La regola del silenzio

Laregoladelsilenzio Un’intercettazione telefonica porta all’arresto di un’attivista politica degli anni ‘70 che stava per costituirsi. L’ambizioso giornalista di un gazzettino locale sull’orlo del fallimento, comincia ad indagare sul caso e scopre i componenti dell’organizzazione che negli ultimi trent’anni si erano ricostruiti una vita normale. In particolare svela la vera identità dell’avvocato Jim Grant, ai tempi capo del movimento eversivo. L’uomo per sfuggire a un’ingiusta accusa di omicidio si mette sulle tracce della donna amata ai tempi, l’unica che potrebbe scagionarlo.

LaregoladelsilenzioAttenzione spoiler! Robert Redford gioca con i temi che hanno fatto grande la sua carriera, l’impegno politico, l’indagine giornalistica, creando però un corto circuito temporale che non si può perdonare a un film che si ispira alle vicende storiche del movimento Weather Underground. La svolta armata del movimento nato dalla battaglia contro la guerra in Vietnam risale al 1969 quindi a quaranta anni fa e non a trenta come si continua a ripetere nel film e testimonia l’età della figlia segreta, a malapena trentenne. Ipotizzando anche che la vicenda del film si svolga qualche anno fa, i protagonisti Nick (alias Jim Grant) e Mimi dovrebbero avere circa 60/65 anni ma Redford e Julie Christie hanno un decennio in più e per quanto splendidi settantenni, non sono credibili nella parte soprattutto se devono essere coetanei di Brendan Gleeson.
Trovo poi poco credibile che la battagliera Mimi, dedita allo smercio di marijuana vada in giro con messa in piega leonina e colorazione con tanto di chatouche, sarà un cliché ma la combattente ambientalista che non ci risparmia la tirata contro le multinazionali me la immagino con un look più naturale, orgogliosa della sua chioma imbiancata.
Ancor più scontato il lieto fine con Redford che si allontana con la figlia più piccola mentre viene lasciato in sospeso il legame con la figlia maggiore, attorno a cui ruota tutta la vicenda, anche la presa di coscienza del giornalista che fino ad allora ha pensato solo allo scoop.

Nuovo cinema sanita’

Loscafandroelafarfalla Entrambi in programmazione dalla settimana scorsa, Lo scafandro e la farfalla e Lontano da lei, sono due pellicole che gettano una luce del tutto nuovo sul tema della malattia (argomento assai caro alla cinematografia) pur affrontando temi e punti di vista differenti: un corpo che ha smesso di rispondere raccontato da un lucidissimo protagonista nel film di Julian Schnabel e la malattia mentale della moglie subita dal marito nella pellicola di Sarah Polley
Stilisticamente i film sono differentissimi, un inizio mutuato dall’horror una punta di visionarieta’ “gondryana” il film di Schnabel, malinconicamente poetico e sperso nell’immacolata neve dellOntario l’opera della Polley retto dalla fascinosa svagatezza di una Julie Christie in stato di grazia.

AwayfromherQuello che trovo di simile nelle due pellicole e’ la completa mancanza di pietismo, la volonta’ di sfuggire alla scena madre e alla ricerca della lacrima, in questo modo il malato non solo acquista una nuova dignita’ ma caduta la barriera che il pietismo crea tra protagonista e spettatore, quest’ultimo puo’ scoprire che le sensazioni del malato e le sue non sono poi cosi’ diverse e la comprensione puo’ arrivare all’immedesimazione.
Trovo che il fatto che questo avvenga contemporaneamente in due pellicole molto diverse sia quasi rivoluzionario e non mi stupisce neppure un po’ che l’Academy abbia bocciato tutte le candidature dei due film interrompendo la consolidata tradizione del film sulla malattia come sicuro vincente di qualche statuetta

auguri a Warren Beatty

Warrenbeatty

Il fascinoso sex-symbol hollywoodiano (che pero’ alla sottoscritta non ha mai fatto molto effetto: troppo “vitaminizzato” per essere credibilmente bello e tormentato): Henry Warren Beaty nasce a Richmond , in Virginia il 30 marzo 1937 ed e’ il fratello minore della celebre Shirley MacLaine.

Gli esordi nel mondo della recitazione sono nelle sitcom televisive dei tardi anni 50, il debutto sul grande schermo avviene con il celebre film di Elia Kazan, Splendore nell’erba (1961): e’ il giovane rampollo Bud Stamper che non riesce a gestire il suo amore con la bella Deanie, interpretata da Natalie Wood.
Sempre nello stesso anno e’ un gigolo’ italiano che seduce l’attempata Vivien Leight ne La primavera romana della signora Stone.
Nel 1965 e’ il comico imprigionato dai sensi di colpa e dalle paure nel bel Mickey One di Arthur Penn; il regista lo dirigera’ ancora nel 1967 in uno dei capolavori del genere gangster Gangster story dove l’attore interpreta il ruolo di Clyde Barrow mentre Bonnie Parker e’ la bellissima Faye Dunaway.

Beattyattore

Nel 1971 e’ John McCAbe in I compari amaro ed insolito western diretto da Robert Altman dove ha per comprimaria Julie Christie. Da segnalare sempre nel ‘71 il buon Il genio della rapina, di Richard Brooks.
Shampoo del 1975 e’ una commedia che sottolinea amari risvolti politici e sociali, diretta da Hal Ashby.
Nel 1978 Beatty debutta alla regia codirigendo con Buck Henry Il paradiso puo’ attendere remake, non del capolavoro di Lubitsch come il titolo potrebbe far pensare, ma della commedia L’inafferrabile signor Jordan del 1941 che ha per protagonista un uomo che viene fatto morire prima del tempo da un dipendente del Paradiso, dopo diverse vicissitudini riavra’ la sua vita in un altro corpo.

Beattyregista

Se l’esordio di Beatty e’ stato buono, superlativa e’ la sua seconda prova Reds del 1981: la vita del giornalista John Reed durante gli anni 1915-20 ebbe un grande successo di critica e pubblico portando a casa ben 3 Oscar.
Nel 1990 Beatty dirige Dick Tracy tratto dalle avventure dell’omonimo fumetto, il film viene ricordato per le particolari scelte fotografiche (solo colori primari) e la presenza di Madonna con cui il play-boy Beatty ha una relazione.
Con gli anni ‘90 dirada le sue apparizioni cinematografiche, l’ultimo film interpretato e’ del 2001 Amori in città… e tradimenti in campagna.
Secondo le curiosita’ sulla sua pagina imdb avrebbe rinunciato al ruolo di Bill in KillBill di Tarantino per l’eccessiva violenza del film.