Irina Palm

Irina palmjpg Bah! Proprio mi sfugge il motivo per cui questo film e’ cosi’ acclamato, io l’ho trovato molto furbo e fondamentalmente ipocrita..
Si piglia ‘na vecchia e la si manda a lavorare al bordello, perche’? Ma perche’ la povera donna deve farsi carico del nipotino molto malato e rimboccarsi le maniche anche per il figlio bamboccione e la nuora che non si sa perche’ la odia, ma che quando scoprira’ il suo altruistico gesto le sara’ grata a vita.
Siccome non si puo’ mica avere una protagonista zoccola, si fa in modo che la vecchia abbia le mani d’oro e la si mette a tirar seghe, che il petting e’ solo un peccato veniale.
La vecchia al bordello fa ridere perche’ i clienti si immaginano che dall’altra parte del muro ci sia una strafiga e noi invece vediamo la realta’: la vecchia in grembiale a fiori e pantofole; peccato che questa gag giri da almeno 10/15 anni (da quanto sono nate le chatline erotiche) anche nei piu’ tristi spettacoli comici televisivi, ma la vecchia al bordello fa ridere e non si discute, comunque, per non far prendere una piega troppo leggera al film ogni tanto si innestano delle patetiche scena all’ospedale, pure un rallenti di una melanconica festa nel reparto pediatrico, che persino Cuccuzza ci insegna che la spettacolarizzazione del dolore tira piu’ del famoso pelo, che infatti non si vede, solo tette e culi cellulitici ed ancor piu’ invisibile e’ il protagonista sollazzato dalle mani d’oro di Irina Palm.
A salvare il film c’e’ solo Marianne Faithfull, quando il suo occhio s’infiamma di malizia luciferina nel rispondere alla curiosita’ delle amiche, ma ovviamente una sessantenne dalla vita banale, con alle spalle una vita matrimoniale insoddisfacente e piena di corna non puo’ mica ritrovare l’autostima nell’essere la migliore a tirar seghe e a guadagnar soldi, oh! cosa gli vuoi insegnare a ‘ste nuove generazioni?!? cosi’ l’apoteosi del bieco moralismo si inventa la love story con magnaccia. Ma per piacere…

Angel – La vita, il romanzo

Angel_2 Nell’inghilterra di fine ‘800, Angel Deverell, figlia di una droghiera combatte contro tutto e tutti per portare avanti il suo sogno: diventare una famosa scrittrice, il sogno di avvera portandole anche l’amore, il pittore incompreso Esme’ Howe-Nevinson. La dorata vita di Angel si infrange contro la prima guerra mondiale, quando i suoi romanzi passano di moda ed Esme’ si suicida, incapace di sopravvivere alle brutture della guerra, anche Angel dovra’ confrontarsi con la realta’ ed uscire dal mondo fantastico nel quale si e’ sempre illusa di vivere.

Quel che colpisce maggiormente nell’ultimo film di Ozon e’ la messa in scena, ispirata ai “women movie” degli anni ‘30 e ‘40, definizione che comprende un cinema che ha come protagonista le donne ed e’ indirizzato ad un pubblico prettamente femminile e che spazia da opere fondamentali come Via col vento, (chiara fonte di ispirazione del film di Ozon) a melodrammi convenzionali fino a opere minori che puntano esclusivamente sui toni melensi; l’operazione riesce molto bene nella prima parte del film quando il regista sottolinea con ironia i toni piu’ parossistici del sentimentalismo pescando nell’estetica da soap opera: lo sguardo che si perde nel vuoto, l’uso evidente dei trasparenti, e soprattutto il bacio tra Angel ed Esme’ sotto la pioggia, ripreso dal basso con la macchina che sale fino ad inquadrare l’arcobaleno uscito a coronare la promessa d’amore dei due giovani: credo che una composizione simile non sia mai stata osata neppure nella piu’ stucchevole telenovela!
La seconda parte del film, piu’ drammatica risulta piu’ convenzionale e quindi anche piu’ noiosa: peccato che il Ozon non abbia osato continuare ad calcare i toni esasperati della prima parte, si azzarda solo una volta quando Angel si reca a casa della rivale in amore, scoprendo tra l’altro dei risvolti degni del miglior feuilleton, la scena si svolge nel 1920 e Angel si presenta sfatta, malamente abbigliata nelle sue sontuose mise di fin de siecle: il solo contrasto tra lo stile della casa e l’anacronismo di Angel evidenzia l’incapacita’ della protagonista di affrontare la realta’ e’ da a tutta la scena un risvolto tragicamente grottesco.
Merita di essere menzionata la prova di Romola Garai, in grado di modulare tutte le sfumature del personaggio di Angel: ragazzina sfacciata ed insolente, ragazza inebriata dal successo e dall’amore, donna delusa dalla vita ma caparbiamente intenzionata a portare avanti la visione romanzata della sua esistenza.

Nella valle di Elah

Nellavalledielah

Rientrato da una missione in Iraq, un giovane soldato scompare, il padre ex veterano di guerra si mette sulle sue tracce scoprendo orrori mai immaginati.

E’ palese che il cinema di Paul Haggis abbia dei difetti, in particolare la forte dipendenza dalla sceneggiatura e la regia convenzionale, nel caso specifico de La valle di Elah anche il personaggio della madre interpretata da Susan Sarandon risulta poco approfondito e posticcio, messo li’ giusto per sopperire alla necessita’ di una mater dolorosa.
Detto questo, personalmente resto sempre molto toccata dai film di Haggis, che sa raccontare molto bene le contraddizioni di un mondo impegnato in una guerra insensata (o per lo meno piu’ insensata delle altre).
NellavalledielahDopo l’11 settembre, molti film hanno raccontato temi legati alla guerra in Iraq, quel che quest’opera di Haggis aggiunge al filone, e’ un superamento del bene e del male: quello che si scopre (e non mi sto riferendo all’omicidio) e’ orrendo ma i colpevoli si rivelano cosi’ patetici nei loro assurdi tentativi di sopravvivere a un orrore piu’ grande di loro che non si riesce neppure ad odiarli. I detrattori del film obietteranno che questa sensazione nasce dal fatto che tutta la vicenda e’ seguita attraverso gli occhi di un padre, colpevole di non aver saputo aiutare il figlio quando era il momento; potra’ anche essere, ma ci resta la prova di un immenso Tommy Lee Jones la cui faccia impassibile in alcuni momenti riesce ad esprimere tutto il dolore di questi tempi.
Da sottolineare l’uso della telecamera del telefonino per rappresentare le scene in Iraq mentre la televisione e’ un inutile sottofondo di prosopopea bellica, una scelta che per certi versi (a quanto ho letto) viene condivisa anche da Redacted di De Palma; il girato amatoriale diventa una sorta di documento reale ma e’ innegabile che montato sul grande schermo dia un innaturale senso di distanza da cio’ che vediamo, una scelta stilistica che forse vuole sottolineare che non siamo in grado (oppure non vogliamo?) confrontarci con quella realta’.

Tideland

Jeliza-Rose ha dieci anni ed e’ figlia di due tossici a cui e’ abituata a preparare regolarmente le dosi; quando muore la madre, la piccola si trasferisce col il padre nella vecchia casa della nonna scomparsa, in una sperduta zona del Texas. La tendenza a fantasticare di Jeliza-Rose diventa l’unico modo per sopravvivere quando anche il padre muore per overdose.


Tideland


Chiaramente ispirato ad Alice nel paese delle meraviglie, un dipinto acido, tenero e a tratti orrorifico dell’immaginario infantile. Non e’ tutto da buttare in quest’opera controversa che ha nell’evoluzione della trama il punto piu’ debole: se la prima parte e’ la migliore, il rapporto tra Dickens e Jeliza-Rose non riesce ad evolvere e porta direttamente ad un finale decisamente banale.
Di buono resta la magnifica luce della prateria texana, la cui assolata solitudine trasforma l’azzurro del cielo e il giallo dell’erba in una tela che stimola ulteriormente la fantasia della piccola protagonista e soprattutto resta l’occhio di Gillian, capace di restituire tutta l’ingenuita’ del mondo infantile, anche nei suoi aspetti piu’ disturbanti, benche’ in alcuni momenti abbia avvertito un certo compiacimento da parte del regista nel giocare con questa abilita’.

Un’altra giovinezza

Unaltragiovinezza Dominic Matei e’ un vecchio studioso di storia del linguaggio umano, che si ritiene un fallito perche’ sa che non riuscira’ ad ultimare il libro sulla nascita e lo sviluppo del linguaggio a cui ha dedicato tutta la sua esistenza. Il giorno di Pasqua del 1938 , giorno in cui ha deciso di suicidarsi, Dominic viene colpito da un fulmine che invece di ucciderlo, inspiegabilmente lo ringiovanisce di 40 anni, offrendogli l’occasione di portare a termine la missione della sua vita..

Sorretta da una strepitosa interpretazione di Tim Roth, una storia magmatica ed allusiva, come forse oggi non sono piu’ di moda che pero’ riesce a non lasciare mai indifferente lo spettatore, nel bene o nel male e da queste parti il bene e’ stato massimo: mi potrei perdere in quel magnifico delirio sul dopo che sconfina nel massimo livello delle schiere angeliche, tacero’ anche della bellezza dei titoli di testa dove il motivo del teschio che affiora sotto il volto mi ha ricordato il mio racconto preferito tra le Sette storie gotiche di Isak Dinesen (Karen Blixen).
Vedendo il taglio che che Coppola da alla vicenda, mi chiedo se quest’opera non sia l’occasione del regista per cimentarsi con il linguaggio, se non delle origini del cinema (per quanto, quella cinepresa praticamente fissa..) per lo meno con quello del suo periodo di massimo splendore, gli anni 30/40: tra le caratteristiche piu’ evidenti, l’uso fortemente espressionista delle ombre e Dominic potrebbe tranquillamente andare ad arricchire la schiera di personaggi in cui il fantastico va a sottolineare la follia nel sacrificare qualsiasi cosa sull’altare della propria ossessione che sono i mostri degli horror anni ‘30 della Universal .

La leggenda di Beowulf ***in 3D***

Il 3D secondo Zemeckis e’ davvero un’esperienza esaltante e i primi dieci minuti del film sono per l’esclusivo piacere di chi ha avuto la fortuna di indossare i fantastici occhiali: non vorrei sembrare esagerata ma dopo aver spostato la testa per evitare un vassoio (e piu’ tardi le frecce) sentirmi imbarazzata per lo sguardo torvo di un danese beone con cui mi sono ritrovata faccia a faccia ed essere arrivata al punto di allungare un dito per toccare l’acqua che sciabordava a un centimetro dal mio naso.. beh dopo tutto questo capisco meglio quel che provo’ il pubblico terrorizzato dall’arrivo dl treno in quella famosa proiezione del dicembre 1885 .
Se il regista si fosse limitato a imbastire una storiellina buffa di un ora e mezza per mostrarci le meraviglie di questa tecnica, mi sarei divertita lo stesso, ma alla perizia tecnologica, Zemeckis aggiunge una storia rivolta espressamente a un pubblico adulto, dai toni cupi che propone una rilettura molto attuale della saga di Beowulf, prima opera in lingua anglosassone giunta fino a noi.
Mi e’ piaciuta molto l’atmofera da crepuscolo degli dei: i gloriosi danesi sono un popolo dominato da bassi istinti e Beowulf e’ piu’ un fanfarone vanaglorioso, che un vero eroe; Grendel e’ solo un ibrido sfortunato soggetto a furiose emicranie, e il suo dialogo con Beowolf riprende la protestata umanita’ di The elephant man, che Grendel ricorda anche vagamente nei tratti del volto.
A dominare su tutto e’ la madre di Grendel, (Angelina Jolie) demone sensualissimo che alletta i nemici con la bellezza del suo corpo ma ancor piu’ con la magnificenza delle sue promesse e il film si chiude con il bellissimo gioco di sguardi tra lei e il nuovo re: quanto si vorrebbe vedere Wiglaf scagliar via la coppa, ma si intuisce perfettamente come finira’ la storia, se ancora oggi siamo tormentati dai mostruosi ibridi che nascono dai compromessi a cui non sanno sottrarsi gli uomini di potere.

Beowulf
Laleggendadibeowulf

Il nascondiglio

Ilnascondiglio Davenport, Iowa. Dopo 15 anni di ricovero in un ospedale psichiatrico, una donna di origine italiana decide di ricostruire la sua vita aprendo un ristorante; le viene proposto una costruzione molto particolare, detta Snakes Hall, dalla fama molto sinistra: la casa cinquant’anni prima era stata teatro di un efferato delitto dai risvolti ancora poco chiari. La permanenza in un luogo cosi’ nefasto mettera’ a dura prova la fragilita’ psichica della donna.

I film gotici di Avati hanno la particolarita’ di essere pure incursioni nel genere, che sconfinano molto poco nello splatter e soprattutto non utilizzano l’horror come chiave di lettura di problemi sociali, non fa eccezione Il nascondiglio, puro divertissement gotico che si avvale della valida interpretazione di un’inedita Laura Morante.
Da notare che il cast e’ quasi tutto composto da donne, per lo meno per quel che concerne i ruoli con una valenza attiva per l’evoluzione della trama, (Treat Williams e “lo zio Paulie” Burt Young fanno piu’ da richiamo per il pubblico) e sarebbe interessante approfondire l’indagine di un femminile apparentemente fragile ma perfettamente in grado di ribaltare questo punto di vista, per giunta con una buona dose di aggressivita’.
Il regista mette insieme con perizia gli elementi piu’ classici: la casa maledetta, qui un edificio incredibile tutto decorato con motivi serpentini, un delitto sconvolgente e oscuro, una donna fragile e non manca a mio parere una dose di divertito cinismo: forse subiro’ troppo l’influsso del Decameron di Luttazzi, ma far si’ che la protagonista confessi a un prete americano il sospetto di pedofilia caduto sul marito mi sembra quanto meno ironico, cosi’ come il fatto che l’unica donna mostrata dopo un’aggressione sia Yvonne Scio’, la cui celebrita’ in questi ultimi anni e‘ confinata alla manica di botte prese dalla topmodel Naomi Campbell.
Non siamo di certo di fronte a un capolavoro, ma se si ama il gotico classico, e si e’ disposti a lasciarsi spaventare, il film promette un sicuro divertimento.

Come l’ombra

Claudia e’ una trentenne single che vive a Milano e lavora in un agenzia viaggi, anche per questo motivo studia russo, e si innamora di Boris, uno dei suoi insegnanti. Boris e’ un tipo sicuramente affascinante, ma anche sfuggente; a ridosso delle ferie estive Boris chiede a Claudia se puo’ ospitare una sua cugina che arriva da Kiev, Olga, mentre lui e’ fuori per lavoro.
Claudia accetta con alcune riserve ma ben presto la convivenza con Olga si trasforma in amicizia e quando la ragazza scompare..


Comelombra

Presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 2006 , una pellicola firmata dalla regista Marina Spada, molto interessante per come racconta il tema quanto mai attuale dell’immigrazione senza scadere nei soliti cliche’ ma portando sullo schermo semplicemente delle persone.
Un film con un finale aperto che una volta tanto nel cinema italiano e’ soddisfacente: la storia non si chiude non per la mancanza di coraggio di portarla a termine, ma perche’ il rapporto tra Claudia e Olga e’ quasi uno schizzo, ed e’ giusto uscire dalla sala chiedendosi chi e’ veramente Boris, qual’era la natura del suo legame con Olga e quale sara’ il futuro di Claudia, che in ogni caso interessandosi alle sorti di Olga riesce a superare la sua apatia e a prendere in mano la sua vita.
Colpisce molto il modo in cui viene messa in scena la vicenda, con lunghi silenzi, Claudia viene ripresa il piu’ delle volte dietro a un vetro, della vetrina del negozio, della finestra del suo appartamento o dietro il finestrini dell’autobus, la sensazione e’ quella di una quotidianita’ che scorre senza emozioni e con scarsi contatti fisici, sottolineata anche dal mostrare sempre la protagonista sulla soglia, di casa e del negozio mentre si chiude la porta o la serranda alle spalle.
A fare da cornice a questa esistenza una Milano pulsante di vita propria che ricorda la Los Angeles di Collateral, ma con una maggior connotazione negativa: nel film di Mann la metropoli aveva una sua maestosita’, in questa pellicola la citta’ sembra piu’ un escrescenza tumorale che divora spazi e vita.

Ratatouille

Come di consueto ad aprire la proiezione c’e’ un corto e Stu, anche gli alieni possono sbagliare (titolo originale Lifted) e’ esilarante nella versione fantozziana dell’alieno rapitore, poi ho gia’ lasciato il cuore sul protagonista del prossimo film, Wall.E il robottino, che mi ha intenerito quando ha sostituito la lampadina della “I“ del logo pixar con una a basso risparmio energetico.


Ratatouille

Venendo a Ratatouille, lo spirito che sta dietro al film e’ esternato all’interno della pellicola stessa, nella recensione finale che l’arcigno critico gastronomico fa della nuova conduzione dello storico ristorante Gusteau: quando ci si trova di fronte all’incredibile non tutti sono in grado di accettarlo, cosa che non e’ certo capitato al film, accolto con grandissimo favore da critica e pubblico eppure nella mente di ognuno di noi cosa c’e’ di piu’ antitetico di una pantegana e la raffinata cucina di un ristorante a cinque stelle? Il film riesce a conciliare gli opposti con i toni della fiaba (la bizzarra scoperta che il corpo di Linguini e’ manovrabile tirando le giuste ciocche di capelli) e con un colpo di coda finale che ricolloca il fiabesco nella realta’ ( il ristorante chiuso dall’ufficio d’igiene).
Dal punto di vista visivo la perfezione dell’animazione digitale prosegue a grandi passi: in alcuni momenti certi sfondi paiono davvero reali e la rocambolesca fuga nelle fogne e’ da antologia.
Nonostante tutta questa perfezione (o forse proprio per questa) non sono riuscita a perdere la testa per il “dolce Remy”: la maestria tecnica ormai non mi stupisce piu’ e dal punto di vista della sceneggiatura penso ci sia un calo da quando si scopre che Linguini e’ il vero erede; in ogni caso intravedo dietro a tutta la vicenda il sottile gioco intellettuale, che culmina nel rimando prustiano della ratatouille che pure resta il momento piu’ alto e quasi commovente del film.
Ecco.. sta a vedere che dopo non aver sopportato per anni il bieco sentimentalismo Disney ora mi manca!

In questo mondo libero..

InquestomondoliberoDopo la parentesi romantica di Un bacio appassionato e l’immersione nella storia irlandese con Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach torna a raccontare una storia che descrive senza mezzi termini la realta’ dei nostri tempi: Angie e ‘ una ragazza madre trentenne, che seleziona lavoratori extracomunitari per una ditta di lavoro interinale, alle spalle ha una sequela di lavori da cui e’ stata licenziata e quando perde anche questo impiego, decide di aprire un’agenzia per conto suo.
Benche’ un po’ truzza nell’aspetto, Angie rispetta perfettamente vizi e virtu’ dell’europeo medio, in fondo ha buon cuore (si tira in casa una famiglia clandestina di iraniani che vivono in un tugurio) ma e’ disposta a qualsiasi bassezza pur di continuare a garantire la sicurezza del figlio e del resto in questo mondo libero ormai ciascuno di noi sarebbe disposto a scendere a qualsiasi compromesso pur di continuare a mantenere la propria sicurezza e quella dei propri cari, diritto sacrosanto ma che purtroppo ormai combacia esclusivamente con la sicurezza economica (Angie non paga gli operai ma compra la minimoto al figlio) ottenuta spesso sulla pelle degli altri e questo non ci rende troppo diversi dai malavitosi che tanto disprezziamo.