Carne da macello

McdonaldDocumentario,
Italia 2002 di Maria Martinelli

Ieri notte, mentre il mio stomaco se la vedeva proprio con un baconburger, ingerito in una delle mie rare concessioni all’ american way of life in un tex-mex della zona, ho visto alla 25° ora un documentario molto interessante, Carne da Macello , opera italiana del 2002 che anticipa una denuncia che ha preso piede in seguito, quella alla filiera della carne in America. Il titolo fa pensare ai bovini che stanno alla base del settore, ma nel tritacarne che prendo in prestito dal video di Another brick in the wall dei Pink Floyd, insieme alle bestie finiscono gli operai sfruttati dai grandi mattatoi texani che non forniscono alcuna assicurazione ai loro dipendenti nel caso dei numerosissimi incidenti, e i consumatori: negli Usa ci sono molti casi di morte o malattia dovuti al consumo di hamburger contaminati.
Ovviamente non puo’ mancare il tentativo di analisi del fenomeno McDonald, che si scontra contro il muro di omerta’ dell’azienda che gia’ 5 anni fa era la piu’ grande azienda di ristorazione in Giappone, la piu’ grande acquirente di prodotti alimentari francesi, e la ditta privata che occupa il maggior numero di persone in Brasile. Nella sede centrale non e’ stato possibile fare riprese, e neppure i giovani lavoratori intervistati al McDrive potevano rispondere alle domande del giornalista italiano.
La McDonald e’ stata la prima azienda a preferire come dipendenti i teen-agers perche’ stando ancora in famiglia si accontentano di un salario molto basso e c’e’ molta possibilita’ di ricambio. Altre industrie hanno poi seguito questa via, ma a dimostrazione che le cose negli ultimi 5 anni non sono cambiate riporto una notizia che ho sentito recentemente a Decanter : tra le nuove parole americane un prestigioso dizionario ha aggiunto mcjob che sta a significare un lavoro poco pagato, con scarse prospettive di carriera e del tutto insoddisfacente, il colosso degli hamburger ha cercato di pretendere la modificazione del significato nel suo opposto: lavoro stimolante che offre una brillante carriera ma l’istituzione universitaria che cura il vocabolario ha respinto la richiesta perche’ fortunatamente il senso delle parole non si puo’ decidere a tavolino.

Il 7 e l’8

Il7el8 Anche se Ficarra e Picone mi divertono, non sarei andata a vedere il film per loro, ad interessarmi sono stati due elementi presenti nei trailer: Il ballo di San Vito di Capossela e soprattutto la presenza di Tony Sperandeo.
Non frequentando le pellicole dei nuovi comici, non saprei dire se il duo siciliano ha debuttato meglio degli altri sul grande schermo e soprattutto non saprei sottoscrivere pienamente la recensione di Filmtv che ne esalta la sceneggiatura, di certo l’idea di base e’ sfiziosa: il 6 gennaio 1975 nascono due bambini che vengono scambiati nella culla, per caso si ritroveranno trentun anni dopo e scopriranno l’incredibile scambio.
La storia e’ valida nella delineazione dei due opposti caratteri dei protagonisti e regge fino a quando si scopre il perche’ dello scambio, poi si perde ed il finale e’ troppo aperto e sospeso; anche se le situazioni comiche sono prevedibili e si capisce sempre un attimo prima come nascera’ la gag, ma bisogna ammettere che Ficarra e Picone sono molto spassosi e il cameo di Sperandeo e’ grandioso e fondamentale nell’economia filmica.
Un’onesta pellicola di pura evasione che riesce a mantenere quel che promette.

INLAND EMPIRE

Lynchinlandempire Non riesco a gridare al capolavoro per quest’ultimo lavoro di David Lynch anche se alcune cose mi sono piaciute davvero molto, sicuramente tutta la prima parte fino a quando si chiude il primo circuito temporale e si scopre che e’ Nikki ad essere entrata dal retro nello studio 5 dove lei e i suoi colleghi stavano procedendo alla lettura del copione, poi la seconda parte con i deliri mentali e temporali della protagonista mi ha annoiato per l’eccessiva presenza di quello che, scusate preventivamente il termine, mi sento di definire “ciarpame lynciano”: son quasi vent’anni che ci propina i vari settori della mente come stanze arredate malamente con le piccole cose di pessimo gusto, un immaginario talmente sfruttato che basta partecipare a un qualsiasi corso con una minima sfumatura motivazionale che nell’immaginata vi rifileranno questo percorso nei corridoi della vostra mente; poi ci sono i soliti freak, i suoni bassi distorti, i balletti e gli schiocchi di dita che danno il ritmo e le espressioni stralunate degli attori. E cosi’, mentre le immagini scorrevano piuttosto noiose sullo schermo, non ho potuto fare a meno di pensare a un Lynch burlone che si diverte a farcire i suoi film di questo suo caratteristico ciarpame per mandare in solluchero gli intellettuali.
Lo so, si puo’ ribattere con la sua teoretica della visione e dei piani paralleli, ma per me non regge perche’ non mi e’ sembrato di assistere nel corso degli anni ad una progressione, un approfondimento di questi temi che dovrebbero essere peculiari per l’autore e di conseguenza penso che alcune atmosfere siano diventate solo un vezzo.
Poi il film si e’ ripreso sul finale: mi e’ piaciuto che tutto si sia risolto con un andamento circolare tornando all’incontro di Nikki con “la mamma di Laura Palmer”, lo sguardo in camera di Nikki/Sue verso la ragazza chiusa nella stanza che guarda tutto dalla tv e a sua volta compare su un altro televisione, ma soprattutto ho adorato la morte sul set di Sue con la telecamera che entra in campo: finalmente una visione salvifica del mezzo di ripresa, che con il suo ingresso annulla il senso di angoscia surreale della scena: un bel rovesciamento di prospettiva in questi tempi dove viene sempre sottolineata la sua funzione negativa di intrusione nella privacy o mezzo per mettere in internet i propri trofei piu’ imbecilli.
Nel complesso un film sicuramente affascinante, molto meno incompresibile o complesso da gestire di quel che ci si puo’ aspettare.

Addio a Stuart Rosenberg

Rosenbergfilm

Si e’ spento il 15 marzo, all’eta’ di 79 anni Stuart Rosenberg, nato a Brooklyn l’11 agosto 1927. Era uno di quei registi di “mestiere”, che operava soprattutto nel poliziesco e nel genere carcerario con qualche incursione nel catastrofico e nell’horror, il cui nome dice poco al grande pubblico (neppure imdb gli dedica una biografia e non e’ ancora stata aggiornata la sua scheda) pubblico che pero’ ama sicuramente molto i sui film piu’ famosi: la sua seconda regia cinematografica e’ Nick mano fredda (1967) che segna l’inizio di una grande amicizia con il protagonista, Paul Newman, che il regista dirigera’ nuovamente quasi dieci anni dopo, nel 1975 in Detective Harper: acqua alla gola. Nel 1979 sara’ il regista del primo episodio della saga horror Amityville Horror e nel 1980 dirigera’ Robert Redford in Brubacker.
Alla regia cinematografica Rosenberg ha alternato quella televisiva firmando episodi di serie molto famose come Ai confini della realtà e Alfred Hitchcock presenta.

Sapevatelo!

Inlandempire Casigliani! Concittadini! Co-provinciali!
Da domani fino a lunedi’ ci sara’ INLAND EMPIRE al Macalle’ di Castelceriolo, siccome prevedo che sia l’unica occasione per vedere il controverso lavoro di David Lynch in provincia , organizzatevi!
UPDATE il film e’ proiettato anche in Sala Zandrino al Comunale di Alessandria, che dopo piu’ un mese dall’uscita del film e’ diventata la citta’ con ben due copie in programmazione, cosa che non era accaduta ne’ a Torino ne’ a Milano..

***

Dopo l’appello alla cittadinanza mi rivolgo aigli amici cineblogger che hanno gia’ visto il film: sono molto nervosa per l’ampio spettro di voti della Connection , poi Manu che paragona quest’esperienza al pellegrinaggio a Santiago di Compostela..
Insomma consigli per prepararsi alla visione? Entro in sala fischiettando, facendo finta di nulla come se fosse un film qualsiasi? Mi astraggo preventivamente ad ogni connessione logica?
Che faccio, che faccio?

L’aria salata

Lariasalata Fabio e’ cresciuto con la madre e la sorella, dopo la laurea ha iniziato a lavorare come educatore in un carcere romano, e un giorno, in un detenuto appena trasferito ritrova il padre che non vedeva dall’infanzia, dopo che la famiglia si era sfasciata per l’omicidio commesso dall’uomo..

Accennavo, a proposito di Saturno contro dell’incapacita’ del cinema italiano di approfondire coraggiosamente un tema drammatico, non e’ certo il caso dell’opera prima di Alessandro Angelini di che analizza accuratamente il rapporto tra un padre assente perche’ carcerato per omicidio e un figlio segnato da questa mancanza e che forse fa l’educatore in carcere proprio nella nascosta speranza di rincontrare un giorno quel padre con cui i rapporti si sono interrotti da tempo.
Non e’ facile ricostruire un rapporto su cui si sono affastellati anni di rancori e presunte colpe, ma entrambi i protagonisti hanno voglia di tentare anche se dovranno scontrarsi con la disapprovazione degli altri, in particolare della sorella di Fabio che rifiuta ogni contatto col padre, ma soprattutto ci sara’ lo scontro inevitabile con la drammatica realta’ delle regole del carcere.
Dolore e durezza mai urlati (altra novita’ per il nostro cinema) ma raccontati attraverso silenzi, campi lunghi e colori freddi; inaspettatamente l’uso di colori piu’ caldi (il giallo) solo all’interno del carcere: quale altra casa per un uomo che ha trascorso piu’ di vent’anni di galera senza mai un permesso?
L’esordiente regista si rivela anche un buon direttore di attori ottenendo buoni risultati da Pasotti ma soprattutto avvalendosi dell’ottima intepretazione di Giorgio Colangeli nel ruolo del padre galeotto

Diario di uno scandalo

Diariodiunoscandalo Barbara e’ un’insegnante alle soglie della pensione, lavora in una scuola piuttosto degradata di Londra, di quelle che hanno i metaldetector all’ingresso delle classi. Quando arriva una nuova insegnante, Sheba, le due donne si legano di profonda amicizia, ma quando Barbara scopre che Sheba ha una relazione con un alunno..

Una volta c’erano i drammi al femminile, di solito avevano per protagonista Bette Davis che si immergeva in una spirale di odio e vendetta con la sua antagonista, arrivando anche ai parossismi di Che fine ha fatto Baby Jane e la pellicola diretta da Richard Eyre ha questa allure: due personaggi femminili, magnificamente interpretati, di cui vengono scavati luci ed ombre, e quest’ultime prevalgono nettamente.
C’e’ una buona suspense (sottolineata dalla musica magistrale di Philip Glass) che tiene desta l’attenzione dello spettatore fin dall’inizio quando dalle annotazioni del diario di Barbara sappiamo dell’arrivo nella scuola della bella Sheba: sembra un appunto casuale sul diario di una persona sola che non ha molto di personale da scrivere, gli appunti successivi paiono indicare l’attrazione di una persona mediocre per una rappresentante di una classe superiore (il padre di Sheba era stato un famoso economista) ed infine lo spettatore capisce cosa spinge morbosamente Barbara verso Sheba anche se il personaggio interpretato da Judy Dench non lo ammetterebbe mai.
Barbara e’ il prodotto malato della solitudine e della repressione, un personaggio che fa piu’ paura dei vari enigmisti ed altri mostri che infestano gli attuali film horror perche’ rappresenta la mostruosita’ celata nell’anonimato della presunta normalita’, ma anche la sua vittima, Sheba non e’ esattamente un giglio e rappresenta un tipo di donna facilmente riscontrabile nella generazione delle trenta-quarantenni: bella ma insicura, con un passato “burrascoso” (la foto giovanile in versione punk fa pensare a droghe e sesso libero) sposata con un uomo piu’ anziano di lei che ha strappato da un precedente matrimonio, si annoia del ménage familiare non esita a lasciarsi andare a un amore con un suo allievo quindicenne, altro personaggio estremamente inquietante: un ragazzino con grandi capacita’ seduttive, che non si fa scrupolo di inventare una storia strappalacrime per manipolare la bella maestrina, insomma non si salva nessuno in questo spaccato multigenerazionale dipinto dal regista: ogni personaggio e’ il frutto delle storture della sua epoca, senza pero’ essere stereotipato.
All’altezza della suspense di tutta la pellicola anche il finale dove apparentemente trionfa la giustizia ma l’orrore della normalita’ continua ad agire indisturbato nell’anonimato.

Der Golem

Dergolem Der Golem, wie er in die Welt kam
Germania 1920,
con Paul Wegener, Albert Steinrück, Lyda Salmonova
regia di Carl Boese e Paul Wegener

L’evento speciale di ieri, al Bergamo Film Meeting attualmente in corso e’ stata la proiezione del celebre capolavoro dell’espressionismo tedesco, nella versione perfettamente restaurata nel 1999. Piu’ che parlare di questo famoso film, vale la pena spendere qualche parola sul protagonista dell’accompagnameno sonoro, Gary Lucas che oltre ad aver musicato superbamente il film con una melodia che si potrebbe definire a sua volta espressionista, fatta di suoni sintetizzati e chitarre acustiche, ha dimostrato tutto il suo amore verso questa pellicola introducendo il film prima dello spettacolo, cosa a cui non ho mai assistito alle varie proiezioni di film muti: di solito i musicisti hanno un atteggiamento un po’ distante dalla pellicola e non si mettono certo a spiegare che il film vanta la fotografia di un maestro come Karl Freund, o che Der Golem ha come peculiarita’ quello di avere le scenografia costruite e non solamente dipinte come di solito avveniva per gli altri film espressionisti.



Der golem

Dopo la proiezione Lucas si e’ anche intrattenuto col pubblico chiedendo se ci fossero domande sul film o sulla sua musicazione. Sala gremitissima, anche lungo le gradinate, visto che i posti a sedere sono terminati piu’ di mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo: non entravo in una sala avendo il solo posto in piedi da almeno vent’anni, ma ne e’ valsa davvero la pena!

Saturno contro

Saturnocontro

Il lavoro di Ozpetek avrebbe un potenziale interessante ma l’eccessiva frammentarietà della trama sfilaccia una pellicola che offre alcuni momenti di confronto con la morte davvero commoventi, in particolare la ragazza che esterna il suo dolore al telefonino in una lingua straniera, il dialogo tra il personaggio di Ambra Angiolini, Roberta, e la strepitosa infermiera Milena Vukotic e soprattutto la scena in cui Roberta rimane silenziosamente indietro mentre il gruppo raggiunge l’obitorio. Si è parlato della ex lolita televisiva Ambra Angiolini come di una rivelazione, ed in effetti l’attrice (?) si è impegnata e se l’è cavata bene, ma bisogna anche ammettere che il suo ruolo era il meglio costruito, in grado di uscire dai soliti stereotipi che affossano il film e il pensiero non può non andare alla coppia di coniugi in crisi per i cui ruoli sono stati chiamati i massimi esperti del settore: la cornuta per eccellenza del cinema italiano, Margherita Buy e il sempre isterico Accorsi.
I difetti che si possono imputare a questo film sono sempre i soliti che affliggono il cinema italiano: la mancanza di coraggio di affondare nel dramma o comunque di approfondire un tema e il voler restare sempre nel dolce amaro, con il classico finale ottimista della vita che continua da cui non si esimeva neppure La stanza del figlio di Moretti.
Una nota sull’intellingenza sopraffina del pubblico italiano: che palle sentire ancora le risatine di contorno a due uomini che si baciano sul grande schermo e un coro di “Pina! Pina!” ogni volta che appare Milena Vukotic!

La squadra 8

Lasquadra8 Mi spiace rovinare l’attesa degli aficionados del migliore seriale italiano che ripartira’ stasera su Rai3 alle 21,05 con l’ottava serie , ma devo riportare un rumors piuttosto tristanzuolo: stamattina a Playwatch Fabio Canino e Francesca Zanni hanno intervistato telefonicamente Donatella Diamanti, capo sceneggiatura del poliziesco ambientato a Napoli, chiedendo conferma della probabile chiusura del telefilm dopo questa La Squadra 8; la Diamanti ha smentito la notizia ma ha parlato di modifiche del prodotto in particolare verra’ abbandonato il formato da 100 minuti per passare ad episodi da 50 minuti per conformare il serial ai modelli attuali di fiction televisiva: effettivamente gia’ nelle ultime puntate della passata stagione si poteva notare la presenza di due episodi di contorno all’indagine principale, speriamo quindi che il passaggio sia indolore e il cambio alla supervisione delle sceneggiature, Donatella Diamanti se ne andra’ a giorni, non faccia abbassare troppo la media del prodotto.

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