Un capolavoro di melanconia ed ironia, l’ultima fatica di Robert Altman.
Traendo ispirazione da un vero programma radiofonico, che da oltre trent’anni sotto la guida di Garrison Keillor (che nel film interpreta se’ stesso) miete grandi successi in America ed e’ trasmesso anche in gran parte del mondo, la pellicola narra l’ipotetico ultimo giorno di messa in onda della trasmissione, cancellata dai palinsesti per l’imminente demolizione dei teatro in cui viene registrata dal vivo, sulle cui ceneri sorgera’ un parcheggio.
Molto bello l’incipit del film: i titoli scorrono su un’inquadratura fissa che rappresenta la tipica immagine rurale del Midwest: l’antenna della radio e un serbatoio dell’acqua in legno, poi quest’immagine trascolora nelle luci riflesse di una pozzanghera davanti ad un locale che pare uscito dal pennello di Edward Hopper (geniale interprete di un’ “altra” America metafisica e solitaria) mentre Guy Noir, il surreale detective dello spettacolo, interpretato da un ottimo Kevin Kline inizia ad introdurci nella storia.
Altri elementi surreali verranno a sottolineare gli aspetti melanconici del film come il personaggio fantastico della Donna Pericolosa, che solo con la sua presenza riesce a creare una dimensione irreale.
Come in molti suoi film, ma il rimando principale e’ Nashville Altman costruisce un film corale dove le storie dei molti protagonisti (tra tutti spicca una svampita Meryl Streep) si intrecciano, rispettando le unita’ aristoteliche di tempo: il film rispecchia la durata della trasmissione radiofonica; e di luogo: tutto e’ girato sul medesimo set, il teatro in cui si realizza il programma, a parte la scena iniziale e quella finale che sono ambientate del bar hopperiano.
Un grande atto d’amore verso un mondo destinato a scomparire, sostituito dalla tecnologia digitale ed il momento in cui tutta la passione di Altman emerge e’ la scena in cui si perde il foglio con lo spot dello sponsor , un nastro adesivo, e gli artisti sul palco si ingegnano ad improvvisare delle storie che esaltino l’utilita’ dell’oggetto, supportati dal rumorista che dev’essere pronto a simulare i suoni piu’ disparati.
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Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti
E’ noto che il cartone “moderno”, si fa amare dagli spettatori adulti parodiando il cinema che ha protagonisti in carne ed ossa; non si sottrae a questa regola neppure la rivisitazione di Cappuccetto Rosso fatta dai fratelli Edwards: l’idea geniale del cartoon in questione sta nel parodiare uno stile di sceneggiatura molto in voga negli ultimi anni, (anche se ha antecedenti famosissimi come Rashomon) in cui i protagonisti scompongono la storia raccontando ognuno la propria versione dei fatti.
L’inizio e’ sempre il medesimo: Cappuccetto Rosso, detta Rossa, va a casa della nonna dove trova il lupo che si cela sotto le sembianze della vecchina e insospettita comincia con le arcinote domande, quando la nonna legata salta fuori dall’armadio ed il boscaiolo armato di accetta irrompe dalla finestra.
A questo punto arriva la polizia della foresta che circondando tutta la proprieta’ con la famigerata striscia gialla del “scene crime” indaga: le prove sarebbero tutte contro il lupo ma l’ingresso sulla musica di Perry Mason del detective Nick detto Gambe (un ranocchio molto sciccoso in pieno stile anni ‘40) e’ il pretesto per ascoltare le varie versioni dei protagonisti ed alcune di queste sono davvero gustose.
La figura di Cappuccetto Rosso, nonostante l’aggiornamento nel look con i piu’ moderni jeans a zampa con perline sotto la mantellina, e’ forse l’anello debole della trama con le sue canzoncine in perfetto stile cartone prima infanzia; anche il colpevole e il giallo che sta mettendo il subbuglio nella foresta risultano piuttosto inconsistenti, il che non impedisce che la pellicola sia estremamente divertente, grazie ad alcuni dei personaggi secondari assolutamente fantastici: lo scoiattolo collaboratore del lupo letteralmente drogato di caffeina e soprattutto il caprone costretto a cantare country da 37 anni per colpa di un incantesimo.
X-men – conflitto finale
Gli umani hanno trovato una cura per annullare i superpoteri degli X-Men e renderli innocui, ovviamente i mutanti non amano molto essere considerati come una malattia da curare: Magneto con la sua Fratellanza vede nella cura un pretesto per scatenare la guerra contro il genere umano, mentre gli allievi del dottor Xavier sono per una mediazione civile; a complicare le cose interviene la resurrezione di Jean Gray, divenuta onnipotente ma completamente instabile: con quali delle due fazioni si schierera’?
Terzo e (forse) conclusivo capitolo della saga tratta dai fumetti Marvel, di cui va segnalato il cambio alla regia: dopo i primi due episodi diretti da Bryan Singer, l’opera passa nelle mani di Brett Ratner.
Lo spunto e’ interessante: l’idea della cura che pure e’ volontaria e non coercitiva, ha forti richiami con la reale condizione del diverso che nella societa’ contemporanea troppo spesso e’ visto con paura, vittima di un indebolimento degli ideali di integrazione razziale post 11 settembre: benche’ l’immagine sia trita, quando Magneto mostra qual’e’ il tatuaggio che lo marchia il brivido d’indignazione non manca.
Altrettanto positivo e’ l’uso degli effetti speciali affidati alla Weta Digital Ltd di Peter Jackson : anche se sono presenti a bizzeffe nella pellicola, sono al servizio della storia e non il punto di forza del film: belli e spettacolari riescono ad integrarsi nella vicenda, moderando i toni da giocattolone ultraesplosivo che caratterizza solitamente le trasposizioni di fumetti sul grande schermo (mi riferisco ad Hulk ed anche a Spiderman).
La trama e’ invece soffre di una certa dispersivita’, forse davvero troppi i personaggi in scena con una parata di star che vedono il proprio ruolo ridotto a poco piu’ di un cameo: e’ il caso di Halle Berry alias Tempesta e di Patrick “Picard” Stewart.
Piuttosto incomprensibile il significato della resurrezione di Jean Grey: il suo personaggio crea solamente un forte senso di aspettativa nello spettatore che attende una sua entrata in scena in grado di determinare le sorti del conflitto. ma cio’ non avviene e a parte qualche cupo sguardo lanciato quando la sua parte cattiva predomina, l’attrice ha ben poco altro da fare.
Nel complesso un film godibile che sapra’ accattivarsi i favori degli amanti del genere.
recensione pubblicata su ImpattoSonoro
Volver
Ho visto finalmente il film di Almodovar, dopo averne sentito parlare benissimo o malissimo.
A me il film e’ piaciuto: sono folgoranti l’inizio e la fine, mentre ammetto che l’episodio del ristorante , che pure ha una sua ragion d’essere nell’economia filmica, deborda troppo e smorza il ritmo nella parte centrale.
Mi e’ piaciuta la declinazione tutta al femminile della famiglia (non certo una novita’ nell’opera almodovariana, anzi uno dei suoi tratti distintivi) ma questa volta e’ interessante il legame con il paese d’origine, quella terra della Mancha dove a causa del forte vento c’e’ il piu’ alto tasso di pazzia di tutta la Spagna: solo in paese simile, dove la follia e’ all’ordine del giorno si puo’ credere che la madre di Raimunda e Sole sia una revenant ed una donna puo’ vestire il ruolo del fantasma per espiare le sue colpe di moglie e di madre.
Il legame con un mondo arcaico, contadino dove le donne risolvono a modo loro questioni di corna e sesso e’ sottolineato dal look di Penelope Cruz che assomiglia in modo impressionante alla Sofia Loren degli anni ‘50; del resto tutto il film e’ un omaggio al cinema italiano degli anni d’oro: la Magnani compare addirittura in televisione in uno spezzone di Bellissima.
Nonostante ci sia il sangue, la carnalita’ (quell’imbottitura sul sedere della Cruz a volte era ridicola tanto era evidente la sua natura posticcia) il film di Almodovar non trasuda passionalita’, ma vira su tonalita’ leggere la natura grottesca e nera della vicenda; ma la distanza dai segreti del passato e’ implicita anche nel titolo: il ritorno, soprattutto quando implica il perdono, smorza l’intensita’ degli avvenimenti trascorsi.
Giustissima la scelta della giuria del Festival di Cannes di premiare l’intero cast femminile.
Romance&Cigarettes
Un giorno Kitty scopre che suo marito Nick ha una tresca con un’altra donna, la sguaiata Tula: per la coppia inizia una vita da separati in casa..
Turturro si inventa un musical proletario nei quartieri di Little Italy dove le cucine hanno assurde carte da parati che alternano mulini a vento con la Tour Eiffel e riprende l’idea vista in Moulin Rouge!, cioe’ quella raccontare una storia attraverso gli evergreen della musica pop, qui con pennellate molto popolari, come la versione anglo-napoletana di Scapricciatiello.
Seguendo il modello dei fratelli Coen, che sono i produttori di questa pellicola, Turturro mette in scena una serie di sciroccati e divertenti personaggi secondari, dall’immancabile Steve Buscemi, al grande Cristopher Walken che se la gioca con la bella prova degli attori protagonisti, la sempre ineccepibile Susan Sarandon, la coraggiosa Kate Winslet ormai abbonata ai ruoli “borderline” ed uno strepitoso James Gandolfini.
Kitch e sboccato, connotazioni non necessariamente negative per un film, Romance&cigarettes ha come limite maggiore la trama poco omogenea con inopinati cambi di ritmo: personalmente poi, odio i film che partono come una commedia e finiscono in dramma, in questo caso ancor piu’ deludente visto che la pellicola si apre con un dettaglio del piede del protagonista addormentato, tra le cui dita una delle figlie infila una sigaretta accesa, scena che credevo fosse una cornice ad un sogno del protagonista, invece era solo la prima bella inquadratura che Turturro non ha avuto cuore di sacrificare all’economia filmica.
Bubble
Martha fa l’operaia in una fabbrica di bambole. E’ grassa, ha piu’ di quarant’anni, nessuna vita sentimentale, solo un padre di cui occuparsi, l’unico legame significativo e’ con Kyle, un collega della fabbrica piu’ giovane di lei; l’assunzione di Rose sconvolgera’ il fragile equilibrio di Martha..
L’eclettico Soderbergh gira il primo capitolo di una serie di sei film a basso costo, filmati in digitale, per indagare la provincia americana piu’ profonda e con essi sperimenta nuove tecniche di mercato facendo uscire contemporaneamente la pellicola al cinema, al videonoleggio e sulla tv via cavo. La sperimentazione distributiva riguarda esclusivamente gli Usa, per cui possiamo commentare solo la qualita’ artistica del progetto.
Il risultato e’ buono, non tanto come film di genere, un piccolo thriller ridotto all’osso, ma per la forte valenza di denuncia sociale e l’opera potrebbe essere riassunta con una battuta, Elephant a Twin Peaks: dal capolavoro lynchiano Soderbergh sembra catturare l’atmosfera straniata della vita in fabbrica (uno stabilimento dove si assemblano bambolotti, oggetti che confermano ancora una volta la propria inquietante natura cinematografica) mentre dal lavoro che Gus Van Sant ha dedicato alla strage di Columbine arriva lo stile di ripresa, incollato ai personaggi che camminano sui tracciati geometrici e ripetitivi della loro follia.
La pazzia di Martha e’ pero’ obnubilata da un’esistenza anonima dove la coscienza di se’ e’ completamente assente, persa nelle giornate tutte uguali, nel pessimo cibo da fast food e nel suo bisogno di rendersi utile agli altri nella speranza di lasciare una traccia, ma dopo l’orrore il piccolo mondo di provincia dimentica in fretta e tutto riprende a scorrere uguale a se’ stesso.
La casa del diavolo
Lo sceriffo John Wydell ha ottenuto il mandato per fare irruzione nella immonda casa dove la famiglia Firefly si dedica alle proprie sadiche passioni; Otis e Baby riescono a sfuggire alla cattura e si mettono in fuga assiema al padre, il Capitano Spaulding, inseguiti da Wydell che mosso da vendetta personale (il fratello e’ stato trucidato dai Firefly) vuole sterminare la famiglia.
Rob Zombie aveva debuttato nel 2003 con La casa dei 1000 corpi , rivisitazione divertita e vitale dei topos horror americani; oggi torna con un sequel in grado di trascendere l’intero genere horror.
Superati tematiche e stili anni ottanta, il regista abbandona il filone del teen-ager movie in cui viene comunemente relegato il genere (neppure un adolescente compare in questa pellicola) e con una messinscena che richiama il free cinema anni ‘70 costruisce un film teso e violento dove le vittime hanno corpi macilenti e sono i giovani e perversi figli del Capitano Spoulding ad incarnare forza e bellezza: del resto ben presto la divisione tra buoni e cattivi scompare nell’economia della trama e tutti i personaggi affondano nella brutalita’ della violenza (ogni riferimento al periodo storico attuale non e’ certo puramente casuale!)
Uno dei prodotti piu’ anarcoidi che poteva realizzare il cinema mainstream in questo momento, cattivo ma non privo di un feroce senso di ironia: piu’ che il siparietto dell’esperto di cinema che litiga con il fan di Elvis, il vero momento cult e’ quando una delle vittime finisce sotto un camion con esiti da cartone animato.
Incontri d’amore
Un coppia matura, appena pensionata decide di ritirarsi a vivere in campagna: l’amicizia con i nuovi vicini, il sindaco del paese, cieco, e la sua giovane moglie li avviera’ allo scambismo.
Un film involontariamente comico per come decide di affrontare un comportamento sessuale effettivamente poco conosciuto (pare sia il primo film a trattare il tema): non siamo di fronte al film erotico e patinato che si sarebbe potuto costruire negli anni’80 e mancano anche le implicazioni “noir” che la manipolazione della coppia piu’ giovane pare esercitare sull’annoiata coppia di cinquantenni.
I due registi, i fratelli Arnaud e Jean-Marie Larrieu decidono di affrontare il tema con un afflato naturalistico degno de L’amante di Lady Chatterley, dove la bella campagna francese esaltata in struggenti albe e tramonti fa da contraltare al percorso sessuale del quartetto, ancor piu’ ridicole le valenze simboliche nascoste dietro ai nomi della coppia “guida” chiamata con i nomi peccaminosi per eccellenza: Adam ed Eva: la donna entra nella storia arrivando da un campo dove sorge un magnifico albero, probabilmente quello della conoscenza? e quando la loro casa prende fuoco i due sono rappresentati piangenti davanti allo sfondo fiammeggiante richiamando la piu’ classica iconografia della cacciata dall’Eden.
Dato che Adam e’ cieco, la scena in cui di notte guida la copia attraverso la foresta diventa l’occasione per un’ardita e risibile scelta stilistica: tenere lo schermo a nero per circa un minuto mentre la voce off del sindaco spiega il percorso da fare.
Allucinanti i dialoghi, ma su tutto brilla una scena di seduzione in bagno degna di un film pecoreccio italiano dei tardi anni ‘70.
L’ideale per una serata goliardica.
Il grande silenzio
Mette un po’ d’ansia entrare in sala per vedere un film che sfiora le tre ore di durata, sapendo che e’ quasi completamente privo di dialoghi e voci umane, ma superato il timore iniziale ci si trova davanti a un oggetto filmico affascinante e di difficile catalogazione.
Innanzitutto il titolo: Il grande silenzio e’ assente perche’ la mancanza di voci e rumori tipici della nostra civilta’ non porta al silenzio, ma alla scoperta di suoni forse dimenticati, anche la stessa sala cinematografica “parla” un suo linguaggio nei primi dieci minuti di proiezione fatto di scricchiolii e assestamenti, di solito occultati dal frastuono della colonna sonora.
Singolare fin nella genesi, Die Grösse Stille: nel 1989 il regista Philip Gröning dopo aver visitato la Grande Chatreuse di Grenoble, casa madre dell’ordine certosino, chiede di poter girare un documentario sulla vita dei monaci, il Priorato rimanda il consenso dicendo che i tempi non sono maturi, 16 anni dopo arriva a Gröning il permesso di girare il film, purche’ il regista lavori da solo e si adegui alla Regola; nasce cosi’ quest’opera che sfugge a ogni definizione : non c’e’ una trama che sostenga i 160 minuti di narrazione, quindi non e’ un “film”, nell’accezione comune del termine; non c’e’ un commento che raccordi i vari momenti, come dovrebbe avvenire in un documentario; l’approccio che il regista pare avere con questo mondo mistico cosi’ lontano dalla nostra concezione della vita sembra quello di un documentario naturalista: alle scene di vita monastica si alternano magnifiche riprese naturali ed il monaco e’ spesso inquadrato da lontano, all’interno della suo ambiente particolare: in alcuni momenti, come quello in cui i giovani frati si svagano in montagna, la figura umana e ‘ marginale alla ripresa, come se fosse un semplice elemento della composizione naturale; a questa tecnica di ripresa il regista alterna il dettaglio sul volto del monaco in meditazione o sul suo corpo perso nell’estasi mistica, ma anche questo approccio entomologico al mondo della clausura viene meno in una scena molto bella quando un frate, terminate le sue orazioni si accorge di essere filmato e guarda in camera sorridendo imbarazzato.
Il regista si limita a mostraci il lato spirituale di questa rigorosa scelta monastica, rubando solo frammenti di un mondo fatto di silenzio e preghiera da dietro una porta socchiusa, e’ forte invece la sottolineatura della totale umanita’ di questi uomini altrimenti incomprensibili, attaverso intensi primi piani degli abitanti della Grande Chatreuse, filmati anche in situazioni in cui lo spettatore puo’ identificarsi: piu’ che la scena dei giovani frati che sciano in montagna, ho amato molto il momento in cui un monaco va a dar da mangiare ai gatti, chiamando a lungo quello che mancava all’appello.
Anche libero va bene
Tommaso ha undici anni, una sorella di poco piu’ grande, Viola, e vive una difficile situazione familiare: la madre, Stefania, e’ incapace di prendersi cura della famiglia e spesso sparisce per inseguire le proprie avventure, tutto il peso della famiglia poggia cosi’ sulle spalle del padre, Renato che non sempre e’ all’altezza di sostenere un ruolo cosi’ impegnativo..
Prima ancora che una famiglia allo sbando cove sono i figli a dover prendersi cura dei genitori, il debutto alla regia di Kim Rossi Stuart vuole raccontare la storia di un ragazzino che sta crescendo, in bilico tra il bisogno di sicurezze dell’infanzia e i primi sguardi critici verso la famiglia, per cui non e’ difficile per lo spettatore riconoscersi nella sofferta solitudine preadolescenziale del protagonista (un sorprendente Alessandro Morace), soprattutto se lo svilupparsi di sensibilita’ differenti lo ha allontanato dal comune sentire della sfera famigliare.
Kim Rossi Stuart si dimostra un regista sensibile ma soprattutto potente: il film non lesina furiosi sfoghi di rabbia o rumorosi giochi che piu’ di una volta fanno sobbalzare dalla poltrona lo spettatore e questi scoppi di energia sono ben lontani dai toni sommessi e minimalisti del cinema italiano contemporaneo.
Forse troppo compreso nella nuova dimensione registica, la prova recitativa dell’attore e’ piuttosto inferiore a quelle a cui ci ha abituati, risultando troppo artificiosa, soprattutto nei toni di alcune battute, anche se il ribaltamento di prospettiva finale potrebbe lasciare intendere l’esagerata affettazione come un segnale della falsa sicurezza di Renato.
Nel complesso un buon esordio che forse pecca di mancanza di coraggio lasciando poco spazio al linguaggio delle immagini: soprattutto nella scena dell’abbandono della gara di nuoto si sarebbe potuto indugiare di piu’ sulla ripresa di spalle del ragazzino.