Si puo’ fare

Sipuo'fare

Italia 1983. Nello, un sindacalista dalle idee troppo liberiste per il partito comunista di allora viene confinato alla direzione di una delle prime cooperative che impiega persone affette da disagio mentale dopo la apertura dei manicomi decretata dalla legge Basaglia del 1978.
Nello si butta anima e corpo nella nuova iniziativa trasformando la cooperativa da pura attivita’ assistenziale in una vera e propria impresa competitiva sul mercato.. 
Ispirata a storie vere di cooperative nate in seguito alla legge 180, la commedia riesce a trovare un difficilissimo equilibrio trattando un tema cosi’ insidioso senza mai cadere nel pietismo, rischiando forse qualche svarione nel versante opposto della carineria e nel buonismo, ma nel complesso la vicenda coinvolge lo spettatore ponendolo di fronte a un problema molto spesso rimosso come quello del disagio psichico. Il tema viene affrontato dal regista con molta umanita’ , con uno sguardo egalitario verso tutti i protagonisti del film mettendo in scena anche “la follia” di Nello, ossessionato dal proprio lavoro, del Professor Del Vecchio, incapace di cambiare il proprio punto di vista dogmatico sulla malattia mentale curabile solo con massicce dosi di calmanti e il folle entusiasmo basagliano del giovane dottor Furlan.
Interessante anche la ricostruzione di un certo mondo comunista dei primi anni’80, prima che tutto fosse appiattito dallo yuppismo.

Il vento fa il suo giro


Ilventofailsuogiro

Del successo che questo piccolo film indipendente ha raccolto nelle sale cinematografiche senza nessun ausilio mediatico, sono a conoscenza un po’ tutti ma forse conviene rinfrescare la memoria: Giorgio Diritti (allievo di Olmi) gira nel 2005, in meno di tre mesi, un film in digitale costato meno di 500 mila euri, ne vengono stampate sei copie, pensando ad una vita della pellicola riservata ai festival, la distribuzione nelle sale arriva nella tarda primavera del 2007 ma il cinema Mexico di Milano adotta il film tenendolo in cartellone per oltre un anno, nel frattempo si stampano altre copie e il vento fa il suo giro anche in altre sale grazie al tam tam del pubblico, ammaliato dalla sorprendente freschezza della visione.
Ambientato a Cherzogno, un paesino abitato dalla minoranza etnica occitana delle valli cuneeesi, il film racconta il tentativo di un foresto, un pastore francese di integrarsi nella comunita’ con la sua famiglia: la sua richiesta di acquistare una casa per vivere stabilmente in paese suscita sconcerto e anche sospetto, in un periodo in cui i paesini di montagna si svuotano, incapaci di reggere il confronto con le attrattive delle comodita’ offerte dalla vita a fondo valle. Superate le remore iniziali, la famiglia francese viene accolta rispolverando le vecchie tradizioni occitane di disponibilita’ ed aiuto verso il prossimo, ma la convivenza si dimostrera’ poi molto difficile..
Non e’ difficile leggere in questo racconto costruito intorno alla realta’ di una minoranza etnica, una critica lucida e pungente rivolta alla societa’ contemporanea: l’incapacita’ di uscire dagli schemi precostituiti, la mancanza di coraggio e voglia di andare incontro all’altro e sopratutto questo inutile e superficiale riempirsi la bocca con il ricordo delle tradizioni e delle culture locali dimenticando la fatica neccessaria per rimettere in pratica le vecchie abitudini cosi’ tanto rimpiante.
Assolutamente da vedere, in sala o in dvd oppure stando attenti al passaggio sulla tv satellitare.

Il sito del film

Il posto

IlpostoItalia, 1961
con Sandro Panseri, Loredana Detto
regia di Ermanno Olmi

Gran giorno per la famiglia Cantoni di Meda: il primogenito Domenico, si reca a Milano per superare un esame che gli permettera’ di essere assunto in una grande azienda. Tra gli altri partecipanti Domenico nota Antonietta che conosce meglio durante la pausa pranzo e che ritrovera’ il giorno dell’assunzione. Il possibile amore tra i due giovani viene pero’ ostacolato dalle diverse destinazioni di reparto.
Il posto e’ stato probabilmente uno dei primi film di cui ho scritto: quando facevo le medie presso un’istituto salesiano il primo lunedi’ del mese era dedicato alla visione cinematografica a cui seguiva la doverosa riflessione scritta. Non so se a decenni di distanza la memoria mi tradisce e o davvero la cineteca era cosi’ limitata, per quanto eterogenea, ma i titoli che mi ricordo sono Morte a Venezia, Marisol la piccola madrilena, Ti-koio e il suo pescecane, la biografia di un frate di colore che aveva l’abitudine di lamentarsi con l’Altissimo senza peli sulla lingua (altro che Don Camillo!) di cui non ricordo il titolo e Il posto di cui ho sempre rammentato l’immagine finale, quando il giovane Domenico prende posto nella scrivania in ultima fila che molto probabilmente sara’ il suo spazio per tutta la sua vita lavorativa e ricordo il senso di malinconica oppressione che mi lasciava quel film in cui le speranze giovanili di un ragazzotto dell’hinterland milanese di poco piu’ grande di me si spegnevano cosi’ presto nella pacifica banalita’ di un posto fisso.
Credo di non aver piu’ visto questa pellicola dai tempi delle medie e quindi va riconosciuto il merito a RAI3 di averlo trasmesso ieri in seconda serata senza neppure un’interruzione pubblicitaria, per onorare il Leone alla Carriera che la Mostra di Venezia consegna oggi ad Ermanno Olmi.
Il posto e’ il secondo lungometraggio del regista e coniuga la sua passione per il documentario (la pausa pranzo dei due giovani che diventa una carrellata sulla Milano in piena ricostruzione per il boom economico ed e' gia’ citta’ vetrina per le merci) con reminiscenze neorealistiche (la scelta di attori non professionisti, il confronto tra mondo rurale e la metropoli).
Dopo l’assunzione il film prende una vena surreale ma sempre caratterizzata dalla delicata partecipazione del regista, illustrando l’alienazione dell’azienda a cui i travet cercano di sopravvivere sviluppando tic e manie, quasi le stesse che Paolo Villaggio 15 anni piu’ tardi mettera’ alla berlina con ferocia in Fantozzi.

Come l’ombra

Claudia e’ una trentenne single che vive a Milano e lavora in un agenzia viaggi, anche per questo motivo studia russo, e si innamora di Boris, uno dei suoi insegnanti. Boris e’ un tipo sicuramente affascinante, ma anche sfuggente; a ridosso delle ferie estive Boris chiede a Claudia se puo’ ospitare una sua cugina che arriva da Kiev, Olga, mentre lui e’ fuori per lavoro.
Claudia accetta con alcune riserve ma ben presto la convivenza con Olga si trasforma in amicizia e quando la ragazza scompare..


Comelombra

Presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 2006 , una pellicola firmata dalla regista Marina Spada, molto interessante per come racconta il tema quanto mai attuale dell’immigrazione senza scadere nei soliti cliche’ ma portando sullo schermo semplicemente delle persone.
Un film con un finale aperto che una volta tanto nel cinema italiano e’ soddisfacente: la storia non si chiude non per la mancanza di coraggio di portarla a termine, ma perche’ il rapporto tra Claudia e Olga e’ quasi uno schizzo, ed e’ giusto uscire dalla sala chiedendosi chi e’ veramente Boris, qual’era la natura del suo legame con Olga e quale sara’ il futuro di Claudia, che in ogni caso interessandosi alle sorti di Olga riesce a superare la sua apatia e a prendere in mano la sua vita.
Colpisce molto il modo in cui viene messa in scena la vicenda, con lunghi silenzi, Claudia viene ripresa il piu’ delle volte dietro a un vetro, della vetrina del negozio, della finestra del suo appartamento o dietro il finestrini dell’autobus, la sensazione e’ quella di una quotidianita’ che scorre senza emozioni e con scarsi contatti fisici, sottolineata anche dal mostrare sempre la protagonista sulla soglia, di casa e del negozio mentre si chiude la porta o la serranda alle spalle.
A fare da cornice a questa esistenza una Milano pulsante di vita propria che ricorda la Los Angeles di Collateral, ma con una maggior connotazione negativa: nel film di Mann la metropoli aveva una sua maestosita’, in questa pellicola la citta’ sembra piu’ un escrescenza tumorale che divora spazi e vita.

italioti

Castellomi02 Ieri sono andata a Milano per vedere la mostra Cracking art, come al solito all’ultimo giorno e se ve la siete persa mi spiace per voi perche’ vi siete persi qualcosa di davvero piacevole e divertente.
Dopo la mostra era praticamente d’obbligo una visita al Castello Sforzesco, con tanto di macchina fotografica e cavalletto per immortalare le luci della sera; sono entrata al castello da un ingresso laterale, quello piu’ vicino alla Fondazione Mazzotta da dove arrivavo. Una volta nel cortile, sulla sinistra di questo ingresso ci sono alcuni reperti marmorei in esposizione e una simpatica combriccola di persone stava usando queste antichita’ come gradino per rialzare la seconda fila nella foto di gruppo, alle rimostranze della custode che ha gentilmente chiesto di scendere perche’ non si puo’ salire sui monumenti la risposta e’ stata “cinque minuti”, al che la custode ha fatto presente che si trattava di tombe e ancora una volta sono stati garantiti solo cinque minuti di vandalismo per finire il reportage fotografico.
I protagonisti di questa gustosa scenetta non era una banda di bulletti usciti dalla suburra, neppure un gruppo di provincialotti “gnurant”: gli abiti eleganti e l’italiano senza accento testimoniavano che non si trattava ne’ di baluba venuti giu’ dai monti con la piena o saliti dal profondo sud, erano proprio dei perfetti rappresentati dell’imperante razza italiota.

Paprika

PaprikaDel sogno questo film ha tutte le caratteristiche, in particolare  il passaggio tra vari piani di realta’, la fantasiosa e immaginifica potenza visiva che crea un  universo magmatico che  coinvolgere  lo spettatore bypassando il livello del raziocinio: una trama c’e’ e anche intrigante e fantascientifica ma di  Paprika non importa tanto la morale della vicenda o l’evolversi della storia, quel che resta e’ la potenza visiva e la valenza simbolica della immagini, che presumo differente per ogni spettatore, paradossalmente una visione collettiva che stimola differenti emozioni, l’opposto del postulato filmico.

Altrettanto bizzarra la programmazione di questa pellicola, le poche  copie invece che nei circuiti d’essai  o nei cinema che programmano film di qualita’, girano nei multisala piu’ commerciali: Lingotto a Torino, Bicocca a Milano, io l’ho recuperato al Fiumara di Genova e uscendo dal cinema, mi son trovata davanti il ristorante texano, mentre al piano inferiore il ristorante sushi divideva lo stesso spazio visivo della pizzeria, sotto i maxischermi che rimandavano le ultime notizie, la sensazione di essere intrappolata in un brutto sogno globale continua(va) a persistere.

Tamara de Lempicka

tamara de lempicka Ancora pochi giorni a disposizione per visitare la mostra che Milano ha dedicato a Tamara de Lempicka e che e’ stata prorogata fino al 18 febbraio 2007.
Forse non un’artista di prima grandezza, interprete assoluta di un breve periodo storico, il deco’, la Lempicka si segnala sicuramente per la forza della propria personalita’: polacca, moglie di un nobile russo, con la Rivoluzione d’Ottobre e’ costretta a rifugiarsi a Parigi e per mantenersi inizia a dipingere, creando l’immagine ideale della donna dei ruggenti anni’20 sia nei suoi quadri, che con la sua vita disinibita, fatta di avventure, droghe alcol ma soprattutto una grande capacita’ di pubblicizzarsi puntando sulla propria bellezza, quasi una Greta Garbo dal labbro superiore imperiosamente spinto verso il basso, segno della sua caparbieta’.
Se alla fine degli anni ‘40 la sua parabola artistica inizia a scemare, Tamara resta una protagonista assoluta del jet set fino alla sua morte, avvenuta in Messico nel 1980.
La mostra milanese si segnala per l’accuratezza con cui segue i vari aspetti della vita della pittrice: numerose le foto, le lettere, i filmati; una sala ripropone l’allestimento della prima mostra italiana di Tamara de Lempicka deciso dalla stessa pittrice. Non mancano le opere di autori coevi o dei maestri a cui la pittrice si e’ ispirata: insomma finalmente una mostra esaustiva che soddisfa lo spettatore, cosa che ultimamente capitava molto raramente nelle mostre milanesi di maggior richiamo.

TAMARA de LEMPICKA
Milano, Palazzo Reale
5 ottobre 2006 – 18 febbraio 2007

Artaud. Volti / Labirinti

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Il Pac di Milano dedica una mostra ad Antonin Artaud nel centodecimo anniversario della sua nascita, mostra che intende indagare i vari aspetti della vita dell’artista che fu pittore, poeta, scrittore teatrale e attore cinematografico, mettendo in mostra  foto, scritti,  disegni, lettere e spezzoni dei film a cui partecipo’; pur ritenendo il cinema un mestiere orribile Artaud vanta ventidue partecipazioni ad opere cinematografiche in un periodo che va dal 1924 al 1935, lavorando per autori come Pabst  e Lang ma da menzionare sono soprattutto il ruolo di Marat nel Napoleon di Abel Gance (regista con cui collaboro’ sovente) e quello di Massieu ne La passione di Giovanna D’Arco di Dreyer.

CameraelettroshockPurtroppo la vita di Artaud fu segnata dalla pazzia e lo spazio dell’esposizione e’ pervaso dalla voce urlante dell’artista che recita in un provino per la Fin du mond di Abel Gance, un suono che lungo tutto il percorso ci rammenta la condizione di sofferenza ed alienazione di Artaud che culmina nell’intenamento in case di cura psichiatriche nel decennio ’37/48; dal 1943, anno in cui la tecnica fu introdotta in Francia, Artaud fu sottoposto a durissimi trattamenti di elettroshock che gli causarono gravi lesioni alla colonna vertebrale: la ricostruzione  della camera ddell’artista nella  clinica di Rodez dove veniva messa  in atto questa cura, scuote profondamente il pubblico.
Pazzo o profeta?  Facendo riferimento alle teorie sulla schizofrenia di Deleuze che ritiene il malato mentale prodotto della societa’  in cui vive e non  tanto di debolezze  psicologiche personali e trasmettendo  nell’ultima sala   un brano tratto da Per farla finita con il giudizio di dio, ultima piece radiofonica dell’autore, censurata fino al 1968 che   non e’ altro che una lucida e spietata profezia del mondo attuale dove la guerra serve ad incentivare la produzione e il prodotto di sintesi vuole sostituire la bellezza e la verita’ della natura, l’allestimento prende una posizione ben precisa verso la vita di un genio del XX secolo.

Artaud. Volti / Labirinti
Pac Padiglione d’arte contemporanea
Via Palestro 14, Milano
Fino al 12 febbraio 2006

La presentazione di Dvd Fox Studio Classics

Paolo-limiti Lunedi’ 7 novembre a Milano, al cinema Apollo, si e’ svolta la serata di presentazione della nuova collana dedicata al cinema classico americano della 20th Century Fox che con l’uscita dei Dvd Fox Studio Classics festeggia quest’ anno i 70 anni di attivita’.
L’evento era presentato da Paolo Limiti, il rosso presentatore sfoggiava una capigliatura meno sgargiante del solito, non saprei dire se il fatto fosse dovuto alle luci o ad un inopinato cambio di tintura; la loquela invece era la solita ma probabilmente il nostro eroe andava a braccio e spesso nel tentativo di magnificare la grandezza della 20th finiva per perdere il filo.
Tra i diversi ospiti del conduttore, figurava Giancarlo Giannini che si e’ vantato di essere il colpevole che ha fatto pervenire il copione di Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti alle major che da questa chicca del cinema italiano sono riuscite a tirar fuori l’orrido Il profumo del mosto selvatico, ma fra tutti spiccava la grande Anita Ekberg che non ha risparmiato battute velenose alle innumerevoli sosia di Marilyn li’ rappresentate dalla ex moglie di Limiti, Justine Mattera.
La serata si e’ conclusa con l’esibizione delle star nascente della musica italiana, Dolcenera che ha cantato tre brani: Love me tender, Bye bye baby e Aquarius, se l’interpretazione e’ stata piu’ che soddisfacente gli errori stavano negli spezzoni di film proiettati sullo schermo mai troppo inerenti alla canzone, tanto che mentre andavano le note di Bye bye baby, Marilyn si esibiva in Diamond’s Are A Girl’s Best Friend.

100 anni di Isa Miranda


Isamiranda
Nasce il 5 luglio 1905 (ma ora quasi tutte le fonti dicono 1909 aggiornamento 2018) a Milano, Ines Isabella Sampietro, che diventa
la piu’ grande diva italiana negli anni ‘30 e ‘40 con il nome di Isa
Miranda: la voleva anche Hollywood per farne una nuova Marlene, star
con cui la Miranda condivide lo stesso tipo di bellezza algida ed
altera.
Debutta al cinema nel 1933 e l’anno dopo gira il suo film piu’ importante: La signora di tutti, per la regia di Max Ophuls (che la rivorra’ anche nel 1950 per La ronde).
Nel 1937 l’arrivo ad Hollywood dove gira solo due piccoli film poi,
ufficialmente, lo scoppio della guerra la costringe a rientrare in
Italia. Nel 1942 interpreta Malombra per la regia di Mario Soldati e Zaza’ nel 1944 diretta da Renato Castellani.
Non piu’ giovanissima e con una bellezza troppo sofisticata per i canoni neorealistici, Isa Miranda s’impone per la parte della protagonista femminile ne Le mura di Malapaga che le varra’ la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Dagli anni ’50 si dedica maggiormente al teatro e l’ultimo ruolo di rilievo che interpreta e’ quello della contessa Stein ne Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani.
Muore come un’eroina dei suoi melodrammi, dimenticata da tutti, l’8 luglio 1982.