Cous Cous

Couscous Chi si aspetta un film esotico, solo sull’integrazione maghrebina in Europa, forse rimarra’ deluso perche’ quello che Kechiche racconta con i movimenti nervosi della sua macchina da presa incollata ai personaggi e’ molto familiare anche per noi europei, alla faccia dell’imperante scontro di civilta’: le dinamiche familiari sono le stesse dappertutto come dimostra il bel momento del pranzo domenicale allargato ad amici e parenti, e l’educazione formale percorsa da un gelo tangibile nell’incontro tra le due famiglie di Slimane durante la festa sulla barca; una delle mie scene preferite.
Altrettanto conosciuti sono i rimandi cinematografici: Slimane e’ un Lamberto Maggiorani con la faccia scolpita dalla salsedine e gira con un vecchio motorino che gli viene rubato come la famosa bicicletta, furto dettato dal piu’ stupido sentimento che si trasforma in una patetica rincorsa, metafora del kafkiano rimbalzare tra le pieghe della burocrazia e del razzismo per riuscire a realizzare un sogno di affermazione sociale.
Di tipicamente esotico ci sarebbe la danza del ventre che scandisce parossisticamente il finale del film, un ballo ipnotico nella riaffermazione delle curve delle donne mediterranee e e dannato nel sottolineare la fatica della seduzione necessaria alla sopravvivenza (un plauso agli occhi dolenti della magnifica Hafsia Herzi). Una sequenza fisica e viscerale: io sono certa di esser stata compostamente seduta al mio posto, ma sono tornata a casa con gli addominali in fiamme, peggio che nella piu’ severa sessione in palestra.

La schivata

Laschivata

Periferia parigina: Krimo prende una cotta per Lydia, una compagna di scuola, dopo averla vista provare la recita scolastica, per amor suo vestira’ i panni di un improbabile Arlecchino..

Il film che ha fatto incetta dei premi principali all’ultima edizione dei Cesar e’ giocato tutto sui toni della leggerezza e dell’immedesimazione: leggera e frivola come una damina del settecento, Lydia percorre gli spazi squallidi tra i casermoni del quartiere indossando il suo costume di scena: tutto si trasfigura nella luce di quell’abito fuori dal tempo e Krimo non puo’ fare a meno di restare abbagliato da una visione cosi’ diversa dalla normalita’ in cui vive.
Come nell’opera di Marivaux che i ragazzi devono recitare, c’e’ lo scambio di ruoli tra servi e padroni, cosi’ Kechiche, il giovane regista di origine nordafricana, ci fa provare le emozioni dei preadolescenti delle banlieue, i primi palpiti amorosi uguali per tutti i quattordicenni del mondo, con le incursioni verso l’altro sesso che avvengono solo in delegazione, in compagnia degli amici piu’ fidati ed e’ bello scoprire che ancora oggi i codici amorosi sono gli stessi di dieci, venti o trent’anni fa..
Operato questo processo d’identificazione, lo strappo che ristabilisce la distanza con quel mondo “degradato” risulta ancora piu’ netto: per la risposta tanto attesa alla proposta di mettersi insieme da parte di Krimo, la tensione si fa piu’ palpabile ed e’ nell’aria che qualche cosa deve accadere, ma non ci si aspetta che il pugno nello stomaco arrivi da quella direzione cosi’ inaspettata e il disagio dello spettatore che fino a poco prima sorrideva alla propria adolescenza ormai lontana e’ racchiuso nella silenziosa lacrima d’umiliazione che scende dalla guancia di Frida.