Heat – La sfida

HeatUSA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro, Val Kilmer, Jon Voight, Tom Sizemore, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Mykelti Williamson, Wes Studi, Ted Levine, Dennis Haysbert, Kevin Gage, William Fichtner, Natalie Portman, Danny Trejo
regia di Michael Mann

Neil McCauley architetta minuziosamente rapine in banca ma la presenza di un nuovo elemento sociopatico nella banda mette sulle sue tracce il tenace detective Vincent Hanna, inizia così una sfida tra guardia e ladro tra nuove rapine e vendette che non possono essere dimenticate.

Il film uscì in sala con molto clamore per la presenza dei due più grandi attori viventi che finalmente recitavano assieme, in Italia c’era anche il problema del doppiaggio: entrambi i divi erano doppiati dal grande Ferruccio Amendola che diede la voce a De Niro mentre Giannini doppiò Al Pacino diventandone poi la voce italiana ufficiale.
Se di solito il clamore attorno all’uscita di una pellicola si trasforma poi in delusione, viste le aspettative troppo alte, Heat – La Sfida è uno dei pochi casi in cui l’opera conferma le attese: Michael Mann regala un grande affresco metropolitano anzi losangelino e quanto il regista ami Los Angeles lo confermerà Collateral quasi 20 anni dopo.


Heatlasfida

Con una lunghezza di quasi tre ore che volano via, il film diventa un romanzo di ampio respiro dove i momenti di quiete si alternano ad altri di violenza improvvisa.
Spicca l’abilità con cui il regista riesce a portare a termine tutte le trame: la solitudine scelta da Neil messa in crisi dall’incontro fortuito con Eady, una grafica a cui non rivelerà fino alla fine la verità sulla sua vita; i problemi matrimoniali di Vincent Hanna sposato in realtà con il proprio lavoro cosa che ammetterà con la moglie in ospedale mentre attendono che la figlia adolescente di lei si salvi dal tentato suicidio. Anche il matrimonio tra  Chris, braccio destro di Neil e Charlene è in crisi ma quando la donna verrà costretta a testimoniare per non perdere il figlioletto riuscirà comunque a far fuggire il marito dalla trappola della polizia.
Il montaggio alternato delle scene di vita quotidiana conferma che tra poliziotto e bandito non c’è poi troppa differenza, due facce della stessa medaglia, per questo può nascere anche un rapporto di stima tra due persone costrette ad essere mortalmente nemiche come si confidano i due protagonisti nel celebre incontro nella tavola calda.


Heat

Molto spazio è dedicato anche alla vicenda, in fondo marginale, dell’ex galeotto Donald Breedan che sta cercando di cambiare vita accettando i soprusi di un dispotico direttore di un ristorante, proprio quello in cui si consultano i rapinatori dopo che l’autista di fiducia ha dato buca; vecchie conoscenze di galera, Donald non esita ad imbarcarsi nell’impresa segnando così il proprio destino perché Heat è la storia di una caccia all’uomo dove il caso la fa da padrone: se lo psicopatico Waingro, serial killer di prostituite, non fosse stato ingaggiato da Cheritto che la pessima abitudine di chiamare tutti Viscido, Neil avrebbe potuto fare il suo ultimo colpo e ritirarsi in Nuova Zelanda con Eady, ma sfuggito alla punizione della banda, Waingro torna come nemesi del losco broker Roger Van Zant che ha cercato di uccidere McCauley mentre gli rivendeva le azioni rubate nella rapina rovinata dal serial killer. Vendette sospese, variabili imponderabili che materializzandosi inaspettatamente, rovinano il perfetto ultimo colpo in banca.


Heat-lasfida

L’intelligenza di Hanna è quella di comprendere che la freddezza di McCauley verrà meno di fronte all’occasione di vendicarsi dell’uomo che ha causato la morte dei suoi più fedeli compagni. L’opera diversiva del bandito per raggiungere il suo obbiettivo è notevole ma la trappola del detective ha la meglio e dopo l’inseguimento nell’aeroporto la resa dei conti è inevitabile, vince il bene ma personalmente tifavo per McCauley, anche per la recitazione di Al Pacino un po’ troppo sopra le righe per i miei gusti.

I basilischi

I basilischiItalia 1963
con Antonio Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Flora Carabella, Mimmina Quirico, Enzo Di Vecchia, Marisa Omodei, Manlio Blois, Enrica Chiaromonte, Rosanna Santoro, Rosetta Palumbo
regia di Lina Wertmüller

Il racconto della sonnolenta provincia pugliese vista attraverso le vite di alcuni giovani venticinquenni, in particolare Antonio, il figlio del notaio, indolente studente di legge e Francesco, geometra, seguiamo i loro approcci con l’altro sesso e i tentativi di cambiare la propria vita: Francesco partecipa all’iniziativa di aprire una cooperativa mentre Antonio ha la possibilità di finire l’Università a Roma, ospitato da alcuni zii ma tutto si risolve in un nulla di fatto.

L’esordio alla regia di Lina Wertmüller viene presentato come uno spaccato della provincia meridionale; bene, posso assicurarvi che anche qui nel profondo nord la situazione è la stessa: prevalenza di interessi egoistici, sistematica demolizione di ogni progetto o iniziativa personale o per l’interesse comune, perché i difetti stigmatizzati dalla regista sono tipicamente italiani e rivedere oggi le scene in cui la signora romana interroga i pugliesi sui loro rigurgiti fascisti è sconvolgente: 55 anni dopo sui social possiamo leggere le stesse risposte.


I basilischi

L’unico aspetto ad essere migliorato è la condizione femminile e il rapporto tra i sessi, temi ben analizzati dal film: la voce narrante del film è quella di Maddalena, la donna che ha l’idea della cooperativa tra piccoli coltivatori in cui cerca di coinvolgere anche Francesco e per ottenere consensi per l’iniziativa si rivolgono ad altre figure femminili importanti del paese: la donna medico, di bassissima estrazione sociale che ha imparato a leggere a quattordici anni ed è riuscita a laurearsi ma chi la loda viene subito rimbeccato dalle allusioni sui metodi usati dalla donna per fare carriera, e la ricca possidente terriera stimata per il nerbo con cui ha dominato i contadini senza mai dare confidenza a nessuno: è originaria di Ferrara e dopo una vita passata in paese viene ancora considerata forestiera, il suo prestigio è in ribasso perché l’unico figlio sposato con una ballerina conosciuta a Roma, è stato abbandonato dalla moglie, stufa di vivere chiusa in casa e anche se nessuno l’aveva praticamente mai vista era diventato il sogno proibito di tutto il paese che favoleggiava sulle sue grazie.


I basilischi

L’abbordaggio di Francesco anche per conto dei due amici nei confronti delle due cugine è un capolavoro di commedia all’italiana e regala anche un ottimo momento di cinema con la ripresa straniante dei due ragazzi che camminano lungo la scalinata, I Basilischi denota anche un grande talento visivo della Wertmüller con i campi lunghissimi del paese a testimoniare l’immobilità civile e storica.
I basilischi del titolo sono le lucertole che stanno immobili al sole come i giovani protagonisti che non hanno il coraggio di prendere in mano la loro vita, ma i basilischi sono anche gli animali mitologici dallo sguardo che impietrisce e soprattutto Antonio che ha avuto modo di conoscere una relatà diversa ma non di affrontarla sembra essere impietrito dopo aver guardato in fondo a se stesso.

Un bacio e una pistola

Kiss Me Deadly
USA 1955
con Ralph Meeker, Albert Dekker, Paul Stewart, Juano Hernandez, Wesley Addy, Marian Carr, Maxine Cooper, Cloris Leachman, Gaby Rodgers, Nick Dennis, Jack Lambert, Jack Elam, Jerry Zinneman, Percy Helton, Mady Comfort, Strother Martin, James McCallion, Fortunio Bonanova
regia di Robert Aldrich


Unbacioeunapistola


Costretto a caricare un’autostoppista mezza nuda che gli si para davanti alla macchina, il detective Mike Hammer aiuta la donna a sfuggire a un controllo di polizia ma si risveglia in ospedale sopravvissuto a un incidente d’auto in cui sarebbe morta la ragazza anche se Hammer ha vaghi ricordi di un rapimento e di torture inflitte alla donna. Il detective inizia a indagare sul caso che costerà altre vite prima di scoprire un terrificante segreto..



Kissmedeadly


Un bacio e una pistola è considerato un classico del cinema noir, addirittura il primo post-noir perché la vicenda esula dal dramma personale per arrivare a una soluzione molto più tragica, dato che coinvolge l’intera umanità: l’oggetto per cui muore Christina Bailey e tanti altri, compreso Nick, il meccanico amico di Hammer, è “la testa della Medusa” un ordigno nucleare che viene aperto con esiti catastrofici dalla novella Pandora, la curiosa Lily/Gabrielle.



Kiss me deadly


Il film si chiude quindi con un crossover verso il genere fantascientifico e le paranoie da guerra fredda ma che il capolavoro di Aldrich fosse insolito lo si capisce già dall’apertura, dai piedi nudi della ragazza che corrono sull’asfalto, il respiro affannoso, le macchine che la evitano fino a costringerla a gettarsi in mezzo alla strada per fermarne una, quella di Hammer che per evitarla finisce fuori strada. Dopo quest’introduzione partono i titoli di testa,che scorrono in diagonale con uno stile non nuovo e poi ripresi e diventati l’emblema di Guerre Stellari ma la novità sta che scorrono all’incontrario dal basso verso l’alto costringendo lo spettatore a un certo sforzo lo stesso che si dovrà fare per tutto il film per seguire l’intricata storia, per quanto tutti i dettagli portino alla soluzione finale, si ha quasi l’impressione che Hammer sia un topo che corre in una sorta di labirinto.
Il personaggio di Hammer ci viene introdotto dall’interrogatorio dei poliziotti che lo valutano con disprezzo: è un sedicente detective che vive sulle infedeltà coniugali, ricattando per situazioni ricostruite ad hoc i malcapitati, con la complicità di Velda la sua segretaria che si presta a questi intrighi perché ama il lusso.
Sordido e amorale come i suoi nemici, Hammer non si farà scrupolo di usare la violenza, tortura compresa, per arrivare alla soluzione.



Kissmedeadly


Il film è molto interessante soprattutto per la fotografia: il bianco e nero è molto contrastato ma a differenza dei noir anni ’40 non c’è il compiacimento di giocare con le ombre siano esser riflesse sui muri o ghirigori sui volti degli attori, forse perché i protagonisti sono sordidi, veri animali notturni è nelle luce diurna o dei locali ben illuminati che si nasconde il pericolo, fino alla luce dirompente dell’esplosione finale.
Lo stile di ripresa ha un che di wellesiano: prodondità di campo, inquadrature insolite attraverso le architetture, una vera e propria ossessione per le scale tanto che si dice che il percorso del detective non sia orizzontale ma verticale, un’ascesa verso la (as)soluzione dal bassifondo morale da cui proviene, anche se non c’è riscatto morale per il protagonista, antieroe per eccellenza per cui sarebbe da preferire il finale europeo che si chiude con l’esplosione della casa invece di quello americano in cui Hammer e Velda riescono a fuggire nell’oceano (ma quanto può essere salvifico riuscire a fuggire a qualche centinaio di metri da un’esplosione nucleare?).



Un bacio e una pistola


C’è poi la caratteristica dei piedi: su due piedi nudi si pare il film, quando Christine viene torturata sentiamo solo le sue urla mentre la macchina da presa resta sulle sue gambe , dal ginocchio in giù dandoci così il modo di incontrare per la prima volta le scarpe del torturatore, la visuale rasoterra è anche la soggettiva di Hammer che giace al suolo semi incosciente e infatti quando va nella villa del boss, la scusa del bagno in piscina serve per controllare le scarpe degli scagnozzi per vedere se riconosce quelle che ricorda: le soluzioni geniali nate dal girare in fretta.

Mortacci

Mortacci

Italia 1988
con Vittorio Gassman, Carol Alt, Malcolm McDowell, Galeazzo Benti, Mariangela Melato, Sergio Rubini, Nino Frassica, Andy Luotto, Aldo Giuffré, Alvaro Vitali, Gemelli Ruggeri
regia di Sergio Citti

La vita dei morti non è poi brutta come si crede, lo scopre il soldato Lucillo Cardellini costretto a suicidarsi perché, unico disperso nella missione di pace in Libano nel 1985, è stato santificato come eroe nel paesino natale e il suo inopinato ritorno rischia di mandare a monte la rinata economia. Ma anche la tranquilla vita al cimitero è solo una fase, i morti attendono che nessuno più si ricordi di loro per poter passare a un livello superiore e i pii sfortunati sono i personaggi storici la cui memoria è imperitura…

Forse l’opera più mainstream di Citti che rimane piuttosto irrisolta: se la storia di Lucillo, l’Eroe suo malgrado che torna dopo quattro anni dalla guerra e viene unanimamente condannato a morte dal paese per salvaguardare l’economia è l’episodio più graffiante e fedele allo spirito del sodale di Pasolini, gli altri episodi si fanno sempre più fragili per culminare con l’insensatezza della storia di Alma e Edmondo, lei morta per errore, lui che ogni notte viene a recitare il suo dolore sulla sua tomba, si capisce che l’episodio è posticcio inserito per far spazio a due nomi di grido e stranieri, l’ex drugo Malcom McDowell e la top model Carol Alt, la cui bellissima figura centra proprio poco con un cast di tutto rispetto, a partire da Vittorio Gassman.


Mortacci


Nell’insieme l’opera resta piacevole con uno sguardo bonario e disincantato sulle debolezze umane: tenera la vecchina interpretata dalla Melato che da quarant’anni va a trovare i due finti ciechi che lei stessa ha cercato di truffare e sono stati travolti da un treno in corsa per sfuggirle; grottesco il guardone Andy Luotto morto di vergogna, notevole Alvaro Vitali nella parte del figlio che campa sulla morte del padre, come gli fa notare Domenico, l’avido e cinico custode del cimitero che ha una piccola rivendita di oggetti rubati ai morti, ma quando passa a miglior vita per colpa di Edmondo le sue vittime lo accolgono senza acredine, le piccolezze del mondo sono dimenticate in attesa di passare a un altra -si spera- miglior vita.

Il fantasma del palcoscenico

Phantom of the Paradise
USA 1974 20th Century Fox
con Paul Williams, William Finley, George Memmoli, Jessica Harper, Gerrit Graham
regia di Brian de Palma




Ilfantasmadelpalcoscenico


Swan, geniale produttore musicale vuole aprire un” tempio della musica”, il Paradiso e trova la musica adatta per l’inaugurazione nell’opera ispirata al Faust del pianista Winslow Leach; Con la scusa di volerlo produrre, manda il fedele scagnozzo Philbin a farsi consegnare gli spartiti. Dopo diversi tentativi di contatto, Winslow scopre che le sue canzoni saranno usate per inaugurare il Paradiso e cerca di far valere i suoi diritti ma Swan, stufo di ritrovarselo sempre tra i piedi, lo fa incarcerare a Sing Sing. Dopo esser stato torturato Winslow riesce a sfuggire e cercando di distruggere i dischi pronti per esser venduti finisce per rimanere sfigurato dai macchinari e creduto morto ma il musicista ormai ridotto a mostro s’intrufola nel Paradiso e cerca in tutti i modi di mandare a monte lo spettacolo. Swan allora scende a patti con lui e sceglie come protagonista dello spettacolo Phoenix, una giovane cantante della cui voce Winsolw si era innamorato durante le audizioni. Come da contratto Winslow finisce la partitura ma terminato il lavoro Swan lo fa murare vivo e stravolge di nuovo l’opera affidandola al suo nuovo pupillo, Beef. Il fantasma del Paradiso uccide il cantante in diretta e decreta il successo di Phoenix ma Swan, visto il deliro della folla per l’omicidio in diretta, decide di replicare il giorno dopo con la morte della giovane cantante che intanto seduce portando Winslow al suicidio ma Swan lo salva rivelandogli di aver firmato un patto col diavolo e il fantasma, trovati i diabolici patti, potrà finalmente salvare la ragazza che ama.




Phantomofparadise


Iniziale flop ai botteghini poi diventato un film di culto, Il Fantasma del Palcoscenico è un musical fantasmagorico e grandguignolesco, una coloratissima rilettura pop del Il Fantasma dell’Opera e del Faust, le scenografie sono firmate dall’attrice Sissi Spacek.
Un apologo sul mondo dello spettacolo sui meccanismi che stanno dietro al successo e si mangiano l’anima degli artisti: manager senza scrupoli che piegano alle loro voglie le aspiranti cantanti, che decidono il nome il look, le droghe di chi diventerà una star, anche Phoenix che prima fugge schifata dal provino orgia non riesce più a ribellarsi una volta provato il brivido della folla che la acclama.




Phantomofparadise


Contro questo potere incarnato dal diabolico Swan si batte Winslow Leach, musicista che non ha certo le physique du rôle per diventare una star ma che compone musiche bellissime, tanto puro quanto ingenuo non capisce le manovre di Swan che, non potendosi liberare di lui, decide di farselo amico. La lotta di Winsow con la macchina della fama si fa sempre più dura, prima lascia tutti i denti a Sing Sing, poi finisce letteralmente negli ingranaggi musicali deturpandosi il volto e perdendo la voce (che Swan gli restituirà attraverso le macchine per pulire il suono) e ovviamente finisce per perdere la vita, portando però con sé Swan che scopre aver a sua volta venduto l’anima al diavolo.




Phantom of the Paradise


Con toni deliranti, a tratti surreali ed ironici Brian De Palma mette alla berlina tutta l’industria creativa, dalla costruzione a tavolino delle rock star, al delirio pilotato dei concerti dove la folla perde i freni inibitori e si esalta nella rappresentazione dei bisogni primari, il sesso, la morte, senza chiedersi se quello a cui sta assistendo sia realtà o finzione, con i confini che ovviamente vengono continuamente spostati fino all’esultanza dell’omicidio in diretta.




Ilfantasmadelpalcoscenico


Su queste tematiche profondamente attuali il regista innesta il suo stile e la sua cultura cinematografica: il tema del doppio fatto di specchi, di immagini viste da registrazioni arrivando a moltiplicazioni barocche: Swan che aziona le telecamere che riprendono il fantasma che lo guarda amoreggiare con Phoenix.



Il fanstasma del palcoscenico


Il citazionismo comprende ovviamente l’amato Hitchcock, la scena della doccia di Psyco viene omaggiata ma chiusa con uno sberleffo: l’assassino non ha un coltello ma minaccia Beef con una ventosa stura cessi, più “serio” l’omaggio a Il Gabinetto del Dottor Caligari le cui scenografie sghembe sono riprese nei fondali della prima.

Situazione pericolosa

I Wake Up Screaming (originariamente Hot Spot)
USA 1941 20th Century Fox
con Betty Grable, Victor Mature, Carole Landis, Laird Cregar, Alan Mowbray, Allyn Joslyn, Elisha Cook Jr.
regia di H. Bruce Humberstone



Situazione pericolosa


Quando viene uccisa una starlette in procinto di partire per Hollywood, il principale indagato è Frankie Christopher, il talent scout che l’ha scoperta, anche se le prove portano da un’altra parte e la sorella della ragazza assassinata aiuta il sospettato, un detective psicotico cerca d’incastrarlo a tutti i costi.



Situazionepericolosa


Situazione pericolosa è uno dei primi noir e determina molto del linguaggio caratteristico di questo genere cinematografico,in primis l’uso delle ombre; l’ambientazione metropolitanana e notturna (i titoli di testa scorrono sulle luci di New York) con un forte contrasto tra le opprimenti scene degli interrogatori di polizia e della fuga con quelle ariose dei flash back, altro stilema presente di molti noir, come la strenua lotta per dimostrare la propria innocenza spesso a discapito delle forze dell’ordine, spesso corrotte.



Situazione pericolosa


Un film low budget tanto da non avere neppure una colonna sonora originale e il crescere del sentimento tra Frankie e Jill è sottolineato dalle note suonate al piano di Somewhere over the rainbow.
Anche il cast è eterogeno: come protagonista femminile c’è Betty Grable in uno dei suoi rari ruoli drammatici recitato anche piuttosto bene.



Situazionepericolosa


Nel ruolo del detective Cornell, figura che riserva un finale inatteso e triste, troviamo l’attore Laird Cregar, morto appena trentunenne per problemi di salute legati al peso, noto per il ruolo di “Sua Eccellenza” il diavolo ne Il cielo può attendere di Lubitsch. Per il ruolo di Cornell mi sembra essersi ispirato molto al Peter Lorre di M – Il mostro di Düsseldorf.

S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick

S is for stanley

Italia 2016
con Emilio D’Alessandro, Alex Infascelli, Janette Woolmore
regia di Alex Infascelli

Nel 2008 Alex Infascelli intervista Christiane, la vedova di Kubrick e viene a sapere che per trent’anni, fino alla morte del cineasta il suo factotum e uomo di fiducia è stato un immigrato italiano a Londra, è lo stesso D’alessandro in prima persona a raccontare alla macchina da presa il suo singolare e profondo rapporto con il geniale regista.

Tratto dall’autobiografia di Emilio D’Alessandro, Stanley Kubrick e me, scritta con Filippo Ulivieri, che ha collaborato anche alla realizzazione del documentario, S is for Stanley è un racconto commovente di un amicizia improbabile quanto profonda: un umile immigrato italiano per nulla interessato al cinema e uno dei più grandi registi della storia del cinema, uniti dall’ossessiva pignoleria e la passione per le auto.
Il racconto si snoda linearmente dalla consegna fortuita del fallo gigante di Arancia Meccanica che Emilio carica sul suo piccolo taxi a noleggio, l’unico disponibile ad attraversare tutta Londra in una notte nevosa, fino alla morte del regista in cui ritratto emerge in filigrana dal racconto del fedele factotum. Un uomo dalla grande umanità riservato ma che pretende la dedizione più assoluta da chi lo circonda: impedisce ad Emilio di proseguire la carriera automobilistica per paura che si faccia male, arriva al punto di installare a sue spese una linea telefonica diretta nella casa londinese dei D’Alessandro pur di essere sempre in contatto con il suo uomo d fiducia.
Dall’altro canto la disponibilità cieca di Emilio, che mette in secondo piano tutta la sua vita, famiglia compresa per essere sempre accanto a Stanley di cui intuisce la genialità senza mai interrogarsi su quello che gli viene chiesto ma vivendolo come una sfida e un impegno da portare a termine.
La bellezza del documentario sta proprio nella possibile doppia lettura: ovviamente è una miniera di informazioni per gli amanti del regista ma colpisce davvero il rapporto di umanità e dedizione che si installa tra i due uomini, vien quasi da dire un’amicizia di altri tempi.

L’imperatrice Caterina

L'imperatriceCaterina

The Scarlet Empress
USA 1934 Columbia
con Marlene Dietrich, John Lodge, Sam Jaffe, Louise Dresser, Edward Von Sloan, Jameson Thomas, Ruthelma Stevens, Maria Sieber
regia di Josef von Sternberg

La principessa prussiana Sofia Federica viene chiesta in moglie dal Granduca Pietro futuro zar di tutte le Russie. A condurre la romantica principessina in Russia è il conte Alexey Razumovsky che le descrive il promesso sposo come un adone, orgoglio della corte e poi tenta di sedurla. Arrivata a corte Caterina si trova di fronte un promesso sposo brutto oltreché pazzo e scopre che il galante Alexey è l’amante della zarina. Quando anche il figlio le viene strappato dalla zarina, a Caterina non resta che l’ambizione e inizia a tessere gli intrighi che la porteranno sul trono dopo aver deposto il marito.


Limperatricecaterina

Ispirandosi ai diari di Caterina II, Josef von Sternberg realizza un film delirante dal punto visivo che fu anche di ispirazione per Eisenstein per Ivan il Terribile.
Il regista segue puntigliosamente la trasformazione della giovane e ingenua principessa in una donna cinica, che impara ad usare il proprio fascino per ottenere il potere.



L'imperatriceCaterina

Molto brava Marlene Dietrich nel tratteggiare l’evoluzione della zarina: da fanciulla bamboleggiante (ruolo insolito per l’attrice) a donna sicura di sé dal classico sorriso sghembo e beffardo tipico di Marlene.
Ad interpretare Sofia Federica da piccola c’é Maria Riva, la figlia della diva. La scena è quella classica del racconto anticipatrice del destino: il precettore racconta alla bambina le efferatezze dei grandi sovrani russi e l’immagine si dissolve dal volto della bimba a una serie di immagini di torture, ultima quella di un uomo usato come batacchio di una grande campana di bronzo e le campane torneranno spesso nel film a segnare tutti i momenti salienti:l’arrivo a corte, il matrimonio, la nascita del figlio, la morte di Caterina I.



Caterina

L’imperatrice Caterina è tra gli ultimi film di una major girato prima che entrasse in vigore il codice Hays e Josef von Sternberg, con innumerevoli allusioni sessuali, ne approfitta per mettere in scena una Russia barbara dominata da sesso e violenza, più che le nudità che oggi risulterebbero molto caste; per i nostri tempi è più sconvolgente vedere l’educazione “sentimentale” di Caterina con la Dietrich che sorride soddisfatta tra le braccia di due cicisbei che ha appena baciato.



The scarlet empress

Si tratta di un film visivamente eccezionale: la capacità del regista di lavorare con la luce esaltando la bellezza di Marlene, usando il controluce per sottolineare l’ambiguità dei personaggi e creando ombre espressioniste è all’apice e questo si aggiunge la delirante messa in scena sempre di matrice espressionista come le inquietanti sculture che ornano il palazzo reale: la scena del banchetto nuziale si apre sulla scultura di uno scheletro ad anticipare il funesto esito delle nozze di Pietro, le scenografie sono sontuose e debordanti tanto da far perdere di vista gli attori, a volte anche i protagonisti.



Thescarletempress

Alle scene di massa ( mille comparse accreditate nei titoli di testa) fanno da contrappunto i primi piani o i dettagli dei volti e il regista sa scegliere una gamma volti degni della cinematografia russa contrapposti alla bellezza quanto mai levigata della Dietrich.

Atto di forza

Total Recall
USA 1990 Columbia Tristar
con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Michael Ironside, Ronny Cox, Marshall Bell, Dean Norris
regia di Paul Verhoeven




Totalrecall

L’operaio  Douglas Quaid  continua ad avere incubi inerenti a Marte e a una donna sconosciuta, finisce così per farsi tentare dalla pubblicità della Rekall, società che impianta ricordi fittizi di viaggi mai fatti. Mentre si procede con l’innesto le reazioni di Quaid sono insolite e si scopre che l’uomo è stato veramente su Marte ed è la sua vita sulla Terra ad essere una montatura, compresa la bella moglie Lori che gli sta accanto solo per controllare che non riemerga il suo passato: Quaid è Carl Hauser un agente segreto passato dalla parte dei ribelli che potrebbe sapere come liberare il pianeta rosso dal giogo di  Vilos Cohaagen, il magnate che sfrutta la popolazione per i suoi scopi commerciali, causandone anche deformazioni fisiche. Quaid riesce a partire per Marte e ritrovare Melina la donna che compare nei suoi sogni e che è tra i capi dei ribelli ma la verità sul suo passato è ancora più complicata..




Attodiforza


Da un racconto di  Philip K. Dick il regista olandese Paul Verhoeven, reduce dal successo di Robocop trae un film di fantascienza dagli effetti speciali notevoli: ricordo che all’epoca fecero molta impressione le scene del trailer in cui Schwarzenegger si estrae il rilevatore di posizione dalla narice e quando esce dalla maschera dell’attempata signora, travestimento con cui voleva raggiungere Marte.




Attodiforza


Un tema così complesso come la memoria e la percezione di sé, è solitamente trattato con atmosfere cupe e angoscianti ma la presenza di Schwarzenegger, che non offre certo un potenziale attoriale grande quanto la sua massa muscolare, sposta il film su un tono più ironico, anche la deformazione dei volti quando sono all’aperto su Marte, in mancanza di atmosfera, si rifanno più allo stile dei cartoni animati che ad altri più drammatici od orrorifici.




Atto di forza


Verhoeven ha l’intelligenza di tagliare il film sul protagonista e adattarlo alla bidimensionalità dei suoi lavori precedenti per non tradire le aspettative del folto pubblico dell’ex culturista limitandosi ad esasperare il tema del doppio in un gioco di scatole cinesi.




Total recall


Rivedendolo dopo tanto tempo, in Total Recall ritrovo i germi dell’action e disaster movie che avrebbero imperversato negli anni ’90 e lo spirito che da oltre un decennio anima le saghe comics dei supereroi, tutti battute ed esplosioni.
Interessanti alcune trovate futuribili del 2084 di cui disponiamo già oggi come il televisore a schermo piatto wide screeen.

Wampyr

Martin

Martin
USA 1977
con John Amplas, Lincoln Maazel, Christine Forrest, Elayne Nadeau, Tom Savini, Sara Venable
regia di George A. Romero

Tateh Cuda, un bottegaio di origine transilvana, prende a vivere con sè un giovane cugino, Martin. Il vecchio è convinto che sul giovane gravi una maledizione di famiglia e sia la reincarnazione di Nosferatu ma il ragazzo è “solo” un serial killer che prima anestetizza le sue vittime poi le svena per succhiarne il sangue simulando un amplesso.

Martin è il film più amato dallo stesso Romero, un film low budget girato coinvolgendo parenti e maestranze nella lavorazione: Romero stesso è il prete piuttosto scettico sul demonio, la moglie Christine Forrest è Cristina, la nipote del vecchio Kuda anche lei stufa delle ossessioni sui vampiri del nonno e il suo fidanzato è Tom Savini, attore e regista ma soprattutto curatore degli effetti speciali.
Martin, sotto questo aspetto è un film poco splatter, un horror d’atmosfera, una decostruzione del mito del vampiro: in uno mondo degradato vittima del consumismo: Kuda gestisce un negozio di alimentari, Martin fa le consegne per lui ma incombe il vicino supermercato dove le signore che escono con la spesa sono importunate dai perdigiorno; nell’era del consumismo è finita anche la parabola romantica del vampiro che pure riviviamo in flash back in bianco e nero.




Wampyr


La pellicola è un capolavoro di montaggio, sia nel passaggio tra flash back e presente che dimostra come Martin riviva la vicenda del passato, sia per dare tensione alle scene:l’attacco alla seconda vittima sorpresa in casa con un amante inaspettato, la fuga dopo l’omicidio dei barboni che si risolve con uno scontro nel covo di alcuni malviventi da cui Martin esce illeso e senza responsabilità.
Il fascino del film sta nel mistero non svelato del protagonista: è davvero un vampiro come crede il vecchio Kuda? E’ solo un malato? L’amore fisico finalmente consumato con la signora Santini lo avrebbe redento se per una beffa del destino la donna non avesse deciso di suicidarsi con lo stesso modus operandi usato da Matin per uccidere le sue vittime, cioè tagliandosi le vene? La necrofilia è congenita nel ragazzo oppure nasce dalle ossessioni della famiglia che si crede maledetta dal vampirismo?
I piani si mescolano e allo spettatore viene lasciata la possibilità di scegliere la risposta che gli è più congeniale.




Wampyr


Il titolo italiano del film è Wampyr e come sempre, quando ci sono grandi rimaneggiamenti nella versione, si può dire che Wampyr non è Martin, la versione italiana è stata curata (?) da Dario Argento che aggiunge brani dei Goblin e per quanto le musiche non siano state scritte appositamente dal film le ho trovate piuttosto intriganti, il guaio è che per posto a loro sono state cancellate le telefonate off fatte alla radio in cui Martin cerca aiuto e ne rimangono solo alcuni spezzoni privi di senso.




Martin


La pellicola è stata accorciata di qualche minuto ma soprattutto è stata modificato l’ordine di alcune scene: la versione orginale inizia con l’attacco di Martin alla viaggiatrice solitaria in treno mentre quella italiana comincia con Kuda che va a prendere Martin alla stazione e lo accompagna a casa, il giorno dopo, ultimo giorno libero prima di iniziare il lavoro, Martin sale sul treno in cerca di una preda: suona piuttosto male che un operatore ferroviario saluti amichevolmente il ragazzo che in teoria è appena arrivato nella cittadina di Braddock.
Per chi fosse interessato a tutte le differenze rimando al minuzioso articolo del Davinotti