Tutta la vita davanti

Tuttalavitadavanti Marta laureata con lode in filosofia teoretica, si mette a cercare lavoro; dopo mille rifiuti, approdera’ ad un call-center toccando con mano le brutture del precariato.

Virzi’ rida’ lustro alla commedia all’italiana con un film che non fa sconti a nessuna delle categorie prese in esame dal film a partire da una classe accademica, la commissione d’esame di Marta, decrepita ma del tutto determinata a non lasciare il proprio posto alle nuove leve, gli stessi lavoratori precari non ne escono benissimo, non tanto perche’ interessati solo alle sorti del Grande Fratello (anzi l’allusione al reality serve piu’ per mettere alla berlina la classe intellettuale) ma per la loro incapacita’ di informarsi sui loro diritti e per la reazione infantile alla forzata chiusura del call-center, vissuta come un giorno di vacanza scolastica. Questa stigmatizzazione diventa un atto d’accusa piu’ ampio ad un’intera nazione che reagisce sempre con superficialita’ e spirito adolescenziale.
Da sottolineare anche l’ambientazione nell’area industriale di una periferia romana: solitaria ed assolata, diventa emblematica di una realta’ lavorativa completamente disancorata dalla realta’, dove la finzione predomina, dalla falsa sicurezza paternalistica del capo, in realta’ affossato dai debiti per pagare i prodotti da rivendere, alla presunta abilita’ del venditore che fa comprare i prodotti ai parenti piu’ stretti, costringendoli a spendere piu’ di quanto lui riesca a guadagnare.
Sulla puntuale critica sociale, si innestano tre ritratti di donna: Marta la protagonista che e’ quella che mi ha intrigato meno anche per il peso della madre malata terminale, che rappresenta una diramazione del film che poco si amalgama al tema principale. Daniela, la capo telefonista interpretata dalla (nuovamente) brava Sabrina Ferilli ha una forte vena patetica che sfocia in un finale grottesco, ma la figura che piu’ mi e’ piaciuta per la commovente tenerezza del personaggio e e l’ottima interpretazione di Micaela Ramazzotti e’ quello della svampita Sonia.
Anche se non amo molto la voce della Morante, ho apprezzato la scelta della voce off che trasforma il film in una fiaba nera, sottolineandone la dimensione straniante e grottesca.

I padroni della notte

Ipadronidellanotte Sobborghi newyorkesi, fine anni ‘80: Bobby, insofferente figlio e fratello di integerrimi poliziotti che mettono il dovere al primo posto, preferisce crearsi una sua strada nel mondo un po’ equivoco dei locali notturni, dove si fa conoscere con il nome materno per celare il suo legame con gli sbirri con i quali si rifiuta di collaborare per inchiodare uno spacciatore russo, nipote del proprietario del locale che dirige; ma quando le cose precipiteranno, Bobby dovra’ per forza decidere da che parte stare..

Un bel poliziesco di taglio classico con qualche calo di tensione, ma con grandi momenti d’azione, su tutti lo straziante inseguimento sotto la pioggia.
La storia e’ molto lineare e non ha ambiguita’ nel mostrare chiaramente chi sono i buoni e i cattivi, scelta che, paradossalmente, si rivela sorprendente in un periodo in cui il cinema ama mostrarci collusioni tra il bene e il male; in questo il film sembra essere molto fedele al periodo in cui e’ ambientato: la vicenda di Bobby e’ quella di una persona che vorrebbe starsene fuori dai giochi ma e’ costretto suo malgrado a schierarsi e finisce per diventare un eroe, come in quasi tutti gli action movie fracassoni degli anni ‘80
L’elemento che rende non salvifico il film e lo tinge di un tono malato e’ racchiuso nel titolo che ridimensiona il senso di battaglia civica a un mero scontro tra due bande rivali (non c’e’ altro che mafia e polizia, nel film) per il dominio della notte.
Ottimo il cast, anche nelle parti minori: Tony Musante e’ vivo e lotta con noi.. per dire.

Rec – la paura in diretta

Rec Una troupe televisiva documenta l’attivita’ di una stazione dei pompieri di Barcellona, sembra una notte tranquilla quando la squadra entra in azione per rispondere alla chiamata per le urla provenienti dall’appartamento di un’anziana signora..

Horror adrenalinico che lascia addosso un’angoscia palpabile per l’allusione al rischio di contagio batteriologico, una delle grandi paure del nostro tempo, purtroppo la spiegazione finale abbassa lievemente il livello del plot, riportandolo a una dimensione puramente gotica anche se il “mostrillo” in questione e’ davvero realistico e disturbante e a casa ho lanciato occhiate inquiete verso la botola del sottotetto.
Si avverte la nota stridente della chiusa perche’ nella pellicola ci sono elementi piu’ realistici che sono poco sviluppati e che invece piu’ approfonditi avrebbero potuto innescare dinamiche molto interessanti, mi riferisco al classico clima di pregiudizi che si crea nelle situazioni di pericolo nelle piccole comunita’ come i condominii, per cui la colpa viene sempre data all’elemento debole e in questo caso erano presenti diversi prototipi di capri espiatori: la vecchia solitaria e gattara, l’animale domestico portatore di malattie, l’extracomunitario, insomma senza dover ricorrere ad un finale surreale il film sarebbe stato in piedi perfettamente e forse avrebbe potuto guadagnarci, ma ribadisco: Rec si fa apprezzare comunque e a differenza di Cloverfield in questo caso si’ che si puo’ discutere di filosofia della visione: la telecamera e’ parte integrante della vicenda e come in ogni esperimento sul campo la presenza dell’osservatore modifica l’ambiente, da qui le reazioni isteriche contro le riprese o il desiderio si ravvivarsi per far bella figura anche in una situazione al limite come quella descritta dal film.

Persepolis

Persepolis_2 Marjane Satrapi racchiude in un lungometraggio i quattro volumi a fumetti che raccontano la sua esperienza di bambina iraniana cresciuta negli anni della rivoluzione komehinista, giovanissima esule in un’Europa insensibile ai problemi dei rifugiati, che le riserva alcune drammaticissime esperienze. Marjane decide allora di far ritorno in patria, ma dopo gli studi e un matrimonio fallito prendera’ definitivamente la via dell’esilio in Francia.

Per chi ha amato Leggere Lolita a Teheran, questo e’ un film da non perdere, dove ritrovare tutta la vitalita’ mai sopita del popolo iraniano, anche sotto il gioco terrible della tirannia teocratica.
Pochissimi i colori della pellicola, riservati al presente francese concluso nell’aeroporto, mentre tutto il passato di Marjane e’ rivissuto in un drammatico bianco e nero dove il nero diventa dominante nei momenti drammatici, raccontati sempre per ellissi, scelta che non ammorbidisce certo il tono, ma diventa un pietoso distogliere lo sguardo.
Ma la Satrapi non rievoca solo il dolore delle sue esperienze, la sua arguzia sa mettere comicamente alla berlina il potere iraniano come nella scenetta dello spaccio di musica rock, e poi ce’ il personaggio delizioso della nonna a cui e’ dedicata la dolce pioggia di gelsomini dei titoli di coda e quella rappresentazione di Allah barbuto che veleggia sulle nuvole, identica all’immagine del Dio cristiano.
Il racconto pero’ non e’ solo lo spaccato di un popolo che cerca di sopravvivere alla tirannia, Marjane Satrapi rivela anche una sensibilita’ prettamente femminile nel raccontare la storia di una crescita personale in cui diventa facile identificarsi.

Incomprensibile ai miei occhi la scelta dell’Academy di preferire a Persepolis la pantegana cuoca.

Il petroliere

Ilpetroliere Probabilmente il film non e’ scevro da difetti, ma la bellezza della fotografia, la bravura di Daniel Day Lewis e la potenza della musica rendono il film un’esperienza tangibile, facendo lo spettatore partecipi della fatica e dell’odore del petrolio.
Plainveiw e il suo antagonista, Eli sono due aspetti dello spirito “that built america” (per citare una famosa pubblicita’): il capitalismo e il fanatismo religioso ed e’ di gran lunga meglio il primo, anche se riesce (quasi) regolarmente a distruggere i propri adepti, che finiscono i propri giorni solitari in enormi case vuote, piene solo di carabattole, come insegno’ da par suo Orson Wells.
Daniel Day Lewis e’ semplicemente perfetto: il lungo corpo contratto nella fatica e nello sforzo di volonta’, gli occhi troppo furbi e vivi in una faccia altrimenti di pietra. L’ho trovato davvero impressionate nel suo primo incontro con Eli, quando si finge ancora un cacciatore di quaglie, il ragazzo se n’e’ andato dopo aver portato del cibo e lui continua a fissarlo, un po’ gobbo e pur restando immobile sembra che si srotoli come un serpente che ha individuato la preda.
Della musica solitamente non parlo mai, ammetto che molto difficilmente gli presto attenzione, ma ne Il petroliere e’ un elemento cosi’ significativo che arriva anche a una distratta come la sottoscritta, la secca nota della sirena iniziale portata allo spasimo, e l’inquietante gioco di percussioni quando brucia il pozzo di petrolio.. da brividi!

Lars e una ragazza tutta sua

Larseunaragazzatuttasua Ho temuto che dopo un inizio davvero scoppiettante con le comiche reazioni alla visione della strana fidanzata di Lars, il film non fosse in grado di soddisfare le aspettative iniziali, invece la pellicola procede senza mai un momento di cedimento, trasformandosi in una favola delicata sul disagio dei nostri tempi: la vicenda surreale di Lars, introverso ventisettenne con seria avversione per il contatto umano, che risolve il suo bisogno d’amore fidanzandosi con una bambola gonfiabile acquistata su internet, e’ la spia macroscopica di un disagio e di un infantilismo assai diffusi nella nostra societa’, vedi l’impiccagione dell’orsetto della collega, vendetta non nuova nei film o serial ambientati negli uffici americani.
Grazie al sensibile suggerimento della psicologa della sperduta cittadina del Wisconsin dove Lars vive, tutto il paese asseconda il ragazzo nella sua “follia” trasformando la presenza di Bianca nell’occasione di uno psicodramma collettivo, che aiutera’ il protagonista a superare il suo malessere, richiamo o rimpianto di una collettivita’ partecipe delle vicende del prossimo ormai decisamente scomparsa, che da questa parte dell’oceano puo’ apparire come una visione un po’ sdolcinata della società, ma che negli State acquista un significato piu’ profondo visto che spesso il disagio irrisolto e’ il motore delle periodiche stragi di cui gli USA sono vittima.

Sweeney Tood

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Tim Burton inanella un altro capolavoro alla sua collezione e se la sua filmografia fosse una colonna pseudobarocca dei suoi cartoni, Sweeney Todd sarebbe un racemo a parte, per quel protagonista differente dalla galleria di personaggi a cui Burton ci ha abituati: Sweeney Todd infatti non e’ un diverso, un solitario non inserito nella societa’, per lo meno nella sua vita passata, Benjamin Barker e’ stato un barbiere di successo con una famiglia felice e un sereno futuro davanti a se’, quando torna a Londra dopo aver ingiustamente scontato la pena inflittagli dal crudele giudice Turpin e’ ormai preda del demone della vendetta, gli occhi fissi su un mondo lontano, quasi meccanico nelle sue uccisioni in serie.
Ho sentito parlare di nichilismo, di ingiustificato crescendo di violenza, ma penso che Sweeney Todd sia certamente una pagina piu’ amara e disillusa del solito nella filmografia del regista (ma come cantano i due protagonisti, lo richiedono i tempi che stiamo vivendo) ma non manca l’ironia e un romanticismo straziante in un film altamente morale che in guardia dall’accecamento della vendetta che porta a non riconoscere le proprie vittime: se non ha senso il bagno di sangue finale non hanno senso secoli di tragedie, dalla classica greca a Shakeaspere.


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I rimandi letterari della pellicola sono tanti e Burton si diletta con quella letteratura ottocentesca che dara’ vita al romanzo d’appendice al feuilleton orrorifico rivangato al solo terribile nome di Bedlam: si parte dal (quasi) ovvio Conte di Montecristo per arrivare al Dickens di Oliver twist, dalle cui pagine sembra uscire il piccolo Toby o a I Miserabili di Hugo a cui mi ha fatto pensare la prima parte del film in cui entrano in scena tutti personaggi (mendicante compresa) che come nel piu’ classico romanzo d’appendice dovrebbero riunirsi felici e contenti alla fine delle traversie. La grandezza di Burton sta nella sua capacita’ di giocare con le aspettative del pubblico soprattutto la genialita’ con cui risolve la tensione della prima barba che Sweenie Todd offre al giudice: non bisogna essere spettatori troppo scafati per intuire che e’ ancora troppo presto per la resa dei conti eppure ci si lascia avvinghiare dall’attesa della rasoiata decisiva.


Sweeney todd

Un discorso a parte merita la comprimaria del film, la signora Lovett, contrappunto folle ed ironico (forse in questo piu’ simile ai tipici personaggi burtoniani) alla pazzia di Todd; nonostante la fine crudele che le viene riservata mi sembra che il regista nutra una maggior simpatia per lei che per il suo torvo protagonista ed infatti a lei riserva gli impossibili sogni di fuga dai colori sgargianti che stridono anche visivamente con i toni cupi della fumosa Londra ottocentesca.

Nuovo cinema sanita’

Loscafandroelafarfalla Entrambi in programmazione dalla settimana scorsa, Lo scafandro e la farfalla e Lontano da lei, sono due pellicole che gettano una luce del tutto nuovo sul tema della malattia (argomento assai caro alla cinematografia) pur affrontando temi e punti di vista differenti: un corpo che ha smesso di rispondere raccontato da un lucidissimo protagonista nel film di Julian Schnabel e la malattia mentale della moglie subita dal marito nella pellicola di Sarah Polley
Stilisticamente i film sono differentissimi, un inizio mutuato dall’horror una punta di visionarieta’ “gondryana” il film di Schnabel, malinconicamente poetico e sperso nell’immacolata neve dellOntario l’opera della Polley retto dalla fascinosa svagatezza di una Julie Christie in stato di grazia.

AwayfromherQuello che trovo di simile nelle due pellicole e’ la completa mancanza di pietismo, la volonta’ di sfuggire alla scena madre e alla ricerca della lacrima, in questo modo il malato non solo acquista una nuova dignita’ ma caduta la barriera che il pietismo crea tra protagonista e spettatore, quest’ultimo puo’ scoprire che le sensazioni del malato e le sue non sono poi cosi’ diverse e la comprensione puo’ arrivare all’immedesimazione.
Trovo che il fatto che questo avvenga contemporaneamente in due pellicole molto diverse sia quasi rivoluzionario e non mi stupisce neppure un po’ che l’Academy abbia bocciato tutte le candidature dei due film interrompendo la consolidata tradizione del film sulla malattia come sicuro vincente di qualche statuetta

Cloverfield

Cloverfield A quasi una settimana dalla visione, riesco a pensare alla pellicola senza il disgustoso senso di nausea, giacche’ figuro nel numero di coloro che sono rimasti infastiditi dal terribile beccheggio della telecamera amatoriale: che volete, sono una donzella di una certa eta’ ma se non avessero affidato le riprese ad un emulo del cameraman cionco di Emilio (e questa la colgono solo i miei vetusti coetanei) si sarebbe potuto evitare la necessita’ di entrare in sala con un travelgum: ho visto riprese di presunti avvistamenti UFO girati con mano molto piu’ ferma!
Poiche da piu’ parti si grida la capolavoro, usero’ per Cloverfield la definizione che accompagna un altro capolavoro del cinema: la cagata pazzesca.
Sicuramente e’ presente nel film un discorso sulla filosofia della visione, ma piu’ che una riflessione lo definirei un furbo ammiccamento senza costrutto: le riprese amatoriali hanno assunto in questi anni una valenza di testimonianza oggettiva della realta’ e vedere una ragazza a cui viene sfilato brutalmente un tondino di ferro che le trapassa la gabbia toracica a pochi centimetri dal cuore, non solo sopravvivere all’“intervento” ma poco dopo correre svelta e leggiadra come una cerbiatta, e’ un’immagine che francamente cozza con la comune idea di realta’.
Piu’ interessante il discorso di non approfondire la natura del mostro, ma far figurare il film solo come il frammento recuperato dall’Esercito.

La guerra di Charlie Wilson

Guerracharliewilson 1980: mentre l’Armata Rossa sta dilagando in Afganistan, il deputato americano Charlie Wilson si lascia convincere da una ricca ereditiera texana a trasformare l’appoggio morale che gli Stati Uniti offrono allo stato invaso in un vero e proprio sostegno economico per la controffensiva dei mujahidin.

Peccato che Nichols non sappia trovare la chiave giusta per amalgamare i diversi aspetti della vicenda: il tono leggero, vagamente grottesco stona drammaticamente con le immagini dei bambini mutilati nei campi profughi ed anche il finale amaramente profetico del nostro presente, risulta un po’ retorico mostrando le commissioni parlamentari che non hanno esitato a stanziare un miliardo di dollari pur di sconfiggere i russi, rifutarsi di sborsare un milione di dollari per ricostruire le scuole afgane.
Piu’ che sull’obiettivita’ storica, il film punta sulla ricostruzione di un certo mood tipicamente anni’80: Julia Roberts e’ vestita come una protagonista delle soap di quegli anni e del resto il film si apre mentre a Charlie Wilson viene proposto di finanziare il progetto di Capitol.
L’ufficio del deputato sembra una variante di Charlie’s angels con lo stuolo di belle segretarie che difendono con le unghie e con i denti l’immagine del loro.. Charlie.
Reminescenze televisive condite in una salsa 007 impazzita che sicuramente e’ anche divertente, ma non graffia come dovrebbe.