Il John Dillinger di Mann e’ un ribelle senza causa che vive il presente, senza sogni/ ambizioni per un il futuro che molto probabilmente sa di non avere a disposizione. Un antieroe romantico che sembra ispirarsi al mito del West (del resto solo una cinquantina d’anni separano la Frontiera dagli anni ‘30 in cui agisce Dillinger). Per Dillinger, come nella migliore tradizione western, contano la lealta’ verso gli amici e un personale senso dell’onore che gli impedisce di rapinare i soldi personali degli impiegati della banca.
Impossibile per questo manigoldo vecchio stampo riuscire a sopravvivere in una societa’ che sta cambiando dove la nascente tecnologia favorisce i mafiosi che da una sola stanza riescono a controllare tutte le scommesse della nazione e una polizia che non si fa scrupoli di picchiar le donne e torture un ferito pur di avere le informazioni necessari; Mann non lascia neppure agli agenti la giustificazione che questa guerra senza quartiere nasca in risposta all’efferatezza dei banditi perche’ Dillinger e’ amato dalla folla e combatte contro un sistema bancario che e’ tornato ad essere odiato anche ai giorni nostri.
L’algida distanza delle banche dal cittadino comune e’ ben rappresentato dall’ottima ricostruzione storica della pellicola: gli uffici bancari che Dillinger rapina sono un trionfo di art deco’ luccicante di di fregi dorati.
Dove la pellicola pecca e’ nella fotografia: e’ ormai arcinoto che il regista si sia votato all’uso del digitale ottenendo ottimi risultati nelle atmosfere notturne del precedente Miami Vice, invece questa volta nella sequenza dell’assalto notturno da parte della polizia del covo di Dillinger qualcosa non ha funzionato e tutta la scena manca di realismo, si vede che gli spari dei mitra sono fasulli e sembra di assistere a un pessimo telefilm tedesco creando uno scollamento tra pubblico e pellicola che per il resto e’ adrenalinica e molto coinvolgente.
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The hurt locker
Un robottino che ricorda il Pathfinder marziano, una terra desolata simile a un arido paesaggio lunare, un uomo che si muove indossando una tuta da astronauta: il film della Bigelow si apre su un mondo alieno, quello di questa schifosa guerra in Iraq così lontana da ogni concezione della guerra -sempre orrida- che nelle nostre tranquille lande occidentali possiamo avere.
L’ingresso del protagonista, il sergente William James che entra in una squadra affiatata a sostituire il precedente artificiere morto durante una missione, introduce una dimensione più epica: James si vede come un eroe solitario, quasi un cowboy moderno, che sfida le regole e gioca con la propria vita, collezionando gli inneschi delle bombe che è riuscito a disinnescare, pur e conservando sprazzi di umanità (il rapporto con Beckham).
In realtà è solo un modo per sopravvivere alla guerra, un’ armatura: a proposito è interessante notare come i gesti per indossare le raffinate tute protettive abbiano un che di arcaico, richiamando la vestitura del cavaliere medievale aiutato dagli scudieri. James si costruisce un personaggio da eroe solitario ma l’alienazione si è già impossessata di lui come dimostra la sua breve permanenza a casa soprattutto nella scena al supermercato davanti all’immenso scaffale dei cereali.
The hurt locker ha un andamento un po’ altalenante dovuto alla costruzione episodica della trama ma i momenti di tensione, soprattutto all’inizio, sono davvero mozzafiato e la regia è ottima e se la si piantasse a sottolineare questo film è firmato da una donna sarebbe un miracolo: mai ho tanto sentito strombazzare la cultura di genere e credo mai così a sproposito!
Pur con i suoi difetti, una pellicola che ha davvero qualcosa da dire, personalmente non riuscirò più a sentire l’annuncio dell’esplosione di una bomba da quelle parti con la stessa indifferenza di prima.
Addio a Jack Palance
Vladimir Palanuik era nato il 18 Febbraio 1919 a Lattimer Mines, in Pennsylvania, in una famiglia di minatori di origine ucraina.
Intraprese l’attivita’ di pugile ma fu’ costretto a interromperla a causa della Seconda Guerra Mondiale; mentre era sotto le armi, il suo aereo fu abbattuto ed egli rimase sfigurato: solo la chirurgia plastica pote’ dargli quel volto particolare che ne fara’ uno dei vilain piu’ interessanti del genere noir e western..
Il debutto cinematografico avvenne nel 1950 con Bandiera Gialla di Elia Kazan, tra i ruoli piu’ significativi il pistolero senza scrupoli de Il cavaliere della valle solitaria (diretto da George Stevens) o il malavitoso di Duello sulla Sierra Madre, noir dalle sfumature catastrofiche (il dettaglio del logorio dei cavi della funivia!); entrambi i film sono del 1953.

Nel 1955 fu’ protagonista de Il grande coltello di Robert Aldrich, un giallo che voleva mettere sotto accusa i tycoon delle Majors. Sempre per Aldrich, l’anno seguente interpreto’ in Prima Linea, il tenente Costa il cui drappello e’ lasciato in balia dei tedeschi da un superiore vigliacco.
Negli anni ‘60 lavoro’ spesso in Europa: ebbe una parte ne Le Mepris di Godard (1963) e ne Il giudizio universale di De Sica del 1961.
Nel 1966 fu il rivoluzionario messicano Jesus Raza che rapisce la Cardinale, moglie di un ricco americano che per liberarla ingaggia I professionisti del titolo che liberano la donna ma con un’inaspettata sorpresa..

Negli anni ’70 lavoro’ spesso in Italia negli spaghetti western (Vamos a matar, compañeros, Sergio Corbucci, 1970) o nei gialli di Fernando Di Leo ( I padroni della città, 1976). Nel 1989 ebbe un ruolo nel Batman firmato da Tim Burton e nel 1991 ricevette il suo solo Oscar come migliore attore non protagonista per Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche.
Rimane famosa la sua apparizione alla cerimonia di consegna in cui, a 71 anni suonati, l’attore si esibi’ in una serie di flessioni su un braccio solo.
Deadwood
Ormai definitivamente “series addicted” non potevo farmi sfuggire questo telefilm consigliato dall’esimio spostato LG e la fiducia e’ stata ben riposta: una serie che riporta sugli schermi un genere dimenticato come il western, un linguaggio sboccato che ben sottolinea il mondo senza legge in cui agiscono i protagonisti, forse avrei preferito un’immagine un po’ piu’ sgranata, sullo stile di Carnivale .
Siamo nel 1876 e Deadwood e’ una citta’ che sorge fuori dai confini della confederazione americana, in territorio Sioux: un villaggio senza legge che attira cercatori d’oro e ogni possibile personaggio in cerca di fortuna: dal ricco figlio di papa’ che viene da New York e ben presto ci lascera’ la penne lasciando la sua vedova alle prese con il laudano e gli avvoltoi che puntano alla sua fortuna, al celebre pistolero Wild B. Hickock che arriva con Calamity Jane, la cui caratterizzazione mi ricorda per certi versi quella di Doris Day nell’omonimo film del ‘53 (in italiano intitolato Non sparare, baciami) anche se fisicamente si ispira alla Renée Zellweger di Ritorno a Cold Mountain.
Tra gli altri arriva anche Seth Bullock, un ex sceriffo che dopo aver amministrato per l’ultima volta la legge impiccando un uomo (e’ la tosta scena iniziale con cui si apre il pilot) si trasferisce a Deadwood con Sol, il suo socio ebreo, per aprire un emporio.
La cittadina e’ in mano ad Al Swearengen, che la dirige senza scrupoli dal suo saloon, non esitando a inviare i suoi scagnozzi a depredare le famiglie che lasciano la citta’, soprattutto se hanno guadagnato qualche dollaro.
Eppure Swearengen non e’ il peggio che si puo’ trovare a Deadwood: ben piu’ crudele si rivelera’ Tolliver, il vilain ripulito che costruisce un saloon piu’ raffinato in concorrenza con quello di Swearengen.
Altro personaggio fondamentale della comunita’ e’ Doc, dottore avvinazzato che deve cercare di non pestare troppi piedi per non finire in pasto ai maiali del cinese e si trovera’ anche a dover combattere contro un’epidemia di vaiolo.
Tra gli ideatori della serie, ovviamente prodotta dalla HBO, c’e’ Walter Hill che ha diretto il pilot della prima stagione ed in questo mondo senza legge dove si scontrano personaggi amorali ed immorali (per ricordare una distinzione manzoniana) rivive la teoretica dei suoi film, come I Guerrieri della notte o Undisputed.
L’abstract di presentazione su il sito de La 7 si conclude con questa frase Dal serial viene fuori il ritratto di un’epoca a tinte fosche, prigioniera di sentimenti come l’avidità e lo sfrenato individualismo. Un’epoca dove ogni cosa, di qualunque genere, ha un prezzo. ..il ritratto di un’epoca ormai lontana, no?
Le tre sepolture
Texas: un vaqueros messicano, immigrato illegalmente viene trovato morto; quando il suo amico Pete scopre chi l’ha ucciso, costringe l’assassino ad aiutarlo a mantenere la promessa che aveva fatto a Melquiades: riportare la sua salma nel paese dov’era nato, in Messico.
Debutto alla regia per il sessantenne Tommy Lee Jones con un film molto complesso che rilegge il genere western per mettere a confronto gli States e il Messico, separati da un fiume che segna il confine tra due mondi completamente differenti. Con un atteggiamento vagamente pasoliniano, il regista mostra la realta’ di un piccolo paese di frontiera squallido nell’edilizia e nei costumi, dove la moderna societa’ dei consumi americana si sublima nella tecnologia, cioe’ televisori e cellulari mentre il Messico, economicamente arretrato, conserva la dignita’ delle tradizioni, delle curatrici che con le erbe possono salvarti dal morso di un crotalo.
La grandezza di questo debutto sta anche nella capacita’ dimostrata dall’attore ora regista di giocare con gli stili: l’inizio ambientato nel versante texano e’ girato secondo le piu’ moderne tendenze cinematografiche che frammentano la trama in un puzzle di flashback, lo stile si fa sempre piu’ lineare e classico quanto piu’ ci si inoltra verso il Messico, che diventa alla fine un luogo mitico, depositario dei sogni di un immigrato e dell’archetipo della cultura western.
I segreti di Brokeback Mountain
Che il film sia un’operazione furbetta, lo sostengono anche i puristi che non riconoscono nel film un western perche’ ambientato negli anni ’60 e non ai tempi della Frontiera e perche’ i due protagonisti sono due pecorari anziche’ due vaccari, (lasciamo perdere il fatto che sia poi il primo western gay). Piu’ che queste esatte distinzioni accademiche a non convincermi e’ lo scarso sviluppo psicologico dei personaggi che mi ha fatto vedere il film come un drammone sentimentale degli anni’50 (anche il nome di uno dei protagonisti, Ennis Del Mar, sembra quello di una pessima attricetta di BMovie).
Ho sentito la mancanza di un approfondimento storico, la resa di un mondo omofobico ancora latente oggigiorno se il film trova difficolta’ ad essere distribuito in alcune cittadine americane, che doveva essere ben piu’ esasperato quaranta anni fa. Se agli omosessuali veniva riservata una sorte tragica come quella a cui assiste Ennis da bambino (che ha qualche reminescenza di Improvvisamente l’estate scorsa) mi domando come mai un episodio cosi’ traumatico abbia un peso cosi’ scarso nell’economia filmica, non necessariamente nel rapporto tra i due amanti ma anche nel fatto che tutti, per lo meno molti, sappiano e facciano semplicemente finta di nulla.
Che qualcosa non scorra perfettamente negli ingranaggi della vicenda lo dimostrano anche le risate certamente non volute che scoppiano in sala, al dila’ di qualche spettatore piu’ attento al lato morboso della vicenda (ammesso che ce ne fosse uno), il momento in cui la moglie di Ennis scopre la tresca tra i due uomini e’ piuttosto ridicolo, forse anche per il fatto che la seppur bravina Michelle Williams sfodera un’espressione attonita, tanto cara al mondo televisivo da cui proviene (per chi non se lo ricordasse era la biondina di Dawson’s Creek) ed anche descrivere la nuova donna di Ennis l’attrice Linda Cardellini, protagonista di E.R., come una cameriera che vuole prendere il diploma da infermiera non e’ stata una scelta geniale.
Scenari mozzafiato e una storia senza scossoni che sdogana i lati abitudinari dell’amore omosessuale: tanto basta per fare incetta di premi.
Robert Wise
E’ quantomeno riduttivo che la stampa italiana abbiaricordato lo scomparso Robert Wise, morto a 91 anni lo scorso 14 settembre, principalmente per West Side Story, di cui per altro fu co-regista accanto al coreografo Jerome Robbins: il suo innegabile eclettismo gli ha permesso di firmare ottimi film, se non addirittura dei capolavori in diversi generi cinematografici.
Nato a Winchester, nell’Indiana, il 10 settembre 1914, Wise inizia la sua carriera come tecnico del suono (esperienza fondamentale per Gli invasati del ‘63, capolavoro di suggestione orrorifica che si basa su impressionanti effetti sonori) poi diventa montatore ricevendo una candidatura all’Oscar per il montaggio di Quarto Potere.
Nel ‘44 approda alla regia sostituendo G. von Fritsch che aveva sforato i tempi de Il giardino delle streghe, sequel del famosissimo Il Bacio della Pantera di Jacques Tourneur.
L’anno seguente firma un altro horror fondamentale della RKO di Val Lewton:La iena con Boris Karloff.
Dopo il bel western del 1948, Sangue sulla luna, con Robert
Mitchum nei panni di un cow-boy che si redime da un tentativo di
raggiro, dirige nel 1949 un ottimo dramma di ambientazione
pugilistica Stasera ho vinto anche io, dove un pugile si
ribella ad un match truccato. Sempre nel modo del pugilato e’
ambientato Lassu’ qualcuno mi ama(1956), il film che consacro’
definitivamente Paul Newman.
Nel 1951 affronta la fantascienza con un caposaldo della sci-fi dal forte messaggio pacifista: Ultimatum alla terra con il mitico Klaatu, l’ alieno buono venuto ad ammonirci.
Wise e’ anche il primo regista a portare la saga di Star Trek sugli schermi nel 1979.
Prima di cimentarsi con il musical, West Side Story nel 1961 e nel 1965 Tutti insieme appassionatamente, nel 1958 Robert Wise firma Non voglio morire, un bellissimo film di denuncia contro la pena di morte interpretato da un grandissima Susan Hayward che vinse l’Oscar per il ruolo di Barbara Graham.
Alba fatale
The Ox-Bow Incident
Usa 1943
con Herny Fonda Dana Andrews, Antony Quinn
regia di William A. Wellman
Nevada 1885. Un paese e’ scosso da grandi razzie di bestiame e quando si sparge la notizia che un allevatore e’ stato assassinato, un drappello di uomini decide di farsi giustizia da solo: finira’ per impiccare tre uomini innocenti.
Uno dei primi film che demolisce il mito della frontiera facendo dell’ambientazione western una scusa per un intensa galleria psicologica di personaggi girata quasi tutta per intensi primi piani in campo e controcampo.
Da Gil Carter (Gino, nel doppiaggio dell’epoca), il personaggio interpretato da Henry Fonda che torna con un amico al paese natio e con poche battute ci introduce l’atmosfera del luogo, al maggiore Tetley che gira con una divisa sudista ma forse non ha neppure partecipato alla guerra e ha un rapporto conflittuale con il figlio che ritiene troppo poco virile, ai due personaggi positivi che si uniscono alla spedizione nel tentativo di fermare la mattanza fino ai tre poveri disgraziati che per una serie di circostanze non hanno prove per dimostrare la loro innocenza: grandissima prova del sempre sottovalutato Dana Andrews e con un notevole Antony Quinn nelle vesti del messicano.
La tensione emotiva e’ sempre alta ma il finale e’ da brividi, con il figlio del capitano costretto a frustare il cavallo di uno dei condannati che non trova la forza di compiere il suo gesto cosi’ l’impiccato dev’essere finito a colpi di fucile (tutto rigorosamente fuori dall’inquadratura). Dopo essersi data la loro sommaria giustizia, il drappello incontra lo sceriffo che non ho solo ha arrestato i veri colpevoli ma li informa che l’allevatore creduto morto in realta’ e’ solo leggermente ferito.
La mediocrita’ o meglio la banalissima normalita’ dei personaggi risalta tutta nell’infilata di facce desolate al bancone del saloon, mentre si raccolgono una colletta per la vedova di Martins, non si salva quasi nessuno: anche Fonda non e’ l’onesto ostinato di La parola ai giurati, il suo personaggio decide di unirsi ai giustizieri per evitare che la loro attenzione si rivolga verso lui e il suo amico, a loro volta stranieri in quelle terre.
Quando si dice andamento circolare di un film: la scena di apertura vede l’arrivo in paese di Fonda e il suo amico mentre un cane attraversa la strada da destra verso sinistra; nella scena di chiusura i due cowboys lasciano il villaggio per la stessa strada che il cane riattraversa in senso contrario.
Una volta questi film li chiamavano Bmovie, oggi viaggiano con quattro stelle sul Mereghetti ma passano su Rete4 alle quattro di mattina.
Addio a Charles Bronson
Se ne e’ andata anche la faccia piu’ dura di Hollywood, il giustiziere violento e spietato.
Lo vorrei ricordare con un suo film poco noto Da mezzogiorno alle tre del 1975, interpretato acccanto a quella che fu sua compagna di vita e spesso coprotagonista, Jill Ireland.
E’ un western un po’ bizzarro che racconta la storia di una vedova nella cui casa solitaria si introduce un bandito. Tra i due nasce una violenta passione, ma l’uomo deve andarsene (probabilmente e’ braccato, sto andando a memoria) e lei lo crede morto.
Prigioniera di questa passione ne fara’ una leggenda, raccontandola mille volte. Quando lui tornera’ non verra’ creduto e (se non ricordo male) sara’ proprio lei a sparargli. Mi sono sempre chiesta se veramente non lo aveva riconosciuto o se era piu’ forte l’amore che si era inventata..