La pazza gioia

Lapazzagioa

Beatrice Morandini Valdirana ricca snob bipolare, è in custodia giudiziara presso un centro di recupero ricavato da una proprietà di famiglia. Lega poco con le altre ospiti della comunità fino al giorno in cui non arriva Loredana Morelli, depressa, tatuata, reticente sul passato che l’ha condotta a Villa Biondi. Nella loro totale diversità le due donne trovano una complementarità che le unisce in modo indissolubile e quando capita l’occasione per scappare dalla struttura non se la lasciano sfuggire..

Non è il primo film in cui si ride molto del disagio mentale, penso a Si può fare di Giulio Manfredonia; di certo il merito di Virzì è quello di far capire, attraverso il pregresso delle sue protagoniste, quanto sia facile cadere nel disagio psichico con conseguenze anche serie, stiano attente quindi le tante persone che liquidano il film come una bella commedia sulla malattia mentale, pensando che non si parli di qualcosa che appartiene a tutti noi.
Senza pietismi ma con vera pietas Virzì racconta una delle figure più drammatiche del femminile, la madre suicida/infanticida, affidandola alla figura spigolosa di Micaela Ramazzotti. Dal punto di vista recitativo a mangiarsi la scena è però Valeria Bruni Tedeschi protagonista di una costante crescita recitativa negli ultimi film interpretati, scoprendo un’ irresistibile vena comica.
La scrittura si perde un po’ nel finale: sembra indecisa su quale strada prendere se osare una svolta drammatica od optare per un lieto fine ma forse vuole solo sottolineare il bivio a cui si trova una delle protagoniste.

Lei

Lei In un futuro molto prossimo Theodore Twombly, depresso per l’abbandono della moglie si lascia intrigare da un nuovo sistema operativo dalle sorprendenti facoltà intuitive costruito sulle sue esigenze personali. Finirà per innamorarsi dell’entità extracorporea che tanta parte ha nel suo presente..

Lei ha vinto l’oscar come miglior sceneggiatura originale ma quello che non mi ha permesso di apprezzare adeguatamente il film è un senso di già visto e non parlo della vicenda il cui prevedibile finale col riscatto del sistema operativo avrebbe fatto felice il caro vecchio Roy Batty e gli altri Nexus.
A distrarmi notevolmente è stato l’impianto visivo: già dai trailer avevo notato una forte somiglianza tra il personaggio di Theodore e quella di Leonard Hofstadter di The Big Bang Theory ma durante la visione mi sono convinta che Joaquin Phoenix abbia costruito il personaggio sul protagonista della sitcom: lo stesso modo di camminare, di spingere indietro gli occhiali sul naso, le medesime espressioni timide o corrucciate.. Il continuo rimando a uno dei personaggi divertenti della televisione degli ultimi anni nel contesto di un film profondamente malinconico mi ha creato una sensazione di straniamento. Nel futuro prossimo in cui il film è ambientato l’umanità è concentrata nel solipsimo del mondo virtuale che si è costruita su misura quindi l’aspetto fisico è trascurato: sullo sfondo passano culoni dediti a una vita troppo sedentaria anche se i protagonisti sono tutti bellissimi ma sciatti (a fatica si riconosce l’attrice Amy Adams sensualissima nelle scollature vertiginose di American Hustle). La moda è passata talmente in secondo piano che gli uomini indossano pantaloni dalla vita ascellare di fantozziana memoria e come se non bastasse questo a dare una virata comica al film più toccante del momento il fatto che Theodore faccia lo scrivano conto terzi a me ha fatto venire in mente Totò in Miseria e Nobiltà.
Forse la pellicola mi avrebbe conquistato maggiormente se i distributori italiani avessero optato per un buon doppiaggio del sistema operativo, ma la scelta di un nome di richiamo (?) la romana Micaela Ramazzotti ha trasformato Samantha in una burina “samantha con l’acca” che pronuncia in maniera improbabile i nostri stranieri, anche quello del protagonista.
Con tutta questa serie di rimandi buffi ho fatto davvero fatica a prendere sul serio una pellicola che riesce a raccontare l’amore anche dietro la liason tra un umano e un sistema operativo, c’è indubbiamente molto di buono nei ritmi sospesi di Spike Jonze anche se non si sarebbe veleggiato comunque dalle parti del capolavoro.

La prima cosa bella

Laprimacosabella Bruno, professore in un liceo milanese e’ un uomo profondamente infelice che rifugge i legami con una famiglia complicata, ma l’aggravarsi della madre, malata terminale di cancro, lo costringe suo malgrado a tornare a Livorno e a confrontarsi con i ricordi del passato..

Un’opera che segna la maturita’ artistica del regista, in grado di dipingere il commovente ritratto di una donna bella ed ingenua, la cui leggerezza nei confronti della vita viene scambiata nella gretta provincia degli anni ‘70/80 per squallida propensione alla promiscuità’ sessuale.
Il sensibilissimo Bruno resta segnato dai commenti su questa madre cosi’ ingombrante e si rinchiude in se’ stesso mentre la sorellina Valeria, appena maggiorenne, sposa il suo primo amore, impedendosi di vivere altri sentimenti per sfuggire al retaggio materno.
L’acuirsi della malattia della madre costringe i due ragazzi a rivedere la figura materna, scoprendone tutto il candore e l’umanita’ negli ultimi giorni di vita.
E’ interessante notare come il tema della riscoperta della figura genitoriale nel momento della morte sia gia’ stato affrontato quest’anno nel film di Rubini, L’uomo nero, con esiti e soluzioni sicuramente diversi ma resta comunque significativo che due registi della stessa generazione decidano di affrontare lo stesso tema.
Se la prima parte de La prima cosa bella, tutta giocata sull’alternarsi del presente con i flashback del passato, risulta a volte un po’ schematica, la parte finale della morte di Anna e’ davvero un capolavoro di commedia all’italiana, dove Virzi’ rifugge il pudore di affrontare i sentimenti (la commovente ultima cantata de La prima cosa bella) osando pero’ miscelarli sapientemente con forti dosi di cinismo (l’abbandono del marito) per cui si passa dalla lacrima alla risata senza soluzione di continuita’.
Venendo al cast, Mastrandrea si conferma maestro in sottrazione ma su tutti svetta una bravissima Stefania Sandrelli; se questa pellicola doveva essere la consacrazione di Michaela Ramazzotti, la brava attrice non riesce a reggere il confronto con il mostro sacro Sandrelli: e’ sicuramente bella e molto spigliata ma a fregarla e’ lo sguardo sempre un po’ affranto che stride con la leggerezza e la gioia di vivere che la Sandrelli sa infondere negli occhi della sua Anna.

Questione di cuore

Questionedicuore

Alberto ed Angelo, poco piu’ che quarantenni, si conoscono nel reparto di terapia intensiva di un unita’ coronarica romana: entrambi sono scampati ad un infarto. I due uomini non potrebbero essere piu’ diversi, ma tra timori e insicurezze tra loro nasce una fortissima amicizia.. 
La Archibugi e’ stata una delle regine del minimalismo italiano anni ‘90 ed ora torna con un film molto bello che per certi versi si puo’ accostare alla commedia all’italiana, forse manca il cinismo ma c’e il coraggio di portare alle estreme conseguenze (e’ proprio il caso di dirlo!) una storia non facilissima. Come nella commedia all’italiana Alberto e Angelo incarnano due Italie completamente diverse, e la novita’, positiva per la nostra epoca, sta nel fatto che la caratterizzazione non avviene attraverso la connotazione politica.
Alberto e’ uno sceneggiatore di successo (?) con contatti nel bel mondo dello spettacolo italiano che da vita a un gustoso siparietto quando di un manipolo di celebri registi (a voi il piacere di scoprire quali) lo va a trovare in ospedale, tra tutti spicca Verdone grandioso nel prendersi in giro a proposito della sua celeberrima ipocondria e  meticolosa conoscenza di medicine e dottori. 
Angelo e’ un borgataro, sposato con due figli, di mestiere meccanico, con un sottile rovesciamento delle parti si scoprira’ che Alberto e’ in realta’ un precario di lusso che tira a campare al di sopra dei sui mezzi grazie agli anticipi delle sue sceneggiature mentre Angelo, meccanico specializzato in auto d’epoca ha comprato piano piano tutto il quartiere dove e’ nato e cresciuto, grazie ai suoi lavori in nero. 
Apprezzabili pennellate sociali a parte, alla Archibugi interessa mettere in scena tutte le sfumature di un’amicizia creando un film molto originale forse perche’ i sentmenti sono l’unica soluzione ai mali della societa’ o piu’ banalmente perche’ l’amicizia a quarant’anni, tra lavoro e famiglia, diventa un valore molto superficiale e un lusso che difficilmente ci si puo’ concedere. 
Ottimo il cast: perfetta maschera dolente Kim Rossi Stuart mentre Albanese si affranca definitivamente dalla macchietta comica (ma del resto il suo Ministro della paura va gia’ ben oltre lo standard del tipico comico italiano) e Micaela Ramazzotti si conferma attrice brava e versatile.