LA 15° edizione de L’isola in collina , la manifestazione dedicata a Luigi Tenco nel suo paese natale, Ricaldone, ha avuto un esordio davvero strepitoso: al pomeriggio l’inaugurazione del museo dedicato al cantautore morto suicida nel 1967 durante il Festival di Sanremo e a seguire lo spettacolo musical-teatrale Tenco a tempo di tango, scritto da Carlo Lucarelli.
Ci si poteva aspettare un’indagine sulla misteriosa fine del cantante che ha riportato recentemente anche alla riesumazione del cadavere, invece Lucarelli, che ha introdotto lo spettacolo con il suo solito stile, ha preferito puntare l’attenzione su un viaggio in Argentina che Tenco fece nel gennaio del 1965, immaginando che dopo la morte dell’artista un poliziotto italiano venga inviato a Buenos Aires per indagare se nella capitale argentina ci sia qualche traccia che possa far luce sulla tragica e misteriosa morte del cantante..
Adolfo Faina, questo il nome dell’investigatore, incontra Angela, una cantante che lavora nel locale frequentato da Tenco ai tempi del suo soggiorno argentino e la donna gli rivelera’ cose che piu’ che alle indagini, attengono ai misteri del cuore umano…
Una piece di grande impatto che mischia la comicita’ strampalata di Adolfo Margiotta (il poliziotto) con il temperamento della bella e brava Mascia Foschi, sostenuto dalla rilettura delle canzoni di Tenco in chiave tanghèra che ben si adatta alla musicalita’ e ai testi malinconici del cantautore piemontese eseguite da un ottimo gruppo musicale guidato da Alessandro Nidi.
Lo spettacolo ha debuttato in anteprima nazionale al Festival teatrale di Borgio Verezzi ed ora continua in tournée estiva: se vi capita non fatevelo assolutamente scappare!
Categoria: Spettacoli
Il fiume rubato
Martedi’ sera sono andata a vedere l’anteprima dello spettacolo teatrale Il fiume rubato, che racconta la dura battaglia degli abitanti della Valbormida contro la mostruosa Acna di Cengio.
La piece e’ una riduzione del libro Cent’anni di veleno di Alessandro Hellmann; si tratta di un bell’esempio di teatro civile, un monologo alla Paolini per intenderci, che ha molto colpito il pubblico, non tanto perche’ il Bormida e’ uno dei due fiumi che cinge Alessandria, ma perche’ racconta una storia che e’ andata avanti oltre cento anni: l’originaria fabbrica di dinamite che da subito ha iniziato a scaricare nel Bormida e’ stata infatti costruita nel 1892, poi nel corso dei decenni si e’ trasformata in una fabbrica di coloranti e schifezze varie, solo nel 1997 si e’ giunti alla definitiva chiusura dell’impianto ed ora si sta procedendo alla bonifica del territorio.
Quella che si racconta e’ una tragica guerra tra vittime, tra i contadini che volevano difendere i loro campi e gli operai che difendevano il posto di lavoro, che regolarmente costava loro la vita (oltre ad inquinare la fabbrica non ha mai brillato per l’efficenza delle norme di sicurezza) il tutto tra l’indifferenza dello Stato sempre schierato dalla parte dei piu’ forti e la sorte subita dai presidianti del fiume negli anni ’80 ricorda molto da vicino i fatti di Genova 2001.
Lo spettacolo sara’ presentato al Salone del Libro di Torino domenica 7 maggio alle ore 16, ve lo consiglio caldamente.
Daniele Formica – Il teatro e’ finzione
Niente di meglio che una serata a teatro per uscire dalle paturnie elettorali: ieri la stagione teatrale del Comunale di Alessandria si chiudeva con lo spettacolo di Daniele Formica che ha divertito lo scarso pubblico presente in sala; le capacita’ ironiche e affabulatorie di Formica non sono certo state scoraggiare da questo fatto e con il sarcasmo che lo contraddistingue, l’attore ha raccontato del suo rifiuto alla proposta di partecipare a L’isola dei famosi, rinunciando a una vetrina che sicuramente avrebbe fatto riempire i teatri che stanno ospitando la sua tournee’ (ma da quanto ho capito ha partecipato all’ultimo film di Mel Gibson sui Maya).
Lo spettacolo e’ una bella alchimia tra monologo e improvvisazione tanto che ho avuto l’impressione che alla fine da dietro le quinte sia arrivato il consiglio di mettere un freno alla sua straripante dialettica che aveva incantato il pubblico: personalmente sarei stata altre due ore ad ascoltarlo mentre faceva rivivere i grandi del teatro italiano partendo dal monologo del Riccardo III di Shakeaspeare (Ora l’inverno del nostro scontento..) che Formica ha interpretato alla maniera di tutti i grandi da Gassman ad Albertazzi, da Romolo Valli a Carmelo Bene, fino ad arrivare alle versioni di Paolo Stoppa o ad immaginare quella di Aldo Fabrizi; il monologo shakespeariano in realta’ era solo il pretesto per dar vita ad un’ affettuosa storia del teatro italiano che raccontando teneramente vizi e debolezze di grandi artisti ne metteva in risalto le grandi qualita’ artistiche ed umane (ad esempio non sapevo che Vittorio Gassman ha inventato il teatrotenda, portando cosi’ i classici fuori dai paludati templi della cultura e avvicinandoli al pubblico piu’ popolare, che magari era a rischio di abbiocco, ma il pericolo veniva scongiurato dalla roboante voce di Gassman).
Uno spettacolo molto intelligente e divertente che con leggerezza racconta la storia di cinquant’anni di teatro italiano e il rapporto controverso tra teatro, dove si paga per andare a sentire delle bugie, sapendo che ti verranno raccontante e la televisione dove si tenta, magari gratuitamente, di spacciare per verita’ assoluta le fandonie piu’ impensabili.
Ovunque proteggi tour
Ieri sera sono andata a sentire Vinicio Capossela in concerto: entusiasmante.
La prima parte dello spettacolo e’ stata dedicata alla presentazione del nuovo album, Ovunque proteggi, e Capossela ha giocato molto con i toni misterici e fantastici del nuovo disco presentandosi sul palco vestito da mammutones da passeggio come si e’ definito lui stesso, mentre su uno schermo alle spalle dei musicisti si proiettavano giochi di ombre cinesi.
E’ stato uno spettacolo estremamente immaginifico dove l’artista ha incantato con le sue doti di intrattenitore e affabulatore, soprattutto nella seconda parte del concerto quando alle canzoni del passato si intercalavano raccontini e giochi col pubblico: alla fine di Corvo Torvo abbiamo gracchiato tutti insieme (alla faccia dei piccioni di Povia!) e visto che gracchiare non e’ entusiasmante, Vinicio ha deciso che abbaiare era molto meglio, quindi il teatro si e’ trasformato in un covo di persone ululanti e ringhianti: estremamente liberatorio.
Da vero animale da palcoscenico ha ironizzato su una delle sue canzoni piu’ belle (la mia preferita in assoluto) Con una rosa, e dopo circa tre ore di spettacolo rutilante, a luci gia’ accese e il pubblico gia’ in piedi, dopo la sferzata di energia de Il ballo di San Vito, Capossela ha chiuso con la canzone che da il titolo al nuovo album, Ovunque proteggi: non sono una grande frequentatrice di concerti, ma ho trovato puttosto inusuale, anche se generoso e coraggioso, che un cantante "butti via" la canzone di punta dell’album che sta promuovendo, ma fortunatamente Vinicio Capossela non e’ schiavo delle regole del mercato.
Il ponte di San Louis Rey
Paolo Poli e’ un ricordo sbiadito che appartiene ai tempi alla televisione in bianco e nero, epurato dagli schermi ben prima che le epurazioni televisive diventassero di moda e per lo scandalo delle sue opere teatrali e’ un nome televisivamente impronunciabile ancora oggi.
Ieri sono andata a vedere lo spettacolo che sta portando in tournee, Il ponte di San Louis Rey ed ho adorato la verve leggera e sfrontata che e’ peculiarita’ delle produzioni teatrali di Poli: un’arguto divertissemant su testi alti (la piece e’ tratta da un romanzo di Thornton Wilder e vengono citati Calderon de La Barca e Shakeaspere di cui la badessa del convento delle Rose di Lima, uno dei personaggi interpetati da Poli, apprezza, piu’ che la storia del principe danese con tutto quel veleno nell’orecchio e negli anelli, pazzi finti e veri, quella del negro dove un fazzoletto cade e scoppia la tragedia) mischiati alle pantomime del teatro "basso" con balletti e canzoncine e a ciniche freddure che nella trasgressiva televisione odierna sarebbero beepate clamorosamente come la battuta "I poveri sono cosi’ sfortunati che se la merda valesse oro non avrebbero il buco del culo" pronunciata sempre dall’irriverente badessa.
Caustico e immaginifico con i balletti delle Parche o un coro di gattini che ci riportano alla grandezza della commedia dell’arte e al vero significato del Carnevale e del teatro stesso, se si pensa al continuo cambio di fondale a scena aperta.
Grandissimo Paolo Poli, da vedere almeno una volta nella vita: io mi sono comprata anche il dvd con altre sue due opere teatrali, e vi consiglio di leggere questa spassosa intervista .
Le sorelle Materassi
Quest’anno per combattere fattivamente i tagli contro la cultura ho fatto un piccolo abbonamento (solo sei spettacoli) a teatro, c’e’ stato un periodo felice in cui da persona bennata e acculturata avevo un palco per tutta la stagione teatrale di quella splendida bomboniera che e’ il Teatro Civico di Tortona, assistendo cosi’ a spettacoli bellissimi, abitudine interrotta quando le dive televisive scoprirono il teatro: fremo ancora di preoccupazione al ricordo di una gigantesca Valeria Marini che avvolgeva in uno stritolante abbraccio il partner non alla sua altezza (fisica) in una versione teatrale di Nata ieri!
Martedi’ scorso sono ritornata al Comunale di Alessandria dopo una lunga latitanza ed e’ con piacere che ho riscoperto il brusio della sala in attesa, il suono del campanello che avverte l’inizio dello spettacolo; con rassegnazione ho ritrovato anche le signore impellicciate a cui continuo mentalmente ad augurare fini degne dei loro cappotti, ma questo e’ un altro discorso.
Le sorelle Materassi e’ un classico della letteratura italiana
portato con brio sul palcoscenico da Marina Malfatti e Simona Marchini
perfette nel loro fitto dialogo da comari e tenerissime nel loro cieco
amore per il nipote che le riduce sul lastrico.
La regia dello
spettacolo e’ di Mario Monicelli e la mano sarcastica del vecchio leone
della commedia all’italiana si sente, con allusioni sessuali e
politiche che certo mancavano nella versione cinematografica del 1943
firmata da Ferdinando Maria Poggioli ed interpretato dalla mitiche sorelle
Gramatica e Massimo Serato.
La presentazione di Dvd Fox Studio Classics
Lunedi’ 7 novembre a Milano, al cinema Apollo, si e’ svolta la serata di presentazione della nuova collana dedicata al cinema classico americano della 20th Century Fox che con l’uscita dei Dvd Fox Studio Classics festeggia quest’ anno i 70 anni di attivita’.
L’evento era presentato da Paolo Limiti, il rosso presentatore sfoggiava una capigliatura meno sgargiante del solito, non saprei dire se il fatto fosse dovuto alle luci o ad un inopinato cambio di tintura; la loquela invece era la solita ma probabilmente il nostro eroe andava a braccio e spesso nel tentativo di magnificare la grandezza della 20th finiva per perdere il filo.
Tra i diversi ospiti del conduttore, figurava Giancarlo Giannini che si e’ vantato di essere il colpevole che ha fatto pervenire il copione di Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti alle major che da questa chicca del cinema italiano sono riuscite a tirar fuori l’orrido Il profumo del mosto selvatico, ma fra tutti spiccava la grande Anita Ekberg che non ha risparmiato battute velenose alle innumerevoli sosia di Marilyn li’ rappresentate dalla ex moglie di Limiti, Justine Mattera.
La serata si e’ conclusa con l’esibizione delle star nascente della musica italiana, Dolcenera che ha cantato tre brani: Love me tender, Bye bye baby e Aquarius, se l’interpretazione e’ stata piu’ che soddisfacente gli errori stavano negli spezzoni di film proiettati sullo schermo mai troppo inerenti alla canzone, tanto che mentre andavano le note di Bye bye baby, Marilyn si esibiva in Diamond’s Are A Girl’s Best Friend.
Ray Gelato and his Giants
Sabato scorso Ray Gelato
e la sua orchestra si e’ esibito ad Asti, davanti a qualche migliaio di
persone: quale prova migliore del successo della trasmissione di Arbore
Meno siamo e meglio stiamo che ha (ri)lanciato lo swing in
Italia? Del resto chi conosceva l’artista gia’ in precedenza e’ stato
molto probabilmente , come la sottoscritta, un seguace di D.O.C., il meno conosciuto tra i programmi televisivi di Renzo Arbore.
Quello che sorprende e’ l’energia trascinante dei concerti di Ray
Gelato: si inizia a tenere il ritmo seduti sulla sedia e poi ci si
ritrova a scatenarsi sotto il palco in mezzo alla folla il piu’
eterogenea possibile: dall’azzimato cinquantenne ascoltatore di jazz,
al ventenne con mezzo metro di dread.
Da provare almeno una volta nella vita!
L’uomo dai mille sogni

Ho trovato lo spettacolo teatrale di Arturo Brachetti veramente bello.
Vagamente autobiografico e venato di malinconia, prende spunto
dalla vendita della casa d’infanzia dell’attore per riportarlo nella
vecchia soffitta che da bambino era il suo rifugio, dove la fantasia
regnava sovrana.
Oltre ai sempre stupefacenti trucchi e velocissimi cambi d’abito
Brachetti ha incantato il pubblico con illusioni molto semplici ma di
sicuro effetto: le ombre cinesi, i vari personaggi creati manovrando la
falda di un cappello. Parrebbe quasi una regressione della sua arte
raffinata , invece e’ una semplificazione necessaria ai fini del
racconto per sottolineare quanto il gioco e il sogno siano fondamentali
per l’arte stessa.
Un ragazzino sensibile e dal ricco mondo interiore non puo’ che
rimanere affascinato dal cinema e la seconda parte dello spettacolo e’
tutta un sentito omaggio al mondo dell’illusione per eccellenza,prima
con un carosello divertente e divertito di i personaggi piu’ famosi e
le scene piu’ celebri dell’immaginario cinematografico: dal Grande
Dittatore alla Dorothy del Mago di Oz che lancia le scarpette rosse al
cagnolino Toto per zittirlo dal mugolare Somewhere over the raimbow da Darth Fenner al balletto di Singing in the rain, non prima che l’ombrello abbia sostituito il coltellaccio nella scena della doccia di Psyco
e Biancaneve abbia incontrato una colomba sofferente di enterite e
abbia soddisfatto le sue manie di pulizia usando un coniglietto per
risolvere il misfatto.
Dopo questo centone , un commosso omaggio a Federico Fellini, che
Brachetti, dice nello spettacolo, incontro’ da bambino al circo mentre
stava facendo delle riprese ed ecco allora nascere da un semplice gesto
i clowns, Gelsomina e le donne di 8e1/2, mentre il Rex parte per il suo viaggio.
Sono fuori dal tunnel.. del Caparezza

Si arriva al Thunder Road intorno alle dieci: i parcheggi sono pochi, il nome e
il prezzo piuttosto popolare sono di sicuro richiamo. Alle 22.30 una piccola
folla e’ gia accalcata davanti all’ ingresso sotto la pioggia battente e il
vento sferzante, nell’ora che occorrera’ per riuscire ad entrare la situazione
di scanzonata pazienza si fa piu’ tesa: e’ arrivata altra gente che spinge, non
rispetta la fila.
Alle 23.30 esatte inzia il concerto come da programma,
nessun ritardo per dar modo a chi e’ fuori nella calca di riuscire ad entrare:
gli ultimi perderanno almeno 15, 20 minuti di concerto. L’organizzazzione si e’
rivelata pessima, probabilmente Caparezza non sa nulla della situazione per cui
sale sale sul palco accolto dalle note del suo tormentone: nemmeno la boy band
piu’sprovveduta brucerebbe cosi’ il pezzo forte e infatti e’ solo un refrain
come nella migliore tradizione sanremese.
Si inizia con Nel paese dei
balordi e Capa porta un naso finto, prosegue con Dagli all’untore e
asperge il pubblico: per ogni canzone c’e’ un elemento caratterizzante.
Caparezza salta e occhieggia per tutte le 14 canzoni dell’album piu’ qualche
pezzo del precedente lavoro, ma non scatta nessuna magia, neppure durante
Follie preferenziali che e’ certo il brano migliore.
Del resto il
giovane pubblico e’ piu’ impegnato a lavorare di videotelefono che ad
ascoltarlo: una ragazzotta si consulta con l’amica ad ogni canzone, se e’ il
caso estrare il telefonino, registra la musica e dopo aver digitato un titolo
ripone coscienziosamente l’ammennicolo, pronta a riestrarlo pochi minuti
dopo.
Dal canto suo Caparezza e’ evidentemente impegnato a far fruttare la
sua gallina delle uova d’oro:Sono fuori dal tunnell e’ la nuova sigla
diZelig che e’ ricominciato proprio ieri e lungo il concerto lascia
cadere distrattamente i nomi di Bisio e l’Incontrada, durante il pezzo in
questione indossa una maglietta con scritto “non scaricate la mia suoneria”:
deludente risposta del nuovo fustigatore dei costumi nazionale al mondo dello
spettacolo che lo sta fagocitando.
Tornata a casa apro il vassoio del cd e
sostituisco Caparezza con Il suicidio del samurai dei Verdena.