Tratto dalla graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, 30 giorni di buio e’ un classico film di vampiri che presenta tutti, o quasi, i topoi del genere, per non fare troppo spoiler accennero’ solo a quello dell’umano che confessa di esser stato morso e sentire i primi sentori della trasformazione; peccato che la tensione del film sia discontinua, perche’ la pellicola ha qualche buona intuizione: il bianco della neve e il buio della notte spezzati dal rosso del sangue e una volta tanto la tecnologia che solitamente poco si concilia con l’horror, aiuta ad aumentare la tensione, alludo ai telefonini e quant’altro il cui problema solitamente si risolve banalmente facendo scaricare la batteria, invece questi vampiri pur arrivando con una nave (rompighiaccio) guidati dall’ennesimo pazzo Renfield come i loro nobili antesignani, sono molto scafati in fatto di comunicazioni e procedono con determinazione all’eleminazione di tutti quegli strumenti che potrebbero mettere in contatto la sperduta cittadina dell’Alaska con il resto del mondo e ogni passo verso l’isolamento mentre la la lunga notte artica incombe, aumenta il senso di angoscia.
I vampiri che assaltano Barrow sono decisamente fascinosi, nel loro total look nero metropolitano un po’ rock band, romanticamente rassegnati alla disperazione ed al dolore, peccato solo che parlino una sorta klingor, ma io ho parteggiato molto piu’ per loro che per la banda di sfigati sopravvissuti che non ha la grinta della marmaglia di Planet Terror e sono resi insopportabili dalle schermaglie amorose tra la bella e il leader, lo sceriffo Eben, uno in cui in un mese di dura sopravvivenza non cresce il barbone ma resta una curata barbetta dei tre giorni.
Il finale dovrebbe essere commovente ma la mia attenzione era piu’ attratta da un problema astronomic-geografico: vabbe’ che siamo quasi al Polo, ma e’ possibile che il sole sorga esattamente dov’era tramontato 30 giorni prima?
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American gangster
Su finire degli anni ‘60 la polizia corrotta di New York domina il mercato della droga, il piccolo delinquente di colore Frank Lucas decide di sfruttare i voli militari con il Vietnam per comprare l’eroina direttamente dai produttori orientali e immetterla sul mercato americano a prezzi bassi e ad una qualita’ altissima, scalando in breve i vertici della malavita organizzata, fino a quando l’incorruttibile Richie Roberts non si mette sulle sue tracce..
Ispirandosi alla storia vera del primo boss di colore, Ridley Scott gira un fim godibile (anche se i 156 minuti della durata del si sentono) che cita a piene mani i capolavori del genere, senza mai riuscire a trovare il tono epico della vicenda. Il genere gangster nasce negli anni ’30 con l’intento di mettere alla berlina i protagonisti della malavita facendoli sempre morire in modi ignominiosi: la descrizione dei boss come looser, ribelli senza causa da’ un tono tragico alla produzione e la seconda grande stagione del genere, gli anni’ 70 de Il padrino e Scarface coglie in pieno questa connotazione trasformandola in pura epica, nel film di Scott questo manca: Richie, il poliziotto e’ troppo buono, va bene l’incorruttibilita’ sul lavoro ma quando rinuncia alla tutela del figlio conscio della sua vita senza regole, la simpatia scema di botto.
Frank poi sembra solo un impiegato del crimine: per quanto geniale, si ha l’impressione che sia riuscito a diventare un grande boss solo per un colpo di fortuna, finita la guerra in Vietnam che gli faceva da copertura, sarebbe riuscito a rimanere ai vertici?
Scott segue il suo protagonista fino al positivo epilogo (positivo se restiamo nell’ambito del gangster movie) e allora mi chiedo se l’accento del titolo sull’essere americano, che distingue il nostro eroe dagli italiani, i francesi e cosi’ via per le altre razze non voglia sottolineare ancora una volta la grandezza del sogno americano che offre sempre una seconda possibilita’.
Gli arcangeli
Girato nel 2004 e distribuito solo ora dopo aver vinto un premio per il migliore attore al Miff 2007, Gli Arcangeli e’ stato l’evento cinematografico della passata settimana della citta’ di Tortona, che ha dato i natali al regista e al protagonista (anche co-sceneggiatore) e che ha fatto da sfondo ad alcune scene dell’opera prima del giovane Scafidi.
Il film a me non e’ piaciuto affatto per evidenti buchi di sceneggiatura; la storia e’ quella trita (stranota anche nella religione cattolica, da San Francesco a Fra Cristoforo) del ragazzo bene bello e ribello che cerca di comprendere il significato della vita attraverso al sofferenza.. degli altri, per cui sesso estremo e droga (rock’n’roll no che la colonna sonora misticheggia attraverso la musica classica) fino al prevedibile momento dell’espiazione; quello che lascia un po’ basiti e’ che ad innescare il dramma del personaggio e’ il fatto di aver ricevuto il battesimo non nella piu’ tenera infanzia ma quand’era ormai decenne e durante il rito il piccolo Christian (poteva mancare il nomen omen?) aveva avuto una reazione inaspettata, ma profetica del suo futuro, che il film non si degna mai di svelare.
Piu’ che la trama ad indisporre sono le scelte artatamente autoriali della messa in scena: qualche bella immagine c’e’, come la crocifissione che pure parte con un eccessivo gore gibsoniano, e se i piani sequenza hanno sempre il loro fascino, giocare un dialogo mettendo fuori fuoco il volto di chi parla, quando di solito si fa il contrario e’ un artificio puramente snobistico, comprensibile per la voglia di (stra)fare di un giovane regista, quello che manda completamente a picco l’opera e’ il compiacimento nel credere di scandalizzare cercando di spingere oltre i limiti del lecito, insistendo su scene di sesso che vorrebbero essere disturbanti e invece provocano solo un inesorabile, intollerabile sbadiglio di noia.
Cous Cous
Chi si aspetta un film esotico, solo sull’integrazione maghrebina in Europa, forse rimarra’ deluso perche’ quello che Kechiche racconta con i movimenti nervosi della sua macchina da presa incollata ai personaggi e’ molto familiare anche per noi europei, alla faccia dell’imperante scontro di civilta’: le dinamiche familiari sono le stesse dappertutto come dimostra il bel momento del pranzo domenicale allargato ad amici e parenti, e l’educazione formale percorsa da un gelo tangibile nell’incontro tra le due famiglie di Slimane durante la festa sulla barca; una delle mie scene preferite.
Altrettanto conosciuti sono i rimandi cinematografici: Slimane e’ un Lamberto Maggiorani con la faccia scolpita dalla salsedine e gira con un vecchio motorino che gli viene rubato come la famosa bicicletta, furto dettato dal piu’ stupido sentimento che si trasforma in una patetica rincorsa, metafora del kafkiano rimbalzare tra le pieghe della burocrazia e del razzismo per riuscire a realizzare un sogno di affermazione sociale.
Di tipicamente esotico ci sarebbe la danza del ventre che scandisce parossisticamente il finale del film, un ballo ipnotico nella riaffermazione delle curve delle donne mediterranee e e dannato nel sottolineare la fatica della seduzione necessaria alla sopravvivenza (un plauso agli occhi dolenti della magnifica Hafsia Herzi). Una sequenza fisica e viscerale: io sono certa di esser stata compostamente seduta al mio posto, ma sono tornata a casa con gli addominali in fiamme, peggio che nella piu’ severa sessione in palestra.
Leoni per agnelli
Scende in campo un cavallo di razza del pensiero democratico americano, Robert Redford, per dire la sua sulla scottante questione della guerra irachena e afgana.
Non e’ male l’idea, molto dialettica, di mostrare punti di vista diversi: il giovane senatore rampante repubblicano, la scafata giornalista politica, il professore di college che vuole essere piu’ un maestro di vita che un semplice insegnante, lo studente bene (gia’) disilluso, i ragazzi dei ghetti che vedono nell’arruolamento l’unica via per il riscatto; purtroppo quello che manca al fim e’ l’anima, come se Redford non avesse potuto esimersi dal compitino sullo stato dell’unione: riconoscere le colpe e onorare gli eroi, ma il punto piu’ basso del film e’ proprio quello in cui i due giovani soldati si alzano in piedi per affrontare la morte sulle gelide montagne afgane. Molto piu’ interessante la conversazione allievo insegnante da cui emerge come tra le tante colpe dell’America rispetto al conflitto odierno, una delle piu’ complesse sia quella di essere ossessionati dal Vietnam, non tanto come sconfitta militare ma come vittoria di impegno civile, pero’ non e’ piu’ il ‘68 e il nemico e’ ben altro.
Paranoid Park
Quello che ho trovato davvero interessante in quest’ultimo lavoro di Gus Van Sant, e’ l’uso “psicologico” del racconto destrutturato che non e’ piu’ un semplice artificio stilistico ma un modo per mostrare visivamente il percorso mentale che il protagonista deve compiere per prendere coscienza dell’evento catastrofico di cui si e’ reso protagonista, e per certi versi mi ha ricordato i passaggi dell’elaborazione del lutto, anche se i sentimenti in questione qui sono altri: la prima volta che ci viene raccontata la storia e’ confusa, pochi fatti emergono e i molti rallenti e le immagini sfocate ci danno il senso di confusione che prova il ragazzo, poi la vicenda si fa piu’ chiara (emblematica la presa di coscienza davanti al notiziario?) e in si fa strada in Alex il bisogno di comunicare a qualcuno cio’ che lo opprime, ma non puo’ certo confrontarsi con un mondo adulto con sole funzioni di controllo (la scuola, la polizia) mentre dal punto di vista affettivo e’ costantemente assente (i genitori che non si vedono mai in faccia), una speranza potrebbe essere rappresentata da Macy di cui il protagonista segue il consiglio di mettere il proprio malessere su carta, ma terminata la fase di scrittura, ancora uno sguardo sospeso di Alex che non trova il coraggio di inviare il suo scritto: resta solo il fuoco, una fiamma che si alza a coprire tutto il volto del protagonista, per rinchiuderlo nel suo inferno di solitudine.
La promessa dell’assassino
A Londra, qualche giorno prima di Natale, una giovanissima prostituta russa muore nel dare alla luce una bambina, l’infermiera che ha assistito al parto cerca di risalire alla famiglia della ragazza tramite il suo diario, che nasconde solo segreti sulla mafia russa, mettendo l’infermiera e la sua famiglia in una situazione molto pericolosa..
Cronenberg sembra decisamente aver cambiato genere, passando dall’horror al noir ma resta sempre medesimo il demone sotto la pelle dei suoi film: l’ossessione per la carne, i corpi, in questo film martoriati e saguinanti (dalle ferite dei duelli all’arma bianca o dalla prostituzione) e tatuati.
Un’ossessione che negli anni si e’ fatta meno truculenta e in questo film assume un valore quasi salvifico: ambientato durante un periodo natalizio che pero’ non ha riscontro negli esterni londinesi (anzi, Londra e’ umida e livida come non mai) nessuna luminaria, solo la speranza affidata alla nascita di una creatura a cui viene dato un nome “che ricorda Cristo” che potrebbe rappresentare un nuovo futuro per Anna, almeno nel sogno finale di Nikolai.
C’e’ anche una sottile ironia in quest’opera: il ragazzino scemo e’ scemissimo, Oci ciornie e’ cantata, anzi miagolata, da un russo dai capelli improbabili, l’esaperazione delle caratteristiche colpisce anche a Kiril e Nikolai, un Viggo Mortesen mai cosi’ figo (altro che Aragorn!) con un taglio di capelli anni ‘50; un’esagerazione che cattura lo spettatore, confondendo le acque di una storia altrimenti prevedibile, per cui se si puo’ intuire lo scambio tra Ciryl e Nikolai pensato da Semyon si finisce per sperare nella favola del mafioso del cuore d’oro invece di pensare alla soluzione piu’ logica per la bonta’ di Nikolai.
Da antologia la scena nella sauna, dove Nikolai lotta completamente nudo con due energumeni: come in A history of violence le scene di sesso erano funzionali al film, senza implicazioni voyeristiche, anche stavolta il nudo di Viggo Mortensen non ha compiacimenti, ne’ erotici ne’ atletici, quello che vediamo e’ completamente diverso dall’esibizione del corpo nel nostro tempo, connotato sempre sessualmente o atleticamente (gli spot delle marche sportive), qui le scene sono asciutte e Cronenberg firma con il sangue una messa in scena che sembra richiamare la filosofia neoplatonica del rinascimento: il puro corpo macchina in azione, filmato con la potenza di Michelangelo e l’accuratezza di uno studio di Leonardo nel sapere dove colpire con esattezza per rompere una giuntura.
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Il giovane Robert Ford, cresciuto nel mito di Jesse James, entra nella sua banda ma sentitosi rifiutato dal suo idolo lo uccide. Peccato che per maturare l’idea ci metta quasi tre ore.
Benche’ la proiezione fosse partita bene, con la bella sequenza della rapina al treno, nei numerosi momenti di noia avevo pensato di liquidare il film con queste due frasi lapidarie, per spirito di compensazione; ma fortunatamente la pellicola si riprende sul finale e ho letteralmente adorato le scene in cui i due fratelli Ford replicano l’omicidio di Jesse James sui palcoscenici teatrali. La perplessita’ che mi permane su questa pellicola montata innumerevoli volte (e oggettivamente si sente) e’ perche’ il regista non si sia concentrato di piu’ sulla figura e sugli stati d’animo di Robert Ford anche seguenti all’omicidio, in cui capisce che non sara’ mai visto come un’eroe; risolvendosi a mettere in secondo piano la figura di Jesse James, a cui sono gia’ stati dedicati moltissimi film e alcuni di notevole caratura: l’oscillare di questo Jesse James tra la figura messianica che accetta, quasi suggerisce la propria morte e il bandito crudele, un po’ fuori di testa, non aggiunge niente di nuovo alla figura del celebre bandito, elemento fondante del mito americano. Si poteva tranquillamente evitare la disgustosa decapitazione dei serpenti e tante altre scene di gusto bucolico per le quali e’ stato tirato in ballo Malick: io non sono una grandissima fan del maestro ma sicuramente in Malick la natura “parla” mentre i meravigliosi paesaggi di Andrew Dominik hanno solo un’estetica da Flicrk Explore, che al limite meraviglia per la bellezza ma non e’ significativa per l’economia filmica e se nei film degli anni ’70 era accettabile la funzione puramente estetica degli esterni perche’ i film venivano girati totalmente in esterno solo a partire dalla meta’ degli anni’ 50 oggi il mero estetismo bucolico non credo possa avere valore, neppure come citazione.
Il mistero delle pagine perdute – National Treasure
Dovendo proprio infliggersi uno dei cine-panettoni natalizi, meglio puntare sulla seconda puntata delle avventure di Ben Gates, che questa volta si imbarca in una delle sue folli cacce al tesoro per salvare la famiglia dall’onta: un nuovo documento parrebbe infatti dimostrare che l’avo di Gates era implicato nell’omicidio di Lincoln. Per riconquistare l’onorabilita’ perduta, il nostro eroe si avvale dell’aiuto dei suoi fidi: la curatrice museale Abigail Chase, che nel frattempo e’ diventata sua moglie e dalla quale sta divorziando, il geek geniale ma sfigato Riley Poole e il padre, Patrick Gates; alla banda che questa volta ha piu’ spazio, lasciando in secondo piano Nicholas Cage, si aggiunge anche la madre peperina del nostro eroe, Emily, interpretata nientepopodimenoche da Ellen Mirren; di spessore anche l’attore chiamato per il ruolo del cattivo, Ed Harris, purtroppo la sua parte e’ quella peggio strutturata, indecisa tra il vilain senza rimedio o dotato in fondo di buon cuore.
Del resto tutta la parte finale del film cede a una sceneggiatura non smagliante che ripropone il modello del precedente episodio: un mix d’azione e commedia a sostegno di un pastiche tra fatti storici e leggende millenariste per esaltare il mito americano: questa volta il sacro suolo dell’Unione ospita pure Cibola, la mitica citta’ d’oro amerinda.
1408
Mike Enslin scrive guide ai luoghi infestati, con particolare attenzione agli alberghi, ma non crede certo ai fantasmi, almeno fino ma quando non gli viene segnalata la camera 1408 dell’hotel Dolphin a New York..
L’albergo e’ stato piu’ volte l’ambientazione ottimale di film horror, come i capolavori Psyco e Shining, di cui il regista si diverte a riproporre alcune atmosfere. Mikael Håfström, pero’ non si limita a giocare coi classici e dal racconto di Stephen King riesce a trarre un horror d’atmosfera poco splatter, ma non per questo meno pauroso; un viaggio nella mente del protagonista che svela quel che c’e’ dietro la figura iniziale dello scrittore gaglioffo che gioca con la credulita’ dei lettori: un uomo profondamente segnato dal dolore.
Nonostante debba dividere i titoli di testa con l’ottimo Samuel L. Jackson, la cui parte pero’ e’ poco piu’ di un cameo, tutto il film e’ retto da John Cusack, che molto spesso e’ solo a recitare davanti alla macchina da presa dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la propria insindacabile bravura.
Non resta che cercare la versione in dvd con il director’s cut del finale (ipse dixit)