Edward mani di forbice

Edward Edward Scissorhands
USA 1990 20thCenturyfox
con Johnny Depp, Winona Ryder, Vincent Price, Dianne Wiest
regia di Tim Burton

In una giornata poco fruttuosa, la venditrice Avon, Peggy Boggs, decide di salire fino al castello che domina la città. Vi trova uno strano ragazzo, Edward che al posto delle mani ha delle lame di forbice. Intenerita, Peggy lo porta a vivere a casa sua e ben presto Edward diventa l’idolo della città per i suoi talenti nell’arte topiaria e come acconciatore ma con altrettanta facilità il ragazzo viene considerato pericoloso e costretto a isolarsi nel castello fingendo la propria morte.

Edward mani di forbice è il film che consacra definitivamente le peculiarità autorali di Tim Burton, fino a quel momento noto per aver diretto il primo capitolo della trilogia di Batman interpretata da Michael Keaton.
Avevo visto il film in sala nel 1991 ma non mi era più capitato di rivederlo interamente e con attenzione; a oltre vent’anni di distanza la pellicola si conferma sempre di ottimo livello e si possono notare molti spunti che l’autore avrebbe sviluppato in seguito. Ad esempio possiamo riconoscere nei macchinari che l’inventore ha creato per fare i biscotti le sembianze dei personaggi di Nightmare before Christmas mentre la complessità del marchingegno verrà elevata a fantasmagoria pura ne La fabbrica del cioccolato. La soffitta in cui si rifugia Edward ricorda quella in cui Victor ridà vita al suo cagnetto in Frankeweenie.
Anche l’allora quasi esordiente Johnny Depp si conferma camaleontico e ho notato un’ispirazione per il personaggio di Edward che fino a questo momento mi era sfuggita: se il look deriva da Robbie Smith dei Cure, l’espressione stralunata sembra riprendere il personaggio di Pee-wee Herman, star della tv per bambini americana bruciato da uno scandalo sessuale e di cui Tim Barton nel 1985 aveva diretto il primo lungometraggio Pee-wee’s big adventure.
Danny Elfmann che come sempre firma le musiche delle opere di Burton firmerà anche la colonna sonora delle Disperate Housewives ed è interessante notare quanto la curiosità morbosa e il clima venefico di Wisteria Lane sia già presente nelle casalinghe raccontate nel film.

Edwardmdfneve

In Edward mani di forbice tutti i temi della teoretica burtoniana sono espressi con delicatezza ma anche con estrema chiarezza: un mondo perfettamente omologato ispirato agli ottimistici anni ’60 dove l’ordine esteriore nasconde la mediocrità, se non la cattiveria dei suoi abitanti, un castello torvo e cadente che nasconde un giardino perfettamente curato, simbolo della purezza d’animo e della fantasia del suo strambo abitante.
La fantasia del protagonista riflette quella del regista e la scena della danza sotto la neve resta una delle scene più poetiche delle opere di Burton.
Da menzionare il magnifico cameo di Vincent Price nei panni dell’inventore che ha portato in vita Edward e morto prima di potergli regalare un paio di vere mani, penultimo ruolo sul grande schermo della grande star del brivido.

Cry Baby

CryBaby USA 1990
con Johnny Depp, Amy Locane, Susan Tyrrell, Ricki Lake
regia di John Waters

La bella e ricca Allison s’innamora di Wade, meglio noto come Cry Baby, cantante dalla lacrima facile, capo di una banda di ribelli (drapes) rock’n’roll tutti brillantina e giubbotti di pelle.
L’amore tra i due è ostacolato dal ragazzo regolare (square) di Allison e da una svampita innamorata di Cry Baby che sostiene di aspettare suo figlio ma il vero amore alla fine riuscirà a trionfare.

John Waters rilegge gli anni 50 nel suo solito stile grottesco citando parodisticamente American Graffiti e Grease con la consueta dicotomia tra i belli, ricchi e stronzi e i brutti, poveri ma dal cuore d’oro ricongiunta dai due protagonisti che sanno vedere oltre le loro barriere sociali.
Il film è divertente ma non ha più la forza dirompente ed eversiva delle pellicole con Divine, scomparso nel 1988.
Se la stella del regista si appanna, inizia a splendere quella di Johnny Depp qui al primo ruolo da protagonista, profeticamente alle prese con freaks e disadattati che, a partire dal film seguente, Edward mani di forbice sarebbero stati la base del favoloso connubio tra la star e Tim Burton.

The Lone Ranger

1_Loc_TheLoneRanger_300dpi Oggi è il cinquantesimo genetliaco, strombazzato su tutti i social, del divino Johnny Depp, nato a Owensboro nel Kentucky il 9 giugno 1963.
Invece di rievocare la sua brillante ed infinita carriera volgiamo lo sguardo al futuro e gettiamo un’occhiata sul suo prossimo film, The Lone Ranger, in uscita nelle sale italiane il 3 luglio 2013.
Nella pellicola Depp interpreta Tonto, un indiano Comanche errante che, cacciato dalla sua tribù, cavalca da solo alla ricerca dei due uomini che hanno causato la rovina del suo villaggio, fino al fatidico incontro con il giovane avvocato ferito John Reid (Armie Hammer), che lui stesso trasformerà nel Lone Ranger.
The Lone Ranger è una produzione Disney/Jerry Bruckheimer che ripresenta la squadra vincente della saga de I Pirati dei Caraibi: il produttore Jerry Bruckheimer, la regia di Gore Verbinski e Johnny Depp protagonista.
Il trio fortunato intende ora rivitalizzare il mito del Ranger Solitario creando un film elettrizzante, caratterizzato da azione e umorismo, in cui il celebre eroe mascherato acquista una nuova dimensione. Il guerriero indiano Tonto racconta la storia inedita che ha trasformato John Reid, un uomo di legge, in un leggendario giustiziere, trasportando il pubblico in un’epica girandola di sorprese in cui i due improbabili eroi, spesso impegnati in comici alterchi, combatteranno fianco a fianco contro l’avidità e la corruzione.
Accanto a Johnny Depp nel cast di The Lone Ranger troviamo un’attrice con cui l’attore si è trovato spesso a recitare nelle opere del regista Tim Burton, con cui l’attore forma un imbattibile sodalizio dall’inizio della sua carriera. L’attrice in questione, moglie di Burton, è l’inglese Helena Bonham Carter, impegnata in una delle sue caratterizzazioni sopra le righe: questa volta sarà Red Harrington, bizzarra figura dall’acconciatura esagerata, i modi diretti e una gamba d’avorio, proprietaria di una impresa ambulante che organizza feste mondane.

Auguri a Pierce Brosnan

Piercebrosnan 60 anni per uno degli attori che ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore, Pierce Brendan Brosnan, nato a Drogheda, in Irlanda il 16 maggio 1953. Si trasferisce a Londra con la madre a metà degli anni ’60 dove studia recitazione al Drama Centre.
Il debutto sia sul piccolo che sul grande schermo avviene nel 1980: in quell’anno lavora non accreditato in Assassinio allo specchio e Il giorno del venerdì santo ma è la televisione ad accorgersi di lui e dopo la partecipazione a diverse serie, Brosnan dal 1982 al 1987 è protagonista di un telefilm di grande successo anche in italia Mai dire sì (titolo originale Regminton Steele) che mescola giallo e scaramucce amorose tra Laura Holt, un’investigatrice privata che aprendo una sua agenzia non riesce a trovare clienti perché discriminata in quando donna. Si inventa allora un capo fittizio e sempre assente, Regminton Steele. Un giorno, però un truffatore (Brosnan) si presenta come il vero Regminton Steele sapendo di non poter essere smentito. Inizia un rapporto di odio e amore tra i due protagonisti e un divertente approccio alle storie gialle con Laura Holt che deve coprire i danni del presunto capo: sovente Steele rischia di mandare a monte le indagini per le sue gaffes ma spesso si riscatta da solo per la sua grande passione per il cinema classico che gli permette di trovare analogie tra i fim che tanto ama e i casi che gli si presentano.

Regmintonsteele


Sul finire di Mai dire sì Brosnan si riavvicina al grande schermo, nel 1986 è l’antropologo impazzito per colpa delle bande metropolitane di vampiri nel suggestivo Nomads.
Sempre in quell’anno l’attore viene preso in considerazione per sostituire Timothy Dalton nel ruolo di 007, il contratto che ancora lo legava alla serie Mai dire sì e il rischio di creare un James Bond troppo simile a Regminton Steele fa slittare l’appuntamento con l’agente segreto più celebre e longevo del mondo di quasi un decennio. Nel frattempo l’attore è in lizza per il ruolo di Bruce Wayne nel Batman del 1989 firmato da Tim Burton. Il regista si ricorderà di lui per il ruolo dello scienziato pazzo Donald Kessler in Mars attacks! del 1996.
Tra i diversi titoli di cui l’attore è stato protagonista prima di iniziare l’avventura di 007 va ricordato sicuramente Il tagliaerbe, il film di fantascienza diretto da Brett Leonard nel 1992 e ispirato a un racconto di Stephen King, che è stato tra le prime pellicole ad affrontare il tema della realtà virtuale.
007goldeneye Dal 1995 al 2002 Brosnan diventa il protagonista del capitolo più tecnologico della saga di 007 interpretando quattro pellicole: GoldenEye del ‘95, 007 – Il domani non muore mai nel 1997, 007 – Il mondo non basta del 1999 e 007 – La morte può attendere nel 2002. Il contratto di Brosnan però non fu esclusivo e tra un James Bond e l’altro l’attore poté girare altri film: oltre alla collaborazione con Burton in Mars Attacks! del 1996, ricordiamo il catastrofico Dante’s Peak – La furia della montagna del 1997 sull’eruzione violentissima di un vulcano, Gioco a due (1999) remake de Il caso Thomas Crown diretto da John McTiernan. Il sarto di Panama del 2001 per la regia di John Boorman.
Brosnan ha anche un’invidiabile vena comica che corre lungo la sua filmografia ed esplode nel 2008 in Mamma Mia! la versione filmica del musical tratto dalle canzoni degli Abba.
Sul versante thriller lo ricordiamo nei panni del losco uomo politico Adam Lang nel bellissimo L’uomo nell’ombra diretto nel 2010 da Roman Polanski.
L’ultimo film uscito in sala dell’attore è Love Is All You Need (2012) diretto da Susanne Bier ma, stando alla sua scheda imdb c’è una mezza dozzina di opere in pre o post produzione che vedono Pierce Brosnan tra i protagonisti.

Il grande e potente Oz

Ilgrandeepotenteoz Kansas, 1905: Oscar Diggs, in arte Oz, è un mago da fiera imbroglione e donnaiolo che, per sfuggire alle ire di un marito geloso, viene trasportato da un tornado nel fantomatico regno di Oz dove una profezia annuncia l’arrivo di un potente mago che salverà il regno dal dominio della Strega Cattiva. Abbagliato dalle ricchezze e dal miraggio del trono, Oz si spaccia per l’eroe atteso ma innanzitutto bisogna capire qual’è a strega cattiva tra Theodora, Evanora e Glinda, figlia del precedente sovrano..

Sam Raimi dirige il prequel del celeberrimo Il Mago di Oz per la Disney. Cito la casa di produzione perché penso sia responsabile dell’omologazione senza guizzi de Il grande e potente Oz a film dalla confezione lussuosa, colorata dove il colore digitale provoca meraviglia ma povera di contenuti anche a causa di una lunghezza eccessiva. Lo zampino Disney è evidente nel castello di Glinda che riproduce fedelmente il tipico castello delle fiabe Disney mentre la Città di Smeraldo si ispira a Metropolis, non il capolavoro di Lang ma l’anime di Rin Taro del 2001. Continuando l’elenco dei rimandi, ricordiamo che la Disney aveva prodotto anche Alice in Wonderland di Tim Burton e i titoli di testa sono debitori allo stile burtoniano e anche Oz sarebbe stato un personaggio perfetto per Johnny Depp, fortunatamente James Franco, che regge tutto il film da solo, fa ben presto dimenticare l’ingombrante modello.
Resta la fedeltà al capolavoro del ‘39 con rovesciamenti speculari dei personaggi: a Dorothy , l’uomo di latta, lo spaventapasseri e il leone fanno da contraltare Oz con la bambola di porcellana, Finley e una Glinda inizialmente titubante del proprio potere. C’è poi la trasformazione fisica di Theodora nella Strega Cattiva dell’Ovest ed in alcuni momenti si riesce a ricostruire l’atmosfera da technicolor anni 40.
L’indubbia fedeltà filologica sembra rientrare nell’ondata di riscoperta del cinema delle origini (The artist, Hugo Cabret) così vediamo il nostro eroe ingegnarsi e migliorare il kinetoscopio di Edison dando vita all’unica riflessione degna di nota del film sul potere dell’illusione.

Frankenweenie

Frankenweenie

Victor è un ragazzino solitario con una grande passione per la scienza. Il suo migliore amico è il suo cane, Sparky; purtroppo il cane viene investito da un auto ma Victor riesce a rianimarlo grazie all’energia dei fulmini. Quando i compagni di scuola di Victor scoprono il suo esperimento, cercano emularlo per vincere l’agognato premio di scienze.

Nel remake del corto che nel 1984 lo portò alla ribalta (nonostante il licenziamento della Disney), Tim Burton gioca a citare i suoi grandi successi: le belle villette residenziali di Edward mani di forbice, i poster di Mars Attacks! ma di quelle pellicole manca tutto lo spirito delicato dell’attenzione per il freak isolato dalla comunità. Il villaggio di New Holland è abitato da soli freaks: i compagni di scuola di Victor sono in nuce i padri dei più terribili mostri horror del cinema classico. Se Victor rianima Sparky per amore verso il proprio fedele amico a quattro zampe, gli altri ragazzini lo fanno solo per agonismo, per vincere il premio di scienze. Passa un messaggio, anche giusto, di rispetto verso la natura con i suoi ritmi di vita e di morte che però lascia intendere che anche la resurrezione di Sparky ha un che di sbagliato per cui il lieto fine suona posticcio mentre si reitera una melensaggine strappalacrime tipica della Disney (non per niente il film in programmazione al cinema è Bambi) ma lontana dal mondo burtoniano.
L’occasione persa è l’analisi del rapporto con il padre, in fondo Sparky viene investito per colpa sua: Mr. Frankenstein costringe il figlio a giocare a baseball affinché esca dal proprio isolamento e durante la partita accade l’incidente a Sparky.
Quando poi Victor accetta la morte del cane è proprio il padre a convincerlo a rianimarlo nuovamente, cosa che ritengo incongruente.
Burton si limita a costruire una sarabanda di mostri parodiando i classici Warner con esiti anche divertenti ma insufficienti a soddisfare chi (come la sottoscritta) gli perdona anche il suo ormai consueto manierismo

La bottega dei suicidi

Labottegadeisuicidi In una metropoli sempre più grigia, come l’umore degli abitanti, il numero dei suicidi cresce in maniera esponenziale. Ne trae profitto solo la famiglia Tuvache che da generazioni vende prodotti per rendere più agevole il momento del trapasso. La nascita del terzo figlio, Alan, un inguaribile cuor contento, metterà in crisi gli affari di famiglia e farà affiorare i dubbi di coscienza dei Tuvache.

Patrice Leconte si cimenta con il cartone animato in questa commedia nera ispirata al romanzo di Jean Teulé.
L’uscita italiana della pellicola stata anticipata da un certo clamore perché la censura aveva vietato il film ai minori di anni 18 in quanto affrontava il tema del suicidio con estrema leggerezza. Il divieto è stato ritirato pochi giorni prima dell’uscita in sala. Sorvoliamo sulla miopia dei censori e consideriamo l’episodio come una buona pubblicità per un film che avrebbe rischiato di passare inosservato dato che in Italia vige anche la miopia degli esercenti che, se un film è a cartoni animati è da intendersi esclusivamente per l’infanzia e quindi riservato solo agli spettacoli pomeridiani e al massimo al primo serale.
Io ho trovato il film piuttosto divertente, ammetto la mia passione per l’humor nero. Mi appassiona anche Tim Burton e non ho trovato il lavoro di Leconte così dipendente dal modello burtoniano, sia nel disegno che nella presenza di un elemento diverso in seno a una famiglia: sinceramente a Tim Burton, non ho pensato proprio, anzi ho trovato alcuni elementi di interessantissma originalità nel segmento in cui Mishima e Lucrece Tuvache confessano la loro coscienza tomentata e la canzone diventa pretesto per una fantasia di chiaro stampo surrealista.
Sicuramente il film non è un capolavoro e a fiaccarlo sono soprattutto le troppe canzoncine di matrice disneyana che riempiono il film (chissà perché nei cartoon debbono sempre cantare?) però non è neppure una storia banale e su di me la psicologia al contrario dell’esaltazione di elementi lugubri con lo scopo opposto di affossarli ha funzionato e sono uscita di sala con il buonumore.

Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno

Da quando, otto anni prima, Batman si è assunto le colpe di Due Facce diventando un reietto, Gotham City gode di un periodo di calma e prosperità ma nuvole fosche si stanno addensando all’orizzonte mentre Bruce Wayne si è isolato nella proprietà di famiglia. La sua assenza favorisce un tentativo di scalata alle industrie Wayne e la città finisce in mano a Bane, un truce mercenario che rivela la verità su Dent/Due Facce e tiene Gotham sotto la minaccia di un esplosione nucleare..

Cavaliere-Oscuro-Il-Ritorno

Se è già notevole che una trilogia finisca senza snaturarsi, Nolan compie il miracolo (riuscito solo al Signore degli Anelli) di concludere in crescendo il suo trittico su Batman terminandolo con quello che a mio parere è il capitolo più riuscito dell’intera saga in cui si raggiunge l’equilibrio ottimale tra la riflessione autoriale e l’action necessaria a una storia di supereroi (penso alla notevole sequenza aerea iniziale).
La manipolazione della verità è uno dei temi fondamentali della teoretica di Nolan fin dai tempi di Memento dove va ricostruita come un puzzle, per arrivare a sfalsarla tra i vari piani di realtà in Inception passando per il capolavoro del regista, The prestige. La riflessione sulla menzogna è fondamentale anche nella trilogia di Batman: nel primo capitolo vediamo un uomo che sceglie di nascondersi dietro a una maschera per diventare un simbolo che scuota le coscienze, nel secondo episodio si altera la verità per permettere al bene di vincere mentre in quest’ultimo capitolo la verità sembra apparentemente trionfare svelando l’inganno su Dent ma la menzogna aumenta in modo esponenziale perchè è attraverso un’enorme bugia sull’innesco della bomba che Bane governa con pugno di ferro Gotham.
L’adesione della vicenda di Batman al nostro presente diventa totale ne Il Cavaliere Oscuro il ritorno dove la recessione economica e i vari Occupy assumono una dimensione apocalittica che coniuga il futuribile di Mad Max (il look di Bane per certi versi me lo ricordava) con reminiscenze della rivoluzione d’Ottobre (la distruzione delle case ricche ricorda certe foto del Palazzo d’Inverno devastato) e quella francese (l’allucinato Cillian Murphy assiso su un altissimo scranno pare uscito dal segmento sul Terrore del Napoleon di Abel Gance). Sperando che il film non sia profetico, nella figura di Bane si adombra un notevole populismo che si aggira anche nei nostri confini patri. “Questa è una borsa valori, non c’e’ niente da rubare!” esclama un broker e Bane prontamente gli risponde “Allora tu che ci fai qui?”.
Nolan però è autore molto complesso per proporre un’opera che si legga solo al negativo. La lettura positiva sembra ispirarsi alla frase di Brecht Beato il paese che non ha bisogno di eroi e infatti Batman è sempre più assente dai snodi fondamentali della vicenda: è il Commissario Gordon a disinnescare la bomba, un uomo normale, insignificante di mezz’età con gli occhiali e i baffi ingrigiti. Se Bane incarna il populismo, il commissario diventa il simbolo dell’impegno positivo dell’uomo della strada che si mette in gioco e non si chiude nel proprio egoismo indifferente.
Tornando al lato squisitamente comics del film, non si può tacere della bella prova di Anne Hathaway come CatWoman, certo la sua eroina deve il nome alla destrezza felina nel furto che la accomuna al Gatto di Caccia al Ladro, niente a che fare con la resurrezione burtoniana della CatWoman di Michelle Pfeiffer. Nonostante questo anche una burtoniana come la sottoscritta ha apprezzato la sensualità dell’attrice e l’attualità del personaggio.

Dark shadows

Darkshadows Nella seconda metà del ’700 la famiglia Collins si trasferisce nel Nuovo Mondo ed impianta nel Maine l’impresa ittica di famiglia; gli affari prosperano e il villaggio prende il nome di Collinsport. Barnabas Collins è l’erede di questo impero ma commette l’errore di avere una tresca con una cameriera, Angelique. La ragazza che si è innamorata follemente, è una strega e quando vede Barnabas innamorarsi di Josette induce la ragazza al suicidio, maledice la famiglia e trasforma l’amato in un vampiro facendolo poi rinchiudere in una bara. Nel 1972 durante dei lavori stradali, Barnabas viene accidentalmente liberato dalla sua tomba prigione e si reca a casa dove trova gli eredi dei Collins sull’orlo della rovina mentre Angelique ha prosperato a loro spese ma la strega sarebbe ancora disposta a dividere il suo impero con l’indimenticato Barnabas..

Per la sua ultima fatica Tim Burton si ispira a una serie televisiva americana andata in onda sul finire degli anni ‘60, il risultato è un divertissement che ha innanzitutto il merito di ridare dignità gotica alla figura del vampiro dopo lo scempio che ne ha compiuto la saga di Twilight: come al solito non si può non amare lo sventurato Barnabas ridotto a vampiro dal maleficio di Angelique ma come sempre Burton non esita a mostrarci il lato oscuro del suo eroe, costretto ad uccidere brutalmente gli operai che lo hanno liberato dalla secolare prigionia per soddisfare l’attrettanto secolare sete di sangue. Si può parteggiare per un vampiro che uccide e dissangua senza la deviazione etica di Twilight o The Vampire Diaries o True Blood in cui i vampiri buoni scelgono di rifiutare il sangue umano e si limitano a quello animale o a dei surrogati. Dark Shadows andrebbe apprezzato solo per il fatto di aver rimesso le cose a posto una volta per tutte!
Il film non sarà una delle vette burtonianie ma personalmente la gioia di ritrovarmi nel mondo di Burton batte il rischio del manierismo e ritrovo con piacere certe espressioni di Edward Mani di Forbice sul viso nuovamente pallido del Barnabas di Johnny Depp e apprezzo anche che la nuova fidanzata appena trasformata trascolori in un volto assai simile a quello de La sposa cadavere. Tim Burton, comunque, non si limita ad aggiornare la sua galleria di personaggi strambi e mostri dal cuore umano, Dark Shadows indaga il tema dell’amour fou con il tormentato personaggio di Angelique Bouchard, strega divorata dall’”odi et amo” odiosa e disperata, ottimamente interpretata da Eva Green.

This must be the place

Thismustbetheplace Cheyenne, una rockstar che faceva musica dark negli anni ‘80, si e’ ritirato in un esilio dorato in Irlanda dopo che due fans si sono suicidati su (presunta) istigazione dei suoi testi. Quando il padre, con cui non parlava da oltre trent’anni, muore, Cheyenne torna a New York e cerca di portare a termine la ricerca che aveva ossessionato la vita del genitore: scovare il nazista che, quand’era internato ad Auschwitz, lo aveva umiliato.

Per mesi ho avuto davanti agli occhi il faccione di Sean Penn truccato da dark e solo nell’inquadratura iniziale in cui si trucca ho colto la derivazione del look di Cheyenne da quello di Robert Smith dei Cure, invece quando ho visto Paolo Sorrentino a Che tempo che fa ho pensato che fosse pettinato come Tim Burton e in effetti Cheyenne per certi versi mi ha un po’ ricordato Edward mani di forbice: il maniero che sovrasta il sobborgo, la disponibilita’ che Cheyenne dimostra verso la gente comune da cui viene accettato nonostante l’aspetto bizzarro, l’ingenuita’ del personaggio che pian piano scopriamo essere meno stordito di quel che appare a prima vista ma ben piu’ saggio e furbo, insomma si impara ad amarlo e solo il cinismo di Sorrentino poteva architettare un happy end cosi’ tremendo in cui distrugge la figura che ci ha insegnato ad apprezzare. Per tutto il corso del film ho pensato che sarei tornata a rivederlo in sala ma ora non so se ho la forza di rivedere l’adulto che prende il posto dell’uomo bambino: la vendetta richiede la perdita del candore e dell’ingenuita’ e quell’uomo del finale, oltre a fumare, prima o poi si comprera’ anche un cellulare: fine terribile di una fiaba.
Se non fosse per la cinica zampata finale, This must be the place sarebbe il “solito” road movie con cui un regista europeo racconta gli States, con la sua pletora di personaggi bizzarri e paesaggi sterminati (per altro questi film sono sempre belli) ma a parte il finale che mi ha fatto sanguinare il cuore, in questa pellicola torna ad esaltarsi il gusto eccezionale per la composizione dell’immagine di Sorrentino che non era stato piu’ cosi’ centrale nella sua economia filmica dai tempi de Le conseguenze dell’amore.