requiem per un cinema

Per chi, come me, veniva da fuori citta’ era la
sala cinematografica piu’ facilmente reperibile , data la sua posizione
strategica, accanto all’Arco di Marengo.
Personalmente la trovavo una sala molto elegante, con la grande
scalinata in legno a cui lati erano posizionate le vetrine espositive
dei negozi: vecchio espediente pubblicitario delle sale
cinematografiche, quello di mettere in mostra gli oggetti dei negozi
piu’ chic della citta’ oggi praticamente scomparso: perche’ mettere
qualcosa in mostra se non la puoi vendere e quindi ricavarci subito
della moneta sonante?

A suo modo era anche una sala di concezione moderna ricavata nel
piano sotterraneo dell’edificio, formata da un unico ambiente
digradante verso lo schermo: la distinzione tra galleria e platea era
data da uno spazio piu’ ampio tra le poltrone, per cui, quando c’era
ancora una differenza di prezzo tra i due settori anche gli amanti
della galleria furbamente risparmiavano e si accomodavano in platea.

Aveva una gestione familiare: la moglie alla cassa e il marito che
strappava i biglietti, ormai erano anziani e negli ultimi anni la
programmazione iniziava alle 22,10 anziche’ alle 22,30.

Avevano la fama di persone un po’ burbere, ma non deve essere
stato facile portare avanti un cinema traverso le varie crisi del
settore cinematografico dagli anni ‘70 ad oggi: ricordo una volta in
particolare: sul giornale avevo letto la programmazione di un film
italiano, Senza Pelle credo, e quando arrivammo al cinema
scoprimmo che la proiezione era cambiata in favore di non so piu’ quale
blockbuster americano che vedemmo comunque, mentre eravamo alla cassa
feci notaee alla signora che il giornale riportava un altro film e lei
piu’ rassegnata che stizzita mi rispose che nessuno era venuto a
vederlo.

Ora il Cinema Corso e’ chiuso, ingenuamente pensavo per restauri,
ma leggendo il cartellone dei lavori ho appreso tristemente che
diventera’ un parcheggio.

Batman Begins

Caro Batman, fai bene a startene mogio, a testa bassa sulla locandina: anche questa volta il film che dovrebbe raccontare l’inizio della tua leggenda si e’ rivelato mortalmente noioso: ah i bei tempi di Tim Burton!

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro


Batmanbegins

Come Bruce Wayne, miliardario affetto da un grande senso di colpa, diventi illeggendario giustiziere Batman.

Se il tema principale di questo film e’ la paura, c’e’ da chiedersi se Christopher Nolan abbia avuto timore del salto di qualita’: da regista di nicchia a quello di blockbuster.
Questa potrebbe essere una plausibile spiegazione di un’opera molto interessante sulla carta ma assai meno avvincente sullo schermo: indiscutibilmente ben confezionata ma senza mai nulla che sia in grado di catturare l’attenzione, tutto si muove sul filo del deja vu: a partire dai combattimenti in salsa orientale, qui conditi con chincagliera ninja.
Come si conviene all’attuale filone del supereroe, vediamo il povero Batman intento a costruirsi il costume che diventera’ il suo tratto distintivo e regolarmente lo vediamo sbattere contro un muro quando e’ alle prese con i primi interventi: un passaggio banale e sinceramente ridicolo.
Altro difetto del film e’ l’estrema verbosita’, di certo poco congeniale ad un film d’azione: ci viene spiegato tutto prima, dopo e persino durante l’accadimento, ma in tanta prolissita’ si son dimenticati di motivarci come Batman riesca a camuffare la sua voce: un altro marchingegno costosissimo oppure raucedine da notti passate sui tetti o, piu’ probabilmente, costrizione da maschera, evidentemente non della misura giusta, visto che l’emaciato Bale quando indossa il suo costumino si ritrova con due guanciotte da criceto?
Ma l’occasione mancata e’ stata quella di non sfruttare l’elemento della sostanza psicotropa che permette di visualizzare le peggiori paure di ognuno, per trasformare la pellicola in un film decadente e barocco (quante volte viene ribadita l’importanza della teatralita’?) o dal taglio orrorifico: gia’ Gotham City non ha nulla di fantastico, ma e’ una riproduzione di una qualsiasi metropoli a cui sono state aggiunte due o tre linee ferroviarie sospese che fanno tanto Metropolis, e scoprire che le fobie di un intera popolazione riguardano qualche vermicello, due o tre facce con gli occhi rossi ed un cavaliere senza testa, unico motivo per tirare in ballo Tim Barton a proposito di questo film, e’ estremamente deludente.
Venendo agli attori le note rimangono altrettanto dolenti: il Batman disegnato da Christian Bale e’ oggettivamente antipatico e, ammetto che sia una fisima personale, non riesco a concepire un attore che interpreti questo personaggio senza avere delle labbra ben disegnate, come quelle memorabili di Michael Keaton, ma a parte questo Bale viene surclassato dall’antangonista Cillian Murphy che interpreta il medico folle Crane.
Katie Holmes continua ad interpretare il personaggio di Dawson’s Creek: la ragazzina spocchiosa e saccente innamorata con scarse speranze del suo migliore amico.
Molto piu’ interessante il cast degli attori di contorno, benche’ spesso penalizzato dalla sceneggiatura: Liam Neeson ormai specializzato nel ruolo di insegnante di arti marziali, Michael Caine nella parte del fedele maggiordomo Alfred e’ costretto a battute talmente stupide che neppure la sua classe ed ironia riescono a renderle credibili, Morgan Freeman al suo solito ruolo alimentare, fa il verso a se stesso, Rutger Hauer ha poche battute, ma se non altro ha la faccia giusta per il magnate senza scrupoli, mentre Gary Oldman garantisce l’ennesimo trasformismo disegnando un uomo comune, unico poliziotto integerrimo della citta’ ed e’ grandioso alla guida della Batmobile.
Purtroppo la chiusa finale lascia intuire la possibilita’ di un sequel, o forse
preferisco vederla in questo modo che pensare ad un tentativo di legarsi al primo Batman di Burton.

Saimir

Saimir, e’ un adolescente albanese immigrato
sul litorale laziale e per vivere aiuta il padre nel trasporto di altri
immigrati clandestini. Le sue speranze di una vita normale si
infrangono quando il padre si presta per trasportare una giovanissima
immigrata russa al luogo dove verra’ avviata alla prostituzione.

Saimir
Si fa largo nella programmazione selvaggia di questa estate
cinematografica un piccolo gioiello, premiato all’ultimo festival di
Venezia come miglior opera prima.

La sospensione di giudizio sui vari personaggi che Saimir incontra
sulla sua strada permette di illustrare chiaramente l’impasse
sociopolitica che vive l’Italia sul tema dell’immigrazione, realta’
terribile che regolarmente fingiamo di non vedere.

Toccante la scena in cui il bambino di Pristina, destinato con la
sua famiglia ad essere sfruttato da imprenditori agricoli senza
scrupoli, chiede come sia l’Italia, con gli occhi luccicanti di
speranza; l’espressione chiusa e silente di Saimir gli fara’ capire che
per lui non cambiera’ nulla: la disperazione l’ha seguito fin qui.

Saimir sogna l’integrazione e cerca di stringere una relazione con
Michela, una coetanea italiana ma l’amore finisce presto per
l’impossibilita’ di comprensione tra due mondi cosi’ lontani: lui si
unisce ad una banda di ragazzi zingari che ruba nelle ville per poter
racimolare i soldi per regalarle una collana costosissima e
manifestarle cosi’ i suoi sentimenti, ma a Michela hanno insegnato
(giustamente) che rubare e’ sbagliato e non puo’ capire che per
qualcuno significhi la sopravvivenza.

Il furto nella villa e’ uno dei momenti piu’ belli del film, con i
ragazzi che arraffano tutto quello che trovano al dila’ del valore e la
loro ingenuita’ e’ testimoniata dallo stupore di trovarsi in un luogo
cosi’ bello, quasi irreale per loro, ma all’euforia che culmina nel
liberatorio tuffo in piscina si contrappone la spartizione del bottino
nelle squallide roulotte degli zingari; il furto rendera’ 200 euri, 40
a testa per ogni componente della banda.

Alle varie avventure di Saimir fa da contrappunto il rapporto
conflittuale con il padre, Edmond, che rappresenta tutta la sua
famiglia (della madre resta solo una foto): per l’adulto il compromesso
e’ l’unica via per la sopravvivenza mentre il ragazzo nutre ancora il
desiderio di una vita normale, quando Edmond si presta, malvolentieri,
al trasporto della minorenne russa convinta di andare a Milano e invece
diretta ad una squallida casa dove verra’ stuprata, la rabbia di Saimir
esplode ed anche il finale aperto lascia poco spazio alla speranza.

il sito del film

La guerra dei mondi

Trovo che sia molto angosciante che proprio Spielberg, “il papa’” di E.T.
abbia girato un film con alieni cattivissimi e non ditemi che non c’e’
un nesso tra i due film: che cos’e la Rachel interpretata da Dakota
Fanning se non la versione sclerotizzata della Gertie che fece di Drew
Barrymore una star?

Di seguito la recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Laguerradeimondi

New York: Ray Ferrier lavora al porto ed ha un rapporto conflittuale con i due figli. Durante un fine settimana in cui i ragazzi gli sono affidati, uno strano temporale sconvolge la citta’: e’ l’inizio di una terribile invasione aliena..

H. G. Wells scrisse il romanzo La guerra dei mondi nel 1898 e quarant’anni dopo, nel 1938 Orson Welles ne fece uno sconvolgente adattamento radiofonico preso per veritiero che mise in allarme tutti gli Stati Uniti. Nel 1953 venne fatta una versione cinematografica del romanzo, perfetto esempio di quel filone sci-fi in cui nell’alieno si adombrava la minaccia sovietica; oggi Spielberg riprende in mano questo classico per raccontarci un mondo che sta andando alla deriva.
Pur essendo molto fedele alla prima versione filmica nell’iconografia e seguendone fedelmente la trama (l’invasione fallisce perche’ gli alieni vengono uccisi dall’atmosfera terrestre), l’attenzione del regista e’ puntata sull’uomo: il nucleo familiare di Ray che imparera’ a conoscersi ed amarsi durante questa terribile avventura e le reazioni di un’ umanita’ stupida che anche nei frangenti piu’ terribili e’ piu’ interessata a litigare che ad unirsi contro il nemico comune: emblematico il silenzioso scontro tra Ray e lo psicopatico che lo ospita, interpretato da un bravo Tim Robbins mentre il tentacolo alieno sta perlustrando la cantina dove sono nascosti.
l film ha una struttura road movie e quello del viaggio da New York a Boston e’ un buon escamotage per illustare i vari aspetti della disperazione che attanaglia il pianeta, perfettamente messa in scena dal regista, la tensione viene invece a mancare nei momenti di scontro diretto tra Cruise e gli alieni: la zampata con cui viene fermato e il rovesciamento dell’auto sapevano troppo dei predecenti scontri con tirannosauri imbufaliti.
Pensando che Spielberg e’ stato il regista di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, colui che ha “sdoganato” la figura dell’alieno facendolo uscire dall’aura malefica che l’ha sempre circondato per trasformarlo in un personaggio carissimo al nostro immaginario (ridisegnandone i tratti ispirandosi al muso di un gatto, mentre quelli che ci mostra oggi ricordano i gargoyles che adornano le chiese gotiche) ci si rende drammaticamente conto come la situazione mondiale sia precipitata nel giro di un quarto di secolo: se all’inizio degli anni ‘80 la fiducia e la sicurezza erano tali da permetterci di affrontare senza paura l’incontro con il nuovo, lo sconosciuto , rappresentato dall’extraterrestre, oggi le cose sono ben piu’ tragiche e Spielberg ce le illustra chiaramente durante l’odissea della famiglia Ferrier: la follia delle armi, l’indigenza, i militari che chiudono le frontiere, i muri ricoperti di foto e appelli per tentare di ritrovare le persone scomparse che rimandano al’11 settembre o alla tragedia dello tzunami: non si tratta solo del ritratto di una nazione che si sente minacciata come quella americana, ma delle ansie dell’intero mondo, ben rappresentate dall’agghiacciante suono che emettono i macchinari alieni: la versione distorta e crudele di una delle cinque note che era l’amichevole saluto alieno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

100 anni di Isa Miranda


Isamiranda
Nasce il 5 luglio 1905 (ma ora quasi tutte le fonti dicono 1909 aggiornamento 2018) a Milano, Ines Isabella Sampietro, che diventa
la piu’ grande diva italiana negli anni ‘30 e ‘40 con il nome di Isa
Miranda: la voleva anche Hollywood per farne una nuova Marlene, star
con cui la Miranda condivide lo stesso tipo di bellezza algida ed
altera.
Debutta al cinema nel 1933 e l’anno dopo gira il suo film piu’ importante: La signora di tutti, per la regia di Max Ophuls (che la rivorra’ anche nel 1950 per La ronde).
Nel 1937 l’arrivo ad Hollywood dove gira solo due piccoli film poi,
ufficialmente, lo scoppio della guerra la costringe a rientrare in
Italia. Nel 1942 interpreta Malombra per la regia di Mario Soldati e Zaza’ nel 1944 diretta da Renato Castellani.
Non piu’ giovanissima e con una bellezza troppo sofisticata per i canoni neorealistici, Isa Miranda s’impone per la parte della protagonista femminile ne Le mura di Malapaga che le varra’ la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Dagli anni ’50 si dedica maggiormente al teatro e l’ultimo ruolo di rilievo che interpreta e’ quello della contessa Stein ne Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani.
Muore come un’eroina dei suoi melodrammi, dimenticata da tutti, l’8 luglio 1982.

Il trailer di King Kong

Non ero per nulla entusiasta all’idea di un nuovo remake, per quanto firmato dal signore de Il signore degli anelli, Peter Jackson.

I trailer usciti questa settimana pero’ mi hanno incuriosito
perche’ si intravede una foga creativa nel regista, interpretato da
Jack Black che ricorda quella di Colin McKenzie, l’immaginario
inventore del cinema neozelandese creato da Jackson nel suo film
migliore (a mio parere) il falso documentario Forgotten silver .

Per il resto grandi movimenti di macchina e comparse in un mondo
fantastico: non solo sara’ ripristinata la battaglia tra King Kong e il
dinosauro che era stata esclusa dal remake del 1976, ma c’e’ un’intero
zoo di animali preistorici. Non ho ben capito che il ruolo abbia Adrian
Brody nella spedizione, oltre che concupire la bella Naomi Watts, ma
non importa: sara’ un successo, a meta’ dicembre sui nostri schermi.

Addio ad Alberto Lattuada

Albertolattuada

Si e’ spento oggi il regista milanese nato il 13 Novembre 1914.

Era noto come il regista delle fanciulle in fiore perche’ in molti
suoi film debuttarono giovani e bellissime ragazze (va ricordato il
lancio di Catherine Spaak in Dolci inganni nel 1960 e quello di  Nastassja Kinski nel 1978 in Cosi’ come sei)
ma la sua filmografia e’ ricca di opere significative ed originali:
negli anni ‘40 si distingue per il tentativo di coniugare il
neorealismo a moduli noir, polizieschi o melodrammatici mentre nei
decenni seguenti a dominare sara’ la satira dei costumi e lo sguardo
verso l’adolescenza femminile.

Gran parte dei suoi lavori nasce da adattamenti letterari, fra tutti va ricordato Il cappotto
(1952), dall’omonimo racconto di Gogol’: una delle sue opere migliori
che strabilio’ per la grande interpretazione di Renato Rascel.

Tra i  suoi film quelli che preferisco sono Il delitto di Giovanni Episcopo (1947), Il cappotto e La cicala del 1980 con una superba Virna Lisi.

Naja addio?


Oggi e’ il primo giorno in cui la leva militare non e’ piu’
obbligatoria. Posso essere anticipatamente felice per le gentili
esponenti del mio sesso che hanno al massimo dieci anni e non avranno
la vita sentimentale e le cene costellate da episodi del militare.
Per tutte le altre, ahime’, la fine del servizio militare non
cambia nulla! Che il vostro compagno abbia o no compiuto il suo dovere
verso la patria e qualunque sia il suo livello pacifista, riuscira’
comunque ad intavolare una discussione sul militare; mi e’ successo
ancora giovedi scorso a cena con un trentottenne e un ventiquattrenne
che e’ riuscito a scampare al servizio di leva, ad un certo punto
iniziano a parlare della naja: li guardo basita e chiedo loro come e’
saltato fuori questo argomento, mi guardano con l’aria saputa, anche
con un filo di compatimento (sembra proprio uno sguardo da uomini di
mondo, benché la leva non duri piu’ tre anni!) e allora ricordo le
sante parole che disse una ragazza ad una cena dove era accaduta la
stessa cosa “il militare e’ per gli uomini cio’ che per la donna e’ il
parto!”.

La Samaritana

Lasamaritana

Jae-yeong e’ una ragazzina che per pagarsi un viaggio in Europa si prostituisce , con l’ aiuto dell’amica Yeo-Jin che le fissa gli appuntamenti e le tiene la contabilita’. Quando  muore per sfuggire ad una retata della polizia, Yeo-Jin decide di rincontrare tutti gli uomini a cui l’amica si e’ data per restituire loro i soldi ma il padre scopre la doppia vita della figlia..

Lavoro antecedente al bellissimo Ferro 3, La samaritana ha la stessa perfezione stilistica, caratteristica del regista sudcoreano, ma un plot molto piu’ complesso che analizza temi  scabrosi con un raro equilibrio di delicatezza e ludidita’.
Il film e’ diviso in tre parti: Vasumitra, Samaria e Sonata, la prima, delicata ed innocente,  vede l’attuazione del piano, innegabilmente immorale, delle due ragazze ma Jae-yeong si prostituisce con una grazia tale da far venire in mente  “l’amor sacro e l’amor profano” della Bocca di rose di De Andre’ ed infatti la Vasumitra che da il  nome al primo episodio era una prostituta indiana che induceva i suoi clienti ad abbracciare il buddismo solo con la perfezione del suo atto sessuale. Ogni segmento e’ scandito  anche da un breve apologo di matrice cattolica che il padre di Yeo-Jin e’ solito raccontare alla figlia ed il secondo narra di tre pastorelli a cui appare la Madonna che rivela loro la fine del mondo , lo shock della visione e’ tale che i tre fanciulli cadono svenuti: uno sbalordimento simile prova il padre di Yeo-Jin quando scopre che la figlia appena adolescente frequenta uomini molto piu’ vecchi: la segue, cercando di impedire i rapporti e perseguitando gli uomini che sono stati con lei. In questa seconda parte il film si trasforma in un fosco melodramma anche per lo spettatore che improvvisamente intuisce che quello a cui aveva assistito fino ad ora come un “gioco” rasenta la pedofilia.
La scissione tra femminile e maschile, tra logos e pathos, l’eterna dualita’ del mondo trova una dolonte ricomposizione nel toccante finale ambientato   in una maestosa  natura che fino a quel punto il regista ci aveva mostrato superba ma imbrigliata nel cemento della metropoli .