Giorni e nuvole

Giornienuvole

Il lavoro di Soldini e’ carino e anche interessante sotto certi aspetti, ben recitato e sostenuto da nervosi piani sequenza sullo sfondo di una Genova bella ma un po’ prevedibile. Dove il film mi sembra fallire miseramente e’ nella rappresentazione del tema della perdita del lavoro che puo’ colpire anche segmenti di borghesia che fino a quel momento si sentivano sicuri, e cioe’ nell’argomento portante del film; innanzitutto la vicenda che porta Michele a ritrovarsi senza lavoro e’ poco credibile o quantomeno molto arzigogolata: sarebbe il socio buono (ovviamente di sinistra) di una piccola impresa che si oppone ai licenziamenti dei dipendenti e altre manovre poco etiche e per questo motivo viene fatto fuori dai soci a cui non puo’ far causa perche’ ha dato la casa a garanzia di non si sa bene cosa, mi domando chi possa riuscire ad identificarsi in una storia cosi’ confusa, forse volutamente nebulosa per rafforzare il classico finale aperto che mai mi e’ parso cosi’ ottimista; visto che il protagonista e’ Albanese avrei trovato molto piu’ interessante se nei guai ci si fosse trovato un Perego, costretto a vendere il suv fiammante invece della barchetta understatement.
La famiglia di Elsa e’ Michele e’ messa a dura prova, certo si soffre e alcuni momenti della depressione del protagonista sono anche toccanti, ma la storia e’ raccontata in maniera blanda: sembra quasi che tutto sommato faccia bene questa doccia fredda, aiutera’ i due coniugi a crescere e maturare (lui sei anni prima le aveva fatto pure le corna!) in una Genova indifferente ed algida dove non c’e’ un extracomunitario, tantomeno un cravattaro tutto si ricompone sotto la meraviglia di un affresco quattrocentesco.. nel mondo dei sogni.

Elizabeth – the golden age

Elizabeththegoldenage Mi ero persa il primo capitolo della trilogia dedicata alla regina inglese, cioe’ Elizabeth del 1998 perche’ personalmente troppo legata all’immaginario hollywoodiano classico, in particolare alle due imprescindibili (anche per Cate Blanchett) interpretazioni di Bette Davis ne Il conte di Essex (1939) e Il favorito della grande regina (1955): in due film in cui il rigore storico latita la Davis riesce a restituire la furia volitiva di Elisabetta I, figura che dai film di Kapur esce un po’ troppo angelicata.
Questo secondo capitolo mi intrigava per l’episodio dell’Invicible Armada, affascinante esempio del potere del caso sulla storia umana, cosi’ ho recuperato anche il primo episodio.
E’ sorprendente vedere come anche a distanza di quasi 10 anni, ci sia una grande continuita’ di stile tra le due opere che hanno i difetti tipici dei film storici degli ultimi anni anni: grande rigore storico, perfezione formale e ottima fotografia, qualita’ tecniche a cui pero’ difficilmente corrisponde uno spessore emotivo: personalmente trovo particolarmente noioso la rappresentazione degli arrovellamenti di Elisabetta, divisa tra ragion di stato e desiderio di una vita privata.
La novita’ di Elizabeth, the golden age e’ il richiamo al problema attuale delle guerre mosse dell’integralismo religioso: il regista si muove abbastanza abilmente su un terreno cosi’ pericoloso senza forzare di implicazioni negative il furore cattolico di Filippo II, ne’ caricare positivamente la liberta’ di culto che Elisabetta concede, per quanto possibile, al suo popolo anche se quando la regina compare sul campo di battaglia di bianco vestita e con lunghi capelli rossi, perfetta immagine di una Walkiria, scatta subito l’identificazione con l’emblema della cultura occidentale, che combatte per la sua liberta’.
A salvare il film da una banale distinzione manicheista, interviene la chiave di lettura shakesperiana delle vicende storiche: la tempesta che distrugge l’Invincible Armada non e’ casuale, ma come in un perfetto dramma shakesperiano e’ il contrappeso della ubris spagnola che con un sottile lavoro di intelligence aveva simulato un attentato a Elizabetta facendo figurare come mandante Maria Stuarda che per questo motivo viene processata e condannata alla decollazione; la messa a morte di una regina cattolica diventa il pretesto per l’attacco spagnolo all’Inghilterra. Per essere stato il vero artefice della morte di Maria Stuarda (un po’ troppo stronza per i mie gusti, a cui e’ molto cara la Maria di Scozia del 1936 diretta da John Ford ed interpretata da Katharine Hepburn) il Regno di Spagna viene punito dalla collera divina che fa affondare la sua poderosa flotta, mentre risparmia Elisabetta e l’Inghilterra, esecutori materiali della pena di Maria Stuarda.
Notevole l’interpretazione degli attori: la Blanchett e ‘ superlativa e punta decisamente alla palma di migliore attrice sulla piazza, anche Clive Owen e’ sorprendente nel suo richiamare fisicamente Errol Flynn: forse se il film avesse osato una vena ispirata alle commedie sullo scontro tra i sessi nel rappresentare il rapporto tra Elizabeth e il suo pirata gentiluomo il film ne avrebbe guadagnato.

La giusta distanza

Lagiustadistanza La vita in un paesino sul delta del Po vista dagli occhi di un ragazzo poco piu’ che adolescente, Giovanni; quando arriva una nuova maestra, giovane e carina, l’ aspirante giornalista, assiste allo scompiglio che la ragazza, suo malgrado, porta tra gli uomini del paese e che culminera’ con il suo omicidio.

Sembra che il giallo sia la nuova chiave per leggere la provincia italiana, anche se il film di Mazzacurati starebbe in piedi lo stesso senza questo risvolto tanto e’ puntuale la sua descrizione della vita di provincia, di cui descrive con cura la galleria dei personaggi, interpretati ottimamente dagli attori.
Apparentemente la provincia di Mazzacurati vive in quieta integrazione con gli immigrati: il tunisino e’ proprietario dell’officina, la cinese sta al bar, il ricco sborone del paese si e’ scelto una moglie russa via catalogo che ora fa la bella vita; ma gia’ nella storia d’amore tra la maestra e il meccanico tunisino si vedono le crepe di questa apparenza: lui si innamora mentre per lei la storia e’ solo una parentesi esotica in attesa di partire per il Brasile dove l’aspetta un’attivita’ di cooperazione culturale. Intento nobilissimo, certo, ma e’ interessante come Mara trovi, superficialmente, delle analogie tra la sua scelta di viaggiare e l’emigrazione forzata di Hassan.
Quello scarto nel giallo,che arriva effettivamente troppo tardi nell’economia filmica serve solo a svelare definitivamente la precarieta’ di questa presunta integrazione: l’assassino non puo’ essere stato che Hassan, poco importa se le prove della sua colpevolezza sono facilmente smontabili, non interessa a nessuno farlo perche’ rientra nell’ottica del pregiudizio che accontenta tutti: il titolo del film che allude alla giusta distanza che il giornalista deve avere nei confronti di notizie che lo tocchino da vicino diventa quindi metafora di un modo di vivere in cui tutto va tenuto alla giusta distanza, collocato in categorie prestabilite.

Planet terror

Planetterror Se Tarantino ha girato un film à la grindhouse, Rodriguez nella sua parte di distico, rispetta molto piu’ il criterio di ricostruzione cinefila e ci restituisce interamente quel tipo di cinema; si parte con un fake trailer esilarante, Machete, che forse diverra’ davvero’ un film oppure no, di certo da solo vale il prezzo del biglietto e ci introduce degnamente nel mondo degli z movie.
Planet terror e’ puro divertimento splatter, qualche stomaco un po’ piu’ debole pare abbia accusato la visione di teste rosicchiate, budella esibite ed altre delizie simili, ma se siete cresciuti col gore anni ‘70-’80 questo film e’ un magnifico tuffo nel passato, grandguignolesco e ironicamente cinico.
La sceneggiatura non sembra essere il punto forte della pellicola, ma piu’ che un difetto oggettivo, io credo si sia trattata di una scelta voluta, che rientra nel recupero filologico del genere che non ha mai brillato per la verosimiglianza delle trame: davvero non posso credere alla caduta di sceneggiatura, se non voluta, di fronte a un materiale dalle battute cattive e fulminanti e cosi’ sfacciatamente ironico (qualche anno fa si sarebbero spese pagine di commento metacinematografico intorno al fatto che il personaggio interpretato da Tarantino, regista culto, venga ferito ad entrambi gli occhi); soprattutto se si pensa all’abile mossa di Rodriguez di aggiornare il topos classico che abbina lo zombie all’omologazione sociale, infarcendo gli eroi che li combattono di puro orgoglio latino, cosa che ha avuto sicuramente un grosso impatto sul pubblico americano, ma che anche da queste parti ha fatto il suo effetto: a me si e’ allargato il cuore vedendo le piramidi maya.

Espiazione

Espiazione Sono tra le poche persone che tra un libro e un film preferiscono vedere prima il secondo e poi leggere il primo, per non dovere scontrare il proprio immaginato letterario con l’immagine visiva.
Espiazione e’ uno dei rarissimi casi in cui la mia percezione del romanzo, che avevo letto l’estate scorsa, coincide con quanto mostrato sullo schermo: quell’estate del ‘35 di una ricca famiglia inglese, devastata dai danni causati dalla fantasia galoppante di una ragazzina sulla soglie della puberta’ che teme l’amore e ha una cotta per il ragazzo di sua sorella, io me la immaginavo cosi’, con un atmosfera un po’ annoiata fatta di luci calde e naturali.Atonement

Mi godevo decisamente soddisfatta un buon spettacolo per il grande pubblico, nonostante la pecca di reiterare le stesse scene per mostrare il punto di vista di Briony e quanto accaduto in realta’ ma rimediava la presenza di una delle scene d’amore piu’ sensuali degli ultimi tempi e la perfezione dei costumi: Keira Knightley che si tuffa con la cuffia sembra la materializzazione di una figurina art deco; quando all’improvviso tutto e’ cambiato: quel lungo inserto sulla battaglia di Dunkerque io non l’ho proprio apprezzato e non tanto per la distanza dal romanzo, ma per lo scarto improvviso del film: cambiano totalmente le luci e da un’atmosfera malinconica e naturale si precipita nei colori cupi e bluastri delle scene elaborate elettronicamente, sconcerto che si e’ trasformato in chiaro fastidio per il lunghissimo piano sequenza della ritirata, inutile sfoggio di bravura tecnica e altrettanto inutile compendio della follia della guerra.

Espiazione

Il film poi si riprende nel finale, ma il fastidio provocato da quel borioso inserto e’ irrimediabile.

Piano, solo

Pianosolo Il biopic all’italiana segue fedelmente il modello imperante: ha per protagonista un musicista, che si sa che la musica scalda i cuori e almeno di nome i musicisti li conoscono tutti, prova a girare un film sulla vita di un pittore o peggio uno scrittore e vedi che il pubblico gira alla larga.
Che poi si sa che nella musica sono tutti maledetti e si puo’ rimestare nel torbido e prima o poi una scena “forte” salta sempre fuori in questo caso l’elettroshock (che a me ha fatto lo stesso effetto della rianimazione cardiaca in E.R.: mi distraggo dalla vicenda e mi domando come riescano a simulare cosi’ bene, una scossetta gliela daranno mica? e comunque qui si vedeva che Kim Rossi Stewart faceva finta).
Ma se son questi i motivi che spingono verso il biopic musicale, mi domando perche’ non si trovi il coraggio di buttarsi chiaramente nel melodramma e farci piangere come delle fontane, invece che mostrarci la vita del protagonista dal buco della serratura, bloccando cosi’ l’empatia con il personaggio.
E soprattutto mi domando perche’ se sceglie di raccontare la vita dei musicisti, la musica resti sempre in secondo piano, rappresentata solo come una via di fuga dalla realta’, senza mai prendere in considerazione la sua forza dirompente, e il suo essere un linguaggio particolare con le sue regole e suoi dogmi che a una profana come la sottoscritta continuano a rimanere un affascinante mistero.

Ho scritto di Piano, solo anche su Impattosonoro e la recensione è leggibile anche qui

I’m not there

Imnotthere

Non si puo’ certo accusare Io non sono qui di essere un brutto film: sono innegabili la maestria tecnica nel giocare con i vari stili filmici e la capacita’ di restituire le atmosfere storiche; anche la qualita’ recitativa e’ molto alta.
Quello che assolutamente non ho amato e’ la gelida perfezione e soprattutto il gioco intellettivo di rimandi e suggestioni dylaniane intuibili anche dal semplice spettatore, ma gobili esclusivamente dai fan del cantante americano. Sono entrata con una totale indifferenza verso Bob Dylan e sono uscita con la stessa sensazione, il che non e’ certo un difetto, solo il segno che artista e pellicola a lui dedicata viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, che pero’ non e’ la mia.

La ragazza del lago

Laragazzadellago La via italiana al noir e’ sempre stata poco battuta e a maggior ragione spicca un debutto come quello di Molaioli che, in pieno trionfo post moderno, si rifa’ al noir classico.
Da buona esponente di questo filone, la trama inizia con un deragliamento: le prime scene del film fanno pensare ad una storia di pedofilia e quella inesorabile carrellata sui titoli di testa, verso il pickup rosso fermo accanto alla bambina che protesta prima di salire e’ una perfetta ed ansiogena rappresentazione di una delle piu’ grandi paure (purtroppo giustificate) del nostro tempo.
L’episodio della bambina serve solo a far salire nello sperduto paesino di montagna il commissario Sanzio, napoletano da poco trasferito ad Udine; la vittima che la ragazzina ha visto insieme al matto del paese e’ Anna, la ragazza piu’ bella del paese, trovata morta sulle rive del “lago del serpente” cosi’ chiamato perche’, secondo la leggenda, le sue acque nascondono una serpe che ha il potere di addormentare chi lo guarda negli occhi.
Pensando a mente fredda alla soluzione della trama ci si rende conto che non tutto funziona perfettamente nel meccanismo giallo, ma questo accade spesso nei noir e poi la resa dell’atmosfera della provincia del profondo nord e’ cosi perfetta e’ stringente che la pellicola sembra ripercorre i casi piu’ emblematici della cronaca nera italiana degli ultimi anni, da Cogne fino a Garlasco, fatto di sangue che pure e’ accaduto dopo la lavorazione del film.
Piu’ che concentrarsi sul meccanismo giallo che come ho detto e’ zoppicante, al regista interessa analizzare impietosamente la situazione della famiglia italiana insistendo soprattutto su una carrellata di paternita’ disastrate: dal padre “che non c’e’ mai stato” del fidanzato di Anna fino all’amore morboso che il padre della vittima nutriva per la figlia. Se i padri sono allo sbando, le madri non sono messe meglio, malate come la moglie di Sanzio, il quale nota tristemente, guardando la magistrata, che “alle donne incinte non cresce piu’ la pancia”.
Molto interessanti i luoghi scelti per ambientare il film, i paesini del Friuli hanno questa patina di nuovo dovuta alla ricostruzione post terremoto , immagini che a livello subliminale cozzano con le fotografie della distruzione sismica che adornano la sala consiliare in cui e’ stata allestita la centrale operativa dl commissario Sanzio: la perfezione esteriore da scardinare per scoprire le macerie di vite squassate.
Coraggiosa la scelta del cast che unisce alcuni degli attori piu’ raffinati del nostri cinema, Servillo, la Bonaiuto con i volti tipici della fiction televisiva, un nome tra tutti quello di Giulia Michelini, che interpreta la figlia del commissario, Francesca, e che credo abbia partecipato a quasi tutte le fiction targate Mediaset.
La ragazza del lago e’ un ottimo esempio di quel prodotto medio tanto auspicato per risollevare le sorti del nostro cinema: un film che riesce a coinvolgere il grosso pubblico (l’ho detto che si ride e spesso e pure per battute intelligenti?) riuscendo anche a destare l’interesse di palati piu’ severi.

Shrek III

Shrek3 Paradossalmente di Shrek, inteso come prodotto filmico, diventa paradigma la figura del suo antagonista, Azzurro che riesce a trasformare la sua incoronazione in un pessimo spettacolo di guitti da periferia, e al terzo episodio anche uno dei capisaldi della cinematografia d’animazione contemporanea si e’ trasformato in una parodia di se stesso.
Lo testimonia pure il comportamento dei fan scatenati che hanno diviso con me la sala vuota di un martedi’ sera della terza settimana di programmazione del film: applausi sui titoli di testa, ohhh smielati ai teneri occhioni del Gatto con gli stivali ma poi poche risate in un film che dura 90 minuti ma pare essere eterno, che butta via almeno due buoni spunti: volgere l’attenzione sui cattivi delle fiabe, sulla loro vita dopo la sconfitta che avrebbe offerto spunti interessanti di riflessione sulla Storia che e’ scritta soli dai vincenti oppure in maniera piu’ classica introdurre la dirompente personalita’ dell’orco verde e dei suoi amici nella formazione di Artu’, leggendario sovrano della Tavola Rotonda.
Tutto invece si limita a rapidi e superficiali riferimenti, con gag che strappano qualche sorriso perche’ il vero tema di questo episodio e’ il rapporto del misantropo protagonista con la paternita’, con un melenso finale in cui si dimostra che “nessun posto e’ come casa”: me lo ricordero’ all’uscita del quarto episodio.

Soffio

Breath

Il film si apre sul protagonista Jang Jin, carcerato in attesa della condanna capitale che tenta per l’ennesima volta di suicidarsi. Alla sua vicenda si appassiona una donna la cui vita scorre monotona dietro altre sbarre, quelle della normalita’ borghese, Yeon e’ sempre vestita di grigio a rappresentare il grigiore di una vita affettiva ormai spenta, il marito infatti la tradisce con una donna che lascia sulla sua auto tracce luccicanti come un fermaglio di pietre colorate, il bagliore un po’ fasullo dell’emozione donata dalla fuga della quotidianita’.
SoffioAvuta conferma del tradimento, Yeon si rifugia in questo sentimento per il carcerato andando a fargli visita e ricreando per lui un mondo di colori e canzoni spensierate che ripercorre il passare delle stagioni (il pensiero va primavera estate autunno inverno e ancora primavera titolo di una precedente opera del regista). Ma l’amore in una prigione non e’ cosa semplice, tutto si svolge sotto l’occhio voyeristico del controllore (interpretato dallo stesso regista, scelta che sottolinea un parallelo con il cinema) che all’inizio pensa di poter dominare questo rapporto decidendo quanto gli amanti possano avvicinarsi ma poi e’ sopraffatto sua volta dalla potenza del sentimento e piu’ che l’amplesso finale mi sembra emblematico il pudore con cui spegne lo schermo all’ingresso del marito.
Soffio
Il film narra del duplice rapporto degli amanti e dei loro compagni, se Yeon ha un marito e una figlia, anche Jang Jin e’ amato da uno dei compagno di cella e forse la dedizione di questo personaggio che non parla mai, ma si limita ad urlare ai tentativi di suicidio sventandoli, che guarda l’oggetto del suo amor con folle intensita’ facendogli gli sgambetti quando esce di cella per vedere la ragazza e’ la forma di amore piu’ bella tra quelle descritte dal film.
Incomunicabilita’ e solitudine sono ancora tra i tempi piu’ cari al regista che li racconta con il suo solito rigore formale fatto di immagini pulite e simboliche, raccontando un amore che si consuma tra la caduta dal terrazzo di due camice bianche , identiche il cui destino pero’ sara’ molto diverso.