Daun di atas bantal
Indonesia (1998)
Regia di Garin Nugroho
Le vicende di tre ragazzini di strada nei bassi fondi di Jakarta
raccontate nella loro cruda quotidianita’ fatta di furti, sesso e fumi
di colla fino alle morti assurde: Kancil non vede una galleria mentre
e’ seduto sul tetto del treno, troppo intento a rimirare il cuscino che
vorrebbe portare alla famiglia nel suo villaggio natale, Heru
assassinato dal miraggio di soldi facili, mettendosi nelle mani di
mafiosi che gli forniscono una falsa identita’ (i ragazzi di strada non
sono iscritti all’anagrafe, ovviamente) per poi eliminarlo e prendersi
i soldi dell’assicurazione. Sugeng ucciso per errore e a cui viene
rifiutata la sepoltura sempre per la mancanza di un’identita’
riconosciuta.
Come dice la didascalia iniziale il film si ispira, purtroppo a
storie vere e il regista mantiene un taglio documentaristico, anche se
pudico e delicato, con la cinepresa che ci mostra la vita dei
protagonisti sempre da un punto di vista oggettivo: ragazzini che si
muovono sulla sfondo di una citta’ indifferente e rumorosa, simile a
tutte le altre bidonville del mondo e anche il look di Heru non e’ poi
diverso da quello di un ragazzino nero del ghetto americano.
Anche questa e’ globalizzazione…
Parlando come gattofila devo dire che il film e’ poco soddisfacente nella ricostruzione etologica della vita felina: oltre a qualche svarione comportamentale (difficilmente un micio si ingozza senza valutare bene i bocconi) si cade sempre nel solito cliche’ del gatto inteso come animale inaffidabile. Detto questo l’ unico interrogativo che solleva il film e’: meglio Halle Berry o Sharon Stone?