Dillinger è morto

Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg, Gino Lavagetto, Mario Jannilli, Carole André, Annie Girardot, Carla Petrillo, Adriano Aprà
regia di Marco Ferreri



Dillinger è morto

Una sera Glauco, ingegnere che progetta maschere antigas, torna a casa e trova la moglie a letto con l’emicrania, la cameriera è fuori e l’uomo decide di prepararsi la cena. Frugando in dispensa trova una vecchia pistola avvolta in un giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger e mentre cucina inizia a smontare e ripulire l’arma poi la dipinge, rendendola un oggetto d’arte ma alla fine spara alla moglie e lascia la casa, imbarcandosi come cuoco in una nave che fa rotta verso Tahiti.




Dillingerèmorto

A 50 anni dall’uscita del film la potenza di Dillinger è morto è ancora dirompente anche per la sua sconvolgente attualità: quanto è più veritiero oggi il discorso del collega sull’aderenza dell’individuo alla società dei consumi

In queste condizioni di uniformità la vecchia alienazione diventa impossibile; quando gli individui si identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compiacimento e soddisfazione il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata

Estremamente moderno anche l’uso dei diversi media: radio e stereo formano una colonna sonora che passa dall’essere diegetica all’extradiegetica senza soluzione di continuità sottolineando la mancanza di senso dell’esistenza ma è soprattutto nell’audiovisivo che Ferreri anticipa i tempi: la televisione è in bianco e nero ma intercetta totalmente l’attenzione di Glauco che la sposta in vari punti della casa per poi immergersi nei filmini delle vacanze “entrando” nelle immagini come promettono le più innovative esperienze virtuali odierne mentre la scoperta del giornale che riporta la notizia della morte di Dillinger lascia spazio a immagini di repertorio, il famigerato bandito americano rappresenta l’ultimo grande ribelle, quindi il titolo Dillinger è morto non si riferisce solo al titolo del giornale che avvolge la pistola ma ribadisce la sconfitta di ogni forma di lotta, eversiva e romantica alla società dei consumi.




Dillingerèmorto

Dillinger è morto è praticamente un film senza trama, dove non succede nulla a livello drammaturgico, i dialoghi sono minimi e Michel Piccoli è ammirevole per la sua capacita di stare in scena tutto il tempo, spesso da solo a compiere banali gesti quotidiani eppure questo film apparentemente così poco appetibile, “noioso” sa rendere il dramma della fine della borghesia meglio di tanti altre pellicole: Glauco ha tutto, un lavoro di successo, una bella moglie, una bella casa, una cameriera piacente e compiacente eppure soddisfatte le pulsioni basilari, il cibo il sesso, non resta che la morte come ultima conclusione: la mancanza di coraggio di suicidarsi porta Glauco a uccidere la moglie, un gesto per liberarsi delle convenzioni poi l’uomo trova un’incredibile via di fuga nel veliero attraccato al largo della Grotta di Byron che sta partendo per Tahiti: l’imbarcazione è di proprietà di una donna, torna la speranza nel femminile tipica di Ferreri incarnata nella non accreditata Carole Andrè; ma il rosso del tramonto vira in un effetto da film horror a significare che ogni via di fuga ha comunque la medesima mortale destinazione.




Dillinger è morto

Un film così poco convenzionale ha la sua forza nelle immagini, quelle composte dal regista, quelle eleganti degli interni dove domina sempre il rosso, colore simbolo di passione come di morte e un ulteriore supporto è dato dai riferimenti artistici: il film è stato girato nell’appartamento di Mario Schifano, salvo le scene in cucina girate in quella vera di Ugo Tognazzi. La scelta di ambientare il film nella casa di un artista non è certo casuale: alle pareti vediamo alcuni dipinti del più celebre artista pop italiano mentre la pistola tinta di rosso con i puntini bianchi non può che richiamare Roy Lichtenstein di cui vediamo una riproduzione della copertina del Time del 1968; tra le contaminazioni artistico-sperimentali sono da menzionare anche i bellissimi giochi mimici delle mani ideati da Maria Perego; anche la via di fuga trovata ha un richiamo artistico: a Tahiti cercò rifugio Gauguin morendo poi di sifilide in Polinesia.

Io confesso

I confess
USA 1953 Warner Bros
con Montgomery Clift, Anne Baxter, Karl Malden, Brian Aherne, Roger Dann, Dolly Haas, Charles André, O.E. Hasse, Judson Pratt, Ovila Légaré, Gilles Pelletier
regia di Alfred Hitchcock




Io confesso


Il sacrestano Otto Keller confessa a padre Logan di aver ucciso un uomo per derubarlo, certo che il prete non possa rivelare la sua colpevolezza ammessa sotto il vincolo del sacramento: ma il sacerdote reggerà il peso della sua missione quando sarà mandato a processo al posto dell’omicida? Anche padre Logan infatti conosceva Villette che ricattava la ex fidanzata, perché l’aveva sorpresa insieme a Michael, lui non ancora prete ma lei già sposata.



Iconfess


Flop commerciale al botteghino e film non amato da Hitchcock che nel famoso libro intervista con Truffaut ammette che manca il tocco comico e ritiene che il film non avrebbe dovuto esser girato perché il vincolo della confessione non è chiaro per i non cattolici.
Mancano effettivamente i tocchi comici che caratterizzano i capolavori del regista e anche lo stile di regia è virtuoso ma cupo con i dettagli delle chiese, crocifissi, statue, campanili, che incombono suoi personaggi; penso però, che la drittura morale di padre Logan possa essere comprensibile anche fuori da un discorso religioso: è un uomo che crede in un principio e vi si attiene e il bello del film sta nel mostrare le titubanze del prete, quando guarda l’abito in vetrina, rese con grande sottigliezza da Montgomery Clift.




Ioconfesso


Anche i cartelli iniziali che conducono al corpo della vittima sembrano indicare l’unico percorso possibile per padre Logan che viene messo alla prova come dimostra la ripresa da dietro la statua della Via Crucis: al sacerdote non solo verrà chiesto di mantenere il segreto della confessione ma dovrà subire un processo che lo riconosce innocente solo per insufficienza di prove, rischiando di venir linciato dalla folla, cosa che spinge Alma, la moglie del sacrestano, a gridare la sua innocenza spingendo il marito ad ucciderla.




I confess


Da colpevole ad eroe è quasi un attimo per padre Logan e anche la ex fidanzata Ruth Grandefort comprende che Michael non ha scelto la chiesa perché non poteva avere lei: la sua è una scelta irrevocabile.

La frusta e il corpo

La frusta e il corpoThe Whip and the Body
Italia 1963, Titanus
con Daliah Lavi, Christopher Lee, Tony Kendall, Ida Galli, Harriet Medin, Gustavo De Nardo, Luciano Pigozzi
regia di Mario Bava aka John M. Old

Kurt, primogenito del conte Menliff, diseredato per aver sedotto e indotto al suicidio la figlia della governante, torna al castello quando viene a sapere che il fratello minore Cristiano ha sposato Nevenka, la sua promessa sposa, in poco tempo riprende il morboso rapporto tra i due ex amanti ma Kurt viene assassinato; ad essere sospettato è il padre, l’unico in casa al momento dell’omicidio ma quando anche il conte viene ucciso, Cristiano inizia a pensare che il crudele fratello abbia solo finto la propria morte per vendicarsi ma la realtà è molto diversa..

La frusta e il corpo è noto per la descrizione del rapporto sadomasochistico che lega Kurt e Nevenka: il film fu vietato ai minori di 18 anni per problemi di censura, i tagli non furono imposti dai censori ma decisi dalla distribuzione per permettere la visione dai 14 anni in su.




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Vittime della crudeltà di Kurt, tutti i sei abitanti del castello avrebbero più o meno un motivo per ucciderlo, scatenando una ridda di sospetti che si acuiscono con la morte del vecchio conte rendendo la situazione sempre più intrigante e morbosa, a sostegno della venatura sadomaso data dal legame tra i due amanti.




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Un piccolo horror di atmosfera che potrebbe essere uscito dalla factory di Corman visto che tutta la produzione figura con uno pseudonimo inglese, molto struggenti le musiche di Carlo Rustichelli che si firma Jim Murphy ma il capolavoro è certamente la fotografia di David Hamilton e cioè Ubaldo Terzano.




La frusta e il corpo


Penso che La Frusta e il corpo sia in realtà un tributo al cinema espressionista tedesco non solo per l’uso appunto espressionista delle ombre, ma anche i giochi di luce alterano le geometrie del castello con un gusto tipicamente espressionista e i colori vivaci che parrebbero riprendere l’estetica pop anni ’60 in realtà sono gli stessi dei viraggi dei film muti, lo stesso tema di sudditanza psicologica verso l’aguzzino è caratteristico della filmografia espressionista.

Come un gatto in tangenziale

Italia 2017
con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Claudio Amendola, Luca Angeletti, Antonio D’Ausilio, Alice Maselli, Simone de Bianchi
regia di Riccardo Milani


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Giovanni è a capo di una think tank che sta compiendo uno studio per il Parlamento Europeo sulla riqualificazione delle periferie, tornato a Roma viene a sapere che la figlia, Agnese ha un nuovo fidanzatino, Alessio, che abita proprio in una delle periferie romane più problematiche, Bastogi. Nonostante gli insegnamenti di eguaglianza che la ragazzina sembra seguire alla lettera, Giovanni non è tranquillissimo riguardo la provenienza del ragazzo e si mette a seguire la coppietta, come del resto fa Monica, la madre di Alessio altrettanto preoccupata della nuova frequentazione del figlio..



Comeungattointangenziale


Ho recuperato in tv Come un gatto in tangenziale, il film che vanta il maggior incasso della stagione, attratta soprattutto da Antonio Albanese che seguo fin dagli esordi di Epifanio e Alex Drastico.
Il film è divertente, sorretto dalla bella prova attoriale dei due protagonisti, pur non riservando nessuna sorpresa per quel che concerne il plot e puntando unicamente sulla contrapposizione dei due mondi ad esempio la multisala contrapposta al cinema d’essai, la spiaggia burina e affollata contrapposta alla quiete chic di Capalbio.
Sono azzeccate alcune figure di contorno come le gemelle obese Pamela e Sue Ellen, dipendenti dalla tv come testimonia il nome e dallo shopping compulsivo, eufemistica giustificazione dei loro furti.



Come un gatto in tangenziale


Quello che ha reso la pellicola il successo della stagione è certamente la rappresentazione di due mondi inconciliabili, dove quello che dovrebbe progettare il futuro vive rinchiuso in una torre d’avorio: gustoso anche il personaggio della ex moglie che coltiva lavanda in Provenza, il cui completo straniamento dalla realtà con cui si deve confrontare è reso molto bene da Sonia Bergamasco.
Un film che con un piccolo sforzo di osservazione ha fotografato perfettamente la realtà italiana anticipando anche il risultato delle urne e spiegandolo meglio di molti politologi, dimenticando lo spunto altissimo di Indovina chi viene a cena (anche in quel caso la figlia prendeva troppo alla lettera gli insegnamenti progressisti dei genitori) e una certa similitudine con i mondi in collisione di Ferie d’agosto di Virzì, film di cui Come un gatto in tangenziale rappresenta una sorta di reboot aggiornato ai nostri giorni, soprattutto nella semplificazione dello scontro sociale e conseguentemente (?) della trama filmica.

Amore e ginnastica

Amoreeginnastica

Italia 1973
con Senta Berger, Lino Capolicchio, Adriana Asti, Antonino Faà Di Bruno, Benjamin Lev, Renzo Marignano
regia di Luigi Filippo D’Amico

L’ex seminarista Simone Celzani, ora segretario dello zio, è follemente innamorato della signorina Pedani, un’inquilina dello stabile dello zio, maestra di ginnastica esclusivamente dedita alla causa dell’educazione fisica, tanto da rifiutare ogni proposta di matrimonio, a differenza della coinquilina Elena Zibelli che spera solo di trovare un innamorato.

Nel 1973, nel pieno fiorire delle commedie scollacciate, spunta questa graziosa commedia tratta dall’omonimo romanzo breve di Edmondo De Amicis, che si caratterizza per trattare con pudico divertimento le pene amorose del giovane Celzani, verso la prorompente maestrina che nelle esercitazioni pubbliche delle sue allieve procura scandalo con l’involontaria esibizione dei mutandoni delle giovinette.
Se il segretario è completamente incapace di gestire la passione per Maria Pedani, limitandosi a fare di tutto per incrociarla sulle scale e dimenticandosi di chiederla in moglie nella lettera in cui le confessa i suoi sentimenti, la signorina Zimbelli è il suo contraltare: coinquilina, collega e amica del cuore di Maria, s’illude ogni volta di aver trovato uno spasimante che regolarmente è attratto dall’energica Pedani. Alla fine la povera signorina abbandonerà la convivenza con l’amica, incapace di gestire una presenza così ingombrante.



Amoreeginnastica


Simone Celzani invece trova l’aiuto di un altro coinquilino del palazzo, l’ingegner Ginoni che gli spiegherà come conquistare l’indifferente signorina Pedani ma anche questo aiuto verrà meno quando Simone e il figlio dell’ingegnere si sfideranno a duello per la bella insegnante, ad attirare l’attenzione di Maria sarà utile solo la ginnastica di cui Celzani si finge cultore pur di colpirla.



Amore e ginnastica


Una commedia graziosa che punta sulla nostalgica ricostruzione della Torino che fu: l’azione si svolge nel 1892 con i costumi e le scenografie perfette di Giancarlo Bartolini Salimbeni e anche gli esterni girati in città ripropongono angoli immutati.

L’illazione

L'illazione

Italia 1972
con Lelio Luttazzi, Anna Saia, Mario Valdemarin, Annabella Incontrera, Alessandro Sperli, Anny degli Uberti
regia di Lelio Luttazzi

Lo scrittore Decio Martinoli approfitta della visita di un magistrato, Cesare Calò, a cui deve mostrare un terreno in vendita, per organizzare una cena ed esporre il caso dell’altro convitato e la moglie e chiedere consiglio: Lorenzo, medico di fama, da un anno riceve lettere anonime che lo accusano di aver celato l’eutanasia del figlioletto malformato dietro un presunto intervento all’estero. Quello che voleva essere un tentativo d’aiuto si trasforma in una sorta di linciaggio della coppia su cui i partecipanti alla cena riversano le proprie fantasie..

L’unica regia di Lelio Luttazzi nasce dopo l’esperienza di malagiustiza toccatagli nel 1970 quando a causa di un intercettazione il celebre divo della televisione si fa quasi un mese di carcere per spaccio di droga. Il presentatore fu completamente scagionato ma l’esperienza lo segnò profondamente e girò questo piccolo film di circa un’ora per la RAI che però non lo trasmise mai. Il film è stato restaurato e presentato al pubblico nel 2011, a un anno dalla morte dell’artista triestino.




L'illazione


L’illazione è una sorta di kammerspiel ambientato nella campagna romana dove lo scrittore vive con la compagna Paola praticando esplicitamente la coppia aperta, come era di moda in quegli anni. Abitano vicino alla casa di campagna dei Banfield, lui medico di successo lei bellissima e algida, una coppia funestata dalla nascita di un bambino subnormale (sic!) morto durante un intervento all’estero. A Lorenzo Banfield, medico italiano, non si perdona il fatto di essersi rivolto alla medicina straniera e inizia lo stillicidio delle lettere anonime.
Il magistrato a cui Decio pensa di chieder consiglio è un professionista integerrimo e severo le cui posizioni politiche sono sicuramente diverse da quelle degli “intellettualoidi” Decio e Paola con cui il magistrato si scontra da subito.
Quando Paola racconta di aver visto del fumo uscire dalla villa disabitata dei Bonfield, il magistrato, non si schiera dalla parte della coppia, pur conoscendo il loro dramma, ma inizia una serie di domande inquisitorie che scatenano le fantasie degli astanti: sua moglie che si vanta di possedere facoltà medianiche immagina la madre di Lorenzo, descritta scherzosamente da Decio come bellissima e crudele, confidarle una serie di infanticidi per mantenere incontaminata la bellezza di famiglia, Paola, che ha un debole per Lorenzo, immagina che la villa sia il luogo dove il medico porti le sue giovani amanti per sedurle mentre Calò ipotizza l’arresto della bella Monica, autrice materiale dell’omicidio del figlioletto.




Lillazione


Quando Decio si accorge che la situazione sta sfuggendo di mano, decide di fare un sopralluogo alla villa e si scoprirà che nei mesi invernali ci vive il custode, una conclusione ovvia e banale come vuole il rasoio di Occam.
Se il messaggio del film è chiaro, risulta interessante anche lo stile di regia, sicuramente semplice ma in grado di restituire le atmosfere malate delle varie fantasie, con una deriva mistery tipica della produzione televisiva dell’epoca.

La Bella Addormentata nel Bosco

The Sleeping Beauty
USA 1959 Disney
regia di Clyde Geronimi, Eric Larson, Wolfgang Reitherman, Les Clark




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I festeggiamenti della nascita della principessa Aurora sono funestati dall’arrivo della strega Malefica, che offesa per non esser stata invitata, profetizza che la bella principessina morrà al compimento del sedicesimo anno d’età pungendosi con un fuso. Fortunatamente Serena, l’ultima delle tre fate buone non aveva ancora espresso il suo augurio e riesce a trasformare la morte di Aurora in un sonno a cui porrà fine solo un bacio d’amore. Le tre fate buone si rifugiano nel folto del bosco dove allevano Aurora con il nome di Rosaspina senza ricorrere alla magia per non farsi scoprire da Malefica e cercare di sfuggire alla sua maledizione ma il giorno del compleanno di Rosa per ultimare l’abito con cui rientrare a palazzo, le tre fate ricorrono alla magia attirando l’attenzione della strega che può così portare a termine il suo piano ma quello stesso giorno Rosa ha incontrato nel bosco il principe Filippo a cui è promessa fin dalla nascita e tra i due è nato l’amore..




Sleepingbeauty


La Bella Addormentata nel Bosco è il sedicesimo classico Disney, un progetto molto ambizioso che occupò gli studi d’animazione per quasi un decennio puntando su molte innovazioni tecniche come la presentazione in 70mm e la stereofonia a sei canali ma all’uscita la pellicola non ottenne un grande successo né di pubblico né di critica tanto che le fiabe classiche come le precedenti Biancaneve e i sette naniCenerentola furono abbandonate fino al 1989 quando venne realizzata La Sirenetta.




SleepingBeauty


Probabilmente l’idea di appoggiarsi alla fiaba classica che aveva avuto due illustri antesignane, fu scelta proprio per potersi dedicare alle innovazioni tecniche ma si rivelò un’arma a doppio taglio perché sorse la necessità di distinguere nettamente personaggi e situazioni che potevano riallacciarsi alle opere precedenti.

Bellaaddormentata

Benché Walt Disney, occupato in altri progetti commerciali, seguisse poco la lavorazione del film, La Bella Addormenta nel Bosco è quello che forse rispecchia di più il suo desiderio di collegare i suoi lungometraggi alla storia dell’arte. Ambientando la vicenda nel XIV secolo, il modello a cui ispirare il disegno diventa il Rinascimento tedesco e le miniature de Les Très Riches Heures du duc de Berry, il cui azzurro intenso caratterizza gli abiti di Re Uberto, padre di Filippo.
Se la storia stenta un po’ a partire i momenti migliori arrivano quando Malefica scopre il nascondiglio della principessa: la sequenza dell’ipnosi di Aurora e quella del combattimento di Filippo con il drago s’ispirano alle classiche ispirazioni orrorifiche di Walt Disney: il simbolismo e l’espressionismo cinematografico tedesco.

Tonya

I  Tonya

La storia della campionessa Tonya Harding, la prima americana a eseguire un triplo axel, mal tollerata nell’ambiente del pattinaggio artistico che non amava esser rappresentato da un’atleta potente ma non elegante, ribelle al punto di esibirsi su brani rock dei ZZ Top. La carriera altalenante, anche a causa di una madre cinica e soprattutto di un marito violento, termina bruscamente nel 1994, quando alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer Tonya viene accusata di aver organizzato l’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan.

Quando nel 1994 esplose la notizia di una pattinatrice che aveva fatto rompere una gamba a una compagna di squadra per guadagnare il posto nella nazionale olimpica non seguì molto la vicenda che pure imperversava su tutti i media perché la trovavo troppo folle per appassionarmi: il film di Craig Gillespie restituisce perfettamente l’atmosfera grottesca della vita di Tonya Harding che culmina nell’aggressione che all’epoca aveva dell’incredibile ma a scalzare Tonya e i suoi (presunti?) pestaggi dalle prime pagine fu un altro crimine ancor più delirante: quello di O.J.Simpson caratterizzato dalla rocambolesca fuga inseguito dalle forze dell’ordine.




Tonya


La storia di Tonya è il rovescio della medaglia del sogno americano: una bambina che nutre la passione del pattinaggio fin da piccolissima e la cinica madre, LaVona intuisce da subito che quello della figlia è un vero talento e la stimola a modo suo, a suon di provocazioni e disistima. Tonya diventa un’atleta potente, ma non sviluppa l’eleganza che caratterizza il suo sport anche a causa delle difficili condizioni economiche che la costringono a cucirsi i costumi da sola.
Nella sua vita ci sarebbe il materiale per farne un’eroina da fiaba Disney ma il motore della sua grinta è la rabbia per l’affetto negato della madre, la violenza del marito e le palesi ingiustizie subite dalle giurie, non c’è spazio e voglia per sviluppare la grazia necessaria al pattinaggio artistico e così Tonya Harding diventa un personaggio che è facile odiare.




Tonya


Ciliegina sulla torta è l’assurdo Shawn Eckhardt, l’amico più caro di  Jeff Gillooly, il marito di Tonya talmente inetto da affidarsi a questo individuo dai palesi disturbi mentali: fino a che punto Tonya (e in fondo anche il marito) siano coinvolti nell’aggressione di Nancy Kerrigan non sarà mai chiaro ma che Ekchardt e i suoi delinquenti sfigati, peggiori di quelli dipinti dalla serie tv Fargo, abbiano trasceso il tentativo di intimidazione trasformandolo in aggressione è lampante o forse i deliri di onnipotenza di Eckardt si spingono fino ad accollarsi una perversione criminale che in realtà non possiede.
Tonya, che si è imposto all’attenzione per le ottime prove attoriali delle due protagoniste (Allison Janney ha fatto incetta di premi, tra cui l’Oscar) è un film notevole anche per il taglio registico, un mockumentary che con materiale reale sottolinea il lato ridicolo di una potenziale tragedia americana, troppo assurda per diventare tale e così non merita neppure un biopic, se non travestito da falso documento.

Preferisco l’ascensore!

SafetyLast

Safety Last!
Usa 1923
con Harold Lloyd, Mildred Davis, Bill Strothers, Noah Young, Westcott Clarke, Mickey Daniels, Anna Townsend
regia di Fred C. Newmeyer e Sam Taylor

Harold è andato in città per far fortuna ma trova un modesto impiego in un grande magazzino e si toglie anche il pane di bocca per inviare regali alla fidanzata rimasta al paesello. La ragazza, convinta che abbia fatto carriera, lo raggiunge per coronare il loro sogno d’amore, in realtà Harold sta rischiando di perdere il posto ma ascoltando casualmente il direttore del grande magazzino in cerca di una trovata pubblicitaria per rilanciare l’azienda, gli propone la sensazionale scalata dell’edificio da parte del suo compagno di stanza ma per una serie di circostanze sarà Harold stesso a doversi arrampicare sul grattacielo.

Harold Lloyd è considerato il terzo genio della comicità americana dopo Chaplin e Buster Keaton, la sua è una maschera che incarna perfettamente lo spirito dei Roaring Twenties: ottimismo e una buona dose d’incoscienza che portano il commesso a scalare un grattacielo per potersi sposare nel suo film più famoso, Preferisco l’ascensore! dove l’immagine di Lloyd penzolante dall’orologio mezzo divelto è diventata iconica, citata in diversi film da Ritorno al futuro a Hugo Cabret.



SafetyLast!


Il film parte come una classica comica in stile Hal Roach, giocando sul misunderstanding: la prima inquadratura con musica funerea sembra rappresentare un carcerato prossimo alla pena di morte ma la corda d’impiccagione sullo sfondo è un ammennicolo per i treni e la scena straziante è solo l’addio della fidanzata e della madre di Harold che sta partendo verso la grande città.
Harold è un giovane che non si perde mai d’animo, sia che debba nascondersi dalla padrona di casa che cerca la pigione o che debba entrare al lavoro senza far capire di essere in ritardo al capo reparto.



Preferiscolascensore


Come in ogni comica che si rispetti lui e il suo amico finiscono per inimicarsi un poliziotto solo perché hanno fatto uno scherzo al poliziotto sbagliato: Harold era convinto di scherzare con un compaesano ritrovato in città ma non si è accorto dello scambio di persona e il poliziotto prende di mira l’amico che per questo motivo non potrà eseguire la scalata del grattacielo, Harold dovrebbe scalare solo il primo piano e poi esser sostituito dal vero scalatore ma una serie d’inconvenienti lo costringerà ad arrampicarsi per tutti i dieci piani così la classica comica guadagna una sequenza divertente sì, ma angosciante entrata di diritto nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema anche per la grande abilità tecnica: alle scene girate all’altezza reale con piattaforma di sicurezza sottostante se ne aggiungono altre girate sul tetto con un preciso gioco prospettico che restituisce l’esatta angolazione dei dintorni del palazzo.

La tana del serpente bianco

The Lair of the White WormThe Lair of the White Worm
GB 1988
con Amanda Donohoe, Hugh Grant, Peter Capaldi, Catherine Oxenberg, Sammi Davis, Paul Brooke
regia di Ken Russell

Angus Flint, giovane archeologo scozzese, trova uno strano teschio scavando nel giardino della pensione inglese gestito da due sorelle rimaste orfane dopo l’improvvisa sparizione dei genitori l’anno precedente. La sera stessa del ritrovamento si tiene la festa tradizionale del villaggio che commemora la vittoria del lord locale su uno spaventoso serpente che infestava la zona, in questa occasionne Flint conosce James d’Ampton, discendente del lord in questione e nella stessa notte viene ritrovato l’orologio da taschino del padre delle sorelle Trent. Anche Lady Sylvia Marsh è tornata a vivere a Temple House e ben presto James intuisce che la leggenda che riguarda il suo antenato e le nuove sparizioni nel villaggio sono collegate all’enigmatica vicina..




Latanadelserpentebianco


Dall’omonimo racconto di Bram Stoker, Ken Russell trae un horror che si mantiene fortunosamente in bilico tra ironia e umorismo involontario e risulta affascinante perché non sempre si capisce quando si scade da un confine all’altro.
L’ironia sta certamente nelle battute su morsi e bocconi, sulle continue anticipazioni di tubi bianchi, dalla gomma da giardino al tubo dell’aspirapolvere che introducono la presenza del serpente bianco.
Le allusioni alla lotta tra la religione pagana e il cristianesimo con delirio di monache stuprate dai legionari romani guidati dalla sacerdotessa di Dionin o le scene con falli posticci scadono nell’umorismo involontario come il lancio della mangusta sventrata.




Latanadelserpentebianco


La sequenza onirica che permette a James di intuire la verità dietro la leggenda, ha dei momenti validi: il quadro che immortala l’antenato come un San Giorgio locale che uccide il serpente o drago, lascia il posto al solo sfondo della caverna che rivela uno stile surreale alla Magritte, perfetto per la dimensione onirico rivelatoria con un momento di geniale ironia quando le due hostess lottano sotto gli occhi di James la cui eccitazione è rivelata dal sollevamento della matita che tiene in mano.




La tana del serpente bianco


Ken Russell è quindi cosciente di fare un film mediocre, puramente alimentare che sfrutta la scia del successo di Gothic e gioca con la sua stessa svogliatezza impreziosendola con alcune citazioni cinematografiche: alla televisione passa un frammento di un film di Méliès, Lady Sylvia per non farsi scoprire, brucia un gioco nel camino sussurrando “Rosebud” e la locandina stessa del film richiama il balletto iniziale de Il culto del cobra.