Blade

USA 1998, New Line Cinema
con Wesley Snipes, Stephen Dorff, Kris Kristofferson, N’Bushe Wright, Donal Logue
regia di Stephen Norrington




Blade


Eric Brooks conduce una battaglia solitaria contro i vampiri che stanno sempre più egemonizzando il mondo; il suo unico aiuto è  Abraham Whistler, a cui i vampiri hanno sterminato la famiglia e che ha spiegato a Eric detto Blade qual è la sua vera natura di ibrido. Inseguendo Frost, il più crudele dei vampiri, Blade salva dal contagio l’ematologa Karen Jenson che lo aiuterà a sconfiggere definitavemente Frost ma quando deve scegliere se iniettarsi un siero che lo renderà completamente umano, Blade preferisce tenere i poteri derivanti dalla sua condizione di ibrido e continuare a lottare contro i vampiri.



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Tratto da un fumetto della Marvel, il primo capitolo della trilogia di Blade presenta qualche lungaggine di troppo nella trama ma resta comunque un film di culto soprattutto per essere stato il primo film in cui si mostra il  bullet time, l’effetto speciale che mostra il percorso di una pallottola, tecnica che verrà molto sfruttata da Matrix, di cui Blade anticipa anche l’uso delle arti marziali e il look total black con spolverino come divisa del protagonista.


Blade


Un altro punto interessante, quasi profetico delle paranoie contemporanee, è quello di mostrare i vampiri come i capi di una multinazionale che tramano nell’ombra per dominare il mondo ma la loro lenta (e fino a quel punto inesorabile) progressione non rispecchia i progetti di Frost che vuole dominare il mondo grazie ad un antico rituale che per essere attuato necessita proprio
del sangue di un diurno come Blade, nato da una madre assalita da un vampiro poco prima di darlo alla luce: il DNA del feto si è mescolato a quello del vampiro dando vita a un essere che ha i poteri dei vampiri senza averne i difetti ad esempio non ha problemi con la luce del sole.



Blade


Ad aggredire la madre di Blade era stato lo stesso Frost ma la madre non era morta come aveva sempre creduto Eric e se la ritrova davanti poco prima che inizi il rito. Il momento vorrebbe essere straziante e/o tentatore ma trovo che sia la parte più debole del film che regge bene nella ruvida determinazione di Blade e Whistler di portare avanti da soli la loro battaglia.

The jacket

Lui e’ Jack,
lei e’ Jackie
e sono i protagonisti di The jacket
E’ sufficiente notare questo monotono scioglilingua tra nomi e titolo per capire la genialita’ di questa bislacca vicenda, miei cari lettori! Ma se volete approfondire, posso continuare..

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Jack e’ partito soldato nella prima guerra del golfo del 1991, ferito alla testa viene creduto morto, ma riesce a salvarsi. Rimpatriato viene trovato svenuto su una strada deserta del Vermont accanto al cadavere di un poliziotto. Al risveglio Jack non ricorda quasi nulla ma e’ certo di non essere l’assassino. Processato, viene internato in manicomio; la casa di cura che lo ospita e’ diretta dal dottor Becker, che usa i suoi pazienti come cavie per bizzarri esperimenti con sostanze psicotrope che causano strane conseguenze..

The jacket presenta al suo inizio brevi immagini che dipingono l’evoluzione della figura del soldato nella storia del cinema: e’ evidentissimo, in una fugace inquadratura dell’ospedale militare, il richiamo a Uomini di Zinnemann, esordio cinematografico di Marlon Brando, e la camminata solitaria lungo le strade del Vermont riprende il rientro dal Vietnam di Rambo. Se nel film del 1950 Brando esprimeva tutta la sua fisicita’ repressa nel ruolo di un reduce costretto su una sedia a rotelle, la pellicola con Stallone fu il trionfo della potenza umana, mentre questo reduce moderno ha il volto (e il fisico) scarno e quasi ascetico di Adrien Brody, quasi a dimostrare l’inadeguatezza psicologica dell’uomo nei confronti della guerra.
Con un incipit simile l‘opera avrebbe potuto prendere molte importanti direzioni: la denuncia degli abusi sui soldati inviati in Irak, lo psico-thriller, ma preferisce optare per la piu’ banale lovestory a lieto fine con venature paranormali.
Il regista John Maybury ha dichiarato di voler mischiare diversi generi in questa pellicola e la conseguenza e stata quella di ottenere un prodotto nebuloso, che non riesce ne’ a spaventare, ne’ tanto meno ad appassionare, anzi ci si domanda perche’ una volta di piu’ gli infermieri e i direttori delle case di cura siano, al solito, dei pazzi furiosi, per giunta sadici. Il rimando piu’ evidente, per fotografia e scenografia, non certo per qualita’, e’ con Qualcuno volo’ sul nido del cuculo.
Probabilmente emulo di Donnie Darko, il film sceglie di indagare la via dell’alterazione spazio-temporale, e se capisco le motivazioni che stanno dietro al desiderio di muoversi nel tempo nel tentativo di modificare una situazione mondiale che non piace certamente a nessuno, non trovo sufficiente quest’ inquietudine sotterranea per salvare un lavoro dalla sceneggiatura farraginosa, che scade nel ridicolo quando Jack, scivolato sul ghiaccio, chiede “ma muoio cosi’?” rovinando completamente la tensione che dovrebbe creare la vicenda di una persona che sa di esser sul punto di morire e che ha l’opportunita’ di modificare il suo destino.
Infastidisce molto quest’occasione sprecata del giovane Maybury, promessa del cinema indipendente, anche per il cast di tutto rispetto che da una buona prova delle proprie capacita’ recitative, in particolare e’ stato piacevole ritrovare sul grande schermo il vecchio leone Kris Kristofferson
Una curiosita’: il film e’ prodotto da George Clooney o meglio dalla casa di produzione che l’attore ha fondato insieme a Steven Sodebergh, la Section 8.