La settima vittima

The Seventh Victim
USA 1943 RKO
con Tom Conway, Jean Brooks, Hugh Beaumont, Kim Hunter, Isabel Jewell, Evelyn Brent, Feodor Chaliapin Jr., Erford Gage
regia di Mark Robson


The Seventh Victim


L’educanda Mary Gibson viene informata dalla rettrice del collegio che da sei mesi si sono perse le tracce di sua sorella Jacqueline che ha smesso di versare la retta scolastica. A Mary viene lasciata la scelta di andarsene o restare nella scuola mantenendosi come insegnante per le ragazzine più piccole. Mary decide di andarsene a New York in cerca della sorella scoprendo che Jacqueline ha venduto il salone di bellezza alla socia, Esther; le sue indagini la portano a una locanda italiana, dove Jacquilne ha affittato una stanza, quando viene aperta dentro si trova solo una sedia e un cappio ma il dottor Judd tranquillizza Mary dicendole che l’allestimento era solo un modo per tenere a bada le manie suicide di Jacqueline. Intanto un detective che si è offerto di aiutare Mary viene ucciso e la ragazza scopre che la sorella ha un marito segreto, di cui si innamorerà ma soprattutto che la sorella è entrata nella setta satanica dei Palladisti e che le sue confidenze allo psichiatra ne hanno decretato la messa a morte per aver infranto il vincolo di segretezza. Mary e is suoi amici riescono a salvare Jacqueline, perlomeno dalla setta…



La7mavittima


La settima vittima segna il debutto alla regia di Mark Robson, montatore dei grandi successi RKO firmati da Val Lewton che lo prende sotto la sua ala protettrice per il debutto dietro la cinepresa.
La trama è piuttosto complicata, a volte poco chiara e piuttosto lenta ma i topos del cinema lewtoniano ci sono tutti: un culto arcaico, la camminata notturna con i rumori che amplificano la sensazione di essere seguita della protagonista della scena; il buio che fa scattare la paura dell’inconoscibile.
Ci sono anche altri elementi che rendono indimenticabile la visione del film: il cappio nella stanza vuota è certamente una di quelle, la prima apparizione di Jacqueline a quasi metà film con un dito sulle labbra per dire alla sorella di fare silenzio per poi chiudere la porta.
Alcune scene sono state d’ispirazione per altri famosissimi horror: in particolare la scena in cui Esther va a minacciare Mary entrando nel suo appartamento
mentre lei è sotto la doccia pare avere ispirato nientemeno che la scena della doccia di Psycho, mentre la congrega di stregoni perfettamente integrati nella società ritorna nei vecchi borghesi che infestano il palazzo di Rosemary’s baby.
Sconcerta il senso di nichilismo che emana dal film, aperto e chiuso dagli stessi versi del poeta inglese John Donne sull’ineluttabilità della morte a cui [attenzione spoiler] Jacqueline non sfugge: nonostante la determinazione nel resistere alle pressioni di avvelenarsi dei palladisti, quando viene salvata la ragazza si reca nella sua stanza nelle locanda e incontrando sui gradini una ragazza malata che improvvisamente si sente in grado di affrontare la vita, le risponde con l’ennesima allusione alla morte.
L’attrice che interpreta Mimi è Elizabeth Russell, la stessa che ne Il bacio della pantera chiama sorella Irena, anche Tom Convay veste i panni del dottor Judd nel capolavoro dell’anno precedente.

La ragazza che sapeva troppo (2016)

The Girl with All the Gifts
GB 2016, Netflix
con Gemma Arterton, Glenn Close, Sennia Nanua, Paddy Considine, Anamaria Marinca, Dominique Tipper, Fisayo Akinade
regia di Colm McCarthy


The Girl with All the Gifts


Una terribile infezione fungina trasforma le masse in zombie famelici, i pochi sopravvissuti al contagio vivono in campi di sicurezza protetti dall’esercito nella speranza che presto si trovi un vaccino all’infezione. La ricerca della cura si effettua sui famelici di seconda generazione: bambini che nonostante la presenza del fungo nel loro cervello sono riusciti a mantenere le capacità intellettive, in pratica degli ibridi tra umani sani ed infetti. In uno di questi centri vive Melanie, una ragazzina molto sveglia che per la sua innata gentilezza si attira le simpatie della maestra Justineau che la tratta con umanità. Il centro è diretto dalla dottoressa Caldwell che vede nei bambini solo delle cavie per portare a termine le sue ricerche. Il giorno in cui dovrebbe dissezionare il cervello di Melanie, il centro cade sotto l’invasione dei famelici, riescono a fuggire la dottoressa Cadwell con alcuni soldati di protezione e la maestra Justineau che si porta dietro anche Melanie che l’ha salvato durante gli scontri con i famelici. La presenza della ragazzina è guardata con sospetto dagli altri membri ma Melanie sa rendersi utile e farsi ben volere…



Thegirlwithallthegifts


Non ho mai avuto particolare simpatia per gli zombie: vedo quotidianamente gli esiti delle azioni di una massa di gente senza cervello che non sento la necessità di seguirne le avventure sul grande schermo, confesso di non aver visto nemmeno Walking Dead.
Fatta questa doverosa premessa devo dire che La ragazza che sapeva troppo mi è piaciuto, molto meno la fantasia dei titolisti italiani che hanno ripiegato sul titolo di un film di Bava del 1963 che non ha nulla a che spartire con la tematica del film Netflix.
Il titolo originale che in italiano suona (bene) “La ragazza che aveva tutti i doni” fa riferimento al mito di Pandora, una storia molto amata da Melanie. L’attenzione forse non dovrebbe essere posta sulla scatola affidata alla donna che conteneva tutti i mali del mondo che Pandora si fa sfuggire per curiosità, trovando sul fondo la speranza: di speranza non ce n’è molta nel finale del film, caso mai un rovesciamento delle parti piuttosto sardonico. Il punto da tener presente del mito di Pandora è che si tratta della prima mortale, quindi la prima della sua specie, senza far troppo spoiler questa considerazione giustifica i comportamenti della ragazzina nel finale senza farli apparire un plot twist troppo azzardato.
LaragazzachesapevatroppoLa particolarità del film è quella di tenere il tema degli zombie sullo sfondo, il tema cardine è il rapporto tra “speci” diverse: Melanie è una mutante in bilico tra due razze, la curiosità e la simpatia innata ne fanno un’adorabile ragazzina in contrasto con gli aspetti violenti della sua natura dovuti alla simbiosi con il fungo. Della razza puramente umana Melanie ha anche il bisogno di affetto materno e forse uno dei momenti più belli del film è la carezza sulla testa della maestra Justineau a cui fa seguito la scena che illustra la vera natura dei bambini rimasta fino a quel punto sconosciuta allo spettatore.
Melanie sembra preferire la razza umana ai suoi simili anche se è spesso discriminata ma quando troverà altri famelici di seconda generazione saprà scegliere in piena coscienza da che parte stare.
E’ interessante l’attenzione per tutti i punti di vista: anche la Cadwell ha le sue ragioni nel vedere nell’adorabile mutante solo una cavia, ultimo tassello da sacrificare per debellare una terribile pandemia; Helen Justineau è solo una maestra molto empatica che si trova coinvolta suo malgrado in eventi molto più grandi di lei.
Ottimo il cast dove spicca la debuttante Sennia Nanua nel ruolo di Melanie; buona la messa in scena di una metropoli abbandonata ormai riconquistata dalla natura: il grande albero fungino avvolto attorno alla torre è di grande impatto e ricorda le grandi radici che avviluppano il sito archeologico di Angkor, consolidando l’idea di una civiltà tramontata.

Mank

USA 1020, Netflix
con Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke, Joseph Cross, Ferdinand Kingsley, Jamie McShane, Toby Leonard Moore, Monika Gossmann, Charles Dance
regia di David Fincher


Mank


1940: la RKO affida al giovane genio della radio e del teatro, Orson Welles, l’opportunità di girare un film in totale libertà, il giovane regista si affida per la sceneggiatura a Herman J. Mankiewicz, brillante soggettista con l’irrefrenabile passione pe l’alcol. Mankiewicz, detto Mank, scrisse la sceneggiatura di Quarto Potere da infermo, con una gamba fratturata a seguito di un incidente d’auto. Relegato nel deserto del Mojave con un’infermiera, la segretaria e la presenza di John Houseman, braccio destro dell’impegnatissimo giovane genio, a controllarlo. Il copione ha per protagonista Charles Foster Kane, magnate della carta stampata che ha molte analogie con William Randolph Hearst, di cui Mank fu per lungo tempo amico, soprattutto grazie all’affinità elettiva con Marion Davies, l’attrice amante ufficiale di Hearst. Terminata la sceneggiatura e conscio del suo valore, Mank si batterà con Welles per mantenere il nome sullo script che vincerà l’oscar nel 1942.



Mank-


Il primo maggio 1941, cinque giorni prima del 26° compleanno di Orson Welles ci fu la prima assoluta di Quarto Potere, film che ancora oggi viene considerato il più bello di sempre o al massimo tra i film più belli di sempre; il sessantesimo anniversario della celebre pellicola viene allietato dall’uscita di Mank il biopic che David Fincher dedica allo sceneggiatore e che sicuramente farà incetta di Oscar alla Notte degli Oscar del 25 aprile.
Il film nasce da una sceneggiatura del padre di David Fincher, Jack che il figlio voleva portare sul grande schermo fin dagli inizi della sua carriera ma negli anni ’90 un film in bianco e nero era praticamente improponibile e solo oggi, grazie alla disponibilità di Netflix, il regista è riuscito a realizzare l’opera secondo i suoi desideri.



Mank


Mank è molte cose: uno spaccato quasi perfetto della Hollywood anni’30 di cui ha il merito di far rivivere i tycoon da Louis B. Mayer al suo pupillo Irving Thalberg, scomparso a soli 37 anni di polmonite. L’elite hollywoodiana si ritrova alla corte del magnate dell’editoria W.R.Hearst che ha per amante ufficiale Marion Davis, un’attrice del muto che passa senza problemi la transizione al sonoro, un grande talento per la commedia ma il potente compagno la preferiva in ruoli drammatici impedendole così di diventare una stella di prima grandezza.
Mankiewicz fu per lungo tempo un invitato di Hearst che ne apprezzava le battute fulminanti ma l’alcolismo molesto finì per farlo allontanare come finì per rovinargli la carriera.
Il lato più metacinematografico è certamente quello sulla lavorazione del film più famoso della storia del cinema, Quarto potere il capolavoro di Orson Welles, Fincher ne ripropone lo stile nei campi lunghi e nelle inquadrature con il soffitto e indaga anche i diversi pesi tra gli autori di un’opera filmica con lo sceneggiatore che si batte perché anche il suo nome compaia tra gli autori della sceneggiatura.



Mank


Il lato più interessante, e quello che ha fatto riprendere a Fincher il progetto accantonato da tempo, è il parallelo tra la strumentalizzazione mediatica degli anni ’30 e quella odierna. Il film si prende certe libertà nel dire che le manovre degli studios spinsero Mank ad allontanarsi dall’élite hollywoodiana e il personaggio del regista suicida per aver montato falsi cinegiornali è inventata, resta il fatto che quei cinegiornali furono creati ad arte e portarono alla vittoria del candidato repubblicano alla carica di Governatore della California a discapito del democratico Upton Sinclair: le fake news esistono da tempo, probabilmente immemore e non è per nulla consolante

Anima persa

Italia, 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Gino Cavalieri, Michele Capnist, Aristide Caporale
regia di Dino Risi



Anima persa


Il diciannovenne Tino Zanetti vuole studiare pittura e si trasferisce dalla provincia a Venezia, ospitato dagli zii che vivono in una grande casa in decadimento. Lo zio Fabio è arcigno e severo anche con la moglie, la molto più giovane Elisa. Ben presto Tino si accorge di strani rumori e la cameriera Annetta gli rivela che al piano superiore vive recluso, Alberto, fratello pazzo di Fabio. Le confidenze dei due zii però rivelano a Tino una realtà ancora più inquietante…


Animapersa


Il film è tratto dal romanzo di Giovanni Arpino, Un’anima persa che non approvò la trasposizione cinematografica.
L’opera, considerata minore, rimane relegata nella filmografia del regista anche per il tema scabroso trattato, la pedofilia: il rapporto perverso che lega Elisa e Fabio li porta a inventarsi una realtà fittizia fatta di morti e fratelli immaginari per giustificare la scomparsa di un sentimento svanito con la normale crescita della bambina. Uno sguardo inquietante e a suo modo pietoso su uno degli abissi più orridi della follia umana.
E’ interessante lo sviluppo del film che parte da un topos classico del genere gotico, la porta chiusa dietro cui si celano i più oscuri segreti di famiglia e il divieto assoluto di varcarla, veto che ovviamente scatena l’irrefrenabile curiosità.



Anima-persa


Torna anche il rapporto de Il sorpasso: il giovane timido e senza esperienza affascinato suo malgrado da un adulto sicuro e saccente, se Bruno Cortona era l’apoteosi dell’ignoranza e della gaglioffaggine,  Fabio Stolz nasconde i suoi demoni dietro una facciata irreprensibile di conformismo -la tirata contro i cappelloni compagni del corso d’arte del nipote- e cultura: le continue citazioni letterarie, soprattutto in tedesco. Il doppio ruolo di Fabio e Alberto permette a Gassman di sfruttare tutto il suo grande talento di mattatore e Risi riesce a tenere a bada l’estro dell’attore mettendolo al servizio del film.
Se il giovane de Il Sorpasso ci lasciava la pelle, Tino si salva grazie alla fuga finale e all’amicizia con Lucia, la modella che posa al suo corso. La ragazza diventa sua confidente e lo aiuta nelle ricerche della tomba di Beba, la bambina morta, presunta figlia di Elisa.
Anima persa ha anche elementi thriller, piccoli indizi disseminati qua e là che lasciano intuire il legame malsano dei due coniugi: la voce infantile con cui Elisa si esibisce nel fatiscente teatro del palazzo, i continui riferimenti alle piante di Fabio, ingegnere, quando dovrebbe essere Alberto lo studioso di scienze naturali.



Animapersa


Venezia è l’ambientazione ideale per la vicenda: la bellezza decadente, le acque limacciose e piene di immondizie, la galleria di personaggi bislacchi sottolineano l’atmosfera putrescente e morbosa del film.

Sangue blu

Kind Hearts and Coronets
GB 1949, Ealing Studios
con Dennis Price, Valerie Hobson, Alec Guinness, Audrey Fildes, John Penrose, Cecil Ramage, Miles Malleson, Clive Morton
regia di Robert Hamer


Sangue blu


Nell’Inghilterra edoardiana, Louis Mazzini figlio di una giovane duchessa fuggita con un cantante spagnolo morto alla nascita del figlioletto, viene allevato dalla madre nella povertà ma anche nel mito della casata dei duchi di Chalfont che hanno la peculiarità di poter trasmettere il titolo anche per via femminile. Quando i D’Ascoyne negano anche il diritto di sepoltura nella cappella di famiglia alla madre, Louis decide di eliminare tutti i parenti per ereditare il titolo. Il piano incredibilmente riesce ma Louis s’innamora di Edith, la vedova di una sua vittima e decide di sposarla facendo infuriare la sua amante, Sibilla che fa incriminare Louis per la morte del marito che in realtà si è suicidato. Sibilla ricatta Louis dicendo che lo salverà dalla pena capitale se si libererà di Edith per sposare lei, Louis accetta e viene graziato poco prima di essere impiccato. Purtroppo nella notte ha scritto le sue memorie che sono rimaste incustodite nella sua cella.



Kindhearts andcoronets


Un’esilarante commedia nera che si fa beffe delle distinzioni sociali inglesi: il titolo fa riferimento al detto che vale più la nobiltà d’animo che quella titolata ed in effetti i D’Ascoyne sono davvero spietati con la parente che con la sua fuga ha disonorato il casato e non mostrano mai nessuna pietà nei suoi confronti, nessun aiuto economico o interesse per la carriera del figlio fino al rifiuto di seppellirla nella cappella di famiglia che scatena le ire del giovane Louis che fino a quel momento aveva accettato con rassegnazione la sua condizione.
Solo il vecchio banchiere, padre della prima vittima di Louis si dimostra generoso nei confronti del parente e infatti il giovane lo risparmia ma il lord è così anziano e malandato che l’emozione di essere il nuovo Duca di Chalfont gli è fatale.
Tutti gli omicidi su cui si dilunga il film mettono in mostra in realtà i difetti della classe nobiliare: la prima vittima è un libertino, il secondo, marito di Edith, è un beone, l’ammiraglio è un incapace che affonda con la sua nave dopo aver sbagliato una manovra, fatto ispirato a un vero incidente marittimo, il duca di Chalfont è un insensibile e usa ancora modi feudali con i cacciatori di frodo facendoli frustare dopo averli catturati con le tagliole (che gli saranno fatali). Caratteristica del film è che tutti gli otto D’Ascoyne sono interpretati da uno spettacolare Alec Guinnes, il ruolo più divertente è quello di Lady Agatha D’Ascoyne, suffragetta spesso in galera per il suo spirito ribelle, viene abbattuta da una freccia da Louis mentre festeggia la ritrovata libertà sorvolando Londra con una mongolfiera.
A rovinare i piani di Louis però è l’amore, prima quello per Sibilla, il suo primo amore e quindi non di nobili origini. La ragazza gli preferisce Lionello che ha maggiori prospettive economiche di Louis ed è proprio nel rifiuto della proposta matrimoniale che Louis rivela la sua remota possibilità di diventare duca. La relazione con Sibilla continua anche dopo il matrimonio di lei e la donna non ci mette molto a capire che la rapida avanzata di Louis verso il titolo è frutto dell’omicidio quindi spera di condividere il risultato ma Louis, non dissimile dai suoi parenti, trova che la bella e raffinata Edith sia più adatta al ruolo di duchessa.
La donna di basse origini che ricatta l’uomo di classe superiore per farsi impalmare è un topos classico della cinematografia e mentre lo spettatore è col fiato sospeso sulla scelta di Louis appena uscito di galera, arriva il povero cronista che chiede al duca le sue memorie ricordando al protagonista e al lettore che ha appreso la vicenda di Louis Mazzini come flash back durante la stesura, che la confessione di tutti i misfatti giace sul tavolo della cella alla mercé di chiunque voglia leggerla.

I vitelloni

Italia 1953
con Franco Interlenghi, Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini, Eleonora Ruffo, Jean Brochard, Claude Farell, Carlo Romano, Lída Baarová, Arlette Sauvage, Enrico Viarisio, Paola Borboni, Vira Silenti, Maja Nipora, Achille Majeroni, Silvio Bagolini, Guido Martufi, Giovanna Galli, Franca Gandolfi, Gigetta Morano, Rosalba Neri, Ottavia Piccolo, Massimo Bonini, Alberto Anselmi, Milvia Chianelli, Gustavo De Nardo, Graziella De Roc, Gondrano Trucchi, Lino Toffolo
regia di Federico Fellini


I vitelloni


Sul finire dell’estate viene eletta la Miss di una località sull’Adriatico, Sandra, la vincitrice sviene e Fausto, caro amico del fratello della ragazza, prontamente scappa ma il padre intuisce tutto e e lo costringe a un matrimonio riparatore. Tornato dal viaggio di nozze Il suocero trova a Fausto un lavoro da commesso ma il giovane perderà anche quello perché corteggia pesantemente la moglie del titolare. Sandra stanca dei tradimenti del marito fugge; la sua scomparsa getta nella disperazione il marito che la cerca non i suoi fedeli amici, la ragazza si è rifugiata a casa del suocero che accoglie il figlio scavezzacollo a frustate. Nel frattempo i sogni di gloria dell’intellettuale del gruppo, Leopoldo si sono infranti davanti alle velate proposte di un vecchio capocomico, Alberto assiste impotente alla fuga della sorella con un uomo sposato, Moraldo il più giovane una notte decide di lasciare tutto e tentare la fortuna in città



Ivitelloni


Dopo Lo sceicco bianco Fellini continua la sua opera di scardinamento del neorealismo rosa tipico di quegli anni in cui tutto trovava un lieto fine con la rivincita dei buoni sentimenti e dei valori più sani.
La sceneggiatura di Flaiano – che aveva ambientato la storia nella nativa Pescara- descrive la noia della provincia e l’inanità dei suoi abitanti attraverso le (dis)avventure dei cinque vitelloni, maggior spazio è lasciato alla storia di Fausto, il più grande e il modello degli altri, come viene definito all’inizio. Ormai trentenne Fausto non vuole saperne di mettere la testa a posto: gran sciupafemmine la cui carriera viene interrotta dalla gravidanza indesiderata di Sandrina, sorella di Moraldo, uno dei suoi più cari amici, testimone delle infedeltà coniugali del cognato senza amai avere il coraggio di dire nulla. La gravidanza di Sandra comporta il matrimonio e soprattutto la necessità di lavorare per mantenere la famiglia. Fausto viene assunto come commesso da un caro amico del suocero e gli amici passano davanti alle vetrine per deridere il neo impiegato, perché nessuno di loro vuole la responsabilità lavorativa: né Riccardo con ambizioni da cantante e preoccupazioni per la linea, né Leopoldo che vorrebbe diventare scrittore, e ancor meno Alberto che si fa mantenere dalla sorella e coccolare dalla vecchia madre.



Ivitelloni


La noia dell’inverno esplode durante il Carnevale: è al veglione che Fausto si accorge che la moglie del suo principale è ancora una bella donna, è al ritorno dalla festa, ubriaco e depresso che Alberto vede la sorella andarsene con l’amante: non è tanto l’onore perduto della sorella a colpire Alberto quanto il rendersi conto che il mantenimento della famiglia ora pesa sulle sue spalle ma nel sottofinale scopriamo il pensiero definitivo di Alberto nel celebre gesto dell’ombrello ai lavoratori.



I vitelloni s/center>


La scena è iconica ma è interessante vedere come nasce: dalla tragedia della fuga di Sandra che tutti sospettano aver compiuto l’insano gesto, ma appena Fausto si allontana gli amici pensano al pranzo e poi a sfottere gli operai senza nessuna remora per il dramma dell’amico.
Dramma che si risolve in farsa con il padre che lo prende a cinghiate e la moglie che lo vuol difendere nonostante tutto. Lacrime e promesse di ravvedimento che sappiamo bene essere ben dopo affidabili.
Al riflessivo Moraldo non resta che andarsene da questa realtà piatta e abitudinaria e mettersi in gioco nel luogo in cui lo porterà il primo treno su cui è salito salutato solo dal giovanissimo ferroviere con cui ha fatto amicizia nelle notti insonni a bighellonare per il paese. Il sorriso del ragazzino ricorda molto quello della ragazzina al Marcello de La Dolce Vita: la distanza ormai definitiva dalla purezza dell’infanzia.
La sequenza finale, più ancora del disfacimento a fine veglione di Alberto o lo spaccato del varietà, racconta tutto il mondo futuro di Fellini: Moraldo che immagina gli amici dormienti nelle loro stanze: una proiezione fantastica dove la luce è innaturale quasi funerea, un brivido sul destino segnato dall’abitudine da cui sfugge Moraldo a cui Fellini aveva pensato di dedicare un altro film, uno dei tanti non realizzati, Moraldo va in città.

Il grande amore

The Old Maid
USA 1939 Warner Bros
con Bette Davis, Miriam Hopkins, George Brent, Donald Crisp, Jane Bryan, Louise Fazenda, James Stephenson, Jerome Cowan, William Lundigan, Cecilia Loftus, Rand Brooks, Sidney Bracey
regia di Edmund Goulding


Ilgrandeamore


1860: il giorno delle nozze di Delia Lovell con il banchiere Jim Ralston, torna in città Clem Spender, ex fidanzato di Delia di cui la ragazza non aveva più avuto notizie da due anni. La aiuta la cugina Carlotta che si reca alla stazione per informare Clem delle nozze imminenti e della preghiera di Delia di non fare scenate. Carlotta però è da sempre innamorata da Clem e gli resta vicina nella delusione. Poco dopo Clem parte per la guerra e muore sul campo di battaglia. Carlotta, che è rimasta incinta mette su un asilo per gli orfani di guerra e nasconde la figlia illegittima, Tina, tra gli altri orfani. Il cognato di Delia, Joe Ralston è da sempre innamorato di Carlotta e finalmente i due stanno per convolare a nozze ma sia la famiglia della ragazza che i Ralston spingono perché smetta di di occuparsi attivamente dell’orfanatrofio. Il giorno delle nozze Carlotta rivela a Delia il motivo per cui non può abbandonare la sua atività benefica: la piccola Tina è sua figlia, l’iniziale comprensione della cugina si trasforma in gelosia quando scopre che è figlia di Clem, l’uomo di cui è sempre stata innamorata. Con la scusa della salute precaria di Carlotta, Delia annulla le nozze. Poco dopo Delia resta vedova e chiede a Carlotta di trasferirsi da lei con la bambina. La piccola Tina nutre da subito un grande affetto per Delia e spontaneamente la chiama mamma e come i figli della donna si rivolge a Carlotta chiamandola zia. Per amore della figlia Carlotta si sacrifica a passare per la zia zitella e severa arrivando a lasciare che Tina venga adottata da Delia per avere una degna posizione e sposare il ricco rampollo di cui è innamorata.



Il grande amore


Tratto da un adattamento teatrale di una novella di Edith Wharton, Il grande amore è un solido melodramma di quelli che all’epoca venivano definiti women’s picture, storie al femminile destinati a un pubblico prettamente femminile: Bette Davis fu una grande protagonista del genere che le permetteva di esprimere tutta la sua ampia gamma drammatica.
In questo film è ancora una volta protagonista di una grande trasformazione: la bella e volitiva ragazza che sacrifica la virtù per amore di un uomo per sapendo che è innamorato di un’altra diventa una zitella arcigna e severa segnata dalle delusioni della vita.
Dopo aver anticipato l’uscita di Via col Vento nel 1938 con il film ambientato durante la guerra civile La figlia del Vento, l’attrice torna nell’anno del successo del kolossal a girare una vicenda ambientata nuovamente nello stesso periodo storico.
Il grande amore è il film seguente del grande successo della Davis uscito lo stesso anno, Tramonto e nella nuova pellicola ritroviamo George Brent nel ruolo dell’uomo amato dalle due cugine (il ruolo era stato pensato inizialmente per l’altro protagonista maschile del film, Humphrey Bogart) e il regista Edmund Goulding che si mette completamente al servizio di questo melodramma dalla trama intricata e dagli abiti sontuosi, unico virtuosismo il gioco di luci sul monologo di Carlotta che aspetta il rientro dal ballo della figlia alternando le frasi con cui accoglierla con un tono materno per passare poi a quello arcigno della zia.



Ilgrandeamore


Bette Davis avrebbe voluto interpretare entrambi i ruoli delle cugine ma poi le viene affiancata Miriam Hopkins con cui la Davis da vita alle molte scene madri del film. La potenza drammatica e la bravura delle attrici sono infatti il punto forte della pellicola in grado di scandagliare tutte le luci e le ombre di due cugine cresciute dalla nonna, legate dalle confidenze, divise dalla gelosia per l’amore per lo stesso uomo che rivedono in Tina, tra sottili vendette e accese sfuriate le due donne riusciranno a perdonarsi e a vivere insieme per il resto della loro vita: unica prospettiva concessa a due ultra quarantenni con i figli ormai accasati nella rigida Gilded age della fine ottocento americano.



Theoldmaid


Viene criticata la traduzione del titolo originale che in italiano sarebbe La zitella, io trovo che Il grande amore sia un titolo interessante che allude all’uomo amato dalle due protagoniste ma anche all’amore materno che porta Carlotta a rinunciare a tutto per il bene della figlia.

Rocco e i suoi fratelli

Italia 1960 Titanus
con Alain Delon, Annie Girardot, Renato Salvatori, Katina Paxinou, Alessandra Panaro, Spiros Focás, Corrado Pani, Roger Hanin, Paolo Stoppa, Suzy Delair, Claudia Cardinale, Max Cartier, Rocco Vidolazzi, Claudia Mori, Adriana Asti, Rosario Borelli, Renato Terra, Enzo Fiermonte, Nino Castelnuovo
regia di Luchino Visconti



Roccoeisuoifratelli


Alla morte del marito, Rosaria Parondi, con i quattro figli, raggiunge il primogenito a Milano. I Parondi arrivano mentre Vincenzo festeggia il fidanzamento con Ginetta mettendo da subito in crisi il rapporto con la famiglia della ragazza: il fidanzamento viene interrotto e Vincenzo e Ginetta potranno sposarsi solo con un matrimonio riparatore. Un giorno Vincenzo incontra per le scale una ragazza scarmigliata, Nadia che gli racconta di aver litigato con i genitori troppo severi. Vincenzo la fa entrare in casa chiedendo alla madre di darle qualche indumento pesante, Nadia chiacchiera con i fratelli Parondi invitandoli a praticare la boxe a cui si era già avvicinato Vincenzo ma quando arrivano le guardie che dovrebbero aiutarla, la ragazza fugge dalla finestra. Simone e Rocco decidono di frequentare la palestra e Simone viene notato per la sua prestanza fisica. La sera del suo primo incontro ritrova Nadia ad aspettarlo e i due iniziano una relazione anche se per la ragazza Simone è poco più di uno dei suoi abituali clienti. Per mantenere Nadia, Simone si arrangia con piccoli furti, uno anche ai danni della lavanderia in cui Rocco è impiegato come fattorino. Una sera Nadia avvicina Rocco per restituirgli la refurtiva del negozio e far dire a Simone che lei lascia la città. Rocco riporta i gioielli in lavanderia e poi si licenzia, sfruttando la scusa dell’imminente partenza per il militare. Proprio nella città dove svolge il servizio di leva il ragazzo ritrova Nadia che gli racconta di esser appena uscita di prigione e di essere una prostituta. Rocco la invita a cambiare vita e quando finisce il militare i due si ritrovano a Milano e intraprendono una relazione. Simone intanto, sempre più schiavo dei vizi, è ormai alla fine della breve carriera pugilistica, Rocco viene notato mentre gli fa da sparrow e iniza a boxare con successo. Intanto Simone viene a sapere della relazione del fratello con Nadia e organizza una spedizione punitiva con i ragazzotti del suo bar violentando Nadia davanti al fratello e poi facendo a botte con lui. Rocco va a vivere da Vincenzo e Ginetta e decide di lasciare Nadia convinto di aver fatto un torto a Simone, troppo innamorato della ragazza, Nadia promette di vendicarsi e torna con Simone sempre più abbrutito dall’alcol. Quando viene ricercato dalla polizia per il furto ai danni di Duilio Morini, il boxeur che lo aveva scoperto, Rocco che non aveva mai voluto diventare davvero un pugile, s’impegna a gareggiare professionalmente per ripagare il furto e salvare il fratello dalla prigione. Nadia rivela a Simone di non amarlo e di essere stufa di lui, Simone la uccide poi torna a casa dove Rocco festeggia un’importante vittoria per cercare aiuto ma interviene Ciro che rompe la catena omertosa denunciando il fratello.



Roccoeisuoifratelli

Luchino Visconti, uno dei padri del neorealismo chiude il cerchio con una delle più alte espressioni del cinema italiano da dove l’aveva iniziato: se il suo secondo film, La Terra Trema era stato l’apoteosi più intransigente del neorealismo portando la storia dei Malavoglia al cinema in stretto dialetto siciliano, Rocco e i suoi fratelli, capitolo conclusivo dell’esperienza neorealista viscontiana, ha ancora tra i vari referenti letterari, I Malavoglia di Verga.



Roccoeisuoifratelli

Al centro del capolavoro del 1960 c’è il tema dell’immigrazione nelle grandi città del Nord, il bianco e nero della pellicola ci racconta una Milano notturna, fosca e inospitale che sa però raccontare momenti di pura poesia come il risveglio in una mattina di neve, che per i Parondi significa lavoro per tutti i cinque fratelli come spalatori.
Visconti trasforma il contrasto tra Nord e Sud in uno scontro tra presente e mito: il ricordo dell’infanzia felice che non potrà tornare con i cinque fratelli uniti come le dita di una mano, le antiche tradizioni perdute: il lancio della pietra sull’ombra del primo che passa come sacrificio propiziatorio per la costruzione della nuova casa ha il suo corrispettivo nell’omicidio di Nadia che segnerà la fine dell’unità famigliare, già compromessa dall’impossibilità di tornare al paesino del Sud ormai mitologico, perché anche lì, se qualcuno dei Parondi avrà modo di tornarci, forse il piccolo Luca, il progresso avrà ormai trasformato ogni cosa.
Su queste tematiche di fondo il regista innesta il suo registro preferito, il melodramma creando un triangolo amoroso tra Simone, Rocco e Nadia. La violenza con cui Simone reagisce alla scoperta della relazione tra il fratello e Nadia, anche se la loro storia era finita da due anni, ha causato molti problemi con la censura: addirittura la scena dell’omicidio che si svolge all’Idroscalo venne girata sui laghi romani perché, nonostante i permessi per girare a Milano, la provincia intervenne dicendo che l’Idroscalo rappresentava un luogo per famiglie e per sportivi e l’omicidio di una prostituta ne avrebbe rovinato l’immagine. Ancora più pruderie smosse la scena della violenza carnale che venne oscurata e recuperata solo dal recente restauro per L’Immagine ritrovata.
Purtroppo non sono episodi di censura che fanno sorridere come quello del cambio di nome della famiglia da Pafundi a Parondi perchè il primo cognome era talmente diffuso in Lucania da comprendere anche prelati e alte cariche pubbliche. Il racconto della prevaricazione di Simone su Nadia è chiaramente la narrazione di un femminicidio e senza la miopia bigotta del tempo troppo impegnata a salvare le apparenze, forse oggi saremmo più strutturati per affrontare questa piaga.

Il tè nel deserto

The Sheltering Sky
GB, Italia, 1990
con Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Eric Vu-An, Philippe Morier-Genoud, Nicoletta Braschi
regia di Bernardo Bertolucci



Il tè nel deserto


Port e Kit Moresby, una coppia di artisti americani, intraprende un viaggio in Africa partendo dall’Algeria, con loro c’è il ricco George Tunner, corteggiatore di Kit. Kit e Port sono una coppia ormai stanca che cerca nuovi stimoli nell’esotismo africano. Dopo essersi traditi a vicenda, i due si liberano di Tunner e proseguono il loro viaggio nell’Africa più profonda. Port muore di tifo in un forte militare mentre Kit diventa l’amante del capocarovana Tuareg a cui chiede un passaggio. Scacciata dalle mogli mentre Belqassim è lontano, Kit finisce malmenata dalla folla del villaggio. Viene ritrovata in un ospedale dai diplomatici americani allertati da Tunner che non ha mai smesso di cercarla, ma la donna preferisce non incontrarlo.



Ilteneldeserto


dopo l’enorme successo de L’ultimo Imperatore Bertolucci gira questo film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore e poeta americano Paul Bowles che partecipa anche alla pellicola, con il ruolo del Narratore: lo scrittore che osserva e interagisce con i suoi personaggi è il quid che mi ha sempre affascinato de Il tè nel deserto.
Sembra che in questa opera Bertolucci tenti di unire le due anime della sua cinematografia: la grandiosità dei paesaggi e l’indagine sulla relazione di coppia, riuscendovi solo in parte: da un punto di vista visivo è molto interessante la prima parte, cromaticamente virata su tutte le sfumature della terra d’Africa dai gialli e i marroni fino ai rossi violenti, molto intrigante il gioco di chiaro scuri (penso alla corsa di Kit con una guida africana nella casbah per trovare l’hotel quando Port si ammala) ma la parte del viaggio in carovana con i reiterati notturni dai grandi spicchi di luna hanno un po’ il sapore pubblicitario.
Anche per quel che concerne la relazione amorosa dei due coniugi non c’è nulla di nuovo: la fuga dalla noia dal “logorio della vita moderna” rappresentata dalle immagini sepiate della metropoli sui titoli di testa per approdare al decadentismo del Nord Africa, nonostante Port e Kit si professino viaggiatori e non turisti, anche per loro sarà praticamente impossibile entrare in contatto con gli indigeni: a partire dalla prostituta che mormorando dolci parole ruba il portafoglio a Port, fino all mezzo linciaggio subito da Kit una volta scacciata dalla casa di Belqassim.
Kit è la vera protagonista del film: scrittrice di poche fortune trascinata in Africa dall’amore per il marito, un compositore che ha perso l’ispirazione e ormai animato solo dal cupio dissolvi; è lei stessa a definirsi una via di mezzo tra il viaggiatore e turista nel celebre dialogo; Tunner è il simbolo dell’occidente soddisfatto nella propria ignavia, anche se durante la ricerca di Kit prende le distanze dai mostruosi Lyle; la relazione che Kit ha con lui non rappresenta nulla, nata sull’onda di un’ubriacatura da champagne per superare la paura del viaggio in treno. La catarsi e l’elaborazione del lutto avviene con Belqassim, puro amore fisico senza possibilità di dialogo: se all’inizio del viaggio Kit e Port hanno un baule da viaggio, dopo la morte di Port la donna riparte solo con una valigia e alla fine torna al punto di partenza senza nulla se non gli abiti che indossa, un viaggio alla ricerca di sé sottolineato dall’unica battuta che il Narratore scambia con il suo personaggio: “Ti eri persa?”.

Il segreto del Tibet

Werewolf of London
USA 1935 Universal
con Henry Hull, Warner Oland, Valerie Hobson, Lester Matthews, Lawrence Grant, Spring Byington, Clark Williams, J.M. Kerrigan, Charlotte Granville, Ethel Griffies, Zeffie Tilbury
regia di Stuart Walker



Il segreto del tibet


Il botanico Wilfred Glendon è in Tibet per cercare un fiore che cresce con il favore della luna. La pianta si trova in una valle isolata dove le guide non lo vogliono accompagnare e anche un missionario sconsiglia di proseguire il viaggio. Glendon insiste nel raggiungere la vallata e trova il fiore ma viene ferito da una mostruosa creatura. Tornato a Londra lo scienziato trascura la giovane moglie per dedicarsi agli studi della Mariphasa lupina lumina, in una delle poche occasioni sociali organizzate dalla moglie incontra il dottor Yogami interessato alla Mariphasa in quanto unica cura per la licantropia. Inoltre Yogami rivela a Glendon di averlo già a conosciuto e che a Londra ci sono attualmente due lupi mannari. Glendon intuisce che l’essere che lo ha aggredito in Tibet era Yogami in versione licantropa. Alla prima luna piena Yogami ruba i fiori della pianta mentre Glendon senza antidoto si trasforma in lupo mannaro seminando il terrore in città. Quando Yogami tenta nuovamente di rubare la mariphasa, Glendon lo uccide poi volge i suoi istinti belluini sulla moglie che si è avvicinata a un vecchio spasimante…


Il segretodel Tibet


Il segreto del Tibet non è il primo film di licantropi in assoluto ma è il primo film che la Universal dedica al lupo mannaro, data la poca qualità dell’opera il film viene spesso dimenticato in favore del seguente film del 1941 che ha per protagonista Lon Chaney Jr.
Cause dell’insuccesso furono la scelta del protagonista, l’attore Henry Hull che rifiutò il pesante trucco pensato da Jack Pierce e riproposto poi da L’uomo lupo.
Pesò anche l’uscita quasi in contemporanea con La moglie di Frankenstein attesissimo sequel di successo.



Il segretodel Tibet


Costruito come gli horror dell’epoca, Il segreto del Tibet non riesce molto a mischiare l’elemento comico della la zia petulante e le vecchie ubriacone con la trama drammatica che forse è quella più debole. Il confronto tra i due licantropi, entrambi “mad doctor” che si sono infettati in nome della scienza, poteva essere interessante invece si limita alla battaglia per procurarsi il fiore di mariphasa, antidoto alla trasformazione senza approfondire le personalità dei due personaggi.



Werewolf of london


Più che il cotè horror resta interessante quello fantascientifico: il macchinario che crea il raggio lunare per far fiorire la mariphasa anche fuori dal Tibet e soprattutto il marchingegno che permette a Glendon di vedere su uno schermo chi si avvicina al suo laboratorio: un’anticipazione del videocitofono.
Buono, anche se privo di particolari slanci, l’uso delle luci, delle ombre espressioniste e una grande attenzione per le immagini riflesse, simbolo per eccellenza del doppio.