Ray Gelato and his Giants

Raygelato

Sabato scorso Ray Gelato
e la sua orchestra si e’ esibito ad Asti, davanti a qualche migliaio di
persone: quale prova migliore del successo della trasmissione di Arbore
Meno siamo e meglio stiamo che ha (ri)lanciato lo swing in
Italia? Del resto chi conosceva l’artista gia’ in precedenza e’ stato
molto probabilmente , come la sottoscritta, un seguace di D.O.C., il meno conosciuto tra i programmi televisivi di Renzo Arbore.

Quello che sorprende e’ l’energia trascinante dei concerti di Ray
Gelato: si inizia a tenere il ritmo seduti sulla sedia e poi ci si
ritrova a scatenarsi sotto il palco in mezzo alla folla il piu’
eterogenea possibile: dall’azzimato cinquantenne ascoltatore di jazz,
al ventenne con mezzo metro di dread.

Da provare almeno una volta nella vita!

Auguri a Donald Sutherland

Donaldsutherland

Canadese, nato il 17 luglio 1935, Donald Sutherland deve molto
all’Italia per la sua carriera cinematografica: e’ qui che esordisce
nel 1964 con un doppio ruolo, nell’horror Il castello dei morti vivi. L’anno seguente e’ al servizio della Hammer per girare Le cinque chiavi del terrore, accanto a Peter Cushing e Christopher Lee.

Nel 1967 e’ tra i protagonisti di Quella sporca dozzina e nel 1970 gira MASH, film di grandissimo successo firmato Robert Altman.

Seguono titoli come Una squillo per l’ispettore Klute,del 1971, A Venezia un dicembre rosso shocking (1973) e Il giorno della locusta
girato nel 1975; ma e’ ancora l’Italia a offrirgli i ruoli che lo
faranno passare alla storia del cinema: nel 1976 e’ il protagonista de Il Casanova di Federico Fellini del maestro riminese e sempre nello stesso anno Bernardo Bertolucci gli offre il ruolo del fascista Attila nel suo Novecento, dove assieme a Laura Betti, Sutherland crea una delle coppie piu’ cattive e patetiche mai viste sugli schermi.

Dopo  Gente comune (1980) e La cruna dell’ago del
1981, la carriera di Sutherland vira verso il basso e l’attore e’
spesso impegnato in produzioni a basso costo e spesso di bassa qualita’
che lo fanno dimenticare tanto che in una sua biografia su internet liquida la sua carriera con queste poche righe: Ha iniziato come deejay in Canada iniziando la carriera di attore solo negli anni ’60. Nonostante abbia recitato in produzioni di scarso successo, le sue interpretazioni sono sempre piaciute alla critica, soprattutto negli anni ’90.

Stranamente la svolta nella carriera di Sutherland coincide con la
presidenza Reagan, e l’attore canadese era un noto attivista ed
antimilitarista degli anni ‘70 (non ho pero’ informazioni per
confermare la mia ipotesi),
Le produzioni degli anni  ‘90 in cui si distingue sono  JFK – Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone, Sei gradi di separazione (1993) di Fred Schepisi  nel 2000 l’attore canadese è diretto da Clint Eastwood  in Space cowboys.

La sposa siriana


Il racconto del giorno di nozze di Mona, promessa sposa ad un divo
della televisione siriana che non ha mai visto se non sul piccolo
schermo, sarebbe una gustosa commedia matrimoniale condita in salsa
etnica se non fosse che Mona e’ una drusa delle alture del Golan, terra
di nessuno al confine tra Israele e la Siria ed il matrimonio che sta
per contrarre la costringera’ a dire addio per sempre alla sua famiglia
perche’ il perenne stato di tensione tra le due nazioni le impedira’ di
tornare, anche solo in visita.

All’ironia sulla vita famigliare scombussolata da un evento di
portata fondamentale come il matrimonio di una figlia si aggiungono i
rapporti complicati fra i componenti della famiglia di Mona ed il
lancinante senso di malinconia dovuto all’imminente addio su cui si
innesta anche l’assurda ottusita’ della burocrazia.

Curiosamente il personaggio di Mona risulta secondario per quasi
tutto la pellicola, fino al “colpo di scena” finale, mentre
l’attenzione e’ incentrata sulla sua famiglia, in particolare sulla
figura di Amal, sorella maggiore della sposa. Piu’ che alla denuncia
politica, infatti, il film e’ attento alla situazione della donna
mediorentale, divisa tra il desiderio di emancipazione e rigore
tradizionalista.

Quello che mi ha colpito maggiormente del film e’ la famigliarita’
che ho sentito verso i personaggi: solitamente il mondo mediorientale,
per la sua terribile situazione politica senza rimedio, mi appare
lontanissimo; forse per questo la mia attenzione e’ stata subito
catturata dalla collana che Amal porta al collo: una catenina d’oro con
il nome scritto in caratteri latini: tutti noi ne abbiamo posseduta
almeno una simile.

Fortunatamente anche nell’edizione italiana il film e’ stato
sottotitolato per non rovinare la sua ricchezza linguistica: vi si
parla israeliano, arabo, russo, francese e inglese, quest’ ultimo con
tutte le possibili inflessioni.

Voyager

Anche ieri sera mi son fregata con le mie mani ed ho guardato Voyager speciale Egitto,
come al solito mi son dovuta sorbire tutto il sensazionalismo di
Giacobbo nella speranza di scoprire qualcosa di nuovo sull’affascinante
mondo dell’egittologia, non avrei dovuto aspettarmi gran che’ da una
trasmissione la cui meta’ del pubblico era conciata da antico egizio
(poi perche’ non tutti? un soprassalto di dignita’ della claque?).

Dopo aver visto spezzoni (gia’ visti) di documentari del National Geographic,
aver assistito alle imprese eroiche di Hawass e Giacobbo, essermi
sorbita una sorta di mummia confiscata alla mafia che pare porti pure
sfiga, finalmente hanno mostrato quella che dovrebbe essere la mummia
dell’unica donna Faraone, Hatshepsut: poverina la tengono in un cassone
di legno come una partita di armi importata illegalmente!

Ma il pezzo forte e’ stata la discesa in un cunicolo non ancora
del tutto esplorato a Luxor: posso capire che Zahi Hawass con il suo
cappello da Indiana Jones si presti a queste sceneggiate perche’ deve
tirar su un po’ di soldi e mandare avanti gli scavi in Egitto, ma la
regia potrebbe essere un po’ piu’ accorta: come posso credere che il
cunicolo sia inesplorato, strettissimo ed altrettanto impervio quando
le riprese sono fatte frontalmente cioe’ quando almeno un uomo con
tanto di macchina da presa o magari un’intera troupe per microfoni ed
affini sono gia’ scesi e riprendono l’”emozionante” arrivo dei nostri
eroi?

Credo che all’esimio Roberto Giacobbo si adatti perfettamente il il brano dei Vallanzaska:

..vorrei vedere la piramide di Cheope

ma sono miope

ma sono miope..

Le strane vie della censura

Stasera su Rai3,intorno alle 23,40, andra’ in onda in prima visione Incantesimo Napoletano, deliziosa commedia di Genovese e Miniero.

Narra le vicissitudini di Assuntina Aiello, che pur essendo nata a
Napoli da una famiglia di certissime e secolari ascendenze partenopee,
fin dalla nascita si esprime in milanese e preferisce il panettone alla
pizza. I genitori, imbarazzati da questo suo “difetto”, faranno di
tutto per redimerla.

Mi ricordo che quando lo vidi al cinema trovai questo film molto
divertente ed originale ma la cosa che proprio non riesco a scordarmi
e’ che la pellicola era vietata ai minori di 14 anni e quello che piu’
mi lascia perplessa e’ che fece la sua rapida comparsa nelle sale a
tempo di Mulholland drive di David Linch, che invece non aveva subito nessuna censura.

Sia ben chiaro che se fosse per me la censura non dovrebbe esistere
ma a rigor di logica troverei piu’ scandaloso per il comune senso de
pudore la scena onanistica del film di Linch che le simulazioni di atti
sessuali in sottoveste e canotteria, con materassi che cigolano di Incantesimo Napoletano.

Se poi la pruderie non e’ di tipo sessuale ma di pensiero a maggior
ragione Linch non lo dovrebbe battere nessuno, invece come ben ci
insegnava Il nome della rosa, la risata e’ sempre l’arma piu’ pericolosa: e questo e’ uno dei motivi per cui prediligo le commedie.

requiem per un cinema

Per chi, come me, veniva da fuori citta’ era la
sala cinematografica piu’ facilmente reperibile , data la sua posizione
strategica, accanto all’Arco di Marengo.
Personalmente la trovavo una sala molto elegante, con la grande
scalinata in legno a cui lati erano posizionate le vetrine espositive
dei negozi: vecchio espediente pubblicitario delle sale
cinematografiche, quello di mettere in mostra gli oggetti dei negozi
piu’ chic della citta’ oggi praticamente scomparso: perche’ mettere
qualcosa in mostra se non la puoi vendere e quindi ricavarci subito
della moneta sonante?

A suo modo era anche una sala di concezione moderna ricavata nel
piano sotterraneo dell’edificio, formata da un unico ambiente
digradante verso lo schermo: la distinzione tra galleria e platea era
data da uno spazio piu’ ampio tra le poltrone, per cui, quando c’era
ancora una differenza di prezzo tra i due settori anche gli amanti
della galleria furbamente risparmiavano e si accomodavano in platea.

Aveva una gestione familiare: la moglie alla cassa e il marito che
strappava i biglietti, ormai erano anziani e negli ultimi anni la
programmazione iniziava alle 22,10 anziche’ alle 22,30.

Avevano la fama di persone un po’ burbere, ma non deve essere
stato facile portare avanti un cinema traverso le varie crisi del
settore cinematografico dagli anni ‘70 ad oggi: ricordo una volta in
particolare: sul giornale avevo letto la programmazione di un film
italiano, Senza Pelle credo, e quando arrivammo al cinema
scoprimmo che la proiezione era cambiata in favore di non so piu’ quale
blockbuster americano che vedemmo comunque, mentre eravamo alla cassa
feci notaee alla signora che il giornale riportava un altro film e lei
piu’ rassegnata che stizzita mi rispose che nessuno era venuto a
vederlo.

Ora il Cinema Corso e’ chiuso, ingenuamente pensavo per restauri,
ma leggendo il cartellone dei lavori ho appreso tristemente che
diventera’ un parcheggio.

Batman Begins

Caro Batman, fai bene a startene mogio, a testa bassa sulla locandina: anche questa volta il film che dovrebbe raccontare l’inizio della tua leggenda si e’ rivelato mortalmente noioso: ah i bei tempi di Tim Burton!

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro


Batmanbegins

Come Bruce Wayne, miliardario affetto da un grande senso di colpa, diventi illeggendario giustiziere Batman.

Se il tema principale di questo film e’ la paura, c’e’ da chiedersi se Christopher Nolan abbia avuto timore del salto di qualita’: da regista di nicchia a quello di blockbuster.
Questa potrebbe essere una plausibile spiegazione di un’opera molto interessante sulla carta ma assai meno avvincente sullo schermo: indiscutibilmente ben confezionata ma senza mai nulla che sia in grado di catturare l’attenzione, tutto si muove sul filo del deja vu: a partire dai combattimenti in salsa orientale, qui conditi con chincagliera ninja.
Come si conviene all’attuale filone del supereroe, vediamo il povero Batman intento a costruirsi il costume che diventera’ il suo tratto distintivo e regolarmente lo vediamo sbattere contro un muro quando e’ alle prese con i primi interventi: un passaggio banale e sinceramente ridicolo.
Altro difetto del film e’ l’estrema verbosita’, di certo poco congeniale ad un film d’azione: ci viene spiegato tutto prima, dopo e persino durante l’accadimento, ma in tanta prolissita’ si son dimenticati di motivarci come Batman riesca a camuffare la sua voce: un altro marchingegno costosissimo oppure raucedine da notti passate sui tetti o, piu’ probabilmente, costrizione da maschera, evidentemente non della misura giusta, visto che l’emaciato Bale quando indossa il suo costumino si ritrova con due guanciotte da criceto?
Ma l’occasione mancata e’ stata quella di non sfruttare l’elemento della sostanza psicotropa che permette di visualizzare le peggiori paure di ognuno, per trasformare la pellicola in un film decadente e barocco (quante volte viene ribadita l’importanza della teatralita’?) o dal taglio orrorifico: gia’ Gotham City non ha nulla di fantastico, ma e’ una riproduzione di una qualsiasi metropoli a cui sono state aggiunte due o tre linee ferroviarie sospese che fanno tanto Metropolis, e scoprire che le fobie di un intera popolazione riguardano qualche vermicello, due o tre facce con gli occhi rossi ed un cavaliere senza testa, unico motivo per tirare in ballo Tim Barton a proposito di questo film, e’ estremamente deludente.
Venendo agli attori le note rimangono altrettanto dolenti: il Batman disegnato da Christian Bale e’ oggettivamente antipatico e, ammetto che sia una fisima personale, non riesco a concepire un attore che interpreti questo personaggio senza avere delle labbra ben disegnate, come quelle memorabili di Michael Keaton, ma a parte questo Bale viene surclassato dall’antangonista Cillian Murphy che interpreta il medico folle Crane.
Katie Holmes continua ad interpretare il personaggio di Dawson’s Creek: la ragazzina spocchiosa e saccente innamorata con scarse speranze del suo migliore amico.
Molto piu’ interessante il cast degli attori di contorno, benche’ spesso penalizzato dalla sceneggiatura: Liam Neeson ormai specializzato nel ruolo di insegnante di arti marziali, Michael Caine nella parte del fedele maggiordomo Alfred e’ costretto a battute talmente stupide che neppure la sua classe ed ironia riescono a renderle credibili, Morgan Freeman al suo solito ruolo alimentare, fa il verso a se stesso, Rutger Hauer ha poche battute, ma se non altro ha la faccia giusta per il magnate senza scrupoli, mentre Gary Oldman garantisce l’ennesimo trasformismo disegnando un uomo comune, unico poliziotto integerrimo della citta’ ed e’ grandioso alla guida della Batmobile.
Purtroppo la chiusa finale lascia intuire la possibilita’ di un sequel, o forse
preferisco vederla in questo modo che pensare ad un tentativo di legarsi al primo Batman di Burton.

Saimir

Saimir, e’ un adolescente albanese immigrato
sul litorale laziale e per vivere aiuta il padre nel trasporto di altri
immigrati clandestini. Le sue speranze di una vita normale si
infrangono quando il padre si presta per trasportare una giovanissima
immigrata russa al luogo dove verra’ avviata alla prostituzione.

Saimir
Si fa largo nella programmazione selvaggia di questa estate
cinematografica un piccolo gioiello, premiato all’ultimo festival di
Venezia come miglior opera prima.

La sospensione di giudizio sui vari personaggi che Saimir incontra
sulla sua strada permette di illustrare chiaramente l’impasse
sociopolitica che vive l’Italia sul tema dell’immigrazione, realta’
terribile che regolarmente fingiamo di non vedere.

Toccante la scena in cui il bambino di Pristina, destinato con la
sua famiglia ad essere sfruttato da imprenditori agricoli senza
scrupoli, chiede come sia l’Italia, con gli occhi luccicanti di
speranza; l’espressione chiusa e silente di Saimir gli fara’ capire che
per lui non cambiera’ nulla: la disperazione l’ha seguito fin qui.

Saimir sogna l’integrazione e cerca di stringere una relazione con
Michela, una coetanea italiana ma l’amore finisce presto per
l’impossibilita’ di comprensione tra due mondi cosi’ lontani: lui si
unisce ad una banda di ragazzi zingari che ruba nelle ville per poter
racimolare i soldi per regalarle una collana costosissima e
manifestarle cosi’ i suoi sentimenti, ma a Michela hanno insegnato
(giustamente) che rubare e’ sbagliato e non puo’ capire che per
qualcuno significhi la sopravvivenza.

Il furto nella villa e’ uno dei momenti piu’ belli del film, con i
ragazzi che arraffano tutto quello che trovano al dila’ del valore e la
loro ingenuita’ e’ testimoniata dallo stupore di trovarsi in un luogo
cosi’ bello, quasi irreale per loro, ma all’euforia che culmina nel
liberatorio tuffo in piscina si contrappone la spartizione del bottino
nelle squallide roulotte degli zingari; il furto rendera’ 200 euri, 40
a testa per ogni componente della banda.

Alle varie avventure di Saimir fa da contrappunto il rapporto
conflittuale con il padre, Edmond, che rappresenta tutta la sua
famiglia (della madre resta solo una foto): per l’adulto il compromesso
e’ l’unica via per la sopravvivenza mentre il ragazzo nutre ancora il
desiderio di una vita normale, quando Edmond si presta, malvolentieri,
al trasporto della minorenne russa convinta di andare a Milano e invece
diretta ad una squallida casa dove verra’ stuprata, la rabbia di Saimir
esplode ed anche il finale aperto lascia poco spazio alla speranza.

il sito del film

La guerra dei mondi

Trovo che sia molto angosciante che proprio Spielberg, “il papa’” di E.T.
abbia girato un film con alieni cattivissimi e non ditemi che non c’e’
un nesso tra i due film: che cos’e la Rachel interpretata da Dakota
Fanning se non la versione sclerotizzata della Gertie che fece di Drew
Barrymore una star?

Di seguito la recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Laguerradeimondi

New York: Ray Ferrier lavora al porto ed ha un rapporto conflittuale con i due figli. Durante un fine settimana in cui i ragazzi gli sono affidati, uno strano temporale sconvolge la citta’: e’ l’inizio di una terribile invasione aliena..

H. G. Wells scrisse il romanzo La guerra dei mondi nel 1898 e quarant’anni dopo, nel 1938 Orson Welles ne fece uno sconvolgente adattamento radiofonico preso per veritiero che mise in allarme tutti gli Stati Uniti. Nel 1953 venne fatta una versione cinematografica del romanzo, perfetto esempio di quel filone sci-fi in cui nell’alieno si adombrava la minaccia sovietica; oggi Spielberg riprende in mano questo classico per raccontarci un mondo che sta andando alla deriva.
Pur essendo molto fedele alla prima versione filmica nell’iconografia e seguendone fedelmente la trama (l’invasione fallisce perche’ gli alieni vengono uccisi dall’atmosfera terrestre), l’attenzione del regista e’ puntata sull’uomo: il nucleo familiare di Ray che imparera’ a conoscersi ed amarsi durante questa terribile avventura e le reazioni di un’ umanita’ stupida che anche nei frangenti piu’ terribili e’ piu’ interessata a litigare che ad unirsi contro il nemico comune: emblematico il silenzioso scontro tra Ray e lo psicopatico che lo ospita, interpretato da un bravo Tim Robbins mentre il tentacolo alieno sta perlustrando la cantina dove sono nascosti.
l film ha una struttura road movie e quello del viaggio da New York a Boston e’ un buon escamotage per illustare i vari aspetti della disperazione che attanaglia il pianeta, perfettamente messa in scena dal regista, la tensione viene invece a mancare nei momenti di scontro diretto tra Cruise e gli alieni: la zampata con cui viene fermato e il rovesciamento dell’auto sapevano troppo dei predecenti scontri con tirannosauri imbufaliti.
Pensando che Spielberg e’ stato il regista di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, colui che ha “sdoganato” la figura dell’alieno facendolo uscire dall’aura malefica che l’ha sempre circondato per trasformarlo in un personaggio carissimo al nostro immaginario (ridisegnandone i tratti ispirandosi al muso di un gatto, mentre quelli che ci mostra oggi ricordano i gargoyles che adornano le chiese gotiche) ci si rende drammaticamente conto come la situazione mondiale sia precipitata nel giro di un quarto di secolo: se all’inizio degli anni ‘80 la fiducia e la sicurezza erano tali da permetterci di affrontare senza paura l’incontro con il nuovo, lo sconosciuto , rappresentato dall’extraterrestre, oggi le cose sono ben piu’ tragiche e Spielberg ce le illustra chiaramente durante l’odissea della famiglia Ferrier: la follia delle armi, l’indigenza, i militari che chiudono le frontiere, i muri ricoperti di foto e appelli per tentare di ritrovare le persone scomparse che rimandano al’11 settembre o alla tragedia dello tzunami: non si tratta solo del ritratto di una nazione che si sente minacciata come quella americana, ma delle ansie dell’intero mondo, ben rappresentate dall’agghiacciante suono che emettono i macchinari alieni: la versione distorta e crudele di una delle cinque note che era l’amichevole saluto alieno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.