La Terra

RubinilaterraLuigi Di Santo, professore milanese, torna nel paese natale in Puglia per discutere la vendita di  una proprieta’  assieme ai tre fratelli: il maneggione Michele, il giovane Mario ed il burbero  fratellastro Aldo. I tesi rapporti familiari saranno complicati dall’omidio dello strozzino Tonino, di cui i fratelli Di Santo potrebbero essere responsabili.

Interessante ma fondamentalmente irrisolto,  il lavoro di Rubini trova molta difficolta’ nel legare il lato noir della vicenda e  la storia intima di Luigi,  spedito in gioventu’ a studiare a Milano per dissidi con il padre, che improvvisamente si ritrova a dover fare i conti con le proprie radici.
LaterraHo trovato piu’ interessante l’evoluzione della vicenda personale del protagonista mentre il giallo mi pare una parte un po’ posticcia del plot, che insegue la moda del rinato film di genere e per questo motivo il finale non mi ha convinto perche’ troppo "buonista" con l’appianamento di tutte le divergenze familiari.
Bella la prova di Bentivoglio, convincente Venturiello, mentre Solfrizzi e’ televisivamente sopra le righe, geniale Rubini (forse da sempre piu’ bravo come attore che come regista) nel dipingere il laido Tonino.
In ogni caso il regista si dimostra un buon costruttore di atmosfere morbose ed il finale in treno con  Luigi che racconta tutto (?) alla compagna e la sua voce e’ oscurata dal rumore del treno che  viaggia nei giochi di chiaroscuro delle gallerie e’ strepitoso.

4400

4400Spero che non si sia del tutto spersa nel bailamme sanremese la messa in onda della prima serie di questo nuovo telefilm del filone soprannaturale, i cui sei episodi sono stati condensati nelle due serate di lunedi’ e’ martedi’.
4400 e’ il numero di persone scomparse nel corso degli anni, a partire dal 1946, in probabili rapimenti alieni, che ritornano tutte insieme nel 2004 senza avere memoria del tempo trascorso lontano da casa. Un detective e una scienziata del Dipartimento di Sicurezza Nazionale  sono incaricati di studiare l’arcano, sempre piu’ complesso anche perche’ ben presto si scopre che i ritornati hanno poteri sovrannaturali e il detective e’ coinvolto personalmente dato che suo nipote fa parte di questo gruppo, essendo stato rapito nel 2001 mentre si trovava in campeggio con il figlio del detective che da allora giace in coma.
Gli  altri protagonisti sono  Maia, la prima bambina rapita nel 1946 che ha sviluppato poteri paranormali e e la coppia formata da Richard, l’uomo di colore rapito nel 1951 che non si capacita ancora del mondo multirazziale in cui e’ ritornato e Lily scomparsa nel 1993, nipote della ragazza bianca di cui Richard era innamorato  prima di partire per la Corea, la donna e’ respinta dalla propria famiglia in quanto il marito si e’ risposato e la figlia, neonata quando lei e’ scomparsa, non e’ a conoscenza della sua esistenza. Lily e’ incinta e non si sa se il figlio che attende e’ frutto di sperimentazioni aliene.
La parte piu’ interessante del telefilm e’  sicuramente il prologo che racconta il ritorno dei 4400: una grande cometa passa vicino alla Terra e improvvisamente cambia rotta  puntando sul nostro pianeta: nonostante i tentativi di fermarla  con i missili la presunta cometa continua il suo percorso e nell’immintente impatto si vedono momenti concitati di telefonate ai propri cari che sono forse la prima rappresentazione popolare della tragedia dell’11 settembre, e l’atterraggio di un oggetto volante sconosciuto in quest’ epoca cosi’ timorosa del  diverso getta una luce del tutto nuova, forse di maggior comprensione delle paure che si celavano dietro ai  film anni ’50 di invasioni spaziali.
I tredici episodi della seconda serie dovrebbero andare in onda questa estate.

Quando l’amore brucia l’anima

Quandolamorebrucialanima

Benche’ quello del biopic sia un genere molto in voga negli ultimi anni, i film appartenenti a questo filone, risultano piuttosto piatti, senza guizzi creativi, limitandosi a seguire pedissequamente le vicende del protagonista. Il lavoro di Mangold sulla vita di Johnny Cash riesce  in qualche modo a distinguersi, raccontando i primi quindici anni di carriera del cantante, con una breve escursione nell’infanzia di Cash segnata dalla morte dell’amato fratello maggiore e dalla disistima del padre che non esita a dire che gli e’ morto il figlio sbagliato.
Si narra del primo matrimonio con Viv, donna totalmente disinteressata alla carriera artistica del marito che dopo un fulmineo esordio  e’ protagonista della prima stagione del rock’n’roll, andando  in tournée’ con star del calibro di Elvis Presley e Jerry Lee Lewis.  Questa e’  sicuramente la parte piu’ interessante della pellicola, che avrebbe meritato un maggior approfondimento rispetto al cote’ romantico della bella storia d’amore con June Carter perche’ ci mostra la nascita del mito del rock  con i prodromi della ribellione giovanile, le ragazzine in delirio disposte a tutto pur di passare una notte con i loro idoli, i tour massacranti per sopravvivere ai quali e’ giocoforza ricorrere all’uso della droga.
WalkthelineelvisAnche Cash finisce nel tunnel della droga, rischiando di mandare in pezzi una magnifica carriera: si riprendera’ grazie all’amore per la cantante June Carter, che pur restandogli sempre vicina nei momenti piu’ difficili accettera’ di sposarlo solo quando Johnny "righera’ di nuovo dritto", dando vita a uno dei sodalizi musicali piu’ longevi della storia della musica, il cui esordio e’ segnato dal celebre album del 1968  Johnny Cash at Folsom Prison, registrato nell’omonima prigione americana, che segna la resurrezione di Cash e la fine del film.
Se il film non spicca per l’originalita’ della regia, a folgorare e’ la bravura di Joaquin Phoenix che ha compiuto una perfetta opera di immedesimazione con il personaggio da interpretare, non solo nella  mimica (il cantante era famoso per imbracciare la chitarra come un fucile) ma anche nel duro lavoro sulla voce per renderla il piu’ possibile somigliante a quella di Cash: e’ l’attore stesso infatti, a cantare personalmente le molte canzoni del film,  ed e’ notevole anche l’intesita’ con cui rende la passione di Johnny per June, non staccando praticamente  mai lo sguardo da lei; anche la  buona  prova di Reese Witherspoon (anche lei interprete di tutte le canzoni) aiuta a rendere la perfetta alchimia della coppia sul palco.
Il film e’ stato premiato con tre Golden Globe: miglior film, miglior attore protagonista e migliore attrice protagonista. 

North Country – storia di Josey

Northcountryjosie_1 Apparentemente il film sembra un classico, robusto lavoro di mestiere di genere legale ispirato alla  prima azione di categoria contro le molestie sessuali avvenuta in America negli anni ’80; ma la regista Niki Caro ibrida le scene legali con gli episodi in discussione, mostrando e non raccontando i torti subiti dalle prime donne impiegate nelle miniere a cielo aperto d’America, sottolineando il senso di denuncia del film. Su questa base si innesta la storia della protagonista, Josie Aimes, la cui vicenda e’ emblematica per raccontare il cammino delle donne verso l’acquisizione dei  diritti piu’ elementari: stuprata a sedici anni da un professore, Josie decide di tenere il bambino, nonostante questo le costi il disprezzo della famiglia, si sposa con un uomo violento da cui fugge per tornare a casa ed impiegarsi nelle miniere del Minnesota: il lavoro rappresenta finalmente la possibilita’ di riuscire a mantenere se stessa e i due figli, ma oltre alla fatica della miniera Josie deve subire gli abusi dei colleghi maschi (una volta tanto per abuso non si intende solo la violenza sessuale) e dopo una vita di soprusi Josie non puo’ che mettersi in gioco intentando un’azione legale contro la compagnia che appoggia il maschilismo imperante.
Sicuramente la pellicola mostra qualche incertezza e qualche lungaggine di troppo, ma il valore di denuncia e’ molto forte, soprattutto se si pensa che la situazione raccontata risale a nemmeno vent’anni fa, in quell’America che oggi si fa paladina della democrazia a destra e manca.
Charlize Theron  si candida al suo secondo oscar, questa volta senza imbruttirsi come in Monster: personalmente ho trovato la sua prova attoriale piuttosto accademica e non coinvolgente: molto piu’ interessante  Frances McDormand, candidata come migliore attrice non protagonista per uno dei ruoli piu’ amati dall’Academy, quello della malata terminale.
Rimarchevole la presenza in punta di piedi di Sissy Spacek che riesce sempre a bucare lo schermo.

Dalli alla locandina!

HostelCi risiamo con la guerra alle locandine: il Codacons chiede il ritiro immediato della locandina di Hostel (il film di Eli Roth prodotto da Tarantino e pubblicizzato come il film piu’ cruento di tutti i tempi, slogan che puzza di bufala lontano un miglio) perche’ la violenza del film deve essere vista solo dallo spettatore cosciente dello spettacolo a cui assiste, e non imposta a chiunque con l’ostenzazione dell’immagine su muri e strade.
A me questa locandina ricorda solo i miei trascorsi dentistici.. certo, i moderni studi di odontoiatria sono un miracolo di pulizia e candore ma nel loro cinismo ostentano sempre qualche quadro truculento di vecchi cavadenti o dei loro arcaici attrezzi..
E poi pigliarsela con una locandina cinematografica in un momento in cui le immagini scandalose  sono ben altre e dagli esiti piu’ disastrosi (vignette, Calderoli, Guantanamo.. do you know?) mi sembra molto piu’ di pessimo gusto che l’allusione ad una trapanatina ai denti senza anestesia.

Cacciatore di teste

N.B. Il penultimo paragrafo spoilereggia


CacciatoreditesteDopo quindici anni di dedizione all’azienda in cui ha lavorato, Bruno Davert, dirigente nel settore delle cartiere viene licenziato; trascorsi inutilmente due anni in cerca di un nuovo impiego, a Bruno non resta che uccidere tutti i possibili rivali per i pochi posti di lavoro disponibili nel suo settore…

Costa Gravas torna al cinema con una commedia nera che analizza spietatamente il mondo del lavoro: se da un lato le logiche del mercato sono perverse nel licenziare l’organico piu’ specializzato per delocalizzare il lavoro in luoghi dove la mano d’opera costa meno, dall’altro la mentalita’ piccolo borghese dei licenziati non permette loro di adeguarsi alla nuova situazione: un lavoro meno qualificato o in un altro settore viene vissuto come un’onta e l’idea di ridurre il proprio tenore di vita e’ pressoche’ impensabile in una societa’ bombardata dai diktat pubblicitari: il regista enfatizza la presenza di cartelloni pubblicitari dove donne bellissime ostentano simboli di seduzione e potere (un orologio viene impugnato come un pugnale) e sarebbe interessante sapere se in un momento in cui il product placement e’ cosi’ importante per il cinema, la scelta di non esibire marchi pubblicitari e’ stata decisa da Costa Gravas o la satira era troppo forte per attirare qualche fabbrica del lusso.
Quello che colpisce di piu’ in questa spassosa e pungente commedia e’ che il protagonista riesce a farla franca come avviene in Match Point di Woody Allen: se Allen raccontava la vittoria della furbizia e la sconfitta della giustizia con i toni tragici della letteratura russa, Costa Gravas nella sua vicenda paradossale allude nel finale ad uno squalo piu’ cattivo che potrebbe riservare a Bruno la sorte che lui ha riservato ai suoi concorrenti, ma la morale e la giustizia restano comunque concetti  obsoleti  per riuscire a sopravvivere nella nostra societa’.
Notevole la prova del protagonista, Josè Garcia, che in alcuni momenti fa rivivere la maschera di Jack Lemmon, nevrotico per eccellenza.

The libertine

Thelibertine<<Non vi piacero’>> esordisce  un sensualissimo Johnny Depp mentre guarda dritto in macchina emergendo dalle ombre nere, nel prologo del film.
A non piacere e’  il risultato di questa pellicola che non si capisce dove voglia andare a parare rievocando l’esistenza di John Wilmot, secondo duca di Rochester, detrattore del potere reale appena restaurato dopo la parentesi cromwelliana che pero’ salva la Corona con un intervento fondamentale alla corte dei Lord, innamorato del teatro e beffato da una teatrante che ha aiutato ad emergere.
Sullo sfondo di una Londra grigia e fangosa le vicende di Wilmot scorrono in maniera piatta senza neppure dare il senso del genio votato all’autodistruzione.
Penso che gran parte dei demeriti vadano alla regia, Dunmore appena arrivato dal mondo dei videoclip si perde in sciocchi ed inutili  barocchismi: per esempio un dialogo piuttosto lungo tra Wilmot in primo piano e sua moglie dietro di lui (una banalissima profondita’ di campo)  viene risolto continuando a mettere a fuoco chi parla e fuori fuoco chi attende la battuta, annoiando a morte lo spettatore e rischiando anche di fargli venire il mal di testa.
Stupisce una volta di piu’ la voglia di sperimentare di Johnny Depp, non in una interpretazione memorabile ma sempre pronto a misurarsi con ruoli scomodi: piu’ che fare il verso al "Mick Jagger del XVII secolo", qui sembra volere omaggiare Lon Chaney deturpandosi nella sifilide.

My funny Valentine

Prendo spunto da Il Cinematografo  che stila una bizzarra classifica (da In the mood for love a Autumn in New York!) delle dieci   piu’ romantiche love story della storia del cinema per dare la mia personale cinquina correggendo la dose di melassa con grandi iniezioni di amour fou.

Femminafolle_2Femmina folle
una donna si innamora follemente di un uomo che vuole esclusivamente per se’: nella sua follia non esitera’ ad ucciderne il fratello malato e a liberarsi del figlio che aspetta dall’amato.

Duelloalsole_1
Duello al sole
tra la bella meticcia  e il cinico  figlio di un allevatore di bestiame nasce una passione che finisce a pistolettate sulle montagne del Messico e si conclude con un abbraccio mortale

Jezebel_1La figlia del vento
viziata nobildonna sudista rinuncia al grande amore della sua vita per un capriccio, ma quando lui si ammala di febbre gialla lo seguira’ nel lazzaretto

SensoSenso
la contessa Livia Serpieri dilapida il denaro che serve a liberare l’Italia dagli austriaci per la passione di un bel tenentino austroungarico, quando capisce che lui non la ama  lo denuncia e lo fa fucilare.

ArlettyLes enfants du paradis
il mimo Baptiste ama l’equivoca  Garance ma il destino concede loro solo una notte d’amore

Crash – Contatto fisico

Crash

Sono riuscita a recuperare in sala il bellissimo film di Paul Haggis, che riesce a far provare allo spettatore una gamma di sensazioni  molto vasta, che raramente si riscontrano in un unica pellicola: si ride per l’assurdita’ di alcuni scene, ci si indigna per altre, ci si commuove  e ci si preoccupa per la sorte di alcuni protagonisti, soprattutto per la piccola Lara che si salva grazie a un tocco di genio degno di Frank Capra.
E’ un film corale dove le sorti di una quindicina di personaggi si intrecciano in una  qualunque giornata losangelina, cosi’ diversa dal mondo perfetto che ci rimandano i telefilm americani e credo che ci sia una satira feroce del mondo televisivo, non solo nella vicenda del regista di colore, ma anche nell’episodio in cui il ricettatore racconta dei docu-fiction che spiegano come, grazie al luminal oggi si possa scoprire la piu’ piccola traccia di sangue, spiegando cosi’ il fiorire del genere del poliziesco-scientifico che intende calmare le apprensioni delle classi ricche e far sentire il peso del controllo su quelle povere.




Crash


Visto in questi giorni, in cui e’ ancora vivido il ricordo dei funerali di stato celebrati per Loretta King, moglie del grande Luther King, Crash e’ ancora piu’ doloroso nel mostrare il profondo razzismo che affligge la metropoli californiana e i recenti fatti  delle banlieu francesi ci rammentano che il problema va ben oltre i confini americani. C’e’ anche un forte messaggio di speranza nel film mostrando come  basti poco per disinnescare la rabbia e tornare a comportamenti piu’ umani, ma i personaggi paiono afflitti da una certa distonia visiva e non riescono a capire chi veramente e’ "l’angelo" che si prende cura di loro e questo e’ estremamente malinconico.
Da un punto di vista stilistico il film si segnala per la qualita’ del montaggio: e’ perfetta la sincronia con cui una porta si cui si chiude  su una storia e  si apre su un’altra e l’ottimo lavoro di scrittura risce a far incastrare magistralmente le tessere delle varie vicende creando un grande affresco di vita metropolitana dove tutti sono potenzialmente buoni o cattivi.
Sono davvero contenta di essere riuscita a vederlo: ora ho il film per cui tifare agli Oscar 2006 e il miglior attore non protagonista: Matt Dillon.