Dracula – L’amore perduto

Dracula: A Love Tale
Francia, 2025
con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu, Matilda De Angelis, Ewens Abid, David Shields, Guillaume de Tonquédec
regia di Luc Besson

Romania, 1490 Vlad II principe di Valacchia vive felice con l’amata consorte Elisabeta quando deve lasciarla per combattere gli ottomani. Il principe sconfigge i turchi ma la moglie muore  in un’imboscata mentre si stava trasferendo in un castello più protetto. Per la rabbia Vlad uccide un alto prelato in chiesa e diventa un reietto a cui è negata la morte. Circa quattrocento anni dopo, Jonathan Harker arriva al castello di Dracula per chiedergli di vendere una sua vecchia proprietà parigina, il giovane sta per essere ucciso da Dracula e gli chiede di raccontargli la sua storia poi gli mostra il ritratto della sua promessa sposa, Mina Murrey che è la reincarnazione della principessa Elisabeta; intanto anche Maria de Montebello, vampira italiana al servizio di Dracula, ha riconosciuto la doppelgänger ma è stata rinchiusa in manicomio dopo aver ricevuto involontariamente una benedizione e il suo ricovero porta un prete sulle tracce di Dracula…

Recupero Dracula – L’amore perduto con poche aspettative e invece, pur riconoscendone tutti i limiti, il film di Besson riesce a sorprendermi con alcune scene veramente belle che valgono la visione di quest’opera fanfarona e kitsch, troppo legata al Dracula di Bram Stoker di Coppola nell’introduzione ambientata nel XV secolo e nei costumi: l’acconciatura del Dracula centenario è la medesima di quella del film di Coppola, e sembra più un intento caricaturale piuttosto che un omaggio.
Ma la vena ironica sembra essere sfuggita di mano al regista, John Harker è quasi odioso anche se ha la furbizia di farsi raccontare tutta la storia da Dracula riuscendo a rimandare la propria morte definitivamente dimenticata con la scoperta che Mina è Elisabeta.

gargoyle criticati per i mediocri effetti digitali con cui sono stati creati, non hanno nessuna spiegazione e con il sacrificio di Dracula tornano ad essere dei ragazzini mutati non si sa quando o per quale motivo (ma non sarebbe stato meglio tenersi le mogli/schiave come da tradizione?) 

Christoph Waltz è un prete senza nome, chiara trasposizione di Van Helsing, il suo appartenere alla religione anziché alla scienza gli permette di entrare in contatto con Dracula e a volte sembra che il vero amore che il conte brama sia quello di Dio: 400 anni a smuovere mari e monti e poi bastano due parole sul vero significato dell’amore per abbandonare la donna appena ritrovata?!?

Funziona  invece il personaggio di Maria che somma le figure di Renfield (la incontriamo al manicomio profetizzando l’arrivo del padrone) e di Lucy in questo caso la sua amicizia con Mina è interessata perché deve realizzare il desiderio del suo padrone: ritrovare la sua sposa perduta.

La caratterizzazione sopra le righe di Maria, sguaiata e ostentatrice di canini è quanto meno divertente e porta un po’ di novità (chiamiamolo pure sangue fresco) in una storia che ormai è talmente nota che Besson si permette anche di sorvolare alcuni passaggi inventandone altri, tipo la formulazione del magnetico profumo che rende Dracula così seduttivo. E’ una trovata che non mi entusiasma ma ho apprezzato la rappresentazione della fascinazione attraverso le danze che non c’entravano nulla con il film e paradossalmente erano interessanti proprio per questo motivo: nel film funziona quello che si libera da omaggi e convenzioni e prende vita propria.

Altrettanto valida la scena di seduzione all’interno del convento ma ho trovato davvero notevoli le scene della fuga di Elizabeta nei paesaggi innevati, i costumi accurati, molto più infelice il destino di Mina che dopo il sacrificio di Dracula si ritrova ancora fidanzata con quel bietolone di Harker: che finale romantico!

Il responsabile delle risorse umane

Ilresponsabiledellerisorseumane Yulia, un’emigrata rumena a Gerusalemme, viene uccisa durante un’attentato kamikaze. Siccome nessuno reclama il suo corpo, gli addetti all’obitorio informano la stampa che monta un caso: l’unico documento ritrovato sulla donna e’ il tesserino che la dichiara impiegata nel piu’ grande panificio di Gerusalemme percio’ l’azienda viene accusata di negligenza verso i propri lavoratori. Per rimediare alla perdita di immagine la proprietaria dell’attivita’ si offre di pagare il funerale di Julia e di riportare la salma in patria. Si occupera’ di tutto il responsabile delle risorse umane, seguito dall’odiato giornalista che ha montato il caso.

Eran Riklis, regista de Il giardino di limoni trae dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua una strana opera che si apre a Gerusalemme e spiega, in maniera non troppo lineare e quindi un po’ difficile da seguire, la vita di Julia, licenziata da oltre un mese dal panificio dal responsabile notturno per troncare sul nascere la loro storia d’amore. Ci introduce anche il protagonista che ha la faccia molto interessante di Mark Ivanir, uomo dedito alla carriera, separato dalla moglie e alla affannosa ricerca di costruire un rapporto con la figlia che puntualmente delude.
Con la decisione di trasportare la salma in Romania il film si trasforma in un surreale road movie a meta’ tra lo stile di Kusturica e dei Kaurismaki: quando si cerca di togliere il ghiaccio dalla bara di Julia sul portapacchi del furgoncino non ho potuto fare a meno di pensare all’inizio dei Leningrad Cowboys Go America.
L’epopea del viaggio di ritorno verso casa di Yulia, diventa una fiera di burocrazia corrotta con l’accumulo di personaggi sempre piu’ bizzarri a partire dala consola israeliana a Bucarest con l’amato consorte. Il marito separato di Julia, avendo divorziato dalla donna, non puo’ prendere in carico la salma, si ricorre allora al figlio adolescente fuggito di casa e diventato un ragazzo di strada, ma e’ minorenne e a sua volta non puo’ occuparsi del funerale, non resta che affrontare altri mille chilometri attraverso una desolata Romania coperta dalla neve per recarsi al villaggio natio dell’emigrata dove la madre potra’ occuparsi delle pratiche funebri. Il lungo viaggio viene affrontato con la guida di un autista perennemente ubriaco e dalla patente scaduta. Una tremenda bufera di neve costringe il gruppo a chiedere riparo presso una vecchia postazione dell’Armata Rossa che presidia un bunker in mezzo al nulla. Soccombe anche il furgoncino dell’ambasciata e il viaggio prosegue su un hamvee di fabbricazione sovietica.
Attenzione Spoiler Giunti all’agognata meta, dopo aver reso gli onori alla salma la madre di Yulia dice che la figlia non appartiene piu’ a quel luogo e il mezzo militare con il feretro prende a via del ritorno, amara constatazione sulla condizione dell’ emigrato che difficilmente riesce ad insierisi nel nuovo Paese e nel contempo spesso perde i legami con la terra d’origine.

Pa-ra-da

Parada-jpg

Italia 2008
con Jalil Lespert, Daniele Formica, Evita Ciri
regia di Marco Pontecorvo

Nel 1992 il clown di strada Miloud Oukili, francese di origini algerine, lascia Parigi per collaborare con delle ONG in Romania. A Bucarest Miloud rimane sconvolto dalla realta’ dei boskettari, bambini di strada che vivono nelle fogne e decide di aiutarli..

Parada e’ un’associazione che punta al riscatto dei bambini di strada rumeni avvicinandoli all’attivita’ circense. L’opera prima di Marco Pontecorvo, presentata al Festival di Venezia 2008 nella sezione Orizzonti, racconta gli eventi che portano alla nascita dell’associazione: l’incontro sconvolgente tra Miloud (che ha il sorriso contagioso e l’entusiasmo di Jalil Lespert) e i bambini, il suo mettersi al loro livello per conquistarne la fiducia tanto da adattarsi a dormire nel sottosuolo con loro. Il fastidio creato alla malavita e ai poliziotti corrotti dall’attivita’ di Miloud porta il clown a creare la sua associazione.
Il film sa trattare un tema cosi’ tragico e sconvolgente con uno sguardo rispettoso della realta’ dei bambini. Anche se a volte il tono e’ un po’ telefonato (la violenza sulla piccola prelevata dai poliziotti in stazione), la pellicola ha dei momenti di vera poesia e commozione, sempre legati all’attivita’ circense: la delicatezza surreale con cui Miloud approccia per la prima volta i bambini in stazione e’ disarmante per i ragazzini cresciuti nella diffidenza verso gli adulti e sa conquistare anche lo spettatore, lo stesso dicasi per la fantasia con cui i bambini sanno abitare la casa costruita solo con il nastro.