Su finire degli anni ‘60 la polizia corrotta di New York domina il mercato della droga, il piccolo delinquente di colore Frank Lucas decide di sfruttare i voli militari con il Vietnam per comprare l’eroina direttamente dai produttori orientali e immetterla sul mercato americano a prezzi bassi e ad una qualita’ altissima, scalando in breve i vertici della malavita organizzata, fino a quando l’incorruttibile Richie Roberts non si mette sulle sue tracce..
Ispirandosi alla storia vera del primo boss di colore, Ridley Scott gira un fim godibile (anche se i 156 minuti della durata del si sentono) che cita a piene mani i capolavori del genere, senza mai riuscire a trovare il tono epico della vicenda. Il genere gangster nasce negli anni ’30 con l’intento di mettere alla berlina i protagonisti della malavita facendoli sempre morire in modi ignominiosi: la descrizione dei boss come looser, ribelli senza causa da’ un tono tragico alla produzione e la seconda grande stagione del genere, gli anni’ 70 de Il padrino e Scarface coglie in pieno questa connotazione trasformandola in pura epica, nel film di Scott questo manca: Richie, il poliziotto e’ troppo buono, va bene l’incorruttibilita’ sul lavoro ma quando rinuncia alla tutela del figlio conscio della sua vita senza regole, la simpatia scema di botto.
Frank poi sembra solo un impiegato del crimine: per quanto geniale, si ha l’impressione che sia riuscito a diventare un grande boss solo per un colpo di fortuna, finita la guerra in Vietnam che gli faceva da copertura, sarebbe riuscito a rimanere ai vertici?
Scott segue il suo protagonista fino al positivo epilogo (positivo se restiamo nell’ambito del gangster movie) e allora mi chiedo se l’accento del titolo sull’essere americano, che distingue il nostro eroe dagli italiani, i francesi e cosi’ via per le altre razze non voglia sottolineare ancora una volta la grandezza del sogno americano che offre sempre una seconda possibilita’.