Stasera alle 21.00 su Rai3 ricomincia La Squadra.
Per fortuna dico, dopo aver dato un’occhiata alle fiction
poliziesche che hanno tenuto banco dall’inizio dell’anno. Tacendo
dell’amorfo Il capitano che puntava sui continui travestimenti di Alessandro Preziosi che avrebbero dovuto dimostrare le sue qualita’ attoriali, anche R.I.S., delitti imperfetti ha sofferto delle solite limitazioni delle fiction Mediaset: colori saturi di splendide giornate di inizio estate, (in una fiction Mediaset e’ sempre bel tempo e i protagonisti sono sempre bellissimi!) interni palesemente finti, ma il limite peggiore sta nel plot: ogni puntata e’ perennemente divisa in due episodi: storielline brevi appena abbozzate che fanno da sfondo ai sicuri amorazzi tra colleghi, in R.I.S.
hanno tentato di allungare l’episodio trasmettendone uno e mezzo per puntata pero’ incrociando due casi, quindi alla fine la vicenda e’ ancora piu’ stringata.
La Squadra, fiction di lunga serialita’ che dura tra alti e bassi da almeno quattro o cinque anni ha raggiungo un certo livello di qualita’ che la fa distinguere in questo piatto mondo della fiction italiana per lo spessore delle storie, che a volte si sviluppano in diverse puntate e talvolta non si concludono con il lieto fine di prammatica e lasciano l’amaro in bocca. La qualita’ della recitazione e’ di una spanna superiore a qualsiasi prodotto televisivo in circolazione, soprattutto con gli ultimi personaggi entrati, come non citare l’ambizioso commissario Pettenella interpretato da un bravissimo
Massimo Wertmuller, in grado di stemperare l’ambiguita’ del suo personaggio con una forte dose di ironia, poi c’e’ la Veneziani, la dottoressa della scientifica, gattara e rompiscatole (perche’ tutto cio’ mi suona cosi’ famigliare? vabbe’..) e l’ultima entrata e’ quella di uno strepitoso Tony Sperandeo, che il cinema ha sempre relegato alle caratterizzazioni mafiose e che qui interpreta un geniale poliziotto siciliano innamorato della cucina e soprattutto dell’Orlando Furioso che non perde occasione di declamare.
Se dovessi fare un paragone con la grande stagione degli sceneggiati TV, il referente sarebbe sicuramente Qui squadra Mobile, del 1973 con l’indimenticato Luigi Vannucchi per la regia di Anton Giulio Majano.
Anno: 2005
Da che pulpito!

Ieri sera a Markette
Costantino Della Gherardesca ha chiesto a Dario Argento cosa pensa del
cinema cinema horror giapponese. Il maestro dell’orrore italiano dopo
aver tenuto a specificare che questo genere proviene anche dalla Corea
e Hong Kong, e che secondo lui e’ sempre molto simile, ha sostenuto che
il filone ha avuto successo grazie agli americani che si sono accorti
del loro potenziale di pubblico pur costando poco, mentre il cinema
americano produce sempre film molto costosi che nessuno va a vedere
“come The Aviator che e’ uno dei piu’ brutti film degli ultimi anni, con scenografie bruttissime dove tutto e’ falso” e Gangs of New York non era meglio.
De gustibus, per carita’! Ma qualcuno si ricorda per caso qual’e’ stato l’ultimo film decente di Dario Argento?
Giornata mondiale del Gatto
ruolo del Guardiano, per dar vita e nutrimento a una creatura che e’ in
parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di ancora
inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non
consumata per milioni di anni.
William S. Burroughs,
Il gatto in noi

Saw -L’enigmista
Ero convinta di essermi ormai persa questa pellicola mediocre, quando sabato scorso a cena Mara ha detto che ci teneva ad andare a vederlo ecosi’ siamo finite al cinema in quattro donzelle.
Fortunatamente la compagnia era leggiadra e le risate hanno stemperato la sensazione di aver buttato via i soldi.
Del thriller cosa dovrei dire? Senza alcuna inventiva registica,una serie di campi e contro campi che accentuavano il senso di noia, dialoghi indegni ed il famigerato colpo di scena finale che, stringi stringi, non e’ altro che una ripresa dell’idea de Le Jene di Tarantino, accelerazioni visive e musica metallara che accentuavano in senso di dejavu ricordandomi in parte La casa dei 1000 corpi.
Nonostante nell’intervallo avessimo disquisito lungamente sul fatto che una persona non possa segarsi una caviglia senza svenire, l’odioso dottorino riesce nell’intento in una scena molto poco splatter (il regista stesso ha proceduto a molti tagli per evitare la censura).
Deludente e poco pauroso, anche se ehm.. la macchina poi l’ho lasciata davanti a casa, mica l’ho messa in garage!
The aviator
Indubbiamente il film mi e’ piaciuto, anche se mi ha lasciato un
po’ perplessa la parte dedicata ai rapporti di Hughes col mondo del
cinema, che era quella che mi interessava di piu’: Scorsese si e’ preso
troppe liberta’ rispetto alla vera storia d’amore tra Katharine Hepburn
e Howard Hughes, solo riflettendoci ho capito che il regista non aveva
altra scelta che portare sugli schermi la magia di quel cinema,
anziche’ i veri personaggi e allora ecco Kate e Howard diventare i
protagonisti di una commedia sofisticata, il che non toglie che avrei
preferito si parlasse piu’ chiaramente di Scandalo a Filadelfia anziche’ girare il pranzo a casa Hepburn come se fosse stata una scena del suddetto film, uffa!
Ho cercato comunque di essere obbiettiva nella recensione su ImpattoSonoro ora recuperata qui
Addio ad Arthur Miller
Si è spento il 10 febbraio, quasi alla soglia dei novant’anni (li avrebbe compiuti il 17 ottobre), Arthur Miller, uno dei piu’ importanti drammaturghi americani, tra le sue opere fondamentali ricordiamo Morte di un commesso viaggiatore e Il crogiolo.
Celeberrimo anche per esser stato l’ultimo marito di Marilyn Monroe, dal 1956 al 1960. Per la diva sceneggiò uno dei suoi film piu’ belli, Gli spostati che fu, purtroppo,l’ultimo lavoro dell’attrice.
Da menzionare anche Uno sguardo dal ponte portato sugli
schermi nel 1961 da Sidney Lumet con Raf Vallone come protagonista. La piece, che narra un dramma di immigrati italiani, è in tournée nel corso di questa stagione teatrale.
Gli album di Marco Paolini
E meno male che e’ tornato Marco Paolini in
televisione, per provare l’ebbrezza di restare incollata al video
durante un programma in prima serata, mentre la sua arte affabulatoria
racconta le schegge impazzite della storia che nel passato recente sono
venute a scorticare la patina tranquilla della paciosa provincia
italiana.
Ieri Aprile ‘74-’75, due ore per raccontare l’adolescenza
tra politica e campi di rugby, primi amori e prese di coscienza, mentre
sullo sfondo riecheggia lo scoppio delle bombe di Brescia sulla piazza
del paese un ragazzo finisce in coma durante uno scontro con i
celerini.
Appuntamento a giovedi’ prossimo, ma in seconda serata.
Il giorno del ricordo
Oggi e’ il giorno del ricordo per le vittima delle foibe e gli esuli delle terre dalmate e istriane.
Vittime che hanno diritto a non essere dimenticate, questo va puntualizzato.
Visto che lo slogan di questa giornata e’ Ricordare per capire
la prima domanda che mi pongo e’ perche’ e’ stata scelta questa data
cosi’ a ridosso al giorno della memoria per le vittime dell’olocausto
nazista, che potrebbe sembrare quasi una provocazione dividendo ancora
una volta i morti di “una parte” da quelli “dell’altra”. Mi sono
documentata su questo sito e ho scoperto che la data cade nel giorno del il Trattato di Pace
firmato a Parigi nel 1947, che cedeva parte dei territori italiani alla
Jugoslavia e alla Francia, e che fu causa principalmente dell’esodo
delle popolazioni. E di quell’esodo tragico ho avuto sentore
nell’infanzia, mi ricordo la voce bassa, tra il rammarico e
l’imbarazzo, con cui si sussurrava di qualche famiglia profuga
dall’Istria, non avevo certo capacita’ di approfondire l’argomento
all’epoca, come del resto non mi era ben chiara tutta la situazione
della seconda guerra mondiale con le diverse alleanze a cui si presto’
l’Italia.
Non e’ stata certo la scuola a chiarirmi le idee: non so voi, ma
ai miei tempi , nell’anno della maturita’, svolgere il programma di
storia fino all’attentato di Sarajevo, aveva del miracoloso, ragion per
cui sono stufa di sentir dire che delle foibe non si fa menzione sui
libri di testo, fin che non si istituira’ come materia a parte la
storia contemporanea dubito sulla capacita’ didattica della scuola
italiana. Come sempre sara’ la curiosita’ di ognuno che lo portera’ a
voler ricostruire la storia che abbiamo alle spalle, inutile dirlo, ma
nel mio caso motore di questa spinta e’ stato il cinema, soprattutto
con la scuola neorealista: com’e’ che a scuola mi insegnavano che
eravamo entrati in guerra a fianco dei tedeschi e poi pellicole come Paisa’ raccontavano di una guerra contro i nazisti? Da li’ la scoperta dell’ 8 settembre e tutto quel che e’ seguito.
Questo per spiegare la mia disponibilita’ a sensibilizzarmi su una
storia dolorosa finora taciuta per ragioni di stato, paradossalmente
piu’ democristiane che comuniste.
Vogliamo vivere!
To be or not to be
Usa 1942
con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack
regia di Ernst Lubitch
Era da tanto che non ridevo cosi’ per un film, ma del resto era una vita che non vedevo un fim di Lubitsch!
Stranamente non avevo mai considerato molto Vogliamo vivere!, quindi e’ stato con vero piacere che ho ritrovato le avventure di Maria e Joseph Tura, coppia di attori polacchi, sposati nella vita, la cui commedia Gestapo viene censurata perche’ nel 1939 i rapporti con la vicina Germania stanno precipitando vertiginosamente. La compagnia ripiega sull’Amleto di Shakespeare e il monologo di “essere o non essere” offre l’adito a Maria Tura per incontrare il suo spasimante, il pilota Sobinski; sarà proprio l’aviatore a scoprire, dalla sua base in Inghilterra, una spia nazista che si sta recando a Varsavia per sgominare la Resistenza proprio dal fatto che non conosce la fama della bella Maria.
Tornato in patria, Sobinski riuscira’ a salvare i partigiani dai nazisti grazie all’aiuto della compagnia dei Tura che utilizzano i loro costumi di scena di Gestapo per fingersi gerarchi in una girandola di equivoci e colpi di scena.
Una commedia divertentissima che se la gioca, a livello qualitativo, con Il grande dittatore di Chaplin: geniale soprattutto l’inizio quando una scena in un ufficio militare tedesco si rivela essere solo una prova teatrale, creando una distorsione della realta’ che pone su un livello surreale le graffianti battute che caratterizzano il film evitando che risultino solamente ciniche.
La tragedia della follia nazista e’ sempre ben presente sullo sfondo e Lubitsch ce la mostra con brevi dettagli, quasi delle pennellate impressioniste, del resto per me l’immagine che meglio rappresenta l’assurdita’ della guerra e’ proprio in un’opera del grande regista tedesco, in un film minore L’uomo che ho ucciso (Broken Lullaby, 1932) che inizia con una carrellata su un plotone di dragoni inginocchiati in una chiesa ognuno con la propria affilata lama la fianco: il contrasto tra le spade in primo piano e la spiritualita’ della liturgia e’ molto significativo.
To be or not to be e’ stato l’ultimo lavoro di Carole Lombard, scomparsa in un incidente aereo durante una campagna di raccolta fondi per le truppe americane, la sua tragica morte segno’ il declino della carriera del marito: “the king” Clark Gable.
Ho pensato che la bellezza della pellicola valesse senza alcun dubbio l’acquisto di un dvd, invece che tenere la copia un po’ rovinata ( anche se v.o.s.) trasmessa da FuoriOrario, ma una breve ricerca tra i piu grandi rivenditori di DVD in rete ha dimostrato che non esiste nessuna versione restaurata o con extra significativi di questo film, un vero peccato.
Tokyo godfathers
La notte di Natale tre barboni trovano una neonata tra i rifiuti, se ne
prendono cura e decidono di ritrovarne i genitori. Le peripezie che
attraverseranno metteranno a nudo le loro vere storie: Jin, ubriacone e
giocatore ha abbandonato la famiglia, Hana e’ un transessuale finito
sulla strada dopo la morte per AIDS del suo compagno e Miyuki e’ una
ragazzina fuggita di casa dopo aver ferito il padre in una
violentissima lite.
Un cartone giapponese diverso dai soliti che sbarcano in Occidente, anche nel tratto: piu’ realista e dai colori meno accesi.
Un’opera dai chiari risvolti cinefili: titolo e trama fanno immediatamente pensare a In nome di Dio di John Ford, del 1948, titolo originale 3 Godfathers,
dove tre banditi si prendono cura di un neonato a cui sono morti i
genitori, poi diverse battute richiamano grandi film del passato: la
proposta di chiamare la neonata John Doe o la cagnetta che si chiama
Dorothy.
La pellicola affronta temi toccanti con mano leggera e
affastellando situazioni sempre piu’ surreali: il capo yakuza trovato
sotto la macchina, il matrimonio di sua figlia con annessa sparatoria,
la famiglia sudamericana dell’assassino, la falsa madre incline al
suicidio..
I personaggi sono ben delineati nella loro psicologia, e fra tutti
spicca quello di Hana, forse perche’ il suo essere spudoratamente
checca esprime al meglio il miscuglio di melodramma e allegria che
caratterizza il film.
Tokyo sotto la neve, che i protagonisti attraversano in lungo e in
largo, e’ lo sfondo sfolgorante ed indifferente alle avventure di
questa umanita’ che si arrabatta e c’e’ un contrasto stridente tra i
cartelloni pubblicitari che propugnano simboli di felicita’ e ricchezza
e la vita di simpatici, folli poveracci, quasi di stampo zavattiniano.
Per la solita miopia degli esercenti, per i quali cartoon uguale
infanti, il film e’ nelle sale solamente al pomeriggio, almeno in
provincia, ma forse c’e’ da ringraziare per il solo fatto che abbia
trovato una distribuzione.