Andrea Molaioli si ispira chiaramente al crack Parmalat (lo esplicitano i titoli di coda) per narrare una vicenda solo apparentemente lontanissima dal suo esordio La ragazza del lago, in realta’ ad essere protagonista e’ ancora la provincia. Se nel lavoro precedente era un piccolo villaggio di montagna ad essere sconvolto dalla morte di una giovane ragazza del posto, ora l’azione si svolge in una cittadina (una splendida Acqui Terme, lasciatemi dar sfogo all’orgoglio alessandrino) cui ha dato lustro il successo imprenditoriale di Amanzio Rastelli, autorita’ locale. Il capo della Leda Latte, che non vuole diversificare i settori d’investimento perche’ si ricorda che durante la guerra ai beni di lusso si poteva rinunciare ma al latte no, e’ convinto (?) che la sua ditta produca valori per cui esige che tutto l’apparato dirigenziale appartenga alla citta’.
Imprenditore piu’ furbo che abile, Amanzio Rastelli e’ riuscito a far carriera grazie ad appoggi politici e maneggi economici. Non si rende conto che con la seconda repubblica molto e’ cambiato, se non altro gli agganci giusti, e per rimanere a galla si inventa un capitale con l’aiuto del fido ragionier Botta, un Toni Servillo sempre superlativo.
Rastelli e Botta sono speculari: tanto e’ legato ai suoi “valori” il primo, i riconoscimenti pubblici, la famiglia che si rifornisce tranquillamente dai fondi aziendali, tanto il secondo vive esclusivamente per l’azienda: e’ quello che mette in piedi la truffa finanziaria ma paradossalmente e’ anche quello che lascia un prospetto di risanamento al curatore fallimentare, il ragionier Botta ama tanto il suo lavoro da seguire anche la via dell’illegalita’ ( bisogna adeguarsi ai tempi) pur di conseguire il risultato.
Si conferma nel regista una vena noir qui espressa nell’uso di luci molto contrastate con ambienti cupissimi dove solo i personaggi sono fortemente illuminati come se agissero sotto il fascio di un occhio di bue. L’atmosfera e’ tetra, sempre tesa, l’attenzione e’ concentrata sul lato sdrucciolevole di quell’”allegra finanza” che la Leda riesce a portare avanti per un decennio, sottolineando come l’onesta’ paghi se non altro in termini di minor fatica perche’ per sostenere l’invenzione finanziaria il gruppo sara’ costretto a voli pindarici sempre piu’ faticosi e surreali.
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Il grinta
La quattordicenne Mattie Ross si reca a Fort Smith per recuperare il cadavere del padre, ucciso in una rissa. In citta’ l’intraprendente ragazzina si mette alla ricerca del piu’ spietato cacciatore di taglie per esser certa che Tom Chaney, l’omicida del padre venga consegnato alla giustizia. Non contenta di avere assunto Rooster Cogburn, detto Il Grinta, Mattie decide di seguirlo nella ricerca del colpevole per controllare di aver speso bene i suoi soldi.
I fratelli Coen riportano al cinema la figura del Grinta, incarnato nel 1969 da John Wayne nell’omonimo film di Henry Hathaway che gli valse l’unico Oscar. La nuova pellicola, per restare in tema di Academy, ha ricevuto dieci nomination senza portar a casa nessuna statuetta: fatto clamoroso ma che non declassa certo l’opera, anzi!
Perno della nuova versione e’ Mattie, quattordicenne di ferro che non teme di trattare con i piu’ astuti venditori di cavalli ne’ si sente intimorita dalla fama e dal carattere burbero di quello che considera a tutti gli effetti un suo dipendente, lo sceriffo federale Rooster Cogburn. Con la stessa temerarieta’ Mattie contende Chaney al Texas Ranger LaBoeuf anche lui sulle tracce del bandito per processarlo in Texas.
Non c’e’ dubbio che la ragazzina sia la piu’ grintosa tra i protagonisti ma resta pur sempre poco piu’ che una bambina ed e’ proprio il suo punto di vista che i Coen adottano per narrare la storia, un misto di toni fiabeschi e fede biblica. Anche a livello cinematografico ci sono dei rimandi che esulano dal genere prettamente western: sara’ una suggestione mia ma datemi una ragazzina con le trecce che gira con tre uomini e il mio pensiero corre subito a Il mago di Oz e l’apparizione del medico coperto dalla pelle d’orso suffraga la dimensione fantastica del viaggio nelle terre dei Choctaw. Un viaggio che si apre e si chiude tra due luci che bucano la notte, la scena iniziale del cadavere del padre steso a terra e l’apparizione della capanna a cui giunge faticosamente Cogburn con in braccio Mattie morsa dal serpente dopo una folle corsa di ritorno alla civilta’ narrata esaltandone le suggestioni magiche.
Se Mattie vive la sua avventura in compagnia del Grinta con fiducioso spirito infantile, la ragazzina non e’ una sprovveduta e ha piena coscienza del bene e del male e conosce l’importanza di un giusto processo non per nulla la sequenza del dibattimento in cui e’ chiamato a testimoniare Cogburn e’ illuminata da una luce quasi mistica che entra dalle finestre. Mattie pero’ sceglie la vendetta: vuole il cacciatore di taglie piu’ crudele e sara’ lei stessa a sparare a Chaney. Potremmo dire che il male entra nel suo corpo (il morso del serpente) e come dice la Bibbia bisogna tagliare cio’ che ci offende ed ecco che l’epilogo del film ci mostra Mattie venticinque anni dopo la sua caccia all’assassino del padre con il braccio sinistro amputato a seguito del morso del crotalo.
Mattie e’ diventata una zitella arcigna, che ricorda un po’ la Lilian Gish de La morte corre sul fiume: mancato per un soffio l’appuntamento con Cogburn, la donna ne fa portare la salma nel piccolo cimitero della sua proprieta’ dove e’ solita vegliare sui suoi cari, sapendo che il male e’ sempre all’erta come ci ricorda la canzone finale Leaning on the everlasting arms che nel capolavoro firmato da Charles Laughton era cantata dal “reverendo” Harry Powell (Robert Mitchum).
Il responsabile delle risorse umane
Yulia, un’emigrata rumena a Gerusalemme, viene uccisa durante un’attentato kamikaze. Siccome nessuno reclama il suo corpo, gli addetti all’obitorio informano la stampa che monta un caso: l’unico documento ritrovato sulla donna e’ il tesserino che la dichiara impiegata nel piu’ grande panificio di Gerusalemme percio’ l’azienda viene accusata di negligenza verso i propri lavoratori. Per rimediare alla perdita di immagine la proprietaria dell’attivita’ si offre di pagare il funerale di Julia e di riportare la salma in patria. Si occupera’ di tutto il responsabile delle risorse umane, seguito dall’odiato giornalista che ha montato il caso.
Eran Riklis, regista de Il giardino di limoni trae dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua una strana opera che si apre a Gerusalemme e spiega, in maniera non troppo lineare e quindi un po’ difficile da seguire, la vita di Julia, licenziata da oltre un mese dal panificio dal responsabile notturno per troncare sul nascere la loro storia d’amore. Ci introduce anche il protagonista che ha la faccia molto interessante di Mark Ivanir, uomo dedito alla carriera, separato dalla moglie e alla affannosa ricerca di costruire un rapporto con la figlia che puntualmente delude.
Con la decisione di trasportare la salma in Romania il film si trasforma in un surreale road movie a meta’ tra lo stile di Kusturica e dei Kaurismaki: quando si cerca di togliere il ghiaccio dalla bara di Julia sul portapacchi del furgoncino non ho potuto fare a meno di pensare all’inizio dei Leningrad Cowboys Go America.
L’epopea del viaggio di ritorno verso casa di Yulia, diventa una fiera di burocrazia corrotta con l’accumulo di personaggi sempre piu’ bizzarri a partire dala consola israeliana a Bucarest con l’amato consorte. Il marito separato di Julia, avendo divorziato dalla donna, non puo’ prendere in carico la salma, si ricorre allora al figlio adolescente fuggito di casa e diventato un ragazzo di strada, ma e’ minorenne e a sua volta non puo’ occuparsi del funerale, non resta che affrontare altri mille chilometri attraverso una desolata Romania coperta dalla neve per recarsi al villaggio natio dell’emigrata dove la madre potra’ occuparsi delle pratiche funebri. Il lungo viaggio viene affrontato con la guida di un autista perennemente ubriaco e dalla patente scaduta. Una tremenda bufera di neve costringe il gruppo a chiedere riparo presso una vecchia postazione dell’Armata Rossa che presidia un bunker in mezzo al nulla. Soccombe anche il furgoncino dell’ambasciata e il viaggio prosegue su un hamvee di fabbricazione sovietica.
Attenzione Spoiler Giunti all’agognata meta, dopo aver reso gli onori alla salma la madre di Yulia dice che la figlia non appartiene piu’ a quel luogo e il mezzo militare con il feretro prende a via del ritorno, amara constatazione sulla condizione dell’ emigrato che difficilmente riesce ad insierisi nel nuovo Paese e nel contempo spesso perde i legami con la terra d’origine.
Il cigno nero
Nina giovane e fragile ballerina, viene scelta come etoile per una versione de Il lago dei cigni in cui la protagonista deve impersonare sia il cigno bianco che il cigno nero. Il doppio ruolo portera’ alla luce tutte le difficolta’ psicologiche della danzatrice.
Darren Aronofsky continua la sua indagine sul disfacimento del corpo in un film quasi speculare (per questo argomento) al precedente The wrestler: tanto Randy “The Ram” si dopava per ingrandire la massa muscolare, cosi’ Nina si abbandona all’anoressia per mantenere l’etereita’ del fisico da ballerina sopportando con dedizione assoluta le ore di esercizio alla sbarra, il sacrificio rigoroso di perfezionare il gesto che il regista descrive in tutta la sua prolissa fatica ben lontana dall’idea romantica della ballerina, come solo i quadri di Degas avevano saputo fare.
Il parallelo tra il precedente lavoro e quest’ultima opera si esaurisce nell’idea della sublimazione del corpo portata alle estreme conseguenze per sentirsi vivi; manca a Il cigno nero l’asciuttezza di The wrestler e la pellicola, pur di grande fascino, si perde in qualche eccesso gore di troppo che penalizza il personaggio di Nina, esempio da manuale di anoressica oppressa da una madre troppo ingombrante che realizza attraverso la figlia la carriera che non ha avuto a cui consegue un rifiuto di crescere espresso nella stanza preadolescenziale della protagonista e dal suo rifiuto del sesso con conseguente fascinazione verso la spregiudicata Lili. In altre parole, il disagio mentale di Nina risulta chiarissimo e basta, solo per fare un esempio, la prima immagine del piede che si sta palmando come quello di un cigno senza mostrare il secondo ormai deformato. Una ridondanza che a mio parere cozza con l’ambientazione rarefatta del mondo del balletto, piuttosto si sarebbe potuto sfruttare maggiormente il senso claustrofobico dato dalle sale prova e dai corridoi invece di puntare tutto sugli specchi come rimando del doppio.
Il cigno nero e’ comunque un film affascinante a dispetto delle sue imperfezioni, forse perche’ riesce a coniugare un tema classico come quello della dedizione mortale alla danza con uno stile di ripresa molto moderno, quasi sgranato che sottolinea la pesante fisicita’ di un mondo che sul palcoscenico appare perfetto e in grado di sfidare senza fatica le leggi della gravita’.
Molto brava Natalie Portman nell’interpretare la fragile Nina e superlativa nel balletto del cigno nero ma a colpirmi e’ il cameo di Winona Ryder nei panni di Beth, l’etoile spodestata. Come se non bastasse mostarla invecchiata oltre misura, Aronofsky con un certo sadismo ce la mostra vittima dei furti di Nina: pesante scotto per la star che si e’ quasi stroncata la carriera a causa della sua cleptomania.
Gianni e le donne
Gianni e’ un neo sessantenne prepensionato che conduce una vita annoiata al servizio delle donne di casa, moglie figlia e la madre novantacinquenne (ancora Valeria de Franciscis) che sperpera il patrimonio di famiglia. L’inutilita’ della sua esistenza gli fa sentire piu’ vicina la vecchiaia incombente e confrontandosi con i suoi amici, Gianni scopre che il modo piu’ facile per sfuggire al peso dell’eta’ che avanza e’ il sesso..
Gianni di Gregorio non riesce a bissare il colpaccio di Pranzo di Ferragosto, il suo secondo lavoro lascia lo spettatore insoddisfatto nonostante la pregnante attualità’ dell’assunto: il sesso come ultimo rifugio per uomini in eta’ che sentono svanire la loro forza vitale. Ci sono momenti di malinconia molto delicati esaltatati dalla luce dorata dei tramonti romani, le gag sono molto divertenti anche se le migliori sono presenti nel trailer, come insegnato dai cinepanettoni e il fatto sottolinea la sensazione di un film buttato via, confidando nell’onda lunga del fulminante esordio.
E’ mancato il coraggio di andare fino in fondo alla tematica scelta: il rapporto con la moglie rimane nebuloso, non basta il fatto che i due dormano in camere separate per raccontare un rapporto finito o in crisi; anche se il trascinarsi di una vita matrimoniale insensata completa i’indolenza del personaggio, forse il risveglio sessuale dell’ingenuo Gianni avrebbe avuto piu’ senso se alle spalle ci fosse stata una separazione. Un connubio tra malinconia e comicita’ su cui aleggia sempre un pesante rimando felliniano che esplode nella sequenza finale senza riuscire mai a sciogliersi in un omaggio compiuto.
Che bella giornata
Checco e’ un giovane con la fissa della sicurezza e il suo sogno e’ quello di entrare nei carabinieri ma la sua richiesta viene respinta per ben tre volte, trovera’ appigli in seno alla Curia milanese e senza rendersene conto riuscira’ a sventare anche un attentato alla Madunina..
Sembra che non si possa parlare di Checco Zalone senza chiedersi se sia di destra o di sinistra, cercando di riassumere la trama mi e’ venuto il sospetto che il comico del momento sia in realta’ democristiano vista l’importanza che i luoghi religiosi hanno nelle sue pellicole: l’esordio era ambientato a Morimondo, antica abbazia alle porte di Milano, stavolta l’azione si svolge tra le guglie e nel Museo del Duomo.
Accantoniamo questo dubbio con un sereno “ecchisene” che possiamo estendere al refrain raccogliticcio del momento sul rinascimento della comicita’ meridionalista per spiegare il successo in sala di Zalone e Albanese, che per far terno deve contare anche Benvenuti al Sud che e’ in realta’ il remake di un film di cassetta francese, Giu’ al Nord. Del resto una decina di anni fa si discuteva con lo stesso fervore sulla comicita’ toscana per il successo di Pieraccioni e Benigni ora decisamente in affanno.
Venendo a Che bella giornata, il film ha sicuramente dei buchi di sceneggiatura, soprattutto nel finale buttato via pero’ bisogna ammettere che mantiene molto piu’ di quel che promette: un cinema di pura evasione senza pensieri.
Il film si avvale di un grande cast ma mi ha molto divertito il rapporto di comicita’ classica che Ivano Marescotti, gia’ presente nella precedente pellicola, sta instaurando con il comico pugliese, quello della vittima predestinata reso ancora piu’ divertente dalla fisionomia non certo bonaria di Marescotti.
Zalone continua a mettere a fuoco la sua maschera di ignorante felice e beato della propria mediocrita’ e nel confronto con le situazioni internazionali fa emergere tutto il provincialismo dell’italiano medio, superficiale e raccomandato (allora siamo tutti democristiani!) ma in fondo ancora (?) di buon cuore paesano.
Vorrei spezzare un’altra lancia a favore di Zalone sul tema del paesaggio italiano per il quale mi pare sia piu’ utile Checco Zalone che mille dibattiti. Come nel film precedente, Zalone si muove in un paesaggio suburbano che e’ certamente piu’ congeniale a certi aspetti ingenui del suo personaggio. Quello che meraviglia e’ che questi luoghi siano dintorni milanesi, angoli di sorprendente bellezza che sopravvivono vicino alla piu’ grigia metropoli italiana, nascosti a pochi chilometri dalle brutture che scorrono ai lati della tangenziale e delle superstrade.
Qualunquemente
Cetto La Qualunque torna nella natia Marina di Sopra dopo quattro anni di latitanza in SudAmerica. Gli amici lo accolgono con calore ma purtroppo lo debbono informare che un’ondata di legalita’ crescente sta investendo la Calabria mettendo a rischio le sue attivita’ e le sue proprieta’ A Cetto non resta che scendere in politica per salvare la situazione e per vincere l’elezione a sindaco ricorre a Gerry Salerno, manager della politica milanese…
Quando il film finira’ la sua (fortunatamente) gloriosa corsa nelle sale cinematografiche dovrebbe essere messo in commercio per l’home video assieme a La bella politica, la prima inchiesta di Riccardo Iacona per questa nuova serie di Presa diretta, in questo modo si capirebbe con precisione come la feroce satira di Albanese sia regolarmente superata dalla (sur)realta’ politica del nostro Paese.
Il comico e’ solito dire che ormai Cetto e’ diventato un moderato e purtroppo non solo per le questioni legate au pilu. La gag della fogna che scarica direttamente in mare e’ diventata triste attualita’ di questi giorni, l’esplosione dell’auto dell’avversario politico De Sanctis, raggela il pubblico ricordandogli che la stessa sorte ha colpito davvero diversi esponenti di giunte calabresi.
Come nella migliore tradizione della commedia all’italiana si ride sulla tragicita’ dei fatti, sulla fiera del pessimo gusto dell’ostentazione di Cetto e famiglia (impagabile l’abito della moglie con le spalline in metallo che ricordano una corona!).
Qualunquemente sa riscattarsi dalla dimensione televisiva in cui e’ nato Cetto introducendo le figure dei familiari: la moglie Carmen, campionessa dell’animalier che riesce a farsi maculare anche le unghie, deve accettare in casa la sventola mulatta che Cetto si e’ portato dall’America Latina e soprattutto il figlio Melo con cui Cetto cerca di sviluppare a suo modo un rapporto padre e figlio anche se poi gli riserva una crudelissima lezione di vita (il momento piu’ esilarante del film) che riesce comunque a dare i frutti desiderati.
Anche da un punto di vista registico c’e’ un certo impegno: le riprese dal basso di Cetto sottolineano la sua boria e la sua presunzione, i primi piani alla Sergio Leone rafforzano una reminiscenza western sempre presente nella pellicola a ricordare l’eterno clima da duello all’ultimo sangue che caratterizza questa nazione spaccata in due (puntualmente il conteggio elettorale finira’ in un pareggio).
Piacevoli anche i titoli di coda che dimostrano come realmente nessun animale sia stato maltrattato durante le riprese.
Un buon lavoro, degno di rappresentare la realta’ di questo Paese alla Berlinale 2011.
Vallanzasca – Gli angeli del male
Se devo trovare un difetto macroscopico al film e’ la data di uscita: a poco piu’ di un mese dalla fine della seconda stagione di Romanzo Criminale, chi, come la sottoscritta, ha amato molto quella serie, trovera’ molte, forse troppe analogie tra il biopic sul bel Rene’ e le avventure della banda della Magliana, a partire da luci e scenografie (ineccepibili, per altro) per culminare in un momento di gloria per la banda della Comasina che trionfa in coca e biglietti da centomila che cita praticamente la sigla della fiction.
Anche la costruzione del plot con le avventure infantili che portano in riformatorio Renatino e saldano il suo legame con l’elemento della banda che piu’ gli causera’ guai (un Filippo Timi decisamente sopra le righe) ricorda la partenza di Romanzo Criminale (il film, stavolta).
Forse se Vallanzasca fosse arrivato in sala subito dopo il passaggio veneziano il ricordo di Romanzo Criminale sarebbe stato piu’ sbiadito e la nuova pellicola si sarebbe sottratta al confronto, dettato principalmente dalla nostalgia.
Volendo continuare il paragone tra Vallanzasca e il film Romanzo Criminale, essendo anche dello stesso regista, la storia del bandito milanese dimostra una maggior compattezza registica rispetto al lavoro precedente. Le scene di azione sono degne dei poliziotteschi anni ’70 e merita sicuramente di essere menzionato il montaggio alternato del pestaggio in carcere con l’entrata in discoteca del protagonista, un Kim Rossi Stuart che regala una nuova notevole interpretazione cimentandosi anche con il dialetto meneghino.
Il film non e’ un agiografia di Vallanzasca, ma di certo gli perdona molte cose cose, anche troppe dato che si sarebbe parteggiato per lui come del resto si e’ parteggiato per il Mesrine di Nemico pubblico n. 1: figure che acquistano una loro dimensione epica, per quanto negativa, nel rifuggire dal mondo piccolo borghese a cui appartengono e nel seguire un loro codice d’onore ormai di altri tempi, vedi la battuta di Vallanzasca nell’intervista a Radio Popolare quando dice che non sente di avere nulla in comune con un ragazzino che spara in testa ad una vecchietta per un bottino ridicolo.
Ribadendo che i protagonisti sono negativi e non certo modelli da seguire, resta interessante il lavoro di meditazione storica che molti paesi europei portano avanti attraverso le figure dei grandi banditi che hanno rappresentato un fenomeno storico di ribellione al di fuori dalle ideologie politiche, in un mondo ormai completamente assorbito dal sistema mafioso.
Vizi di famiglia
Rumor Has It
USA 2005,
con Jennifer Aniston, Mark Ruffalo, Shirley MacLaine, Kevin Costner
regia di Rob Reiner
Sarah e’ una trentacinquenne insicura con un lavoro frustrante (scrive necrologi) e un fidanzato che non e’ certa di voler sposare. Tornata a Pasadena per il matrimonio della sorella, scopre casualmente che la madre ha avuto una avventura prima delle nozze: la possibilita’ di essere illegittima giustificherebbe il senso di alienazione che Sarah ha sempre provato verso la propria famiglia, le indagini pero’ la portano a scoprire che sua madre e sua nonna sono state protagoniste della storia che ha ispirato Il laureato..
Lo spunto del film e’ interessante e originale: omaggiare un grande classico del passato come Il laureato portando in scena i protagonisti del pettegolezzo che starebbe alla base del libro e del film, per questo motivo l’azione e’ ambientata nel 1997, per dar modo di conciliare l’eta’ anagrafica dei protagonisti con gli eventi della celebre opera; purtroppo dopo un’introduzione spumeggiante il film precipita nella previdibilita’ piu’ ovvia con un andamento quasi da tvmovie.
Oltre al plot inconsistente, la pellicola ha un altro grave handicap: la protagonista Jennifer Aniston che sfodera il suo repertorio di espressioni corrugate che ben abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Friends; sfortunatamente la diva televisiva non ha la capacita’ di stare al passo con i suoi comprimari, fra tutte la nonna interpretata da una grintosa e spudorata Shirley McLane, anche Mark Ruffalo nei panni del fidanzato si conferma un attore estremamente duttile, Kevin Costner come vecchio seduttore ha l’aria un po’ spersa e una mazzata gli arriva dal doppiaggio italiano con una voce piu’ senile che seducente, irresistibile il cameo di Kathe Bates, non accreditata per il ruolo di Zia Mitzi, con un look improponibile ed estremamente divertente.
Nonostante il richiamo a grandi pellicole del passato: si nominano Casablanca e Psyco e c‘e’ qualche riferimento musicale a Mrs. Robinson ed alle colonne sonore di Sergio Leone, a me e’ tornato in mente uno scult dei tardi anni ‘80 Congiunzione di due lune interpretato dalla bella Sherilyn Fenn, una delle protagoniste di Twin Peaks; la storia non e’ poi molto dissimile, se si toglie l’omaggio cinematografico: una giovane donna alla vigilia del matrimonio si concede una scappatella e la nonna vissuta offre saggi consigli. La differenza sta nella morale libertaria nel film dell’88 che contrasta vivacemente con quella molto neocon (al limite della pruderie con l’accenno al rischio di incesto) del lavoro di Reiner, in linea con la nuova America.
recensione pubblicata a so tempo su ImpattoSonoro
Porco Rosso
Marco Pagot, eroe dell’aviazione italiana durante il primo conflitto mondiale, si e’ trasformato in un maiale a causa di un maleficio. Nonostante questo, il prode aviatore, a bordo del suo idrovolante, combatte la sua guerra solitaria contro il fascismo e gli aerei pirati che infestano la costa dalmata.
Hayao Miyazaki, nel 1992 si regala quest’opera la cui trama fonde due temi molto cari al maestro giapponese, l’aviazione, passione del regista e attivita’ della sua famiglia e il cinema degli anni ‘20 e ‘30 sia in pellicola che d’animazione. Per i cartoni animati e’ evidente l’omaggio racchiuso nel cognome del protagonista, Pagot, come i celebri fratelli del cartone animato italiano. C’e’ poi la sequenza dentro il cinema dove Porco Rosso assiste a un cartoon in bianco e nero che cita il primo Topolino con un’eroina che ricorda Betty Boop.
L’atmosfera e’ quella delle pellicole belliche a cavallo degli anni ‘20-’30, che molto spesso avevano per protagonisti aviatori (Rivalita’ eroica, Angeli dell’inferno ecc..) Eroi solitari che combattevano per il loro onore e per la donna amata come dice la didascalia di apertura di Porco Rosso e non e’ neppure difficile ravvisare nelle le sembianze suine di Marco Pagot una certa somiglianza con Clark Gable.
L’elemento magico tipico di Miyazaki e’ presente anche questa volta, ma i contorni della maledizione restano sfumati: nulla e’ dato sapere sul perche’ Marco Pagot abbia assunto i tratti di un maiale e anche il finale del film resta aperto: il nostro eroe scompare nel nulla e non sapremo nemmeno per chi batte il suo cuore, se per la raffinata Gina o la giovanissima ragazza meccanico Fio.
Nonostante gli aspetti scanzonati, la pellicola si muove prevalentemente su due dimensioni di malinconia molto diverse, da una parte la fine dell’epopea eroica degli idrovolanti e dall’altra la pesantezza dell’incombente tragedia della Seconda Guerra mondiale. Su tutto domina l’ambientazione in un Italia di fantasia che un po’ sconcerta e un po’ incuriosisce lo spettatore italiano con la perfetta rappresentazione dei Navigli in una Milano pero’ senza il Duomo.