
Il racconto del giorno di nozze di Mona, promessa sposa ad un divo
della televisione siriana che non ha mai visto se non sul piccolo
schermo, sarebbe una gustosa commedia matrimoniale condita in salsa
etnica se non fosse che Mona e’ una drusa delle alture del Golan, terra
di nessuno al confine tra Israele e la Siria ed il matrimonio che sta
per contrarre la costringera’ a dire addio per sempre alla sua famiglia
perche’ il perenne stato di tensione tra le due nazioni le impedira’ di
tornare, anche solo in visita.
All’ironia sulla vita famigliare scombussolata da un evento di
portata fondamentale come il matrimonio di una figlia si aggiungono i
rapporti complicati fra i componenti della famiglia di Mona ed il
lancinante senso di malinconia dovuto all’imminente addio su cui si
innesta anche l’assurda ottusita’ della burocrazia.
Curiosamente il personaggio di Mona risulta secondario per quasi
tutto la pellicola, fino al “colpo di scena” finale, mentre
l’attenzione e’ incentrata sulla sua famiglia, in particolare sulla
figura di Amal, sorella maggiore della sposa. Piu’ che alla denuncia
politica, infatti, il film e’ attento alla situazione della donna
mediorentale, divisa tra il desiderio di emancipazione e rigore
tradizionalista.
Quello che mi ha colpito maggiormente del film e’ la famigliarita’
che ho sentito verso i personaggi: solitamente il mondo mediorientale,
per la sua terribile situazione politica senza rimedio, mi appare
lontanissimo; forse per questo la mia attenzione e’ stata subito
catturata dalla collana che Amal porta al collo: una catenina d’oro con
il nome scritto in caratteri latini: tutti noi ne abbiamo posseduta
almeno una simile.
Fortunatamente anche nell’edizione italiana il film e’ stato
sottotitolato per non rovinare la sua ricchezza linguistica: vi si
parla israeliano, arabo, russo, francese e inglese, quest’ ultimo con
tutte le possibili inflessioni.