Premetto che non mi interessa esprimere giudizi o condanne sulla vicenda che vede coinvolto Vittorio Emanuele, pero’ e’ certamente interessante notare le differenze con cui sono state stilate le schede biografiche dell’ultimo erede di casa Savoia dai diversi telegiornali Rai nelle piu’ importanti edizioni pomeridiane: per il TG2 il figlio del Re di Maggio fu uno sventurato fanciullo che rischio’ di ereditare l’Italia ed invece si vide costretto ad iniziare a lavorare a soli nove anni, diventando nel tempo un esponente dell’alta finanza, al limite un po’ spregiudicato, ma che si e’ sempre adoperato per creare ponti tra l’Europa e l’Oriente; in questa scheda non si menziona nemmeno lo scandalo piu’ famoso che ebbe per protagonista Vittorio Emanuele, l’incidente di Cavallo del 1978.
Il TG1 dipinge il principe come un personaggio non proprio limpido, si sottolinea la rottura con le sorelle che non condividono i suoi modi di gestire il patrimonio di famiglia, si menziona di sfuggita l’episodio di Cavallo e si ricorda l’iscrizione di Vittorio Emanuele alle liste della P2.
TGRPiemonte chiede lumi all’aristocrazia torinese, ma non nasconde il passato dell’esponente di Casa Savoia, mentre il TG3 apre con l’immagine di Vittorio Emanuele in manette per la sparatoria di Cavallo, riassumendo brevemente l’episodio che porto’ alla morte del giovane tedesco ma omette di menzionare i legami con la P2.
Mese: Giugno 2006
Dialogo nel buio
Ieri sono andata all’Istituto dei Ciechi di Milano per sperimentare Dialogo nel buio : si tratta di un percorso nel buio piu’ totale attraverso ambienti che simulano luoghi all’aperto, naturali od urbani oppure spazi chiusi.
E’ un’esperienza davvero emozionante che consiglio a tutti; non e’ una simulazione della cecita’, ma un mettersi in gioco sperimentando la realta’ da un altro punto di vista, i gruppi sono piccoli, non piu’ di otto persone e ben presto si crea un rapporto di fiducia, soprattutto con la guida: e’ molto interessante sperimentare rapporti umani che escludano completamente il fattore giudicante della vista: bello/brutto giovane/vecchio; ancora piu’ soddisfacente scoprire l’abilita’ innata di riconoscere gli oggetti attraverso il tatto o l’olfatto, ma se e’ facile riconoscere il cammello su un quadro seguendo le linee delle gobbe, quanto e’ complicato aprire un pacchetto di patatine al bar: si ha il terrore che ti svolazzino da tutte le parti!
Oltre che come esperienza dii confronto, Dialogo nel buio e’ interessantissimo anche per capire meglio come funziona il proprio cervellino balzano: personalmente mi trovavo a mio agio nell’oscurita’ piu’ totale, mentre altre persone hanno avvertito un certo disagio, ma la cosa che piu’ mi ha colpito e’ che, talmente abituata a guardare, visualizzavo le cose per cui nella penombra scorgevo le sagome di quelle che immaginavo fossero le mie compagne di avventure (eravamo tutte ragazze, per la gioia della nostra simpaticissima guida) ma quando allungavo la mano, brancolavo nel buio.
Radio America
Un capolavoro di melanconia ed ironia, l’ultima fatica di Robert Altman.
Traendo ispirazione da un vero programma radiofonico, che da oltre trent’anni sotto la guida di Garrison Keillor (che nel film interpreta se’ stesso) miete grandi successi in America ed e’ trasmesso anche in gran parte del mondo, la pellicola narra l’ipotetico ultimo giorno di messa in onda della trasmissione, cancellata dai palinsesti per l’imminente demolizione dei teatro in cui viene registrata dal vivo, sulle cui ceneri sorgera’ un parcheggio.
Molto bello l’incipit del film: i titoli scorrono su un’inquadratura fissa che rappresenta la tipica immagine rurale del Midwest: l’antenna della radio e un serbatoio dell’acqua in legno, poi quest’immagine trascolora nelle luci riflesse di una pozzanghera davanti ad un locale che pare uscito dal pennello di Edward Hopper (geniale interprete di un’ “altra” America metafisica e solitaria) mentre Guy Noir, il surreale detective dello spettacolo, interpretato da un ottimo Kevin Kline inizia ad introdurci nella storia.
Altri elementi surreali verranno a sottolineare gli aspetti melanconici del film come il personaggio fantastico della Donna Pericolosa, che solo con la sua presenza riesce a creare una dimensione irreale.
Come in molti suoi film, ma il rimando principale e’ Nashville Altman costruisce un film corale dove le storie dei molti protagonisti (tra tutti spicca una svampita Meryl Streep) si intrecciano, rispettando le unita’ aristoteliche di tempo: il film rispecchia la durata della trasmissione radiofonica; e di luogo: tutto e’ girato sul medesimo set, il teatro in cui si realizza il programma, a parte la scena iniziale e quella finale che sono ambientate del bar hopperiano.
Un grande atto d’amore verso un mondo destinato a scomparire, sostituito dalla tecnologia digitale ed il momento in cui tutta la passione di Altman emerge e’ la scena in cui si perde il foglio con lo spot dello sponsor , un nastro adesivo, e gli artisti sul palco si ingegnano ad improvvisare delle storie che esaltino l’utilita’ dell’oggetto, supportati dal rumorista che dev’essere pronto a simulare i suoni piu’ disparati.
Roma: Antonello da Messina
Sabato scorso era il mio compleanno, ed ho deciso di regalarmi un finesettimana a Roma per vedere la mostra dedicata ad Antonello da Messina .
Effettivamente ero stata nella Citta’ Eterna durante una gita con le suore, di cui ricordo poco o niente. Cosi’ si potrebbe dire che questa e’ stata la mia iniziazione romana e la prima cosa che mi ha colpito e’ la luce meravigliosa che avvolge la citta’ (ovvio che si spostasse l’industria cinematografica da Torino a Roma!) poi i gatti, padroni incostastati delle zone archeologiche o tranquilli inquilini di Trastevere, ma sempre grossi e scazzati.
Anche la cucina romana e’ squisita: io che non ho mai mangiato un carciofo in vita mia mi sarei strafogata di carciofi alla giudia!
Poi ci sono i monumenti: dalle vestigia romane ai ghiribizzi barocchi, dagli scorci pittoreschi che sbucano fuori inapettatamente anche nel piu’ terribile caos cittadino.. devo proprio ammettere che mi sono innamorata di Roma, ma che dire di Antonello?
Era gia’ il mio pittore preferito, pero’ avevo avuto la fortuna di vedere dal vero solo il San Girolamo nello studio; trovarmi faccia a faccia con la sua quasi completa produzione e’ stato piu’ che emozionante, infatti mi e’ scappata pure qualche lacrimuccia di commozione.
A colpire piu’ ancora che la perfezione stilistica e anatomica e’ la bellezza dei volti: Madonne non trasfigurate dalla grazia, ma pure leggiadrie virginali dai tratti tipicamente mediterranei; la finezza piscologica dei ritratti maschili che visti da vicino stregano: la leggenda vuole che il sardonico Ritratto di ignoto marinaio abbia fatto per anni da decorazione ad uno sportello di una farmacia siciliana e che la figlia dello speziale un giorno abbia tirato un oggetto contro il quadro, stanca di dover sopportare quello sguardo beffardo: guardando da vicino, in questo ritratto come negli altri, si nota un contrasto tra l’espressione degli occhi e quello della bocca: qui gli occhi sono maligni e il sorriso strafottente, nel Ritratto Trivulzio, il cipiglio e’ sussiegoso ma la piega della bocca molto triste e poi c’e il Ritratto d’uomo della Galleria Borghese, chiaramente un venditore, dall’aria furbastra: non comprerei mai un’auto da quell’individuo!
E infine il capolavoro assoluto de L’Annunziata, perfetto nel rigore geometrico e nell’introspezione psicologica, trovarsi davanti a quella mano che pare respingere le profferte dell’angelo mentre la sinistra si stringe il velo alla gola mi ha fatto pensare che sublime regista sarebbe stato Antonello se fosse vissuto nel nostro tempo!
Eldorado
ll numero zero del programma radio e’ andato in onda con un discreto successo tra parenti ed amici, la scorsa settimana sono riuscita a fare avere una copia del programma anche a Carlo Leva, protagonista di parte del programma, quindi non restate che voi, diletti avventori del blog a cui rifilare i miei esperimenti radiofonici!!!
Eccovi dunque la creaturina mia e di Daniela, Eldorado, ancora divisa in cinque parti, rispettando i tagli pubblicitari (del resto non avrei saputo come unire i pezzi, se devo dirla tutta!)
ed in aggiunta, come nella migliore tradizione del supporto digitale un extra eccezionale: l’intervista integrale a Carlo Leva.
Buon ascolto!
La parte dedicata a Carlo Leva
Non ti puoi perdere il piccione!
E ora che sei qui vuoi smettere?
Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti
E’ noto che il cartone “moderno”, si fa amare dagli spettatori adulti parodiando il cinema che ha protagonisti in carne ed ossa; non si sottrae a questa regola neppure la rivisitazione di Cappuccetto Rosso fatta dai fratelli Edwards: l’idea geniale del cartoon in questione sta nel parodiare uno stile di sceneggiatura molto in voga negli ultimi anni, (anche se ha antecedenti famosissimi come Rashomon) in cui i protagonisti scompongono la storia raccontando ognuno la propria versione dei fatti.
L’inizio e’ sempre il medesimo: Cappuccetto Rosso, detta Rossa, va a casa della nonna dove trova il lupo che si cela sotto le sembianze della vecchina e insospettita comincia con le arcinote domande, quando la nonna legata salta fuori dall’armadio ed il boscaiolo armato di accetta irrompe dalla finestra.
A questo punto arriva la polizia della foresta che circondando tutta la proprieta’ con la famigerata striscia gialla del “scene crime” indaga: le prove sarebbero tutte contro il lupo ma l’ingresso sulla musica di Perry Mason del detective Nick detto Gambe (un ranocchio molto sciccoso in pieno stile anni ‘40) e’ il pretesto per ascoltare le varie versioni dei protagonisti ed alcune di queste sono davvero gustose.
La figura di Cappuccetto Rosso, nonostante l’aggiornamento nel look con i piu’ moderni jeans a zampa con perline sotto la mantellina, e’ forse l’anello debole della trama con le sue canzoncine in perfetto stile cartone prima infanzia; anche il colpevole e il giallo che sta mettendo il subbuglio nella foresta risultano piuttosto inconsistenti, il che non impedisce che la pellicola sia estremamente divertente, grazie ad alcuni dei personaggi secondari assolutamente fantastici: lo scoiattolo collaboratore del lupo letteralmente drogato di caffeina e soprattutto il caprone costretto a cantare country da 37 anni per colpa di un incantesimo.
Torino d’Argento : Il gatto a nove code
Molto interessante l’evento Torino d’Argento che si e’ tenuto in citta’ martedi scorso, 06.06.06.
La manifestazione voleva indagare i rapporti tra Dario Argento e la citta’ di Torino attraverso un incontro con il regista e alcuni suoi collaboratori alla realizzazione de Il gatto a nove code, la proiezione del film stesso e una mostra fotografica che restera’ aperta fino all’11 giugno.
Purtroppo mi sono persa la conferenza, ma sono stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere il film; mi sono guadagnata questo diritto arrivando davanti al cinema Massimo intorno alle 20 e facendomi un’oretta di coda (stazionavo all’angolo con Via Montebello), fortunatamente in compagnia di persone molto simpatiche conosciute nell’attesa che in questo modo e’ passata allegramente.
Anche la proiezione e’ iniziata un po’ in ritardo perche’ il regista si e’ fermato a parlare con la folla che non e’ riuscita ad entrare (verso le 21 la coda risaliva mezza Via Verdi!); Dario Argento si e’ confermato persona molto disponibile anche durante la breve introduzione al film raccontando dei suoi progetti (il capitolo conclusivo delle tre madri!) svelando qualche retroscena che sta dietro alla scarsa distribuzione di alcune pellicole (Quattro mosche di velluto grigio) e ribadendo il suo grande amore per Torino.
Il gatto a nove code e’ il secondo lungometraggio realizzato dal regista, nonche’ il secondo capitolo della cosiddetta trilogia zoologica; girato nel 1971 il film risente molto dell’atmosfere del genere poliziottesco e non mancano sagaci tocchi d’ironia che verranno meno nell’Argento piu’ maturo.
Davvero ottimo l’utilizzo della citta’ e mi sono divertita a cercare di riconoscere alcuni scorci di Torino; a causa di una somiglianza che ho notato all’inizio del film ho provato a leggere tutto il film in una determinata chiave: quando Karl Malden e’ comparso sullo schermo mi ha ricordato in maniera sorprendente Ray Milland e allora mi sono chiesta se gli elementi fondamentali della trama, la genetica, la cecita’ oltre che all’uso di colori psichedelici non avessero qualche rimando a L’uomo dagli occhi a raggi x, girato da Corman nel 1963.
Restando sempre in tema di citazioni impossibile non ricordare le intelligenti rivisitazioni hitchcockiane: la doccia e soprattutto i bicchieri di latte.
X-men – conflitto finale
Gli umani hanno trovato una cura per annullare i superpoteri degli X-Men e renderli innocui, ovviamente i mutanti non amano molto essere considerati come una malattia da curare: Magneto con la sua Fratellanza vede nella cura un pretesto per scatenare la guerra contro il genere umano, mentre gli allievi del dottor Xavier sono per una mediazione civile; a complicare le cose interviene la resurrezione di Jean Gray, divenuta onnipotente ma completamente instabile: con quali delle due fazioni si schierera’?
Terzo e (forse) conclusivo capitolo della saga tratta dai fumetti Marvel, di cui va segnalato il cambio alla regia: dopo i primi due episodi diretti da Bryan Singer, l’opera passa nelle mani di Brett Ratner.
Lo spunto e’ interessante: l’idea della cura che pure e’ volontaria e non coercitiva, ha forti richiami con la reale condizione del diverso che nella societa’ contemporanea troppo spesso e’ visto con paura, vittima di un indebolimento degli ideali di integrazione razziale post 11 settembre: benche’ l’immagine sia trita, quando Magneto mostra qual’e’ il tatuaggio che lo marchia il brivido d’indignazione non manca.
Altrettanto positivo e’ l’uso degli effetti speciali affidati alla Weta Digital Ltd di Peter Jackson : anche se sono presenti a bizzeffe nella pellicola, sono al servizio della storia e non il punto di forza del film: belli e spettacolari riescono ad integrarsi nella vicenda, moderando i toni da giocattolone ultraesplosivo che caratterizza solitamente le trasposizioni di fumetti sul grande schermo (mi riferisco ad Hulk ed anche a Spiderman).
La trama e’ invece soffre di una certa dispersivita’, forse davvero troppi i personaggi in scena con una parata di star che vedono il proprio ruolo ridotto a poco piu’ di un cameo: e’ il caso di Halle Berry alias Tempesta e di Patrick “Picard” Stewart.
Piuttosto incomprensibile il significato della resurrezione di Jean Grey: il suo personaggio crea solamente un forte senso di aspettativa nello spettatore che attende una sua entrata in scena in grado di determinare le sorti del conflitto. ma cio’ non avviene e a parte qualche cupo sguardo lanciato quando la sua parte cattiva predomina, l’attrice ha ben poco altro da fare.
Nel complesso un film godibile che sapra’ accattivarsi i favori degli amanti del genere.
recensione pubblicata su ImpattoSonoro
Paolo Stoppa
Il 6 giugno 1906 nasceva a Roma Paolo Stoppa, piu’ noto per la sua attivita’ teatrale che cinematografica, anche se il suo curriculum cinematografico e’ lunghissimo: da La Corona di ferro a Miracolo a Milano, da L’oro di Napoli a Vanina Vanini da C’era una volta il west, alle diverse partecipazioni ai film di Toto’, per Stoppa c’e’ sempre una caratterizzazione possibilmente negativa, data la vocetta querula e lo sguardo vitreo.
Nel 1938 entra a far parte della compagnia del Teatro Eliseo di Roma, dove incontra Rina Morelli che sara’ la sua compagna di vita e di lavoro.
Nel dopo guerra sara’ determinante l’incontro con Luchino Visconti: sotto la guida del grande regista, la coppia Morelli-Stoppa dara’ vita a indimenticabili rappresentazioni del teatro contemporaneo americano, da Tennessee Williams ad Arthur Miller.

Visconti lo vuole anche per i suoi film, in Rocco e i suoi fratelli, ma soprattutto ne Il Gattopardo: la fisicita’ Stoppa e’ perfetta per il ruolo di Don Calogero Sedara, il plebeo arricchito padre di Angelica; ma il ruolo cinematografico con cui viene maggiormente identificato Stoppa e’ pero’ quello di un Papa, Pio VIII, ne Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, del 1983.
Il primo maggio 1988 l’attore si spegne nella sua Roma.
Auguri a Stefania Sandrelli
Il 5 giugno 1946 nasce a Viareggio l’attrice italiana che meglio ha saputo adattarsi all’evoluzione del media cinematografico.
La Sandrelli debutta a quindici anni, in seguito alla pubblicazione di alcune sue foto: dopo Gioventu’ di notte di Mario Sequi, la vuole Luciano Salce per Il federale, film campione d’incassi del 1961, segue l’incontro con Germi che sceglie Stefania Sandrelli come la protagonista del celeberrimo Divorzio all’italiana: il regista la richiamera’ nel 1964 per Sedotta e abbandonata, conclusione ideala del dittico sul concetto d’onore italiota.
Nel 1965 e’ protagonista di Io la conoscevo bene, crudo ritratto dell’Italia del boom dipinto da Antonio Pietrangeli che impone personalmente l’attrice diciannovenne non considerata al’altezza di questo ruolo.
Nel 1970 e’ la strega che Brancaleone salva dal rogo in Brancaleone alle crociate secondo episodio delle mitiche avventure del cavaliere da Norcia.
Negli anni ‘70 la Sandrelli diventa l’icona del cinema d’autore italiano partecipando a due film di Bernardo Bertolucci, Il conformista (1970) e Novecento del 1976, a soprattutto interpretando Luciana Zanon, la donna amata da tutti i protagonisti di C’eravamo tanto amati di Ettore Scola nel 1974.
Nel 1980 l’attrice fa parte del cast di un altro film di Scola, La terrazza, pellicola che fa un bilancio fallimentare della generazione degli anni ’60 di cui la Sandrelli era stata icona ed infatti la sua stella sembra appannarsi ma con un colpo di coda imprevisto l’attrice da nuova linfa lla sua carriera accentando nel 1983 il ruolo scabroso propostole da Tinto Brass ne La chiave.
Tra i film piu’’ importanti girati da Stefania Sandrelli negli anni ‘80 vanno ricordati Speriamo che sia femmina (1986) di Mario Monicelli e La famiglia di Scola girato nel 1987.
Nel 1988 si segnala nel ruolo della madre in Mignon e’ partita, debutto registico di Francesca Archibugi: quello di madre piacente e ancora desiderosa di passioni e’ un ruolo che le rimane appiccicato nel cinema italiano, infatti negli stessi panni la ritroviamo nel 2001 ne L’ultimo bacio di Gabriele Muccino.
Dagli anni ‘90 la Sandrelli diventa anche una delle protagoniste piu’ amate della fiction italiana: da Il Maresciallo Rocca a Il bello delle donne: fortunatamente restano le opere prime come Te lo leggo negli occhi (2004) di Valia Santella e il cinema internazionale con pellicole del calibro di Figli/Hijos (2001) dell’italo-cileno Marco Bechis o Un film parlato (2003) di Manoel de Oliveira a mantenere alta la credibilita’ dell’attrice che sicuramente ha ancora molto da dare.
