La mala educacion

Spagna, primi anni ‘80. Un regista
che sta cercando materiale per un nuovo film viene contattato da un
attore, nome d’arte Angel, che si rivela essere un suo compagno di
scuola dei tempi del collegio, Ignacio e gli lascia in visione un suo
racconto, La visita che sara’ fonte d’ispirazione per il nuovo film di Enrique Goded.

Malaeducacion

Il film non e’ solamente un noir gelido e ben congegnato, ma il
viaggio intorno a una persona, o meglio a un ricordo. Chi e’ Ignacio,
il ragazzino che aveva turbato il cuore del suo compagno Enrique e
dell’insegnante di letteratura, Padre Manolo? Bello e sensibile, dotato
di una voce angelica e di talento letterario, Ignacio strega anche il
fratello, Juan, che arriva ad impossessarsi della sua vita.

Il vero personaggio fatale e’ Ignacio che riesce a far ruotare
intorno a se’ un mondo di desideri e di morte, un Dorian Gray al
contrario che porta sul suo viso e corpo i segni della meschinita’,
della droga mentre nel racconto e nel ricordo rasenta la perfezione.

Per portare sullo schermo una trama cosi’ complessa
l’intersecazione dei vari piani temporali e’ fondamentale: la lettura
del racconto scritto da Ignacio e’ un flashback degli anni del collegio
che ci viene mostrata come la immagina il regista, anticipando quindi
il film che poi girera’.

Un film ricco di citazioni e omaggi cinefili, dove Almodovar non
disdegna di citare anche i suoi primi irriverenti film nel personaggio
di Paquito.

Appena uscita dalla sala non ero del tutto soddisfatta da questa
storia, che non era riuscita ad appassionarmi completamente, ma La mala educacion
e’ uno di quei film a cui ti ritrovi a pensare uno o due giorni dopo
averlo visto e come la vita dei suoi personaggi ti si svela a poco a
poco.

L’uomo dai mille sogni

Ho trovato lo spettacolo teatrale di Arturo Brachetti veramente bello.

Vagamente autobiografico e venato di malinconia, prende spunto
dalla vendita della casa d’infanzia dell’attore per riportarlo nella
vecchia soffitta che da bambino era il suo rifugio, dove la fantasia
regnava sovrana.

Oltre ai sempre stupefacenti trucchi e velocissimi cambi d’abito
Brachetti ha incantato il pubblico con illusioni molto semplici ma di
sicuro effetto: le ombre cinesi, i vari personaggi creati manovrando la
falda di un cappello. Parrebbe quasi una regressione della sua arte
raffinata , invece e’ una semplificazione necessaria ai fini del
racconto per sottolineare quanto il gioco e il sogno siano fondamentali
per l’arte stessa.

Un ragazzino sensibile e dal ricco mondo interiore non puo’ che
rimanere affascinato dal cinema e la seconda parte dello spettacolo e’
tutta un sentito omaggio al mondo dell’illusione per eccellenza,prima
con un carosello divertente e divertito di i personaggi piu’ famosi e
le scene piu’ celebri dell’immaginario cinematografico: dal Grande
Dittatore alla Dorothy del Mago di Oz che lancia le scarpette rosse al
cagnolino Toto per zittirlo dal mugolare Somewhere over the raimbow da Darth Fenner al balletto di Singing in the rain, non prima che l’ombrello abbia sostituito il coltellaccio  nella scena della doccia di Psyco
e Biancaneve abbia incontrato una colomba sofferente di enterite e
abbia soddisfatto le sue manie di pulizia usando un coniglietto per
risolvere il misfatto.

Dopo questo centone , un commosso omaggio a Federico Fellini, che
Brachetti, dice nello spettacolo, incontro’ da bambino al circo mentre
stava facendo delle riprese ed ecco allora nascere da un semplice gesto
i clowns, Gelsomina e le donne di 8e1/2, mentre il Rex parte per il suo viaggio.

Hero

Prima che la Cina diventasse un vasto impero, era divisa in sei regni sempre in lotta tra loro. Il sovrano di Quin accarezzava l’idea di unificare tutte quelle terre, ma c’era chi desiderava vendicarsi della scia di morti che aveva lasciato sui campi di battaglia. I suoi nemici piu’ acerrimi erano tre valenti guerrieri: Cielo, Spada Spezzata e Neve che vola. Un giorno a corte si presenta un oscuro dignitario, Senza Nome, che dimostra di aver sconfitto i nemici del re e porta con sé le loro armi micidiali vinte in duello..




Herored


Il film di Zhang Yimou, finalmente sugli schermi italiani, è costruito come un gioco di scatole cinesi, nelle quali gli elementi si (ri)combinano in maniera differente: la storia viene reinventata ogni volta con un colore diverso: nero è i colore dominante nelle scene dentro il palazzo imperiale, grigio il combattimento tra Senza Nome eCielo, rosso l’episodio nella scuola di scrittura e cosi’ via.
La perfezione formale raggiunta e’ pressoche’ totale e stupefacente.
HerobluPer quanto concerne la trama sa essere avvincente, forse gli ultimi dieci minuti con la messa in scena delle varie morti sono un po’ prosaici: il film si sarebbe potuto concludere benissimo quando Senza Nome lascia il re di Quin.
Chi conosce il genere wuxiapian (l’epica cinese) trova questa pellicola superficiale, essendo completamente digiuna in materia non saprei giudicare, anche perche’ i miei occhi sono ancora affascinati da immagini bellissime e paesaggi fiabeschi.




Herowhite


Istintivamente mi verrebbe da dire che forse non solo nella vicenda raccontata dal film, ma nel film stesso la calligrafia nasconde un significato profondo; in ogni caso, se non siamo di fronte a un capolavoro, la bellezza formale e ed il respiro epico della trama sono sufficienti per dire che siamo di fronte ad un gran bel film.

Qui la recensione che ne fece a suo tempo D-aniki.

Ancora su Napoleon

Non sempre, purtroppo le proiezioni di Napoleon,sono cosi’ emozionanti.
Qui ad Alessandria per il memoriale della Battaglia di Marengo gira una pessima copia tagliata, soggetta ad ulteriori modifiche.
Se nel giugno 2000, in occasione del duecentenario dalla battaglia il film fu proiettato in un ambiente suggestivo come la Cittadella con un degno accompagnamento musicale, la mia delusione si limito’ al fatto che la copia era in pessimo stato e mancante della prima parte dedicata alla formazione militare del piccolo Napoleone (interpretato da Wladimir Roudenko) a Brienne, con la celebre scena della battaglia nella neve, oltre al fatto che i militari non permettevano di gironzolare per la Cittadella, ma questa e’ un’altra storia.

Wladimir Roudenko

Nel 2003 la medesima copia divenne oggetto degli esperimenti di un maestro alessandrino suscitando la mia ira piu’ belluina, che sfogai su un articolo per il Jolly Rogers, non essendo possibile linkare le pagine del foglio internettico, riporto il resoconto della serata.

Napoleon

Le celebrazioni del 203° anniversario della battaglia di Marengo, decimate dal caldo inusitato e non piu’ degne di essere menzionate nel TG regionale, si sono chiuse con la proiezione del film Napoleon del 1927 di Abel Gance, sonorizzato dal Conservatorio cittadino.
L’evento si e’ svolto nella Corte dell’antico seminario, ora nuova sede della Camera di Commercio, luogo meno adatto (vedere una pellicola su uno schermo dietro al quale si accendono le finestre del palazzo che sta di fronte, non e’ esattamente l’optimum) e forse meno consono di quello della precedente proiezione del 2000 : un’ambiente della Cittadella di Alessandria.
Come in quel caso non e’ stato trasmesso tutto il film (235 minuti circa) ma solo una parte, saltando bellamente la prima bobina, operazione che compromette la comprensione del film che narra le vicende napoleoniche dalla infanzia al 1796. Cio’ nonostante ci sono stati momenti in cui i numerosi spettatori (piu’ di un centinaio) sono stati rapiti dalle vicende che scorrevano sullo schermo.
Le coup de theatre c’e’ stato sul finire della proiezione: mentre per 2 ore circa il commento musicale e’ stato al servizio delle immagini, commentandole degnamente, il finale si e’ discostato completamente. Il film di Abel Gance e’ un’esaltazione della figura napoleonica, che racconta i duri anni in collegio, la fuga dalla Corsica che negli anni della Rivoluzione vuol passare all’Inghilterra, i difficili momenti del Terrore, per chiudersi con l’ apoetosi del genio bonapartista durante la prima campagna d’Italia, mentre il commento musicale sulle scene della discesa di Napoleone in Italia prima si e’ trasformato in una nenia, perdendo il carattere marziale che ha contraddistinto tutta l’opera, seguito da un commento parlato ispirato a La guerra di Piero (citati gli immancabili papaveri rossi) ed e’ finito con un De Profundis, mentre il film si chiudeva improvvisamente, a pochi minuti dalla fine semplicemente andando fuori fuoco.
Ora, la nostra condanna alla guerra e’ chiara e netta, ma trovo inammissibile che si stravolga in questo modo un’opera filmica, per altro tra le piu’ importanti di tutti i tempi: non voglio neppure paragonare le qualita’ artistiche di Gance e del Maestro Federico Ermirio, dicendo che il secondo non deve permettersi di manipolare l’opera del primo, ma vorrei criticare la definizione del lavoro: fare una sonorizzazione o un commento musicale a un film significa mettersi
al servizio delle immagini: ispirarsi a un film che si e’ molto amato per creare un’opera musicale e scegliere di prioettare alcuni immagini
a commento della musica e’ operazione ben diversa, che andrebbe indicata su manifesti e volantini, in modo che lo spettatore sappia a cosa va incontro.
Un’altra cosa che mi lascia alquanto perplessa e’ che Alessandria e’ citta’ sede di un importante concorso di critica cinematografica, e una sinergia tra il passato storico, le qualita’ musicali e il commento critico sarebbe stato molto apprezzato dal pubblico che si era rivelato molto attento e avrebbe messo in luce il substrato culturale cittadino e tutte quelle cose tanto care ai discorsi d’apertura degli assessori.

Napoleon

Napoleon


Napoleon E’ in corso la 23° edizione de Le giornate del Cinema Muto, il  cui programma
e’ come sempre interessante, ma niente che si possa paragonare (almeno
per me) alla gloriosa edizione del 2001, quando l’evento conclusivo fu
la proiezione di Napoleon di Abel Gance (1927) nella versione
restaurata da Kevin Brownlow di 5 ore e 33 minuti, per l’importanza
della proiezione la manifestazione si sposto’ da Sacile a Udine, per
offrire un teatro adeguato alla rappresentazione.

Mi emoziono ancora a ricordare quello che qualcuno defini’ giustamente un grande orgasmo intellettuale.

Innanzitutto il film: un capolavoro assoluto della cinematografia
muta, potente ed evocativo, nonche’ estremamente innovativo nella
tecnica.

A seguire l’atmosfera da gran gala: proiezione con orchestrazione
dal vivo, spettacolo in quattro atti, inframezzati da due intervalli e
un buffet, poi un pubblico da parterre du roi: tra gli altri Enrico
Ghezzi a cui il mio moroso e’ andato a chiedere un autografo per la
sottoscritta, sempre troppo timida: dopo vari tira e molla abbiamo
finito per disturbarlo nel bel mezzo di una telefonata, con me a ruota
che porgo la mano per fargli i miei piu’ vivi complimenti e il maestro
del fuorisinc che mi scrive sul programma “questo non e’ un autografo”
e Tati Sanguineti con cui abbiamo condiviso il rovesciamento del
piattino dei formaggi a causa della folla accalcata al buffet.

Ma l’elemento piu’ emozionante e’ stata la visione del trittico, la
geniale innovazione di Abel Gance: per dare maggior respiro e
sottolineare i momenti topici di Napoleon il regista aveva
ideato un sistema che affiancava tre proiettori triplicando cosi’ lo
schermo per rendere ancora piu’ grandiosa l’epopea napoleonica: data la
necessita’ di un allineamento millimetrico delle pellicole il trittico
e’ stato utilizzato molto raramente e quando si vede il film in tv o in
vhs quello che viene visto e’ lo schermo tripartito, a Udine invece Napoleon
e’ stato apprezzato in tutta la sua maestosita’ e quando nelle sequenze
finali il sipario si e’ aperto per mostrare lo schermo triplicato, li’
e’ iniziata la mia esperienza visiva piu’ emozionante, per giunta
inaspettata perche’ nell’esaltazione di poter vedere TUTTO Napoleon in una sala cinematografica  non avevo minimamente preso in considerazione l’eventualita’ di poter vedere il trittico.


Napoleontrittico

Qui
trovate il resoconto della premiere londinese, il cui successo non si
discosta per nulla da quella di Udine, raccontata da Brownlow nel suo
libro, Come Abel Gance  ha realizzato Napoleon, edito da Il
Castoro, testo fondamentale per capire il film di Abel Gance e il
lavoro paziente e meticoloso che sta dietro a uno dei restauri piu’
accurato (ne esistono diverse versioni) di questa pellicola eccezionale.

Uff..

Ecco qua! Mi e’ impazzito splinder e mi ha
cancellato il post su Christopher Reeve, mi spiace soprattutto per i
vostri commenti che erano molto sentiti.




Il nuovo video di Eminem

Il nuovo video di Eminem

L’irrivente Slim Shady e’ tornato. Il  nuovo video, appena sbarcato in Italia, Just Lose It
pare aver dato scandalo negli USA perche’ il rapper di Detroit vi
compare mentre corre nudo. Come sua abitudine Eminem non esita a farsi
beffe dei suoi colleghi, stavolta tocca a Madonna, ma ad esser preso
principalmente di mira e’ l’ex reuccio del pop Michael Jackson,
riconoscibilissimo nella mise rossa di Thriller e per il balletto sulle piastrelle che si illuminano al suo passaggio  nel video di Billie Jeane.
Eminem ne fa una feroce parodia mostrandolo su un letto assieme a dei
bambini, facendogli spegnere l’incendio della propria chioma nel water,
ma la scena piu’ esilarante e’ il gran finale con la caduta del naso.

L’unico a non ridere e’ Michael Jackson, che ha fatto sapere di
esser rimasto molto addolorato dal video, tanto da pensare di ricorrere
in giudizio per far risarcire la propia sensibilita’ ferita.

La vita che vorrei

Lavitachevorrei
In confidenza, questa non e’ la recensione piu’ approfondita che abbia scritto, ma la mia attenzione era monopolizzata dalla pessima dentatura della Ceccarelli: che peccato!

Stefano e’ un attore di successo; durante le fasi di preparazione di un nuovo film in costume, la cui storia ricorda La signora delle camelie, conosce Laura, un’attrice alle prime armi che verra’ scelta per il ruolo di protagonista. L’amore che i due attori devono interpretare nel film scorre parallelo a quello che nasce tra loro nella vita reale, con i medesimi dubbi: Laura e’ solo un’arrivista o ama veramente Stefano?

Piccioni e’ sempre abile nelle sue lievi investigazioni sull’animo umano, ma questa volta il film, che pare aprirsi a riflessioni sull’amore che non cambia nei suoi dubbi e nelle sue fragilita’ nonostante il passare del tempo e il mutare delle convenzioni sociali, rischia di ridursi ad essere un mero esercizio di stile, forse rovinato dallo stiracchiato happy end finale.
Sempre interessante, per chi ne e’ appassionato, lo sguardo sul mondo del cinema, con il sottobosco di piccoli profittatori.
Ottima la coppia di attori, gia’ collaudata dallo stesso regista nel precedente Luce dei miei occhi.

Spero che un sogno cosi’ non ritorni mai piu’

Ho sognato di essere tornata a casa dopo aver
acquistato dei dvd registrabili e di accorgermi improvvisamente di aver
comprato un -R invece che un +R, guardandomi attorno con angoscia mi
rendevo conto di aver piu’ volte sbagliato supporto.

Che il mio incoscio si identifichi con un DVD recorder non depone molto a mio favore, vero?

Rouge

Rouge

Anno: 1988

Regia: Stanley Kwan

Soggetto: Lillian Lee

Sceneggiatura: Lillian Lee, Yau Dai On-ping

Cast: Anita Mui, Leslie Cheung, Alex Man, Emily Chu

“Rouge” come rossetto “Rouge” come il rosso dell’amore “Rouge” come
il colore del sangue. Ma i colori di questo film sono molti di più ci
sono il giallo di una storia d’amore che procede come un’indagine negli
interstizi imperscrutabili del cuore. C’è il rosa della più semplice
delle storie d’amore dannato (lei ama lui ma le differenze sociali
rendono l’amore una faticosissima scalata). C’è il colore dell’horror,
colore dato dall’indefinito miscuglio di nero, viola e bianco esiziale,
perché “Rouge” è anche una storia di fantasmi.

Se vi siete sempre chiesti cosa ci fosse nel cinema di Hong Kong
per far cadere in brodo di giuggiole tanti esimi critici allora
recuperate a qualsiasi costo questo film (lo trovate a una decina di
euro sui più grandi siti di vendita di dvd asiatici).

A ripensarlo oggi il cinema di Hong Kong, pur non avendo la pretesa
di esserlo, è il cinema che meglio ha rispecchiato il mondo degli anni
’90. Un mondo in cui si parlava di meltin’ pot, di società multietnica
idee e speranze di commistioni tra culture e forme d’arte diverse. Hong
Kong sotto questo punto di vista con i suoi film è riuscita a far
viaggiare nei suoi film i generi più disparati. Con l’esclusione di
Wong Kar-wai forse l’unico regista considerabile a ragione un autore,
tutti gli altri registi di Hong Kong hanno vagato tra i generi e
persino nello stesso film riuscivano ad unire commedia e horror, o
action e melò (John Woo su tutti) o come in questo caso dove c’è una
vera e propria macedonia di generi anche se di fondo il melò la fa da
padrona.

Oggi quel mondo è morto e così parrebbe anche il cinema di Hong Kong.

Ma se ci possono essere speranze per il futuro, quanto meno per la
cinematografia made in HK, il pubblico di tutto il mondo non potrà più
avere le emozioni trasmesse da quelle due autentiche star che erano
Leslie Cheung e Anita Mui. Il primo ha avuto un po’ di visibilità da
noi grazie a “Storia di fantasmi cinesi” e soprattutto alla pellicola
di Wong Kar-wai “Happy together” e al miglior film di Chen Kaige “Addio
mia concubina”. Di Anita Mui non si è visto nulla e vi assicuriamo che
i vostri occhi sono stati privati di una regina della recitazione.
Titolo che viene confermato in pieno con questa pellicola.

Per andare più nel fondo della trama vi basti sapere che negli anni
’30 l’unico erede di una famiglia benestante di Hong Kong s’innamora di
Fleur prostituta in uno dei più grandi bordelli della città. Il loro
amore è contrastato dalla famiglia di lui che lo ha già promesso in
sposo a una cugina.

Prima ancora di sapere come andrà a finire tra i due amanti
Stanley Kwan, uno dei registi di punta dell’Hong Kong anni ’80 – ’90,
ci porta ai giorni nostri, con una coppia molto meno dedita alle
passioni romantiche e più alle cose materiali.

Tutto si stravolge e quando già si pensa a uno stucchevole
parallelismo tra un amore di ieri e uno di oggi ecco apparire Fleur
emaciata in volto ma tale e quale a come l’avevamo lasciata cinquanta
anni prima, con gli stessi vestiti che cerca di mettere un annuncio sul
giornale per il suo amato di allora chiedendogli di farsi trovare allo
stesso posto. Incontrerà il lui della coppia moderna che lavora per un
giornale (come la sua “compagna”). Il film a questo punto prenderà una
venatura horror quando inizierà a venire a galla la reale natura della
Fleur che vediamo nel presente… Fleur è un fantasma!

Andare avanti vorrebbe dire togliere il gusto della visione a
quanti vorranno seguire questo consiglio da appassionato ancor prima
che critico.

Per chi vuole venir sorpreso dai potenti mezzi del cinema (che non
sono quelli degli effetti speciali) questo film è straconsigliato.