Thank you for smoking

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Nick Naylor lavora per la lobby del tabacco: affidandosi alla sua sciolta parlantina cerca di convincere media e consumatori che il fumo non e’ poi cosi’ nocivo e nel suo lavoro e’ veramente bravo, tanto da diventare il cocco del grande capo della Big Tobacco, ma il suo lavoro presenta anche dei pericoli: verra’ rapito per essere ucciso con la nicotina, rilasciata dai numerosissimi cerotti antifumo che gli verranno applicati sul corpo.
Un altro colpo basso gli arriva dalla giornalista che, dovendo scrivere un articolo su di lui, non esita a sedurlo per carpirgli tutti i segreti, ad esempio che gli unici amici che ha sono altri due lobbisti con cui forma il gruppo dei “mercanti della morte” e cioe’ il portavoce della lega per le armi e la rappresentante della lobby dell’alcol.
Il nemico peggiore di Naylor e’ pero’ il senatore Ortolan Finisterre che vorrebbe far apporre sui pacchetti di sigarette teschio e tibia come sulla candeggina..

Una commedia intelligente che non ha paura di colpire sotto la cintura del politically correct facendo sbellicare dalle risa lo spettatore con una raffica di battute ciniche.
In molti sottolineano il fatto che il film parli di sigarette senza che ne venga mai accesa una, se non in un immagine di repertorio tratta dal film Iwo Jima, deserto di fuoco dove John Wayne si accende una sigaretta. Argomentare tutto il tempo su un’azione che non viene mai mostrata puo’ sembrare paradossale, ma il tema del film non e’ l’apologia del fumo, piuttosto una feroce satira contro tutti i fanatismi che portano dalla parte del torto anche le piu’ valide battaglie salutiste. Da leggere in quest’ottica anche il rapporto che Nick tenta di ricostruire con il figlio dodicenne che vive con la madre: non e’ una botta di sentimentalismo che edulcora la trama ma l’esemplificazione di un rapporto fatto di dialogo e liberta’ di scelta.
ThankyouforsmokingFondamentale il ruolo rivestito dall’industria cinematografica per creare l’appeal di un prodotto: se Naylor nel suo tentativo di riportare le sigarette nei film incontra un manager di product placement sopra le righe, interpretato da Rob Lowe riesumato per un giorno dal discredito in cui ancora giace, molto piu’ folli sono i propositi del senatore Finistirre di “migliorare la storia” ritoccando (e in che modo!) le foto in cui i grandi divi del passato fumano.
Ottimo il cast su cui primeggia Aaron Eckhart finalmente uscito dal girone dei comprimari, che ha la giusta faccia da schiaffi per questo ruolo.
Il regista esordiente Jason Reitman, figlio d’arte (il padre diresse il celeberrimo Ghostbusters) sa maneggiare con cura una materia cosi’ esplosiva e dimostra grande scioltezza anche nell’uso della macchina da presa sfruttando in maniera esemplare fermo immagine e split screen.
Notevoli anche i titoli di testa che riproducono la grafica di varie marche di sigarette.

Time

TimeSeh-hee e’ follemente gelosa di Ji-woo, il fidanzato con cui sta da due anni: teme che lui si stanchi di lei e la lasci per un nuovo amore. Ossessionata da questa paura la ragazza decide di sparire per affidarsi alla chirurgia plastica e costruirsi un nuovo volto con cui tornare nella vita di Ji-woo e conquistarlo nuovamente..

Sono molto sorpresa dal silenzio che circonda Time: Film tv ne ha rimandato la recensione per anticipare quella di Superman Returns che si apre dicendo di non leggerla se non si e’ ancora visto il film (allora non potevi aspettare una settimana, mi chiedo?) ed anche i cineblogger tacciono su questo che si rivela uno scomodo Kim Ki Duk.
Certo, il film non ha la perfezione rigorosa di Ferro 3, ma la sua tormentata imperfezione ben riflette un tema complesso come quello dell’amore, declinato ai nostri tempi.
I protagonisti di quest’opera sono giovani che potremmo definire “di tendenza”, ossessionati dalle immagini, dalle mille foto che cercano di fermare i momenti piu’ belli del loro amore e per giunta il ragazzo e’ computer grafico (lo vediamo elaborare al computer proprio Ferro 3).
Le paure che diventano ossessioni per Seh-hee sono tipiche di una generazione di ragazze che si vede sfuggire l’amore di mano per la passione, o meglio la curiosita’ per un nuovo corpo, per qualcuno che sappia dare nuove emozioni.
Il ricorso alla chirurgia plastica e’ un altro rimando ai nostri tempi e la figura del chirurgo plastico ha quasi la valenza di un demiurgo mefistofelico a cui far ricorso nei momenti di necessita’; un supporto del tutto inutile pero’, come dimostra l’ultima immagine del film che da’ un andamento circolare alla vicenda.
Su questa trama complessa si innesta la grande capacita’ del regista coreano di creare immagini poetiche e simboliche, aiutato dall’ambientazione nel parco delle sculture di Baemigumi, sull’isola di Mo.

Time

Ci sono grossi rimandi alla cultura occidentale: Magritte, evocato nelle scene in cui la protagonista si copre il viso con un lenzuolo, la simbologia della maschera: da quella che la ragazza porta quando e’ convalescente, alla foto del suo vecchio volto, per arrivare alla mitologia greca: una scena in cui la ragazza, alla ricerca del suo amore, si illude di trovarlo in un fotografo, il dialogo tra i due si svolge con un alternanza di luce continuamente accesa e spenta, ricordando il mito di Amore e Psiche; ma c’e anche una grossa autoreferenzialita’: dalla gia’ citata scena del montaggio di Ferro3, al poster di Wild animals alla parete, alla scena di Seh-hee che, mentre matura la propria decisione, cammina sulle foto che scandiscono la sua storia con Ji-woo, cercando di tornare all’inizio, proprio come la protagonista de La Samaritana seguiva i sassi gialli.

Domino

DominoDomino Harvey figlia dell’attore inglese Laurence Harvey e di una celebre modella, abbandona il dorato mondo del jet set per diventare una bounty hunter..

La pellicola prende spunto dalla storia vera della “trasgressiva” Domino, trasgressiva nel senso piu’ banale del termine: una VIP che lascia il suo dorato background per impantanarsi nello sporco mondo dei cacciatori di taglie e’ quanto di piu’ inconcepibile esista per l’occidentale medio, basti pensare al fatto di cronaca che ha dominato l’estate italica, il modesto cameriere che ha rifiutato una cospicua eredita’.
Su questo accenno di biopic Tony Scott innesta una complicatissima vicenda di soldi rubati girata secondo lo stile cinematografico piu’ cool del momento che omaggia le pellicole anni’70 (da Tarantino all’ultimo Rob Zombie, per citare due che lo sanno usare) con l’aggiunta di tutto il ciarpame televisivo imperante, dal videoclip sculettante al reality show.
Mi e’ parso lampante l’intento del regista di ritentare il colpaccio che gli riusci’ negli anni ‘80 con Miriam si sveglia a mezzanotte e Top Gun che definirono l’estetica di un decennio, ma la stigmatizzazione del XXI secolo fatta di dipendenza televisiva e verita’ falsate e destrutturate sono troppo per il furbastro Scott che finisce per girare una versione dopata e incazzosa di un telefilm dei primissimi anni ‘80, Professione Pericolo.
Del resto il cote’ televisivo dell’opera di Scott e’ sottolineato dalla presenza di due attori simbolo della tv, gli Steve e David di Beverly Hills 90210 nei panni di loro stessi, mentre il mafioso Cigliutti e’ sempre un retaggio della famosa serie, lo impersona Stanley Kamel, che in Beverly Hills era il mandante dell’omicido del padre di Dylan nonche’ il genitore del suo grande amore, Tony.
Su questa base televisiva si innesta un cast cinematografico di tutto rispetto come Jacqueline Bisset ed il sempre perfetto Christopher Walken. Dei protagonisti che dire? Per una sopravvissuta degli anni ‘80 il volto liftato di Mickey Rourke e’ un colpo al cuore, per quanto riguarda la bella Keira, non mi pare che faccia qualcos’altro, oltre che sbattere gli occhioni e socchiudere in maniera sexy la boccuccia.

Cars – Motori ruggenti

Cars Saetta McQueen e’ la promessa piu’ talentuosa della Piston Cup: potrebbe entrare nella storia vincendo il campionato da esordiente. Purtroppo il successo lo rende arrogante: non ha amici ed anche il team tecnico e’ decisamente stufo del suo fare presuntuoso. Mentre si sta trasferendo in California per l’ultima gara, Saetta scivola fuori dal camion che lo sta trasportando, il fedele Mack, e uscito dall’autostrada si perde nel deserto; finisce a Radiator Spring una cittadina tranquilla che sopravvive ai bordi della Route 66, la gloriosa strada madre d’America ora dimenticata in favore della piu’ rapida autostrada.
Saetta viene costretto a ripare i danni che ha causato alla cittadina con il suo turbolento arrivo: riuscira’ ad arrivare in tempo alla gara piu’ importante della sua vita?

Tecnicamente il film della Pixar e’ raffinato e perfetto, come testimonia l’inizio stupefacente. All’esemplare riproduzione del mondo delle corse si unisce l’inappuntabile umanizzazione delle automobili (la figura umana e’ totalmente bandita); la genialita’ del film di Lasseter sta proprio nell’utilizzare le macchine, simbolo di velocita’, consumo ed inquinamento, per raccontare una storia che celebra la gioia di godersi il viaggio, prestando attenzione alle piccole cose e alla bellezza del panorama, mitizzando un tempo andato “quando la strada seguiva il paesaggio” invece di deturparlo per far posto alle autostrade.
Lo script invece e’ il punto debole di questo film, che resta indubbiamente molto bello, ma la vicenda procede senza scossoni verso l’ovvio happy end e si nota qualche calo di ritmo nei (forse eccessivi) 116 minuti di durata della pellicola; in ogni caso va riconosciuto alla Pixar il merito di esser stata in grado di uscire dall’ormai consueto gioco delle citazioni cinematografiche, tipico di tutti i film di animazione degli ultimi anni: a parte una citazione da La guerra dei mondi di Spielberg che compare in un sogno ad occhi aperti di Saetta, si preferisce dare spazio alle atmosfere ed uno dei momenti piu’ belli del film e’ gioco sul gotico americano, corrente secondo la quale la provincia nasconde mostruosita’ ed orrori, con l’ingresso in campo della mietitrebbia Frank che per me e’ stato il momento piu’ esilarante del film.
SergefilmoreOttime le caratterizzazioni dei comprimari: piu’ che la Cinquecento gialla Luigi, fan sfegatata delle Ferrari, mi sono piaciuti i due amici/nemici: Sarge, l’integerrima jeep della seconda guerra mondiale (che nel finale terra’ un corso di sopravvivenza per Suv moderni) che battibecca sempre con Fillmore, il classico pulmino Wolksvagen dei figli dei fiori che vende carburante biologico fatto in casa.
Come sempre, da seguire fino alla fine i titoli di coda che tra l’altro riservano una divertente celebrazione dei vent’anni della Pixar rivisitando in chiave automobilistica alcuni dei piu’ grandi successi della casa d’animazione.

Altra tradizione rispettata e’ quella di far precedere il film da un corto, in questo caso One man band racconta la storia di due suonatori ambulanti che si contendono il soldino di una bambina con fantasmagoriche esibizioni delle loro abilita’ strumentistiche, ma al solito chi troppo vuole..
Esilarante.
Ratatouille Altra chicca e’ il primo trailer cinematografico di Ratatouille, il film d’animazione del prossimo anno che ha per protagonista un topo gourmet che non accetta di nutrirsi di rifiuti ma preferisce una vita pericolosa pur di assaggiare le prelibatezze dei migliori ristoranti parigini.

Saddam

Saddam Antonio Lo Russo e Mauro Lojacono sono due italiani che lavorano in Iraq per una societa’ americana che fornisce servizi paramilitari: il primo e’ uno scafato ex militare, che ha gia’ avuto esperienze simili in Kossovo, mentre il secondo e’ un ragioniere finito in Iraq attratto dai forti guadagni; i due si ritrovano in missione nel carcere di Abu Grahib col compito di vigilare una cella dentro la quale e’ rinchiuso un pezzo grosso della dittatura irachena, forse lo stesso Saddam. La curiosita’ e il desiderio di guadagnare ulteriormente facendo uno scoop fotografico all’ex dittatore si fara’ sempre piu’ forte nelle 48 ore della missione..

Un film spiazzante e a suo modo geniale perche’ per non svelare l’abberrante colpo di scena finale (forse anche profetico) e’ quasi impossibile anche parlarne. Il film ha dei difetti che pero’ visti alla luce del finale trovano una loro giustificazione e di nuovo risulta difficile capire se fossero voluti o se i pochi mezzi di questa piccola ma interessante produzione italiana trovano redenzione nel ribaltamento finale: personalmente non rimanevo cosi’ sorpresa dalla prima volta che ho visto Il pianeta delle scimmie.

il sito del film

il teaser

Kyashan – La rinascita

Casshern Non sapevo che il film fosse tratto da un’anima del 1973, passata anche dalla televisione italiana: non l’avevo mai vista ne’ sentita nominare; ma un sospetto che il film fosse tratto da un cartone o da un fumetto lo avevo avuto in sala: tendeva a filosofeggiare e la filosofia, al cinema, ultimamente e’ solo appannaggio dei comics!

Dopo oltre 50 anni di guerra tra Europa e Federazione dell’Est, la vittoria degli orientali porta alla nascita della federazione di Eurasia, ma il pianeta e’ ormai al collasso a causa di fortissimo inquinamento chimico e batteriologico. Il dottor Azuma cerca fondi per i suoi studi sulle neocellule che potrebbero salvare l’umanita’, mentre suo figlio Tetsuya decide di arruolarsi per combattere i terroristi. Nello stesso giorno in cui si dovrebbero celebrare i funerali di Tetsuya, tornato cadavere dalla guerra, un fulmine colpisce le vasche in cui sono immerse le parti di corpi su cui Azuma conduce gli esperimenti: gli arti si riuniscono e danno vita a una nuova razza, i Neoroidi che, vedendosi attaccati, ben presto dichiarano guerra all’umanita’. Nel frattempo il Dr. Azuma immerge il corpo del figlio nel liquido delle vasche e Tetsuya rinasce con dei superpoteri..


KyashanLaRinascita

L’esordiente Kiriya, dal videoclip passa alla direzione di un kolossal dalla trama molto complessa e farraginosa che prende spunto da un’anima del 1973, passata anche su qualche televisione privata italiana nei primi anni ’80.
C’e’ molta carne al fuoco, forse troppa, che distrae dalla positivita’ del messaggio di rifiuto della guerra e del razzismo, la riflessione sulla ricerca genetica, temi sviluppati anche cercando spunti altisonanti in Shakeaspeare (i costumi e i discorsi dei Neoroidi) e Frankenstein; cosi’ lo spettatore finisce per non appassionarsi alle vicende, spesso aggravate da una pesante verbosita’.

Casshern

A salvare il film da un giudizio totalmente negativo e’ la magnificenza dell’impatto visivo: le scenografie costruite con la computer grafica (il film e’ girato in live action, come fu per Sky Captain and the World of Tomorrow, con gli attori che si muovono davanti ad uno schermo blu), le scenografie, dicevo, non sono futuribili come ci si potrebbe aspettare, ma rimandano alla grandiosita’ delle architetture nate sotto i totalitarismi del XX secolo: pagode cinesi, colonne fasciste, statue che avrebbero fatto la gioia di Hitler, accostate con uno stile che richiama il fotomontaggio fotografico (una derivazione dal collage) della Russia degli anni ‘30-’50.
Anche per le tecniche di riprese, assistiamo ad una miscellanea di ogni tipo possibile: bianco e nero, viraggi seppia, sovraesposizioni, ecc.. il tutto messo al servizio delle emozioni della storia, quelle che, ahime’ purtroppo latitano, ma per chi e’ in cerca di un’esperienza visiva, Kyashan puo’ riservare delle interessanti sorprese.

recensione pubblicata su ImpattoSonoro

American Dreamz

AmericandreamzMentre il Presidente degli Stati Uniti, rieletto al secondo mandato, scopre il fascino della lettura dei giornali, nella nazione e nel mondo il programma piu’ seguito e’ American Dreamz un reality show canterino guidato da un presentatore senza scrupoli sempre alla ricerca di nuovi mostri per tenere alto lo share: in finale arriveranno una biondina senza scrupoli fidanzata con un reduce di guerra ed un terrorista pasticcione che dovrebbe sfruttare l’occasione per uccidere il Presidente, giurato d’onore..

Il film porta la firma di Paul Weitz, regista di opere irriverenti e tardo adolescenziali come American Pie, poi passato alle commedie About a Boy e In Good Company, quindi non bisogna aspettarsi un capolavoro di satira graffiante e cattiva.
Fatta questa doverosa premessa, il film risulta godibile nel mettere alla berlina gli orrori prodotti dall’era mediatica, facendo la parodia di un celeberrimo programma della televisione americana, American Idols, una via di mezzo tra La corrida e Amici di Maria de Filippi nostrani.
Come il presidente americano al secondo mandato (un bravo Dennis Quaid che fornisce un’ottima imitazione del presidente Bush) mettendosi a leggere riscatta la sua dipendenza dal Segretario di Stato (un Willem Defoe reso quasi irriconoscibile dal trucco) che lo manovra al punto di suggerirgli i discorsi tramite un auricolare, cosi’ i punti di forza del film stanno tra le parole: da un punto visivo il film non dice nulla di particolare, anzi ci sono alcuni momenti in cui il ritmo si spezza, ed anche la figura del cinico presentatore lascia trapelare degli sguardi di stanchezza o di smarrimento (la scena iniziale in cui viene lasciato dalla fidanzata) che forse vorrebbero dire di piu’ di quel che e’ richiesto al personaggio.
Invece e’ interessante il nome della protagonista, Sally Kendoo, la cui sonorita’ del cognome lascia intuire il suo destino: e’ una che puo’ riuscire a fare tutto, persino dire si’ in diretta televisiva alla proposta di matrimonio del fidanzato che non ama piu’ da tempo; anche il testo della sigla della show e’ emblematico quei “dreams with the z”, piu’ che a riferirsi ad uno slang sono letteralmente sogni di ultima categoria e le battute piu’ incisive rischiano di passare inosservate: ad esempio uno sponsor, del programma e’ una casa automobilistica che costruisce “i SUV due volte piu’ grandi di quelli in circolazione, perche’ e’ di quello che avete bisogno”.
Diverte, anche se e’ un po’ troppo buonista, la visione dei terroristi a loro volta succubi del fascino mediatico: il terzetto che contatta Omer in America mi ha ricordato, fatte le debite proporzioni, i tre agenti russi perfettamente integrati a Parigi che l’ispettore Ninotchka viene a controllare nell’omonimo film di Lubitsch.

Tre giorni d’anarchia

TregiornidanarchiaNei primi di luglio del 1943, Giuseppe torna al paese in licenza premio per aver conseguito la laurea; il 9 luglio gli Alleati sbarcano in Sicilia e gli abitanti del paesino si illudono che la fine della guerra sia imminente ed in attesa che arrivino fisicamente i “liberatori” iniziano a mettere in piedi la democrazia..

Vito Zagarrio, studioso di cinema alla sua terza regia, si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti per mettere in scena questo film che racconta l’illusione della liberta’: la speranza che gli americani portassero veramente la democrazia, salvando il popolo dall’oppressione del latifondo e della mafia, un’illusione che dura solo tre giorni, tre giorni terribili e magnifici.
Terribili perche’ non mancheranno le rivalse sui fascisti: il primo gesto del popolo liberato e’ quello di abbattere il busto del Duce che domina la piazza (ricorda qualcosa?). E magnifici per il senso di speranza che a volte riesce anche a contagiare lo spettatore, che pure sa che la Storia avra’ un altro corso.
In quei giorni fatidici il protagonista prende coscienza di se’: figlio del veterinario antifascista, ora moribondo, Giuseppe viene eletto capo del paese per acclamazione, anche se non e’ del tutto desideroso di prendersi questa responsabilita’; dato il suo potere, il giovane viene “corteggiato” dal ricco latifondista e dal capomafia e non sara’ facile per Giuseppe mantenere la propria integrita’, come non sara facile scegliere tra le due donne per cui batte il suo cuore: la bella e disinibita figlia del padrone o la maestrina battagliera ed impegnata.
Non tutto scorre perfettamente nel film, ma e’ innegabile l’impegno del regista e del cast, in gran parte siciliano: accanto alla prova degna di nota di Enrico Lo Verso, si segnala Tiziana Lodato nei panni della maestra e un inconsueto Nino Frassica nel drammatico ruolo del farmacista corrotto.

Verso il Sud

VersoilsudHaiti, fine anni ‘70: mentre il paese e’ vittima degli orrori della dittatura, un albergo di lusso e’ un paradiso per agiate ed agee’ signore americane che possono contare sulla piacevole compagnia di aitanti giovanotti locali, ma il piu’ ricercato di tutti e’ il bellissimo Legba…

Forse troppa carne al fuoco per questo film che affronta un tema pruriginoso come quello del turismo sessuale femminile, raccontato attraverso le parole di queste donne che sfuggono alla noia, al perbenismo della civilta’ occidentale per concedersi una vacanza di pura evasione alla ricerca del piacere, dimenticando la bellezza che svanisce, la difficolta’ di instaurare un rapporto concreto con un uomo. Parole piene di un inconscio razzismo per cui i neri dell’America del Nord non verrebbero mai presi in considerazione, mentre in questi bellissimi giovani di colore, le signore trovano un qualcosa in piu’, che dovrebbe nascere dal rapporto con una natura incontaminata, completamente dimentiche del potere del denaro, anche quando giocano a fare le “donne moderne” che non si vergognano a pagare, come ostenta Ellen.
Con uno stile molto distaccato e quasi documentaristico il regista Laurent Cantet spalanca una finestra sulla psicologia di queste donne, facendole raccontare la loro storia mentre guardano direttamente in macchina, Charlotte Rampling (Ellen) ci regala col suo monologo un pezzo di bravura assoluta, quando, gli occhi persi nel vuoto, esprime il suo punto di vista, con parole che, senza volerlo, scoprono abissi di solitudine nella sua vita a Boston, forse lasciando intuire anche un passato violento.
Il film mostra dei cedimenti quando vuol illustrarci anche l’altro alto della medaglia, la vita degli haitiani e in particolare di Legba, la sua indifferente indolenza che lo fa amare da tutte le donne straniere, la sua vicenda sara’ molto drammatica ma i motivi resteranno imperscrutabili: se questo alone di mistero doveva squarciarsi improvvisamente sia per lo spettatore che per le sue clienti dell’albergo, allora alcuni episodi che lo riguardano andavano tagliati, altrimenti la sua figura andava approfondita, concedendo anche a lui, come ad Albert, il direttore dell’albergo, un monologo che raccontasse la sua vita e le sue scelte.

Un po’ per caso, un po’ per desiderio

Seguendo l’esempio della nonna che amando il lusso ma non potendoselo permettere, aveva deciso di viverci in mezzo facendo la cameriera al Ritz, Jessica lascia Macon per tentare la sorte a Parigi: trovera’ lavoro al Bar des Theatres, luogo d’incontro per artisti e magnati nella prestigiosa Avenue Montaigne..




Unpo'percasounpo'perdesiderio


Come sia venuto in mente ai distributori italiani di trasformare Fauteuils d’orchestre (poltrone d’orchesta) nel chilometrico titolo italiano e’ un discorso a parte, resta il fatto che questa commedia corale e’ un vero gioiellino di leggerezza, capace di gettare uno sguardo originalissimo sul bel mondo, sfuggendo ai cliche’ in cui di solito cadono i film che hanno i ricchi come protagonisti.
Leggerezza che offre anche risvolti filosofici mettendo a confronto la vita ossessiva di chi ha un grande talento, il celebre pianista, l’attrice di grido, ma rischia di farsi stritolare l’esistenza dai meccanismi che il successo comporta, e la serenita’ di chi si accontenta di godere della vicinanza con la grandezza, come la vecchia direttrice del teatro, Claudie, che il giorno della pensione confessa di aver sempre voluto essere un’artista ma non avendo talento si e’ limitata a vivere nel mondo dello spettacolo ed e’ stata felice.
Un po per caso un po' per desiderioOttimo e variegato il cast: da menzionare Valérie Lemercier, divertentissima nel ruolo di Catherine Versen, l’attrice imprigionata dal successo di una soap opera; ma soprattutto Cecile De France, nei panni di Jessica, personaggio in bilico tra Cenerentola e Candido; l’attrice che nel 2003 era stata una credibile psicopatica in Alta tensione, in questa pellicola ha la freschezza sbarazzina che un tempo avrebbe potuto avere Audrey Hepburn.
Altre armi su cui puo’ contare il film sono la buona sceneggiatura che non ha quasi mai cedimenti, i dialoghi frizzanti, una sapiente colonna sonora, uno spruzzo di romance, una punta di malinconia, Parigi.. et voila’! un film delizioso!