Il villino incantato

The Enchanted Cottage
USA 1945 RKO
con Dorothy McGuire, Robert Young, Herbert Marshall, Mildred Natwick, Spring Byington, Hillary Brooke, Hillary Brooke


Ilvillinoincantato


La povera e bruttina Laura Pennington viene assunta come cameriera da Mrs. Minett perché il suo cottage, che ha una fama molto romantica, è stato scelto da una coppia per trascorrervi la luna di miele. I futuri sposi vengono a visitare il villino una settimana prima delle nozze, il 7 dicembre 1941 e le nozze saltano perché il giovane pilota viene spedito subito al fronte. Laura resta comunque con la signora Minnett e dopo un anno ricevono una nuova lettera da Oliver Bradford che intende nuovamente affittare la casa. Bradford arriva da solo: è rimasto sfigurato in battaglia e cerca un rifugio lontano da tutto per farsi dimenticare. Oliver fa amicizia con John Hillgrove, musicista rimasto cieco durante la Prima Guerra Mondiale e si confida con Laura di cui s’innamora senza accorgersene. Quando la madre esige che rientri a casa Oliver chiede a Laura di sposarlo, la ragazza, cosciente della sua scarsa avvenenza accetta anche se crede che sia solo un matrimonio di comodo. L’atmosfera magica del cottage convincerà i due innamorati di essere tornati normali ma la prosaica signora Bradford li riporterà alla realtà anche se non potrà scalfire il loro amore.



Il villino incantato


Remake dell’omonimo film muto del 1924 che raccontava la storia di un reduce della Prima Guerra Mondiale, Il Villino Incantato del 1945 si pone in quel filone fantastico che ebbe molto successo negli anni della Seconda Guerra Mondiale toccando le corde più intime di chi in guerra aveva perso qualcuno.
L’elemento fantastico è proprio il villino, l’immobile è quel che resta di un castello andato a fuoco subito dopo la costruzione da parte di un nobile inglese trasferitosi sulle coste americane e da sempre il proprietario lo ha affittato a giovani coppie in luna di miele favorendo la nascita della leggenda di luogo propizio alla nascita di grandi amori. La tradizione però termina durante la Prima Guerra Mondiale, il marito della signora Minnett muore in guerra e la vedova si isola nel villino fino all’assunzione di Laura.
Laura è una ragazza proprio bruttina, anche se il lavoro di imbruttimento su Dorothy Mc Guire è poco e affidato soprattutto a brutti giochi di ombre sul suo volto, la sequenza del ballo in cui tutti i marinai la snobbano e lei resta sola al tavolino è toccante ancora oggi.
Oliver Bradford è colpito da subito dal fascino del vecchio villino, a differenza della algida fidanzata che pur amandolo non riuscirà a trattenere un moto di ribrezzo quando se lo ritrova davanti sfigurato; è l’orgoglio a portare Oliver a rifugiarsi al villino, l’esperienza simile di Hillgrove che nella guerra precedente è rimasto cieco lo porta ad aprirsi ma sarà soprattutto la gentilezza di Laura a far breccia nel suo cuore.
L’amore tra i due è così totalitario da portarli a credere che il cottage abbia fatto su di loro una magia rendendoli bellissimi, Mrs. Minnett e Hillgrove assecondano la loro ingenuità, distrutta dalla madre di Oliver che nemmeno si rende conto dell’effetto di quello che dice.
A far da ponte tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale è la figura del pianista cieco. Il film si apre con un prologo: il musicista suona per la prima volta una composizione musicale ispirata alla storia di Oliver e Laura ma i due protagonisti sono in ritardo per un problema di lavoro di lui e mentre Hillgrove inizia a suonare la sua voce off inizia a raccontare la storia dei due innamorati. Il prologo incornicia la dimensione fantastica della storia e ci anticipa il lieto fine permettendo alla pellicola di giocare con gli stilemi gotici senza mettere troppa ansia allo spettatore.

Donne e veleni

Sleep, My Love
USA 1948 UA
con Claudette Colbert, Robert Cummings, Don Ameche, Rita Johnson, George Coulouris, Raymond Burr, Queenie Smith, Ralph Morgan, Hazel Brooks
regia di Douglas Sirk


SleepMyLove


La ricca newyorkese Alison Courtland si risveglia su un treno diretto a Boston senza ricordare come ci è salita. Richard, il marito, intanto ha allertato la polizia. Mentre riorganizza il ritorno da Boston Alison incontra una vecchia compagna di scuola che le presenta Bruce Elcott, anche lui diretto a New York, i due fanno il viaggio insieme e ben presto Bruce s’innamora della donna. Intanto Richard convince la moglie a farsi vedere da un noto psichiatra, il dottor Rhinehart perché non è la prima volta che Alison agisce fuori di coscienza; quando scopre di aver ferito il marito con un colpo di pistola prima di salire sul treno, Alison accetta l’incontro ma si trova davanti un uomo inquietante che la terrorizza; poco dopo arrivano Bruce ed Helen che la trovano svenuta e infine arriva il marito con il dottor Rhinehart che non è l’uomo incontrato poco prima da Alison. La figura che torna a perseguitare Alison è stato ingaggiata dall’amante del marito, Daphne che vuole impossessarsi anche delle ricchezze di Alison. Il piano di Richard e la sua amante andrebbe in porto se non fosse per le intromissioni di Bruce che indagherà fino a scoprire l’imbroglio.

Una produzione della Triangle Productions di Mary Pickford il cui nome apre il film, tratta dal romanzo omonimo di Leo Rosten uscito a puntate su un giornale pochi anni prima, Donne e Veleni è un’interessante ibridazione tra commedia brillante e genere noir firmata dal re dei melodrammi Douglas Sirk.
Dalla commedia brillante provengono i due protagonisti, Claudette Colbert e Don Ameche che avevano lavorato insieme una decina di anni prima ne La Signora di Mezzanotte mentre l’amante di Richard è il perfetto prototipo della dark lady, una modella che non si accontenta di essere l’amante di un riccone ma vuole impossessarsi
dei suoi beni, in particolare della lussuosa casa newyorkese di proprietà di Alison. Bella e senza scrupoli Daphne viene spesso rappresentata in posizione preminente sui suoi complici, dominandoli dall’alto.
La sua figura è completamente antitetica a quella di Alison, donna ragionevole e simpatica, l’unica di buon senso tra le svampite di contorno, l’amica che favorisce l’incontro con Bruce e la moglie del fotografo complice della macchinazione ai danni di Alison; è proprio la frequentazione della donna così equilibrata che non permette a Bruce di credere alla sua infermità mentale anche se la vede con i propri occhi in bilico sul terrazzo a un passo dal suicidio ma lo spettatore sa che è frutto delle droghe che il marito mette nella bevanda serale della moglie per poterla manipolare con l’ipnosi.
Il debito della pellicola verso Angoscia di Cukor è evidente, anche Il sospetto di Hitchcock viene citato nel primo piano della caraffa; altro omaggio a Hitchcock potrebbe essere la scelta di Robert Cummings come antagonista: l’attore era stato protagonista del film di Hitchcock, Sabotatori.
Le atmosfere cupe e notturne che caratterizzano il film non hanno misteri per Douglas Sirk, regista tedesco espatriato con l’avvento del nazismo che ben conosce le atmosfere espressioniste a cui il genere noir attinge.

Ritorno al futuro

Back to the Future
USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson, Crispin Glover, Thomas F. Wilson, Wendie Jo Sperber, James Tolkan, Billy Zane, Claudia Wells, Frances Lee McCain, Marc McClure, George Di Cenzo
regia di Robert Zemeckis



Back to the future


Il 17enne Marty Mcfly, studente perennemente in ritardo con una band musicale troppo rumorosa e dei genitori depressi, ha come amico Doc uno scienziato svitato, che una sera gli da appuntamento nel parcheggio del centro commerciale per mostrargli la sua ultima invenzione, una macchina del tempo. Per costruirla Doc ha rubato del plutonio a dei terroristi libici che si presentano sul piazzale eliminando Doc e costringendo Marty a una fuga nel tempo. Il ragazzo si ritrova nel 1955 e non gli resta che rivolgersi al giovane Doc perché riesca a riportarlo nel 1985 senza l’uso del plutonio; nel frattempo Marty deve sfuggire alle attenzioni della madre adolescente e fare in modo che s’innamori dello sfigatissimo George Macfly o lui e i suoi fratelli non verranno al mondo.



Backtothefuture<


Il film si apre sulla bizzarra collezione di orologi di Doc, ossessionato dal viaggio temporale da quando una caduta in bagno nel 1955 non gli fornì l’idea del flusso canalizzatore. Perfetto congegno ad orologeria è anche il plot del film dove tutti gli elementi s’incastrano perfettamente per dar vita al film cult che mescola la sci-fi alla commedia giovanile, soprattutto nel finale dove i continui contrattempi potrebbero rovinare il ritorno di Marty nel suo tempo ma tutto è calibrato con precisione millimetrica.
L’ossessione per il tempo e la puntualità di Doc fa da contraltare al perenne ritardo di Marty, anche a scuola colleziona note su note perché non entra in classe puntuale. Altrettanto speculari sono i due mondi giovanili: il 1985 fatto di mode:la giovane Lorraine crede che Marty si chiami Levis Strauss, visto che il nome ricorre su tutti gli indumenti da perfetto paninaro, la disinibizione con cui Marty progetta un weekend al lago con la fidanzata fa da contraltare ai puritani anni ’50, puritani e ipocriti visto che l’adolescente Lorraine è ben più disinvolta di quanto racconterà nel futuro ai figli.
Il padre George nel 1985 è schiavizzato dal capoufficio, ex compagno di scuola che lo bullizzava trent’anni prima. L’incontro con il (futuro) figlio trasforma George che arriva a sfidare, anche se involontariamente, il suo aguzzino e a modificare il futuro: Marty tornerà in una famiglia più realizzata e amorevole.



Ritorno al futuro


Il genere teen negli anni’80 era sicuramente in gran voga e la peculiarità del film di Zemeckis è di ibridarlo con il filone nostalgico anni ’50 molto caro ad autori come Spielberg, produttore del film e i suoi amici registi. L’idea veramente geniale è di aggiungervi l’elemento fantascientifico con il viaggio nel tempo lanciato solo l’anno prima da Terminator.
Non c’è la precisione del paradosso della nascita di John Connor, anzi il film si diverte a giocare con le regole dello spazio tempo. “chi se ne frega!” come dice lo stesso Doc e sempre con lo spirito che caratterizza quel gruppo di registi emergenti c’è il gioco del rimando cinefilo dai monster movie anni ’30 da dove deriva il fulmine vitale per il rientro, alla fantascienza anni 50 per cui Marty si traveste da marziano per convincere il padre a corteggiare la futura moglie, anche se il tributo più esplicito è l’incontro con la famiglia di contadini proprietari del fienile dove si ferma la DeLorean.

In compagnia dei lupi

The Company of Wolves
GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury, David Warner, Graham Crowden, Giorgia Slowe, Danielle Dax, Brian Glover, Dawn Archibald, Micha Bergese, Richard Morant, Susan Porrett, Shane Johnstone, Kathryn Pogson, Stephen Rea, Tusse Silberg
regia di Neil Jordan



Thecompaniof thewolves


Nella campagna inglese l’adolescente Rosaleen si abbandona a un sonno inquieto da cui non la risveglia nemmeno la sorella maggiore, Alice, che la avvisa del ritorno dei genitori. Il sonno della ragazzina è popolato di incubi ambientati in epoca fantastica, fuori dal tempo come i racconti delle fiabe a cui sembrano ispirarsi i sogni di Rosaleen. Tutto inizia con la morte della sorella maggiore sbranata dai lupi, per lasciare alla madre il tempo di riprendersi Rosaleen viene affidata alla nonna che vive ai margini del bosco. La vecchietta iniza a istruire la nipotina sui pericoli del bosco, soprattutto quelli legati ai lupi e più pericolosi sono quelli che si nascondono dietro fattezze umane. Un ragazzino del villaggio inizia a corteggiare Rosaleen e la porta nel bosco ma la ragazzino dopo averlo baciato fugge lasciando il sentiero. Mentre la cerca il ragazzo trova tracce della presenza di un lupo. Rosaleen torna a casa sana e salva mentre gli uomini del villaggio organizzano una battuta di caccia per eliminare il lupo. Una volta ucciso si spartiscono le sue spoglie ma la zampa presa dal padre di Rosaleen si trasforma in un arto umano che la ragazzina consiglia di bruciare. Nonostante i pericoli la ragazzina insiste per andare a trovare la nonna e sulla sua strada incontra un cacciatore che scommette di arrivare prima di lei a casa della nonna…



Thecompanyofwolves


Il film si ispira ai racconti di Angela Carter de La camera di sangue e in particolarmente all’adattamento radiofonico tratto dal racconto La compagnia di lupi. La scrittrice collaborò alla sceneggiatura insieme al poco più che esordiente regista Neil Jordan dando vita a questo capolavoro del fantastico anni ’80; il film cavalca l’ondata di passione per il lupo mannaro che investì i primi anni ’80 e ci regala alcune trasformazioni da uomo a lupo sicuramente efficaci ancora oggi. L’opera però si discosta dagli altri film del periodo per la forte caratterizzazione psicoanalitica del mondo delle fiabe, in fondo il film è una rilettura di Cappuccetto Rosso e il tema centrale, molto insistito è il passaggio alla maturità sessuale di Rosaleen con tutte le paure e i desideri che questo comporta.
La vecchia saggia nonna consiglia la ragazzina di non lasciare mai il sentiero (la retta via) e non cedere alle lusinghe degli uomini, soprattutto se hanno determinate caratteristiche che li fanno riconoscere come appartenenti alla razza dei lupi mannari, ovviamente sono tutte caratteristiche fisiche associate alla potenza sessuale.
Rosaleen però non appare così spaventata dal mondo di pericoli che la nonna le descrive, fin dal primo dialogo riguardante la morte della sorella, chiede alla nonna se Alice non avesse potuto difendersi da sola.

Anche la ragazzina inizia a raccontare delle storie alla madre ma il contenuto è ben diverso da quello della nonna, nella prima una donna si vendica del nobile che lo sedotta trasformando in lupi lui e tutti gli invitati al banchetto di nozze con una fanciulla di pari rango, una delle scene visivamente più notevoli di tutto il film, nel secondo racconto la protagonista è addirittura una lupa che si trasforma in essere umano ma poi preferisce tornare nel mondo di sotto. Un racconto che anticipa il finale tutto al femminile ben diverso da quello della fiaba: l’analogia con la fiaba di Cappucetto Rosso finisce con l’incontro tra il lupo e la ragazzina dopo la morte della nonna poi Rosaleen abbandona definivamente il sentiero in cui si era sempre persa in precedenza.



Incompagnia dei lupi


Ma di quale Rosaleen stiamo parlando? Il film ha una costruzione a scatole cinesi, Neil Jordan aggiunge una cornice contemporanea dove la protagonista trascorre il tempo a sognare una storia in cui sono raccontate delle fiabe, esaltazione del lato onirico e inconscio a cui la pellicola vuole dare spazio ma nel finale tutto si ricompatta e una torma di lupi entra nella camera della fanciulla distruggendo tutti i simboli dell’infanzia e risvegliandola bruscamente. Il film finisce qui e non è dato sapere se la Rosaleen “reale” sarà in grado di gestire altrettanto bene il rapporto con la sessualità del suo alter-ego sognato.

Piccolo mondo antico

Italia 1941
con Alida Valli, Massimo Serato, Mariù Pascoli, Annibale Betrone, Ada Dondini, Giacinto Molteni, Enzo Biliotti, Renato Cialente, Adele Garavaglia, Carlo Tamberlani, Giovanni Barrella, Elvira Bonecchi, Jone Morino, Giorgio Costantini, Nino Marchetti, Domenico Viglione Borghese, Emilio Baldanello, Anna Mari, Felice Minotti, Mario Soldati, Anna Carena, Attilio Dottesio, Franco Vitrotti
regia di Mario Soldati


Piccolomondoantico


Valsolda, 1850: Franco Maironi viene diseredato dalla nonna marchesa perché ha sposato Luisa, ragazza di più umili origini. Il professor Gilardoni informa Franco che potrebbe rivalersi sulla nonna perché è in possesso di una copia del testamento olografo del nonno che lo rende unico erede, testamento di cui la marchesa Orsola ha bruciato quella che credeva fosse l’unica copia. Franco rifiuta di disonorare la nonna e con la moglie va a vivere presso lo zio di lei, Piero Ribera. Neppure quando nasce la figlia dei due giovani la marchesa si ammorbidisce anzi fa in modo che gli esiti di una perquisizione della polizia austroungarica ricadano sullo zio Piero togliendo l’unico sostentamento della famiglia. Gilardoni torna alla carica con il testamento di cui viene informata anche Luisa, le diverse posizioni sull’eredità allontanano i due giovani e Franco si trasferisce a Torino per lavorare come giornalista ma la stretta degli austroungarici rende difficile l’invio di denaro così Luisa, ormai alla fame, affronta la marchesa ma proprio durante l’incontro tra le due donne Ombretta annega nel lago. Luisa si chiude nel suo dolore e la marchesa perseguitata dal senso di colpa in punto di morte perdona finalmente il nipote. Per alcuni anni Luisa e Franco restano lontani solo nel 1859, prima di partire per la guerra, Franco chiede alla moglie di raggiungerlo all’Isola Bella per un ultimo incontro.

Dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro, il film che trasformò Alida Valli in una stella, facendole vincere la Coppa Volpi alla mostra di Venezia.
Il film resta molto fedele al romanzo anche nell’afflato paesaggistico e nei molti caratteri secondari affidati a una serie di attori teatrali che danno la giusta patina regionale al film.
Essendo un film di carattere storico e letterario viene ritenuto un capolavoro del calligrafismo, quella corrente cinematografica che durante gli anni del fascismo si rifugiava nella bellezza delle immagini e storie lontane dalla contemporaneità per non prendere posizione; certo che la storia di una coppia di ferventi patrioti risorgimentali che rinuncia a tutto per liberare l’Italia dal giogo austroungarico mentre l’Italia fascista era alleata con i tedeschi forse così avulsa dalla realtà contemporanea non lo era…
Il film è invecchiato dignitosamente e si lascia seguire ancora oggi con passione, merito del soggetto, un classico della letteratura italiana, la bravura degli attori e perché no la presenza della deliziosa Ombretta che è un po’ la Diletta Butler della nostra cinematografia, unita alla bimba di Via col Vento dall’infausto destino.
Anche se non si incontrano praticamente mai, Alida Valli e Ada Dondini, la marchesa Orsola, lasciano il segno grazie alla loro alterigia, quella dell’onestà di Luisa e quella nobiliare di Orsola, bellissima giovane la prima, sfranta vecchia la seconda che pure ai suoi tempi doveva aver lasciato il segno, stando al testamento del marchese che fa riferimento agli amanti della moglie.
In mezzo il debuttante Massimo Serato, bellissimo dell’epoca che però non spiccò mai per le eccelse qualità interpretative.

Il magnifico scherzo

Monkey Business
USA 1952 20th Century Fox
con Cary Grant, Ginger Rogers, Charles Coburn, Marilyn Monroe, Hugh Marlowe, Emmett Lynn, Larry Keating, Kathleen Freeman, Henry Letondal, Robert Cornthwaite, George Winslow, Esther Dale, Douglas Spencer, Jerry Sheldon, Harry Carey Jr.
regia di Howard Hawks


Ilmagnifico scherzo


Barnaba Fulton, uno scienziato impiegato in una grande ditta farmaceutica, sta cercando di creare delle vitamine che restituiscano il vigore fisico della giovinezza, una delle scimmie del laboratorio pasticcia con gli elementi e nasconde l’intruglio nell’erogatore dell’acqua del laboratorio. Gli effetti della miscela dello scimpanzé producono un ringiovanimento più mentale che fisico e Fulton e la moglie Edwina regrediranno fino all’infanzia prima di capire che dietro la favolosa formula c’è l’intervento animale

Rivedo questa commedia dopo anni e riconfermo il mio poco amore per la pellicola: l’introduzione è un po’ troppo lunga: lo scienziato che sulla porta di casa mentre sta per andare a una festa viene fulminato da un’idea legata al lavoro e si trasforma in una sorta di idiot savant subito compreso dall’amorevole mogliettina: la scena è anche carina ma inizia un lungo dialogo che deve farci capire che fa nella vita Fulton e dimostrare la solidità della coppia. In più Cary Grant con gli occhialoni da intellettuale fa subito Susanna! e come se non bastasse c’è un altro richiamo al capolavoro di Hawks: Edwina cucina con il grembiule da massaia sulla sottogonna trasparente quando arriva l’amico di famiglia avvocato, Barnaba farà di tutto per impedire che l’amico veda il lato b della moglie pur senza arrivare alle vette dell’abito strappato in Susanna!
Il film inizia a funzionare quando Barnaba arriva al lavoro e vengono introdotti i personaggi di spalla: l’avido direttore disposto a provare l’elisir dopo aver visto riaccendersi i sensi del vecchio scimpanzé e Marilyn perfetta nei panni della segretaria svampita segretamente innamorata di Fulton.
Il talento dei due protagonisti rende credibile e divertente la regressione all’infanzia dei coniugi Fulton e il film diventa un crescendo di situazioni sempre più surreali e comiche.
La critica francese della Nouvelle Vague ha esaltato ne Il magnifico Scherzo la critica verso la mitizzazione della gioventù, sicuramente presente ma preferisco il giudizio dello stesso regista che riconosceva i limiti dell’opera. Pare che il progetto originale prevedesse solo la regressione di Cary Grant e questo forse avrebbe dato più spazio al ruolo di Marilyn; fu la Rogers ad insistere perchè anche il suo personaggio subisse gli effetti della formula, del resto l’attrice era già stata protagonista di Frutto proibito di Wilder in cui si fingeva dodicenne.

Una strega chiamata Elvira

Elvira: Mistress of the Dark
USA 1988
con Cassandra Peterson, William Morgan Sheppard, Daniel Greene, Edie McClurg, Jeff Conaway, Susan Kellermann, Charles Woolf, Kurt Fuller, Pat Crawford Brown, Ellen Dunning
regia di James Signorelli


Unastregadinomelevira


Elvira si licenza dal suo lavoro di presentatrice tv di vecchi film horror per sfuggire alle avances del proprietario della televisione, è sicura che presto avrà il suo show a Las Vegas ma il suo agente la informa che per avere la sala al Flamingo è necessario anticipare 50000 dollari. Elvira non fa in tempo a deprimersi che le arriva una lettera: deve partecipare alla lettura del testamento di una lontana prozia di cui non sospettava nemmeno l’esistenza. L’eredità consiste in una sgangherata casa vittoriana in un paesino conservatore del Massachusset, un cane e un libro di cucina che la cosa più ambita dallo zio Vincent Talbot: si scoprirà che il libro di ricette è in realtà un potente grimorio e Elvira discende da una grande progenie di streghe. Eliminato lo zio, Elvira riesce a farci accettare dai morigerati compaesani, trovare l’amore e avere il suo spettacolo a Las Vegas



Unastregachiamataelvira


L’attrice Cassandra Peterson, che ha avuto anche un piccolo ruolo in Roma di Fellini, ha legato a filo doppio la sua carriera al personaggio di Elvira (pronuncia Elvaira) che nasce come presentatrice di film horror alla televisione americana, su modelli già presenti nella tv USA tanto che ad Elvira venne anche mossa un’accusa di plagio. In ogni caso la Peterson è stata bravissima a trasformare il suo personaggio in un brand anche grazie al primo film, Una strega chiamata Elvira opera divertente e dissacrante diventata un cult per le procaci forme della protagonista anche se non è il mio caso: suppongo di essere una delle poche persone che vide il film in sala nell’estate dell’89 e da trent’anni conservo il ricordo sempre esilarante del barboncino tosato in versione punk e del flash back sui primi anni di vita di Elvira con la neonata già pesantemente truccata come la Elvira adulta.
Rivedendolo ho trovato altrettanto esilarante la parodia di Ramboe soprattutto quella di Flashdance con gli scaldamuscoli -rigorosamente neri- sugli immancabili tacchi a spillo. La citazione di Flashdance si trasforma poi in quella di Carrie perché la rivale in amore di Elvira, Patty sostituisce il secchio di coriandoli dorati con uno di pece e rovina lo spettacolo di Elvira che voleva risollevare le sorti del cinema del bel Bob.
Il film è una scanzonata parodia del genere horror che passa da una citazione all’altra, tra cinema e tv, a volte rovesciandole a volte solo per sottolineare gli stilemi tipici dell’horror e dei b movie con molte allusioni al sesso; ho trovato un interessante post sulle differenze tra le battute del doppiaggio italiano e quello originale, condivido il fatto che il becero stile italiano tenti di snaturare la figura di Elvira ma ritengo che il target sia sempre quello giovanile, il linguaggio più sboccato del dovuto, solo un modo per rendere ancora più intrigante il personaggio: anche se alcune battute in italiano stridono per volgarità o insensatezza penso che Elvira riesca a mantenere intatta la sua potenza eversiva.
Lo scontro più che con le forze del male incarnate dallo zio stregone, è contro la morale benpensante della provincia americana: il paesino di Fallwell che sembra la Stars Hollow di Una mamma per amica con tanto di gazebo nella piazza principale, a governare la cittadina con pugno di ferro c’è la Lega per la moralità guidata da (open nomen) Chastity Pariah interpretata da Edie McClurg che tutti ricordiamo come la vicina impicciona di Super Vicky.

Sabotatori

Saboteur
USA 1942 Universal
con Priscilla Lane, Robert Cummings, Otto Kruger, Alan Baxter, Clem Bevans, Norman Lloyd, Alma Kruger, Vaughan Glazer, Dorothy Peterson, Ian Wolfe, Jeanne Romer, Lyn Romer, Anita Sharp-Bolster, Frances Carson, Oliver Blake, Kathryn Adams, Murray Alper, Billy Curtis, Pedro de Cordoba, Marie Le Deaux
regia di Alfred Hitchcock


Sabotatori


Un atto di sabotaggio provoca la morte di un giovane operaio, viene accusato il suo migliore amico, Barry Kane che gli ha passato un estintore pieno di benzina. Kane si mette sulle tracce di un collega, Frank Fry, che gli ha passato l’estintore; Kane scopre così l’esistenza di un gruppo eversivo che sta organizzando sabotaggi per rovesciare il governo democratico americano. Nel suo viaggio incontra una giovane modella, Patricia Martin che dopo un’iniziale reticenza aiuta Barry nel suo tentativo di sgominare la banda e affermare la propria innocenza.



Sabotatori

Un’opera di chiara propaganda bellica dove però sono presenti i tratti inconfondibili della teoretica hitchcockiana a partire dall’innocente costretto a dimostrare la propria estraneità ai fatti di cui è accusato.
Se partiamo dall’assunto della mostra itinerante Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures secondo cui il maestro del brivido mantiene sempre una dimensione sperimentale e in ogni film si cimenta, a modo suo, in un genere diverso, Sabotatori sarebbe il film d’azione del regista visti i toni rocamboleschi della pellicola: il tuffo nel fiume, la catena delle manette limata dalla ventola dell’auto, il finale sulla Statua della Libertà che anticipa quello sul Monte Rushmore di Intrigo internazionale e quanto doveva apparire sconvolgente al pubblico degli anni ’50 che già conosceva il finale di Sabotatori la scena di Intrigo Internazionale che Hitch risolve genialmente e sardonicamente con il taglio e il passaggio alla cuccetta del treno.
Considerato un film minore e di certo la pellicola è appesantita dagli obbligatori pistolotti retorici sull’amor di patria e la superiorità americana imposta dalla propaganda, Sabotatori è un film di transizione che riprende alcune tematiche di film precedenti e anticipa temi e sequenze che verranno sviluppati nei capolavori futuri: la cricca di filonazisti appartenenti al bel mondo sarà poi sviluppata in Notorius, la pistola che spunta dal tendone a casa Sutton e gli spari tra il pubblico sovrapposti a quelli del film al Radio City Music Hall daranno poi vita alla scena alla Royal Albert Hall de L’uomo che sapeva troppo.
Possiamo notare anche che la perfetta misura hitchcockiana prevede sempre piccole dosi di humor: la vicina impicciona della madre dell’operaio ucciso, la donna barbuta dall’animo romantico e ovviamente il lato romantico che qui ha ancora tutti i toni della screwball con la protagonista femminile determinata a consegnare ai poliziotti il presunto colpevole nonostante l’invito ad aiutarlo dello zio cieco.
Non manca la comparsata del regista, qui addirittura doppia: il cowboy baffuto che consegna la lettera al ranch e come cliente a un’edicola.

Riccardo va all’inferno

Italia 2017
con Massimo Ranieri, Sonia Bergamasco, Silvia Gallerano, Silvia Calderoni, Michelangelo Dalisi, Ivan Franek, Tommaso Ragno
regia di Roberta Torre



Riccardovaallinferno


Riccardo Mancini, figlio di una “nobile” famiglia romana che domina il mercato della droga, torna a casa dopo anni trascorsi in manicomio: spinto dai due fratelli da un muro è rimasto sciancato e battendo la testa è diventato anche schizofrenico. Tra promesse di pace e unità famigliare, Riccardo ritrova i suoi fedeli sostenitori che dalle segrete del castello hanno ascoltato tutto per anni e ben presto mette in atto il suo piano di vendetta diventando il re ma l’ultimo ostacolo è la Regina Madre che ha sempre manipolato tutto…

Libera interpretazione del Riccardo III shakespeariano riletto in chiave musical dalla regista Roberta Torre che torna all’estetica più trash del suo film più noto Tano da Morire.
Il film ha delle slabbrature, il potenziale non viene sfruttato a pieno e non c’è un crescendo di orrore nell’accumularsi di vendette e contro vendette che caratterizzano il film mentre a funzionare molto bene è l’impianto visivo dell’opera.
Riccardo va all’inferno è ambientato in un fantomatico Tiburtino terzo, l’alleato più fedele del protagonista è uno zingaro, i richiami al “mondo di mezzo” di Mafia Capitale ci sono ma la Torre sembra più vicina al mondo di Gomorra, film e serie tv nell’assurdo kitsch delle pistole d’oro e oggetti di platica luminosa, come le bare dei fratelli morti.
Al miscuglio tra kitsch popolare, nobiltà decadente declinato in toni cupi, si aggiunge la dimensione onirica dei ricordi dai colori chiari, sfocati perché frutto di una mente malata come quella di Riccardo.
La mostruosità fisica e morale del protagonista nasce in seno alla famiglia: lo spintone dei fratelli, il rapporto morboso con la madre che utilizza la follia del figlio per attribuirgli l’omicidio del padre rispendendolo nuovamente in manicomio: la regina sarà l’ostacolo definitivo tra Riccardo e la sua brama di potere.
Ottimo il cast, superba Sonia Bergamasco nel ruolo della Regina madre invecchiata ad arte ma sempre sensuale e grandioso Massimo Ranieri nel ruolo del ghignante Riccardo, calvo e sciancato, ha qualcosa che ricorda Nosferatu ma nelle scene iniziali dell’uscita dal manicomio ripropone le movenze del pazzo Renfield a sottolineare ancora una volta la natura schizofrenica del personaggio, servo e padrone di sè stesso.

Quella sporca ultima meta

The Longest Yard
USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert, Ed Lauter, James Hampton, Michael Conrad, John Steadman, Harry Caesar, Charles Tyner, Mike Henry, Jim Nicholson, Bernadette Peters, Pervis Atkins, Tony Cacciotti, Anitra Ford, Richard Kiel, Mort Marshall, Ray Nitschke, Tony Reese, Sonny Sixkiller, Robert Tessier, Dino Washington, Ernie Wheelwright, Steve Wilder, George Jones, Donald Hixon, Joe Kapp, Don Ferguson, Wilbur Gillan, Joe Jackson, Sonny Shroyer, Howard Silverstein, Ray Ogden
regia di Robert Aldrich



The longest yard


Paul Crewe, ex campione di rugby beccato a vendere le partite della propria squadra, vive alle spalle della fidanzata e quando la lascia rubandole la macchina, finisce in galera. Lo accoglie il capitano Knauer che con modi bruschi lo invita a declinare l’offerta che il direttore del carcere sicuramente gli farà, cioè di occuparsi della squadra di rugby delle guardie. Crewe ubbidisce al capitano e il direttore Hazen lo spedisce ai lavori forzati più duri, Crewe finisce per cedere e accettare la proposta del direttore, quando gli propone di fare iniziare il campionato con una squadra più debole, il direttore decide di creare una squadra di galeotti di cui Crewe sarà il capo. Dopo le molte peripezie per creare la squadra, la partita si rivela più complicata del previsto per le guardie così Hazen corrompe Crewe per ottenere la vittoria, l’uomo accetta con la promessa che le guardie non infieriranno sui detenuti ma Hazen invita i secondini a fare proprio il contrario così Crewe torna in campo e per la prima volta in vita sua combatte per un ideale, vincendo



The longestyard-


Il genere carcerario è sempre stato un modo per ricreare un microcosmo in cui sottolineare lo scontro violento tra potere costituito e losers dove il primo si sente in diritto di sopraffare il secondo per le colpe che sta scontando. Quando si unisce al genere sportivo, apoteosi di retorica e di senso di rivalsa i risultati difficilmente non sono coinvolgenti e Quella sporca ultima meta ne è un’ottima riprova.
Alla regia troviamo il veterano Robert Aldrich, regista che sempre indagato il tema del conflitto e della violenza che ne consegue, tema che sviluppa molto bene anche in questa pellicola, anche se la materia è leggera e non mancano momenti comici: la malta negli stivali con l’altro galeotto è una vera gag muta sottolineata dalla classica musichetta delle comiche.



Quella sporca ultima meta


Il tema principale sarebbe il riscatto del cinico campione Crewe che ha sempre messo i soldi prima di tutto, rovinando la sua carriera vendendo le partite, una cosa che non comprendono neppure i galeotti più efferati tra cui vige comunque un senso dell’onore. Crewe quindi deve prima consolidare la sua reputazione presso gli altri carcerati che sono attirati dal far parte della squadra solo per poter menare i carcerieri senza conseguenze. Ben presto prevale il tema dello scontro caro al regista e tutto si trasforma in uno scontro tra ordine costituito prevaricante e i carcerati che a modo loro conservano il senso del rispetto e che con divertente furbizia ribattono i colpi di violenza gratuita dei secondini.


Quellasporcaultima meta


La galleria di personaggi è perfetta: dal grande e scemo al grande e ultraviolento, la spia che provoca l’incendio della cella in cui muore Caretaker, il braccio destro di Crewe, l’ex gloria sciancata che vuole provare per l’ultima volta il piacere di segnare, la discriminante razziale, con i galeotti di colore che accettano di giocare solo per vendicarsi dell’ennesimo sopruso fatto all’unico di colore che era entrato in squadra.



Quella sporca ultima meta


Anche dalla parte dell’ordine costituito la piramide gerarchica è perfetta nelle facce e negli atteggiamenti al culmine c’è il direttore Hazen, dall’apparente bonomia che nasconde la violenza più bieca come dimostrato nella scena del post partita.
Molto bello l’inseguimento iniziale di Crewe in fuga con l’auto dell’ex e memorabili le scene della partita con lo split screen.