Faust

Faust – Eine deutsche Volkssage
Germania 1926, UFA
con Gösta Ekman, Emil Jannings, Camilla Horn, Frida Richard, William Dieterle, Yvette Guilbert, Eric Barclay, Hanna Ralph, Werner Fuetterer
regia di Friedrich Wilhelm Murnau

L’arcangelo Gabriele e il diavolo si giocano il dominio sulla Terra scommettendo sulla corruzione dell’anima di Faust, vecchio studioso ed alchimista. Il demonio scatena la peste e l’intero villaggio si rivolge a Faust. Quando l’anziano medico vede che la scienza e la fede in Dio non sono sufficienti a debellare il morbo, si lascia tentare da Mefisto: almeno per un giorno riuscirà a salvare i suoi concittadini ma si accorge che il nuovo potere è inutile davanti al crocifisso; disperato, Faust medita il suicidio. Mefisto allora lo tenta con la giovinezza e il vecchio non sa resistere. Dopo aver sedotto la duchessa di Parma, Faust decide di tornare al paese natale e qui s’invaghisce della giovane Gretchen. Faust riesce a sedurla con l’aiuto del diavolo che però fa in modo che i due amanti vengano scoperti da Valentin, il fratello maggiore della ragazza. Nella zuffa tra Valentin e Faust, Mefisto colpisce alle spalle Valentin e spinge Faust alla fuga. Tutta la colpa ricade su Gretchen accusata pubblicamente dal fratello morente. La ragazza viene messa alla gogna e poi lasciata al suo destino. In una notte di tempesta il figlio avuto da Faust muore assiderato e Gretchen, incolpata di infanticidio, viene messa al rogo. Disperata si appella a Faust che riesce a sentirla e la raggiunge rinunciando alla giovinezza e morendo con lei sul rogo.

via GIFER

Il 14 ottobre scorso si celebrava il centenario dell’uscita nelle sale di Faust, ultimo film tedesco di Murnau: quando il film uscì in sala il regista era già ad Hollywood impegnato nella lavorazione di Aurora.

Il film fu un vero kolossal, superato nei costi solo da Metropolis, l’anno seguente.
La genesi era stata complessa: F. W. Murnau lottò per poterlo dirigere visto che la UFA aveva già scelto un altro regista. 

Lo script mette insieme la versione popolare (il titolo completo è una fiaba popolare tedesca) con suggestioni dalle opere di Goethe e Marlowe e aggiunte originali del regista: l’essersi discostato dal lavoro di Goethe suscitò molte critiche e il flop al botteghino in Germania.

Esistono diverse versioni originali del film che fu pensato per essere distribuito in diverse nazioni adattando al pubblico destinatario didascalie e scene.

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La grandezza del film sta nella visione cinematografica del regista che cento anni dopo sa ancora sorprendere il pubblico con il suo mondo fantasmagorico fatto di modellini e doppie esposizioni.

Faust viene annoverato tra i film che più aderiscono ai canoni dell’espressionismo tedesco: i contrasti di luce, le scenografie contorte, gli elementi fantastici. 

C’è anche una grande attenzione alla pittura dai richiami al simbolismo nell’apparizione dell’Arcangelo avvolto nell’ala in primo piano, al verismo beffardo del Rinascimento nordico in Mefisto che tenta il vecchio Faust con delle espressioni impagabili.

Come in Nosferatu, Murnau torna a mettere in scena l’espressione del male più cupo a cui riesce a porre fine solo il sacrificio femminile, ma in Faust i riferimenti al periodo storico (la fine della Repubblica di Weimar e l’arrivo del nazismo) sono più evidenti e fanno sussultare ancora oggi.

Se Ellen Hutter si sacrifica volontariamente, Gretchen è una povera vittima ignara, ingannata in ogni modo e mai perdonata da nessuno tanto da finire sul rogo per un reato che non ha commesso: la donna ha trascorso la notte elemosinando un riparo per il figlioletto ma nessuno ha avuto pietà di lei e del neonato negandole un tetto in una notte di bufera.

Ho trovato notevole l’interpretazione di Camilla Horn, al suo primo ruolo importante che sarebbe dovuto andare a Lillian Gish che però lo rifiutò. L’attrice tedesca sa interpretare tutte le sfumature del personaggio: dalla giovane pura ed ingenua alla donna disperata e vilipesa.

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Nel ruolo del fratello Valentin troviamo William Dieterle, noto attore del cinema muto tedesco che divenne un grande regista hollywoodiano una volta trasferitosi negli States.

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Da menzionare anche Emil Jannings (il professor Rath de L’Angelo Azzurro) nel ruolo di Mefisto: anche il diavolo si adegua all’età di Faust, il laido tentatore del vecchio viene sostituito da una versione più scintillante per il giovane Faust.
La tensione drammatica del film è rafforzata da questi tocchi d’ironia che raggiungono la vetta nel controcanto tra il corteggiamento di Gretchen e la parodia di Mefisto che invece vuole sfuggire le avances di Marthe, attempata zia della ragazza avvezza alla stregoneria, che sarà una delle prime a rinnegare Gretchen in disgrazia. 

Mario Soldati

Mariosoldati_1 L’ultimo dei tre centenari che il cinema italiano festeggia quest’anno, dopo Rossellini e Visconti, e’ quello di Mario Soldati, figura un po’ anomala della cinematografia e della letteratura. Nato a Torino il 17 novembre 1906, inizia a frequentare giovanissimo gli ambienti liberali che ruotano attorno a Piero Gobetti, nel 1929 vinta una borsa di studio si trasferisce in America dove resta fino al 1931.
Tornato in Italia prende contati con il mondo dell’arte e diventa aiuto regista di Mario Camerini, dopo alcuni film girati a due mani l’esordio come regista avviene nel 1939 con la commedia Dora Nelson, pellicola ispirata alle slapstick d’oltreoceano che non fu molto amata alla sua uscita.
Da ottimo letterato qual’e’, Soldati porta sullo schermo due buone trasposizioni delle opere di Fogazzaro: Piccolo mondo antico (1941) che lancia definitivamente Alida Valli, facendola uscire dal ruolo di “fidanzatina d’Italia” e nel 1942 Malombra che ha per protagonista Isa Miranda, dato che alla Valli si erano schiuse le porte di Hollywood.
Sempre nel 1942 adatta per il grande schermo il romanzo di Cinelli, La trappola realizzando Tragica Notte, uno dei suoi pochissimi film che ha valenze neorealiste.
Segue Eugenie Grandet ancora con Alida Valli, girato nel 1946, come Le miserie di Monsieur Travet satira del mondo della piccola borghesia burocrate, che sara’ un tratto spesso presente nel cinema di Soldati.
Mariosoldatifilm Nel 1948 il drammatico Fuga in Francia, storia di uno sconfinamento oltralpe da parte di un gerarca fascista col figlio che nel viaggio si unisce ad alcuni operai che vogliono espatriare in cerca di lavoro, rappresenta la seconda incursione del regista nel neorealismo.
Nella prima meta’ degli anni ’50 Soldati alterna commediole leggere che spesso hanno per protagonista Walter Chiari a film di cappa e spada; solo nel 1953 torna da adattare opere letterarie con la trasposizione de La provinciale di Moravia nell’omonimo film con Gina Lollobrigida.
Del 1954 e’ il thriller La mano dello straniero che racconta di un ufficiale britannico che deve venire a Venezia per rincontrare il figlioletto che non vede da anni ma viene rapito da spie jugoslave.
L’ultimo film del regista e’ del 1959, Policarpo “ufficiale di scrittura”, divertente pellicola sui burocrati d’inizio secolo.
L’eclettico scrittore regista, viene affascinato anche dal mondo televisivo ed e’ uno dei padri delle inchieste giornalistiche con storici reportage come Viaggio nella Valle del Po del 1957.
Mario Soldati si spegne a Tellaro, vicino La Spezia, il 19 giugno 1999.