La sedia della felicità

Lasediadellafelicita In un centro commerciale di Jesolo, Bruna, un’estetista vessata dalle rate per i macchinari, fa amicizia con Dino, il tatuatore che ha il negozio vicino al suo e vive le stesse difficoltà economiche.
Per arrotondare, Bruna si occupa dell’estetica di una carcerata, Norma Pecche, madre di un famoso bandito. In punto di morte la donna confida alla ragazza e al prete del penitenziario che in una sedia del suo salotto è nascosto un tesoro: Bruna si mette alla ricerca del bottino ma dovrà ricorrere all’aiuto di Dino..

L’ultimo film di Carlo Mazzacurati, uscito postumo a tre mesi dalla morte del regista, ha il sapore di un testamento per la presenza di camei di moltissimi attori che Mazzacurati ha contribuito a rendere celebri, da Fabrizio Bentivoglio a Roberto Citran, da Antonio Albanese a Silvio Orlando.
La sedia della felicità sfrutta uno dei cliché cinematografici che Mazzacurati sa dirigere con mano felice, quella della strana coppia di disperati pronta a tutto per arrangiarsi come ne Il Toro e La lingua del Santo, questa volta il gioco di coppia riserva risvolti sentimentali visto che i protagonisti sono di sesso opposto e la felicità del titolo è il ritrovamento di una stabilità emotiva, più che una economica.
A sparigliare le carte c’é il terzo incomodo, il prete del carcere anche lui impegnato nella ricerca del tesoro perché vittima del videopoker. Lo interpreta un Giuseppe Battiston strepitoso nei panni di un inossidabile Rasputin veneto che utilizza i metodi più improbabili per ricercare le sedie che nel frattempo sono state separate.
Quella che era una divertente e puntuale satira dei costumi della provincia (punto di forza della teoretica di Mazzacurati) si trasforma in una fiaba sempre più surreale e divertente con l’entrata in scena del formidabile prete, forse si perde in realismo ma si guadagna in divertimento e ci si ricorda di un buon regista con un sorriso divertito.

Addio a Carlo Mazzacurati

CMazzacurati Mi ha molto colpito la scomparsa prematura di Carlo Mazzacurati, morto ieri a soli 57 anni, perché era un regista che apprezzavo fin dagli esordi di Notte italiana del 1887, una delle poche incursioni nel genere noir della nostra cinematografia.
Sempre da quel primo film emergeva il tratto caratterista dell’autore, l’attenzione per la provincia italiana, soprattutto il Nord Est di cui il regista era originario, protagonista, a partire da quegli anni di un sussulto socio politico (la Lega, l’improvvisa crescita economica).
Il secondo film fu Il prete bello (1989) tratto dall’omonimo romanzo di Goffredo Parise, la consacrazione arriva con Il toro del 1994 che vince il Leone d’argento al Festival di Venezia e vale la Coppa Volpi per Roberto Citran.
La storia dei due improvvisati ladri del pluripremiato toro da monta in fuga nell’Est Europa è in realtà l’occasione per raccontare le vicende di quelle nazioni che in quegli anni furono le prime protagoniste di una massiccia emigrazione verso l’Italia.
La coppia di ladri improvvisati torna nel lavoro più celebre di Mazzacurati, La lingua del Santo del 2000 divertente commedia che ha per protagonisti Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese che trova in questa pellicola la conferma definitiva delle sue capacità recitative (Mazzacurati lo aveva già voluto per Vesna va veloce nel 1996).
Tra gli altri film degni di nota del regista L’estate di Davide del 1998 e La giusta distanza del 2007.
Oltre che regista, Mazzacurati è stato anche sceneggiatore di pellicole di successo come Fracchia contro Dracula, Marrakech Express e Domani accadrà e all’occorrenza attore soprattutto per l’amico Nanni Moretti che inaugura l’attività della sua casa di produzione, la Sacher film, proprio con Notte italiana.