Ribalta di gloria

Yankee Doodle Dandy
USA 1942, Warner Bros
con James Cagney, Joan Leslie, Walter Huston, Richard Whorf, George Tobias, Irene Manning, Frances Langford, S.Z. Sakall, Jeanne Cagney, Walter Catlett, Rosemary DeCamp, Eddie Foy Jr.
regia di Michael Curtiz



Yankee doodle dandy

Il celebre attore di rivista e compositore George M. Cohan nel suo ultimo spettacolo fa la parodia del presidente in carica: Franklin Delano Roosevelt, quando viene convocato alla casa Bianca l’artista teme una reprimenda invece il presidente, dopo aver ascoltato la sua storia personale, lo premia con la medaglia d’onore del Congresso per il peso che la sua musica patriottica ha avuto nella storia americana.



Ribalta digloria

George M. Cohan è una gloria nazionale americana poco nota qui da noi, anche se conosciamo diverse delle sue canzoni. Attore e compositore, Cohan ha il primato di essere il primo artista a cui fu dedicata una biografia e un biopic mentre era ancora in vita, l’artista ebbe anche l’opzione di scegliere l’attore che lo avrebbe impersonato e la scelta cadde su James Cagney che per questo ruolo vinse l’unico Oscar della carriera.



Ribalta di gloria

La regia è di Michael Curtiz che da par suo sa fare un grande racconto retorico delle vicende personali di Cohan, che fu autore tra l’altro di Over There, l’inno dell’esercito americano e il film non nasconde la propaganda bellica in favore dell’ingresso degli USA nel secondo conflitto mondiale. I momenti registicamente più belli sono però alcune ellissi temporali (le inquadrature delle luci di Broadway per raccontare i successi degli anni ’20) o alcuni tagli registici come il titolo dello spettacolo letto dal libretto sbirciando dalla spalla della spettatrice nel palco.



Ribaltadi gloria

Per cui ama il musical americano è un film imprescindibile visto che gran parte della pellicola ricostruisce i numeri più importanti dell’artista e c’è praticamente un riassunto del suo primo grande successo Yankee Doodle Dandy in cui Cagney ha modo di dar prova delle sue grandi doti di cantante e ballerino. La vicenda personale dell’artista invece ha un tono molto sentimentale incentrata com’è sul rapporto idilliaco con la famiglia: con la madre, il padre e la sorella George M. Cohan recitò fin dalla prima infanzia ne The Four Cohans e anche l’amore con la cantante e ballerina Mary non presenta una nuvola, come il rapporto con Sam Harris, produttore con cui Cohan firmò i suoi più grandi successi.

I Compagni

Italia 1963, Cinelux
con Marcello Mastroianni, Bernard Blier, Folco Lulli, Annie Girardot, Renato Salvatori, François Périer, Mario Pisu, Piero Lulli, Vittorio Sanipoli, Bruno Scipioni, Pippo Starnazza, Giampiero Albertini, Gabriella Giorgelli, Raffaella Carrà, Giulio Bosetti, Kenneth Kove, Franco Ciolli
regia di Mario Monicelli



Icompagni


Torino fine ‘800: l’ennesimo incidente in una fabbrica tessile scatena il malcontento degli operai costretti a lavorare 15 ore al giorno, l’incontro fortuito con il professore Sinigaglia, sovversivo fuggito da Genova porta gli operai ad organizzare uno sciopero che dura trenta giorni e finirà nel sangue con la morte del giovane Omero



Icompagni


Film molto amato dall’autore che lo preferiva a La Grande Guerra, I compagni non ebbe grande riscontro in Italia e basta vedere il film per notare l’attualità di molti dialoghi e situazioni di lavoratori sfruttati e sottopagati.
La pellicola è un film corale che, con il solito spirito dissacrante di Monicelli, racconta la presa di coscienza della classe lavoratrice: i primi primi tentativi falliti di dissenso (la sirena di fine lavoro suonata un’ora prima del solito) l’organizzazione dello sciopero, i rapporti che si creano tra i vari protagonisti, comprese le storie d’amore: Adele, la figlia di Pautasso finito sotto il treno per fermare i “Krumiri” disoccupati fatti arrivare da Saluzzo s’innamora di Raoul, svagato sciupafemmine che la convivenza forzata con il professore trasforma suo malgrado in un espatriato, Bianca la sorella di Omero, s’innamora del soldato conosciuto durante una distribuzione di minestra per i poveri, soldato che si troverà in prima linea durante l’attacco ai manifestanti in cui muore Omero. La prostituta Niobe, figlia disconosciuta di un operaio s’invaghisce del bizzarro professore e lo accoglie in casa.



Icompagni


L’ambientazione di fine ‘800 permette di smorzare i toni drammatici del film con scene mutuate dalle comiche d’inizio secolo. molte situazioni, soprattutto negli scontri con quelli di Saluzzo rimandano alle battaglie da torte in faccia anche se qui finisce con la tragedia di Pautasso investito da un treno in transito.
Anche la svagatezza del professore, il suo arrivo fortuito da un un treno su cui ha viaggiato abusivamente rimanda a Chaplin e Buster Keaton ma di sicuro, i suoi modi impacciati in contrasto con l’eloquio convincente, il suo giocare con gli occhiali sono stati d’ispirazione per il Professore più famoso di questi ultimi anni, quello de La casa di carta.
Interessante e forse tristemente profetico il finale: mentre Bianca (una brava Raffaella Carrà) piange il fratello morto, unico sostegno della famiglia, il professore, prima di essere portato via dalle guardie, cerca disperatamente i suoi occhiali: una miopia dell’intellighenzia che, anche quando condivide la fame degli operai non può comprendere totalmente le ragioni?

Non voglio morire

I Want to Live!
USA 1958 MGM
con Susan Hayward, Simon Oakland, Virginia Vincent, Theodore Bikel, Wesley Lau, Philip Coolidge, Lou Krugman, James Philbrook, Gage Clarke, Joe De Santis, John Marley
regia di Robert Wise


Non voglio morire


Barbara Graham, una “party girl” di facili costumi con diversi reati minori alle spalle sembra sistemarsi quando sposa un barista e ha un figlio ma il marito è tossicodipendente e il matrimonio finisce malamente. Barbara torna alla vita di prima e finisce invischiata in una brutta storia di una rapina ai danni di un’anziana signora che ha portato alla morte di quest’ultima: gli altri due indagati asseriscono che anche la Graham ha partecipato all’omicidio mentre la donna si dichiara totalmente estranea ai fatti. La mancanza di un alibi ma soprattutto il suo atteggiamento spavaldo che ha attirato su di lei l’attenzione dei media, la fanno condannare a morte. L’avvocato Matthews chiede il parere del criminologo Carl Palmberg che ritiene la donna incapace di atti di violenza estrema ed espone altri fatti che convincono anche il giornalista Edward Montgomery, uno dei primi ad aver demonizzato Barbara, dell’innocenza della donna ma il ricorso in appello viene rifiutato e dopo diversi ricorsi Barbara finisce nella camera a gas.



Nonvogliomorire


Non voglio morire si conferma ancora oggi tra i film più toccanti contro la pena di morte sorretto dalla grande prova attoriale di Susan Hayward che per questo film vinse l’unico oscar della sua carriera e dall’ottima regia di Robert Wise che costruisce un robusto dramma a tesi ispirato alla vicenda reale di Barbara Eleine Wood Graham finita nella camera a gas nel 1955 a soli 31 anni, come reale è la figura del giornalista premio Pulitzer Edward Montgomery che prima costruisce la figura della rossa ferina e poi diventa uno dei più grandi assertori della sua innocenza. Forse proprio la mancata analisi del cambio di bandiera di Montgomery è l’anello debole del film, più che aver reso la figura della Graham chiaramente innocente mentre pare che ci fossero pesanti prove a suo carico.



I want to live


In ogni caso la vicenda è uno spunto per sottolineare gli aspetti terribili della pena di morte: il film parte con inquadrature sghembe con un’importante colonna sonora jazz, un bianco e nero molto contrastato che ben rendono la vita ai margini della protagonista, molto interessante anche il segmento del processo con le confessioni estorte a una Barbara particolarmente ingenua ma è quando entra in scena la camera a gas che il film raggiunge il suo apice: se fino a quel momento il film aveva mescolato ricostruzioni in studio e scene in presa diretta, dalla comparsa della camera a gas tutto diventa palesemente artefatto perché l’indicibile resta tale anche davanti alla macchina da presa e Wise, grande regista anche di sci-fi sembra fare riferimento a quel genere cinematografico nei dettagli della preparazione del marchingegno mortale, non manca l’ironia dei numerosi cartelli che invitano i detenuti del braccio della morte a condurre una vita sana, prestare attenzione all’igiene e a non fumare ma è la ricostruzione dei continui rimandi dell’esecuzione, l’assicurarsi che la linea per la grazia all’ultimo minuto sia libera, che sono strazianti per le false speranze che regalano al condannato a cui però non viene risparmiato l’ultima onta della morte pubblica davanti a giornalisti e testimoni tanto che anche la spavalda Barbara chiede di essere bendata per non vedere ancora quel pubblico invadente che ha fatto scempio della sua vita.

Klimt. L’uomo, l’artista, il suo mondo

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La mostra nasce per festeggiare il ritorno alla fruibilità del quadro Ritratto di signora che appartiene alla mostra permanente della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi. Il quadro ha una storia romanzesca: balzato agli onori della cronaca una prima volta nel 1996 quando una studentessa liceale si accorse che il Ritratto di signora era in realtà la rielaborazione di un quadro precedente, Backfisch di cui l’artista aveva mantenuto il volto ma eliminato il grande cappello nero che caratterizzava la prima versione del ritratto; l’anno seguente, il 1997, il quadrò fu trafugato dalla galleria e per ricomparirvi misteriosamente nel 2019, ritrovato in ottime condizioni in un pertugio del muro di cinta del giardino della stessa galleria.
La mostra analizza l’humus artistico in cui si sviluppa la personale visione artistica di Klimt, legata alle secessioni e, dato il rapporto piuttosto stretto che l’artista austriaco ebbe con l’Italia, analizza anche le influenze klimtiane sull’arte italiana d’inizio novecento.
Di grande interesse la prima sala che ci fa capire l’ambiente in cui Gustav Klimt si è formato: una famiglia di artisti, il padre Ernest fu orafo e i fratelli Ernst e Georg furono a loro volta pittori. Di sicuro interesse le placche sbalzate in stile liberty del padre.



MoonlightKlimtsr

La parabola dell’artista è raccontata soprattutto attraverso i ritratti femminili, sia dipinti che grafici mostrando l’evoluzione stilistica del pittore, poco spazio è lasciato ai paesaggi anche se il Giardino con galline nel monastero di Sant’Agata è un’opera peculiare che si lascia ricordare.


Il rapporto con la secessione viennese è raccontato attraverso opere di grafica, arredi, gioielli e ceramiche, oltre alle opere di altri grandi artisti come Fernand Khnopff con Maschera bianca, Franz von Stuck con Medusa



Salomè allegoria

Se diverse opere, anche klimtiane, sono state gia viste nelle esposizioni degli ultimi anni (Le due amiche erano nella locandina della mostra di Rovigo sulle Secessioni europee del 2017-18) la sezione degli epigoni italiani di Klimt è quella che riserva più sorprese, mi è piaciuta molto la Salomé di Emma Bonazzi e l’Allegoria dell’annessione del Trentino all’Italia di Ugo Bonazzi; ad introdurre la sezione è esposta, in tutta la sua magnificenza i quattro pannelli del ciclo Le Mille e una notte (1914) di Vittorio Zecchin e poi è esposto anche uno dei dipinti più visti sui social, Il sogno del melograno di Felice Casorati, pur avendolo sotto gli occhi quasi quotidianamente, dal vivo mi hanno colpito il dettaglio delle scarpe e il cartiglio della firma.



Casorati

Per tornare a Klimt, non manca una riproduzione del Fregio di Beethoven nella sua interezza, ottimamente spiegato, mentre Medicina opera perduta, è stata ricostruita digitalmente presso l’Ex Chiesa del Carmine.



Klimt. L’uomo, l’artista, il suo mondo
12 aprile 2022 – 24 luglio 2022
Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, Piacenza

Sei donne per l’assassino

Italia 1964
con Eva Bartok, Cameron Mitchell, Dante Di Paolo, Thomas Reiner, Claude Dantes, Harriet Medin, Mary Arden, Arianna Gorini, Franco Ressel, Luciano Pigozzi, Massimo Righi, Giuliano Raffaelli, Francesca Ungaro, Enzo Cerusico, Mara Carmosino, Nadia Anty, Lea Kruger, Heidi Stroh
regia di Mario Bava



Sei donne per l'assassino


Una modella viene brutalmente uccisa, la polizia concentra da subito le indagini sulla casa di moda in cui lavorava la ragazza: dai colleghi agli uomini che intrattenevano relazioni con le varie modelle. Nicole, un’altra modella dell’atelier, trova il diario della ragazza uccisa e si confida con Franco, antiquario cocainomane che aveva una relazione sia con Nicole che con Isabella. Attirata nello showroom dell’antiquario da una falsa telefonata anche Nicole viene brutalmente uccisa, intanto il diario è stato trafugato da un’altra modella, Peggy che lo brucia ma viene sorpresa dall’assassino che la tortura ferocemente fino ad ucciderla. L’ispettore Silvestri trattiene in commissariato tutti gli uomini coinvolti nel caso ma quella notte viene assassinata un’altra modella scagionando così tutti i probabili sospetti: i killer infatti sono due, una coppia di diabolici amanti che finirà per uccidersi a vicenda.



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Non pago di aver codificato il gotico italiano con il capolavoro La maschera del demonio, il sottovalutatissimo Mario Bava nel 1964 codifica anche il giallo all’italiana genere che spopolerà negli anni ’70 e che decreterà la fama di Dario Argento.
Se Sei donne per l’assassino fu molto criticato all’uscita per la ferocia della rappresentazione della violenza, il film porta in scena gli elementi che diventeranno classici nei thriller della decade successiva: la violenza delle uccisioni, il dettaglio di matrice hitchcockiana, nello specifico di questo film la borsa di Isabella che contiene il suo diario, unico oggetto di attenzione dei lavoranti dell’atelier durante la sfilata di moda ma a passare nel cinema successivo è l’assassino seriale mascherato e dalla mano immancabilmente guantata di nero che brandisce un arma affilata.



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Il passaggio dal gotico al giallo avviene in modo quasi naturale nella filmografia di Bava: l’apertura sull’insegna della Maison divelta dal vento ha ancora un gusto gotico, le luci innaturali del film e la violenza sadica erano già presenti nel film precedente La frusta e il corpo; Sei donne per l’assassino aggiunge l’idea della serialità, non tanto nella psicologia del killer ma nel concetto di replicabilità tanto caro alla nascente Pop art: l’ennesimo step per sottolineare la violenza è replicarla all’infinito, trasformando i corpi in oggetti non a caso l’ambientazione è in una casa di moda dove le donne sono delle mannequin e il gioco da semantico diventa visivo fin dai titoli di testa dove ogni personaggio appare accanto a un manichino.

Charlot alle corse

Gentlemen of Nerve
USA 1914, Keystone Studios
con Charlie Chaplin, Mabel Normand, Chester Conklin, Mack Swain, Phyllis Allen, Edgar Kennedy, Alice Davenport
regia di Charlie Chaplin



Gentlemen of nerve


Mr. Walrus porta la fidanzata, Mabel, a una gara di corse ma appena seduti si mette a flirtare con la vicina. Anche Mr. Wow-Woe e il suo amico Ambrose vorrebbero vedere le corse e decidono di entrare da un buco dove Ambrose s’incastra. Mr. Wow-Woe lo abbandona al suo destino e incontra Mabel che stizzita ha lasciato il fidanzato. Quando Ambrose riesce ad entrare litiga con Mr. Walrus perchè all’ingresso aveva importunato Mabel così vengono portati via dal poliziotto, lasciando Mabel e Mr. Wow-Woe liberi di amoreggiare.



Charlot allecorse


Il 1914 è l’anno d’esordio di Charlie Chaplin alla regia: sotto contratto con la Keystone di Mack Sennett, Chaplin inizia a dirigere dei cortometraggi (comiche) dov’è coprotagonista con la stella comica della Keystone, oggi dimenticata, Mabel Normand.
In Charlot alle corse o Charlot e Mabel alle corse, Chaplin non ha ancora dato vita al suo alterego, il vagabondo protagonista di tanti suoi capolavori, nella comica in questione si chiama Mr. Wow-Woe ed è in bellimbusto che non esita ad inimicarsi gli altri spettatori delle corse ma è sempre gentile con le donne e infatti riuscirà a conquistare Mabel a discapito del fidanzato farfallone e di Ambrose.
Estremamente curiosi i veicoli in gara con cui entra in contatto il protagonista.

Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento Veneziano

E’ noto che quando una mostra fa riferimento a un artista importante e poi aggiunge una congiunzione, l’artista del titolo è solo di richiamo e a volte l’evento si rivela una mezza fregatura, con l’eposizione di molti coesi o seguaci senza un pensiero critico. Non è certo il caso della mostra milanese che si chiuderà domani.


Tiziano


La mostra spende spunto dal grande e longevo maestro del Rinascimento veneziano per praticare un excursus sulla condizione femminile nel XVI secolo, a Venezia, città colta e cosmopolita che in quegli anni ospita La querelle des femmes, una disputa sulla parità dei sessi che infiamma l’Europa e che proprio a Venezia trova una folta comunità di intellettuali femminili che partecipano in prima persona al dibattito.

La prima sala della mostra racchiude i due estremi del modello femminile in pittura: La tentazione di Adamo ed Eva del Tintoretto dialoga con la Madonna col Bambino o Madonna Zingarella di Tiziano raccontando tutta la parabola femminile: dalla causa della cacciata dal Paradiso terrestre allo strumento di Redenzione dell’umanità.
Tiziano è stato un ritrattista di donne in un epoca in cui la ritrattistica femminile di donne realmente esistenti non era pratica così diffusa, ma soprattutto il Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere diventa un modello della virtù femminile nella compostezza della posa e nei simboli di fedeltà e pazienza (il cane e l’orologio).
Commovente il Ritratto di una bambina di casa Redetti di Giovanni Battista Moroni che mostra una graziosa bimba compunta nei lussuosi abiti che testimoniano il suo rango: la mostra non presenta solo quadri ma anche sculture e gioielli, le sculture spesso sono opere o riproduzioni classiche, inutile ribadire in questa sede il legame tra il Rinascimento e l’antico, interessante notare però come il ritratto in questione dialoghi con una scultura classica di un busto di bambino a ricordare come nel Rinascimento torno l’attenzione verso l’infanzia che era scomparsa nel Medio Evo.

Un modello tipicamente veneziano è quello delle Belle ritratti idealizzati a mezzobusto di bellissime figure femminili di cui è maestro Palma Il Vecchio.
Laura giorgioneCon riferimenti a studi più o meno recenti la mostra testimonia come quelle che spesso sono considerate immagini di cortigiane in realtò fanno riferimento a una simbologia ben precisa della tradizione matrimoniale o di fidanzamento: il seno nudo, di cui uno dei primi esempi è dato dalla Laura di Giorgione, figura ignota che prende il nome dalla pianta di lauro alle sue spalle, il seno nudo dicevamo non è un simbolo di meretrico ma un’offerta di purezza di cuore e amore.
Da quest’ottica vengono rilette altre composizioni tipiche del periodo, quello delle coppie: Gli amanti di Baris Bordone o di Bernardino Licinio rappresentano quindi una proposta di matrimoniale, uno scambio di doni tipici, la collana d’oro, davanti a un testimonio e non l’accordo per un appuntamento galante.
Non mancano le figure di sante e eroine storiche o bibliche: Giuditta, Maria Maddalena, Susanna e i Vecchioni, e Lucrezia, la matrona romana che si suicida dopo la violenza subita.
L’ideale di bellezza femminile, sempre confrontato con la statuaria classica, torna nelle allegorie e nelle figure mitologiche: Europa, Danae, le Muse e Venere creano un patrimonio di bellezze muliebri su cui i maestri rinascimentali esibiscono le loro conoscenze anatomiche ritraendole nelle pose più svariate, spesso con i loro amanti.
Dopo questo volo pindarico nelle bellezze ideali, si arriva alle figure femminili più interessanti, le protofemministe letterate da Gaspara Stampa di cui c’è un’incisione fino alla figure più complesse di Tullia d’Aragona o Veronica Franco, valenti poetesse e raffinate cortigiane.

Lo smemorato di Collegno

Italia 1962
con Totò, Nino Taranto, Erminio Macario, Yvonne Sanson, Aroldo Tieri, Andrea Checchi, Mario Pisu, Pietro Carloni, Mario Castellani, Elvy Lissiak, Franco Volpi, Riccardo Billi, Enrico Viarisio, Franco Giacobini, Gisella Sofio, Gianni Rizzo, Franco Ressel, Antonio Acqua, Mimmo Poli, Lina Alberti, Consalvo Dell’Arti
regia di Sergio Corbucci


Losmemoratodicollegno


Un uomo si barrica in un bagno pubblico per richiamare l’attenzione sulla sua situazione: non sa chi è. Viene internato in una clinica e intanto vengono pubblicate le sue foto sui giornali, tra i vari riconoscimenti i più credibili sono quello della moglie di un ricco ingegnere e quello di un ladro che ha riconosciuto nello smemorato un suo complice; l’unica cosa che si appurerà è che nessuna delle identità attribuite all’uomo è reale.



Lo smemorato dicollegno


Uno dei tantissimi film “alimentari” che sfrutta la maschera di Totò, come sempre i momenti migliori sono i siparietti comici con le spalle di pari livello, in questo caso Nino Taranto, il direttore del manicomio e Macario, il matto che divide la camera con Totò: con grande originalità non si crede Napoleone, ma Gioacchino Murat e non è per nulla guarito come dimostra lo smemorato durante il processo.



Losmemorato di Collegno


Il film rivela anche una vena malinconica: lo stesso smemorato smonta la presunta identità del facoltoso ingegnere per una forma di rettitudine: la giovane moglie di Ballarini voleva solo appropriarsi dei beni del marito e spartirli con l’amante, ma lo smemorato non ci sta a passare da cornuto anche se risarcito da una ricca fetta del patrimonio, anche la profuga istriana che lo reclamava come marito era in realtà pagata dai fratelli del Ballerini. al povero smemorato non resta che andarsene solo con un vecchio cane claudicante che è venuto a reclamarlo al processo.
Purtroppo a questo finale si attacca una scena posticcia di totò che sale sul balcone di Piazza Venezia e con la sua mimica fa la parodia del duce, chiusa ridanciana che probabilmente vuole richiamare il periodo storico in cui si svolse la vera vicenda dello Smemorato di Collegno a cui il film s’ispira molto liberamente.

The Animal Kingdom 1932

USA 1932 RKO
con Ann Harding, Leslie Howard, Myrna Loy, William Gargan, Neil Hamilton, Ilka Chase, Henry Stephenson, Leni Stengel, Don Dillaway
regia di Edward H. Griffith



The animal kingdom


Tom Collier, editore di raffinati volumi artistici, è da sempre in conflitto con il padre che teme particolarmente il ritorno della fidanzata storica del figlio, Daisy Sage, in trasferta per alcuni mesi a Parigi. Il temuto matrimonio però non ci sarà perché, durante l’assenza di Daisy, Tom si è innamorato di Cecelia Henry. Nonostante il loro fosse un rapporto molto libero, Daisy soffre molto l’abbandono di Tom e rifiuta di restare amici. Dopo qualche tempo Tom vorrebbe partecipare al vernissage della mostra di pittura di Daisy ma con il suo fare seducente Cecelia lo induce a restare a casa. Tom andrà a vedere la mostra qualche giorno dopo e c’è un riavvicinamento con Daisy che lascia la città per non riprendere la relazione. In occasione del compleanno di Tom, Cecelia organizza una festa in cui invita anche Daisy e altri vecchi amici di Tom, il suo intento è quello di dimostrare la lontananza che si è creata tra Tom, ora più dedito agli affari e i vecchi amici bohémien, ma il piano le si ritorcerà contro



Theanimal kingdom


Film tratto da una commedia teatrale di cui alcuni membri, compreso Leslie Howard, tornano anche nella pellicola.
E’ un film piuttosto anonimo nella regia e anche piuttosto noioso che sembra durare molto di più dei suoi 85 minuti: le scene con il maggiordomo Regan, ex pugile con la passione dell’alcol che ovviamente non piace alla snob Cecelia, dovrebbero rappresentare il tocco comico della pellicola ma non hanno molta verve.
L’unico vero motivo per vedere la pellicola è Myrna Loy: non per nulla questo ruolo le apre le porte della grande commedia facendole abbandonare i ruoli esotici precedenti.
Il personaggio di Cecelia Henry Collier è molto interessante, è un’arrivista che non esita a usare il sesso per ottenere i suoi scopi e le tre scene di seduzione sono magistralmente interpretate dall’attrice, immagino- anche se non ho trovato riscontri- che nelle tre sequenze ci sia lo zampino di George Cukor, regista non accreditato del film.



The animalkingdom


Anche se l’archetipo di donna arrivista è ben presente nel cinema americano seguente, solo un film precode poteva portare alle estreme conclusioni sul personaggio di Cecelia: dopo aver rivisto Daisy alla festa, Tom inizia a capire la natura della moglie, che usa il sesso per manipolare le persone, la seconda scena di seduzione è infatti con Owen, l’avvocato di famiglia che Cecelia vuole tirare dalla sua parte perché convinca il marito a entrare in società con una grande catena editoriale che realizza romanzetti scadenti.
Ormai immune al fascino della moglie, Tom le fa presente che la camera dove ha allestito la loro cenetta romantica gli ricorda un bordello che frequentava a Londra. Capito che la moglie vuole i soldi promessi dal padre se si trasferiranno da lui, Tom le lascia l’assegno sul caminetto com’era usanza nella casa di piacere della sua gioventù e se ne va con fedele maggiordomo da quella che considera la sua vera moglie, anche se il loro legame non è mai stato sancito davanti alla legge ma è un’affinità elettiva che si concretizza nella stessa visione del mondo e dell’arte.

Darby O’Gill e il re dei folletti

Darby O’Gill and the Little People
USA 1959 Disney
con Albert Sharpe, Janet Munro, Sean Connery, Jimmy O’Dea, Kieron Moore, Estelle Winwood, Walter Fitzgerald, Denis O’Dea, J.G. Devlin, Jack MacGowran, Farrell Pelly, Nora O’Mahoney
regia di Robert Stevenson



Darby o'gill and the little people


Darby O’Gill è il vecchio custode della tenuta del signorotto della contea che trascorre la maggior parte del suo tempo al pub a raccontare della sua amicizia con il re dei folletti. Il proprietario decide quindi di mandarlo in pensione e affidare la tenuta al giovane Michael McBride che arriva da Dublino. Darby si preoccupa soprattutto per la figlia Kathy, costretta a lasciare la casa in cui è cresciuta e chiede a Michael di non dirle niente e lo fa passare per un suo aiutante. Intanto il re dei folletti, saputo della cacciata di Darby lo attira nel suo regno con un inganno, dato che non potrà più abbandonarlo, ma il vecchio Darby fugge, sempre per raggiungere la figlia e riesce a sua volta a intrappolare Re Brian per poter esprimere i tre deisderi più congeniali al destino di Kathy che intanto non disdegna le attenzioni del bullo del villaggio, Pony Sugrue, ma è anche attratta da Michael fino a quando non scopre la verità sul suo vero lavoro. Sconvolta esce di notte e finisce per ammalarsi, Darby sente la Banshee piangere e vede il cocchio della morte e chiede a re Brian di poter salire sul cocchio al posto della figlia, il re dei folletti lo concede ma poi con un trucco dei suoi libera Darby salvando così il padre e la figlia che nel frattempo ha capito le buone intenzioni di Michael.



Darbyo'gillandthelittlepeople


Un classico dei live action Disney, ispirato alla cultura gaelica. Walt Disney aveva in mente il progetto fin dalla fine degli anni ’40, dopo un viaggio in Irlanda ma lo realizzò una decina di anni dopo affidando la regia a uno dei più fidati registi della sua scuderia, Robert Stevenson, il regista di Mary Poppins.
Nonostante abbia superato i sessant’anni, la pellicola si rivela ancora piacevole alla visione, regalando una graziosa fantasia sulle leggende celtiche tratte da una raccolta di racconti omonima del 1902, scritta da Herminie Templeton Kavanagh.
Gli effetti speciali sono pochi e relativi al rapporto tra Darby e il suo minuscolo amico/rivale, non manca l’elemento gotico nelle sovraimpressioni a effetto negativo della Banshee e del cocchio della morte con cui Darby combatte strenuamente per salvare la figlia.
Un altro elemento d’interesse è la presenza di un poco più che debuttante Sean Connery che canta con voce profonda My Pretty Irish Girl insieme alla coprotagonista Janet Munro e la canzone ebbe anche un notevole successo di vendite.



Darby o gill eilredei folletti


Il film non venne distribuito nelle sale italiane e arrivò nel nostro Paese solo nel 1988 per un ciclo in prima serata su Rai 1 di classici della Disney, il doppiaggio risale a quel periodo e risulta un po’ approssimativo, soprattutto nella traduzione di alcuni termini della mitologia irlandese (Banshee al maschile, per esempio).