, dal fatto che i grandi della storia non siano solo immaginette sbiadite per agiografiche fiction televisive.

In viaggio con Mafalda

Il TouringClub Italiano ha organizzato una mostra itinerante dedicata a Mafalda, la bambina pensatrice e ribelle nata 40 anni fa dalla penna del disegnatore argentino Quino: quaranta tavole che illustrano il mondo di Mafalda e l’estro ironico di Joaquin Salvador Lavado Tejon, in arte Quino.
Una mostra nata per i piu’ piccoli ma che diverte ad ogni eta’: a me ha fatto molto piacere ritrovare una figura mitica degli anni ‘70/’80 che campeggiava su diari e quaderni, di cui oggi si sono perse un po’ le tracce sui giornali che non pubblicano piu’ le sue fulminanti strisce.
La mostra e’ attualmente a Voghera (PV) fino all’ 8/5, poi si spostera’ a Perugia fino alla fine di giugno e terminera’ il 31/10 a Jesolo (VE).


Mafalda

Be Cool / Get Shorty

Getshorty

Prima di andare al cinema a vedere Be Cool (la recensione e’ qui) ho rivisto Get Shorty nell’edizione speciale a due dvd.
Pur non essendo un capolavoro, il primo capitolo della saga di Chili Palmer ha mantenuto inalterata nel tempo la sua divertente freschezza poco impegnativa che lo rende ancora oggi un film molto godibile.
L’edizione del dvd e’ molto piacevole e qualitativamente buona. Gli extra rispecchiano la natura un po’ sbruffona del mondo hollywoodiano infatti nelle featurette i protagonisti si prendono dei meriti che il regista nel commento audio aveva attribuito a se stesso (John Travolta ad esempio sostiene di aver voluto personalmente che fosse inserita la scena in cui Chili Palmer va al cinema a vedere L’infernale Quinlan).
E’ molto divertente la scena tagliata del cimitero con il cameo di Ben Stiller nei panni di un giovane regista appena uscito dall’universita’ che gira uno degli horror di Harry Zimm con dei movimenti di macchina assurdi per dimostrare le proprie capacita’ e che viene ripreso dal produttore gaglioffo che vuole inquadrature piu’ prosaiche che inchiodino lo spettatore alla sedia.
L’extra piu’ interessante e’ quello che narra la genesi del libro e la sua trasposizione sul grande schermo: e’ ormai noto che il personaggio di Travolta e’ ispirato a una persona realmente esistente: Ernest “Chili” Palmer, ex strozzino di Brooklyn poi diventato investigatore privato. Elmore Leonard lo conobbe casualmente sul finire degli anni ‘70 e si appassiono’ alle sue vicende, in Get Shorty compare brevemente all’inizio del film come “picciotto” di Ray Barboni.
Mi ha molto divertito trovare un blooper in questo extra: per l’inserto a Las Vegas, Leonard racconta di essersi documentato accuratamente tramite un aiutante che gli mandava foto e descrizioni dettagliate dei grandi casino’ e a testimonianza di questo una voce fuori campo legge alcune righe del romanzo scritte in sovrimpressione su un resort con tanto di pagina da cui e’ tratta la citazione, purtroppo l’albergo scelto per illustrare la narrazione e’ Il Bellagio, ancora in costruzione alla meta’ del 1998 mentre il romanzo e’ stato scritto nel 1990!
Tra i contenuti speciali si puo’ anche trovare un anticipazione di Be Cool, e forse proprio per spingere il nuovo film, il dvd si trova facilmente in offerta: io l’ho trovato a meno di 12 euri al Bennett.

Il resto di niente

Restodiniente

Liberamente ispirata al romanzo omonimo di Enzo Striano, la vita di Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della repubblica partenopea del 1799 rivissuta dalla protagonista in attesa di subire la pena capitale.




Un film ammaliante, con la bellezza pura e fredda di un cristallo.
Geniale la capacita’ di fare di un budget ridotto all’osso il punto di forza della pellicola, puntando su una scenografia naturale perfetta per sottolineare la delicata miscela tra cinema e linguaggio teatrale con i bellissimi disegni di Oreste Zevola a raccordare i vari momenti storici (nel suo sito una selezione d’immagini tratte da film).
Dal punto di vista cinematografico emerge chiaramente la lezione degli ultimi lavori storici di Rossellini e in alcuni momenti la ricostruzione di un barocco quasi onirico richiama le atmosfere de Il Casanova di Federico Fellini.
E’ una coincidenza quantomeno singolare che in poco tempo entrambe le eroine della repubblica napoletana siano state celebrate sullo schermo: lo scorso anno infatti i Fratelli Taviani dedicarono uno sceneggiato televisivo all’altra figura femminile di quel contesto storico: Luisa di SanFelice, interpretata da Laetitia Casta. Se il modello proposto dai Taviani non si discostava da quello classico di un’eroina romantica che si trova invischiata nella Storia per seguire il suo sogno d’amore, Antonietta de Lillo ci racconta la presa di coscienza di se’ da parte di una donna, molto in anticipo sui tempi, che abbandona il matrimonio d’interessi con un uomo rozzo e che pone la sua cultura e la sua intelligenza al servizio della sua missione politica: sono molto belle e sentite le scene in cui insegna a leggere e scrivere alla sua domestica e quella in cui vede nello spettacolo dei burattini un modo per comunicare con il popolo: il problema della comunicazione tra una classe colta e intellettualizzata e un popolo tenuto nell’ignoranza e nella fame e’ sicuramente tra i temi centrali del film e per quanto le cose siano cambiate, la difficolta’ di riuscire a comunicare le proprie idee e’ ancora un problema attualissimo.
Ottima la prova del cast, dove spicca una Maria De Medeiros quasi titanica nei panni della protagonista, in grado di essere credibile nel ruolo della timida fanciulla e in quello della donna dai capelli imbiancati (quasi il contraltare di Maria Antonietta) che attende che si compia il suo destino.