Le cinque chiavi del terrore

Dr. Terror’s House of Horrors
GB 1965 Amicus Productions
con Christopher Lee, Peter Cushing, Max Adrian, Ann Bell, Michael Gough, Jennifer Jayne, Neil McCallum, Bernard Lee, Roy Castle, Alan Freeman, Peter Madden, Kenny Lynch, Jeremy Kemp, Donald Sutherland, Harold Lang, Phoebe Nicholls, Ursula Howells, Christopher Carlos, Edward Underdown, Katy Wild
regia di Freddie Francis



Le5chiavidelterrore


Cinque uomini si ritrovano nello scompartimento di un treno in partenza e all’ultimo momento arriva anche un ambiguo personaggio che facendo cadere uno strano mazzo di carte attira l’attenzione dei cinque compagni di viaggio. Si presenta come il dottor Shock e afferma che con cinque carte può prevedere il passato e il futuro di ognuno, l’ultima carta svela l’opportunità di sfuggire al destino già segnato…

Il terzo film della Amicus, casa di produzione rivale della Hammer si avvale della presenza delle due stelle della Hammer invertendo i ruoli in cui siamo abituati a vederli: Peter Cushing, l’antagonista razionale dei mostri Hammer, questa volta rappresenta il perturbante arrivato a sconvolgere il tran tran di cinque uomini d’affari mentre Christopher Lee è un arcigno critico d’arte, l’unico che oppone la razionalità e cerca di non farsi sedurre dal misterioso dottor Shock.
Il film ha la tipica costruzione a episodi degli anni ’60 e la cornice è sicuramente più interessante di alcuni degli episodi che sono la rappresentazione di quanto previsto dalle carte per ogni viaggiatore: il primo, un architetto che ha venduto la vecchia casa di famiglia, dovrà vedersela con un lupo mannaro che già duecento prima rivendicava la proprietà della magione. Il secondo, un buon padre di famiglia tornato dalle vacanze troverà il giardino infestato da una pianta rampicante che sembra mossa da un’intelligenza particolarmente maligna.
All’insopportabile trombettista jazz è preannunciata una tournee ad Haiti dove l’uomo trascriverà una musica sacra del voodoo per ottenerne un pezzo commerciale scatenando l’ira del dio che lo seguirà fino a Londra per riappropriarsi della melodia.
L’arcigno critico d’arte, sbeffeggiato da un artista che ha sempre detestato, si vendica investendo il pittore che si ritrova con una mano amputata, il senso di colpa rende ilcritico vittima di allucinazioni e si crede perseguitato dalla mano mozzata fino ad avere un incidente in cui perde la vista.
Il giovane medico appena trasferito in un sobborgo con la giovane moglie viene convinto dal vecchio dottore che la moglie è un vampiro e suggestionato al punto di ucciderla con il paletto di frassino. Il dottore negherà ogni addebito e fatto incarcerare il giovane rivale potrà riprendere il monopolio sull’attività medica e sul vampirismo.
Cinque velocissimi episodi di livello diseguale, gli effetti speciali sono di pessima qualità ma il film diverte per gli sprazzi di humor nero e alcuni elementi perturbanti azzeccati: l’epidosido della rampicante è forse il meno riuscito ma per certi versi il più interessante raccontando un fenomeno senza spiegazione che richiama Gli Uccelli di Hitchcock; gli altri episodi enfatizzano una critica sociale che rivela meschinità e segreti dietro la facciata inappuntabile degli uomini di successo.
Come dicevo la cornice è più interessante degli episodi e riserva anche un finale inatteso e di ottimo livello.

Un secchio di sangue

A Bucket of Blood
USA 1959
con Dick Miller, Barboura Morris, Anthony Carbone, Julian Burton, Ed Nelson, John Shaner, Bert Convy, Judy Bamber, John Brinkley, Myrtle Domerel
regia di Roger Corman




Un  secchio di sangue


Walter Paisley, umile cameriere in un ritrovo per artisti, è disprezzato dagli avventori e dal suo capo per la scarsa intelligenza mentre lui si abbevera soprattutto delle poesie di Maxwell H. Brock. Quando uccide involontariamente il gatto della sua affittacamere, stimolato proprio dai versi di Brock, Walter ricopre il cadavere d’argilla e lo spaccia per una sua scultura ottenendo finalmente la stima dei clienti della Porta Gialla. Una ragazza gli regala addirittura una strana fialetta, gesto che non sfugge a Lou Raby, uno dei due poliziotti infiltrati nel locale per controllare lo spaccio di droga. Lou raggiunge Walter a casa e cerca di arrestarlo per possesso di eroina ma Walter terrorizzato dalla pistola lo uccide e trasforma anche Lou in una statua. Leonard, il proprietario del locale, facendo cadere casualmente la statua del gatto si accorge del cadavere nascosto e intuita la pazzia di Walter, cerca di dissuaderlo dal realizzare altre opere ma ormai esaltato dall’attenzione che non aveva mai ricevuto, Paisley non smette di realizzare le sue macabre opere artistiche che sono esposte in una mostra dove il calore rivela ben presto cosa si nasconde sotto la patina d’argilla: tutto precipita quando Carla, la pittrice di cui Walter è sempre stato innamorato, lo respinge e scopre i cadaveri dentro le statue…



Unsecchiodisangue


Il tema dei cadaveri trasformati in statue è un classico del cinema horror, Roger Corman ha la genialità di utilizzarlo per un creare un piccolissimo film, solo 66 minuti, di profonda critica della società.
Si parte dal tema dell’arte beatnick, il cui linguaggio criptico favorisce il gioco dell’arte contemporanea apparentemente facile per cui anche un cameriere un po’ tardo può improvvisamente superare le soglie della percezione e trasformarsi dall’oggi al domani in uno scultore di talento, problema che negli anni si è traferito dal mondo dell’arte a molti aspetti della nostra vita contemporanea con conseguente morte della meritocrazia.




Abucketofblood


Walter si trasforma in un artista killer per caso ma ben presto l’attenzione e gli attestati di stima di cui non aveva mai goduto in vita sua diventano il motore per cercare nuove vittime per le sue opere d’arte e in questo Corman è profetico della società odierna dove per mantenere o ritrovare la fama e il successo, gli “artisti” sono disposti a svendere la loro dignità.
Le opere di Walter sono solo quattro ma descrivono perfettamente i passi verso la follia del protagonista: il primo assassinio del tutto casuale e la prima statua pensata quasi come un tributo al povero gatto, il secondo omicidio per per difendersi da un’aggressione, il terzo come vendetta verso la modella che lo aveva deriso al locale non credendo al suo talento e il quarto dettato dal bisogno di mantenere lo status di artista, di non essere dimenticato di nuovo.




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Interessante anche la figura di Leonard, il proprietario del locale che per primo si accorge dell’imbroglio di Walter: da subito vorrebbe smascherarlo ma un’offerta allettante da parte di un collezionista lo fa desistere e quando si trova di fronte alla statua di Lou il terrore è ormai troppo grande per parlare e si limita solo a cercare di convincere Walter a indirizzarsi verso altre forme d’arte come l’astrattismo, conscio del fatto che le responsabilità degli omicidi del cameriere ricadono anche su di lui e sul cinismo della poesia di Brook, pericolosa per chi non ha gli strumenti per comprenderla.

Il signore resta a pranzo

The Man Who Came to Dinner
USA 1942, Warner Bros
con Monty Wooley, Bette Davis, Ann Sheridan, Richard Travis, Jimmy Durante, Billie Burke, Reginald Gardiner, Elisabeth Fraser, Grant Mitchell, George Barbier, Mary Wickes, Charles Drake, John Ridgely, Edwin Stanley, Russell Arms, Ruth Vivian
regia di William Keighley



Man Who Came to Dinner


Lo scorbutico divo della radio Sheridan Whiteside si trova a Mesalia in Ohio per una conferenza, ospite di un importante famiglia della città, quando cade sui gradini d’ingresso ed è costretto a restare confinato nella casa dei signori  Stanley. Whiteside s’impossessa della casa ospitando i suoi strambi amici e convince i figli dei padroni di casa a lasciare la città per realizzare i loro sogni. Nel frattempo la sua insostituibile segretaria, Maggie Cutler, s’innamora di un giornalista di Mesalia, Bert Jefferson, e avverte Whiteside che sta per lasciare il lavoro. Pur di non perdere la collaboratrice, il conferenziere getta Bert tra le braccia di  Lorraine Sheldon, un’attrice senza scrupoli ma quando capisce che Maggie è davvero innamorata fa di tutto per allontanare Lorraine.



Ilsignorerestaapranzo


Trasposizione cinematografica dell’omonima commedia teatrale del 1939 che aveva per protagonista lo stesso Monty Woolley. Il regista William Keighley fa ben poco per nascondere l’impianto teatrale dell’opera quasi tutta ambientata nel grande salone di casa Stanley, anche se la macchina da presa si muove in questo ambiente con una certa ariosità data dai brevi piani sequenza per seguire ingressi ed uscite.
A sorreggere il film la grande verve degli attori, Bette Davis ottima nel recitare sottotono il ruolo della paziente segretaria che pure non ha paura di tener testa all’impossibile Whiteside, Billie Burke, la Glinda, strega buona de Il mago di Oz è adorabile nel ruolo della signora Stanley, la cui vita viene stravolta dalla presenza dell’ingombrante celebrità che era così felice di avere a cena.



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Jimmy Durante arriva sul finale come un deus ex machina e risolve il problema di Lorraine Sheldon tra una canzone e una battuta, notevole il cast secondario, soprattutto Mary Wickes che i più ricordano come Suor Maria Lazzara di Sister Act, qui è una segaligna Miss Preen, l’infermiera vittima prediletta delle angherie di Whiteside.



Il signore resta a pranzo


La commedia resta comunque molto godibile ancora oggi anche se, prendendo di mira il mondo teatrale e cinematografico del periodo, alcune allusioni vanno perse: il personaggio a cui è ispirato il divo radiofonico potrebbe essere addittura Orson Welles visto che chiama affettuosamente Lorraine bocciolo di rosa, ovvero rosebud: da vedere possibilmente in versione originale sottotitolata per apprezzare il ritmo delle battute.

Il serpente e l’arcobaleno

Ilserpenteelarcobaleno

The Serpent and the Rainbow
USA 1988 Universal
con Bill Pullman, Paul Winfield, Cathy Tyson, Zakes Mokae, Brent Jennings, Conrad Roberts
regia di Wes Craven

L’antropologo Dennis Alan durante una spedizione sul Rio Negro beve la pozione di un potente stregone che dovrebbe svelargli il futuro: dopo un primo momento gioioso in cui incontra il suo spirito guida, l’esperienza si trasforma in un incubo di morte. Tornato in America, Alan viene assunto da una casa farmaceutica perché si rechi ad Haiti per seguire il caso di un maestro di scuola, Christophe, ricomparso dopo anni dalla sepoltura: si vuole studiare il caso per sfruttare il fenomeno della zombificazione per migliorare le tecniche di anestesia. Il contatto ad Haiti è la bella psichiatra Marielle Duchamp che lo introduce nella complessa realtà haitiana e di cui Allan s’innamora attirando l’attenzione molesta di Dargent Peytraud, capo dei  Tonton Macoute, milizia personale del dittatore Baby Doc Duvalier…



Il serpente e l'arcobaleno


Avevo visto Il serpente e l’arcobaleno al cinema e la nuova visione ha riconfermato l’ottimo ricordo che conservato dell’horror a sfondo politico di Wes Craven.
In questo film il regista offre una rilettura originale della figura degli zombie: se da una parte c’è la ricerca scientifica del fenomeno della morte apparente, dall’altra gli zombie sono la rappresentazione dell’oppressione della dittatura, il capo della milizia Peytraud è uno stregone che ha al proprio servizio innumerevoli anime di altri sciamani e sfrutta questo potere per governare la volontà degli oppositori del potere trasformandoli in zombie, Christophe era un maestro che non aveva paura di esprimere le proprie idee e si ritrova ridotto allo stato di zombie, con l’ulteriore sfortuna di ricordare tutte le fasi del processo di zombificazione: la morte apparente dovuta alla tetradotossina, l’inumazione, il risveglio nella tomba e la “resurrezione” a questa parvenza di vita fatta di terrore e mancanza di volontà al servizio del suo aguzzino.



Ilserpenteelarcobaleno


Tratto dal saggio omonimo dell’etnobotanico Wade Davis che racconta la sua esperienza con il celebre caso di zombificazione accertata del contadino haitiano Clairvius Narcisse, il film di Craven sa riproporre l’atmosfera antropologica mostrando scene di folklore haitiano, da quello per i turisti, alle forme religiose che sovrappongono il culto cattolico al woodoo per arrivare alla dimensione più oscura fatta di cimiteri, visioni spaventose e torture reali inflitte dal Tonton Macoute l’orrore più spaventoso e ahimè reale mostrato nel film.



The serpent and the rainbow


Una discesa infernale che neppure l’”happy end” finale riesce a mitigare e anche nella realtà, nonostante la fuga del dittatore con cui si conclude il film, le sorti di Haiti rimangono sempre drammatiche.

Insoliti criminali

Albinoalligator

Albino Alligator
USA 1996 MGM
con Matt Dillon, William Fichtner, Frankie Faison, Faye Dunaway, Viggo Mortensen, John Spencer, Gary Sinise, M. Emmet Walsh, Skeet Ulrich, Joe Mantegna, Melinda McGraw
regia di Kevin Spacey

New Orleans: tre rapinatori il cui colpo è saltato perché è partito l’allarme si ritrovano inseguiti dalla polizia e si rifugiano nell’unico bar che trovano aperto, posto in uno scantinato senza via di fuga. Durante il sequestro scopriranno dalla televisione che la polizia non è sulle loro tracce ma su quelle di un trafficante d’armi anche lui nel locale per uno scambio…

Il debutto alla regia di Kevin Spacey, vincitore del Courmayeur Noir in festival 1996, è un bel noir che paga qualche debito verso i due grandi successi degli anni immediatamente precedenti: Pulp Fiction da cui derivano in certa misura i dialoghi tra i gangster e I soliti sospetti con cui gioca anche il titolo italiano, il film che lanciò nel 1995 la carriera di Spacey con il mitico Keyser Söze e a cui rimanda il colpo di scena sulla scoperta del vero ricercato dalla polizia.



Insoliticriminali


Il film parte con una scena d’azione dove lo scambio di auto del trafficante con quella dei rapinatori porta i secondi a credere di essere inseguiti dalla polizia e a rifugiarsi nel bar, da quel momento il film diventa un teso kammerspiel dove le profondità di campo si alternano a stretti primi piani perché Insoliti criminali è soprattutto un film d’attori e tutti molto bravi, dall’eterno sottovalutato Gary Sinise nei panni di Milo, l’unico rapinatore con un po’ di senno che deve tenere a bada il fratello Dova (Matt Dillon) dalla pessima influenza dello psicopatico Law (William Fichtner). Faye Danaway è la matura cameriera Janet preoccupata anche per le sorti del figlio Danny presente nel locale al momento del sequestro e poi c’è un ancora sconosciuto Viggo Mortensen, nel ruolo di Guy Foucard, il trafficante d’armi.



Albino  alligator


Fuori dal locale il cordone di polizia è capitanato da Joe Mantegna, che entra in scena ripreso di spalle dal basso verso l’alto con la piega dei pantaloni perfetta e quasi rigida, stessa piega che torna nel completo della giornalista Jenny Ferguson, la prima ad arrivare sul posto e a svelare da fonti canadesi l’identità del trafficante portando scompiglio dentro il locale dove cambiano gli equilibri ancora una volta.
L’ironia di credersi inseguiti e scoprire che tutta la mobilitazione riguarda un altro si trasforma in cinismo quando Dova chiede a Janet e suo figlio di provare che vogliono salvarsi uccidendo un altro ostaggio.



Albinoalligator


Il cinismo dei media che trasforma immediatamente i tre sopravvissuti in eroi dando per scontato che siano degli ostaggi ma del resto il titolo originale del film rimanda alla leggenda del sacrificio dell’alligatore albino perché si possa salvare il gruppo e nella pellicola possiamo trovare molte vittime sacrificali.



Insoliti criminali


Un film molto intrigante, anche nella scenografia: il bar, che ai tempi del proibizionismo era una rivendita clandestina di alcolici, vanta un arredo decò ricostruito fedelmente.
Spacey tornerà alla regia solo nel 2004 per il biopic su  Bobby Darin, Beyond the Sea.

La mala ordina

La mala ordina

Italia 1972
con Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode, Adolfo Celi, Luciana Paluzzi, Sylvia Koscina, Franco Fabrizi, Francesca Romana Coluzzi, Femi Benussi, Peter Berling, Cyril Cusack, Gianni Macchia, Renato Zero
regia di Fernando Di Leo

Il boss newyorkese Corso invia due killer a Milano per uccidere Luca Canali un magnaccia di poco peso sospettato di aver rubato una partita di droga. I due killer si appoggeranno al boss Vito Tressoldi, il vero organizzatore della truffa agli americani che fa di tutto per eliminare Canali perché gli americani non scoprano il suo gioco, arrivando a far uccidere anche la moglie e la figlia del pappone ma questo omicidio scatena la furia di Canali che si vendica mortalmente dei suoi nemici.

Secondo capitolo della Trilogia del milieu di Fernando Di Leo a cui Tarantino si è ispirato per la coppia di killer di Pulp Fiction, un bianco e un nero come i due killer spediti in Italia dal padrino newyorkese. David Catanìa e Frank Webster vengono scelti perché parlano italiano, uno per le origini l’altro per aver combattuto in Italia durante la guerra, doppiati con un accento alla Stanlio e Ollio senza però sbagliare un congiuntivo.



Lamalaordina


Contraddizioni che rappresentano bene i poliziotteschi e i gialli anni ’70 considerati b movie dove poi trovi arredi di design che oggi non entrano neppure nella miglior produzione a grosso budget e un attenzione incredibile per il colore e la composizione dell’immagine, anche sperimentale come nelle scene dei “contestatori” dove nel gruppo di Triny compare regolarmente un giovanissimo Renato Zero quasi sempre con bombetta. La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Canali va a telefonare da una cabina a Tressoldi chiedendogli perché lo cerca e l’attraversamento della piazza è ripreso dai buchi del logo della Sip poi la macchina da presa scende senza stacchi e riprende la telefonata in primo piano.



Lamalaordina


Luca Canali è il prototipo malavitoso dell’uomo tranquillo che si scatena quando lo toccano negli affetti più cari: Don Vito nel confronto finale in cui gli confessa di aver ordito il colpo ai danni degli americani si stupisce che un uomo del suo valore sia rimasto in un ruolo marginale, un semplice uomo da casino. Neppure il magnaccia si spiega la sua furia, nata dalla disperazione.



La mala ordina


L’uomo che si fa vendetta da solo, in cui scatta la violenza più efferata quando viene toccato nel vivo non è un tema nuovo, anzi è tipico dei noir, in particolare degli anni ’70 ma la forza quasi sovrumana con cui Canali si libera della carcassa dell’auto per tacere del super capoccione con cui sventra telefoni o sfonda il vetro del camioncino al termine del celebre inseguimento sui Navigli, anticipano gli eroi anni ’80 alla Stallone e/o Schwarzenegger.

Il servo di scena

Thedresser

The dresser
GB 1983, Columbia Pictures
con Albert Finney, Tom Courtenay, Edward Fox, Zena Walker, Eileen Atkins, Michael Gough, Cathryn Harrison, Betty Marsden, Sheila Reid, Lockwood West, Guy Manning
regia di Peter Yates

Un attore dal passato glorioso guida la sua compagnia di anziani attori in una turneè nell’Inghilterra devastata dai bombardamenti nazisti. A sostenere il vecchio attore è il suo fedele servo di scena, Norman; dopo una travagliata rappresentazione di Re Lear dove comunque il Sir ha dato il meglio di sé, l’attore muore e il servo scopre che ha dedicato la sua autobiografia a tutti, anche alle maestranze teatrali dimenticandosi solo di lui.

Film molto acclamato all’uscita con cinque nomination agli Oscar 1984 e altrettante ai Golden Globe vinto da Tom Courtenay come miglior attore in un film drammatico mentre Albert Finney ha vinto l’Orso d’argento a Berlino per la sua interpretazione del dispostico Sir.



Thedresser


E’ un film che punta tutto sull’innegabile bravura dei due protagonisti, la vecchia gloria del teatro che sull’orlo della morte inizia a confondere la realtà con i ruoli teatrali e quella del suo servo di scena, l’uomo che conosce tutti i suoi segreti e difetti, che lo rassicura egli ricorda le battute prima di entrare in scena, vivendo di fatto per interposta persona, facendo propri i successi del Sir di cui nel film non viene mai fatto il nome ma è risaputo che il commediografo Ronald Harwood scrisse la commedia da cui il film è tratto ispirandosi alla sua esperienza personale di servo di scena per l’attore shakespeariano  Sir Donald Wolfit.



Ilservodiscena


Il regista è meticoloso nel raccontare il mondo del teatro: la vestizione, i riti scaramantici, i rapporti non sempre idilliaci nella compagnia che la forzata convivenza trasforma in una grande famiglia, l’innegabile carisma del vecchio protagonista di cui è sempre stata innamorata Marge, la direttrice di scena e a cui, nonostante l’età è disposta a concedersi l’immancabile giovane attrice disposta a tutto pur di far carriera, l’unica serenamente distaccata è la moglie, anche lei una ex giovane attrice riuscita per giunta a farsi sposare e ad ottenere il titolo di Milady.



The dresser


L’ambientazione teatrale ritorna anche in diverse costruzioni dell’immagine: profondità di campo dove l’inquadratura è divisa da elementi che ricordano le quinte teatrali.
Sullo sfondo tragico della guerra Il servo di scena ci racconta una storia melanconica e patetica: se il Sir ha passato tutta la vita a pensare a sé stesso e alla propria gloria senza accorgersi di chi per anni ha permesso che vivesse sugli allori del successo passato, anche la disperazione e la rabbia finale di Norman risuonano egoriferite: la delusione di una vita dedicata a un altro senza ottenere nulla, nemmeno la dedica su un’autobiografia non terminata.

Il castello maledetto

The Old Dark House
USA 1932, Universal
con Boris Karloff, Melvyn Douglas, Raymond Massey, Gloria Stuart, Charles Laughton, Lilian Bond, Ernest Thesiger, Eva Moore, Brember Wills, Elspeth Dudgeon
regia di James Whale



Theolddarkhouse


In una notte da tregenda nella sperduta campagna scozzese, Philip Waverton con la moglie Margaret e l’amico Roger Penderel trovano rifugio in una vecchia casa, abitata da due singolari personaggi; poco dopo anche un ricco imprenditore e la sua amica sopraggiungono in cerca di riparo. Tra Penderel e Gladys è colpo di fulmine mentre si scopre di più sui bizzarri abitanti della casa e l’energumeno muto Morgan, il maggiordomo.



Il castello maledetto intro


Dopo il grande successo di Frankenstein, il regista James Whale si dedica a questa commedia horror e nonostante la presenza di Boris Karloff nei panni dell’inquietante maggiordomo, il film ebbe scarso successo, soprattutto in America, tanto che già alla fine degli anni ’50 il film veniva considerato perduto e nel 1963 il regista William Castle ne girava un omonimo remake; solo nel 1968 vennero ritrovati i negativi nei magazzini della Universal e ristampati.
Whale s’ispira a Il Castello degli spettri di Paul Leni nel cercare una commistione tra i toni da commedia brillante e le suggestioni horror, se il film non ebbe fortuna al botteghino di certo fu fonte d’ispirazione per molta cinematografia a venire basta pensare ad Arsenico e Vecchi Merletti dove Raymond Massey interpreta uno psicopatico con la faccia di Frankenstein: l’attore ne Il castello maledetto è il giovane marito di Margaret, la diafana bellezza che attira le attenzioni del mostruoso Morgan / Boris Karloff.



Ilcastellomaledetto


Le suggestioni del cinema espressionista sono notevoli: ho notato un’impressionante somiglianza tra il codardo Horace Femm e Lord Melo di Genuine firmato da Robert Wiene; pur derivando il proprio stile da quello espressionista, Whale si permette uno sberleffo quando Margaret, rimasta sola nel salone si mette a giocare alle ombre cinesi.
A funzionare ancora oggi è proprio lo scarto tra i personaggi: le persone che trovano rifugio nella magione dei Femm sono giovani e calati nel presente: la bella coppia alla moda e l’amico vivono di rendita mentre  Sir William Porterhouse è un uomo che si è fatto da solo, vedovo si accompagna a una ballerina, Gladys Perkins in arte DuCane solo per avere compagnia, perché va bene essere in piena stagione Pre Code ma una ragazza, per essere impalmata da un ricco squattrinato, deve aver pure una parvenza di onestà anche se ammette di farsi mantenere dal ricco accompagnatore!



The old dark house specchi


I cinque giovani in perfetto stile anni ’30 riparando nella vecchia casa si trovano in una dimensione temporale avulsa dalla modernità dove regna ancora la superstizione, incarnata dalla vecchia Rebecca Femm, beghina intrisa di religione che ritiene il sesso la causa della sventura della famiglia e non esita a mostrare il suo disprezzo per le giovani donne che le sono piombate in casa.
Whale è bravissimo nel cogliere gli aspetti più ridicoli di questa figura, superlativa la scena della cena, e al contempo ne mostra il lato spaventoso: Rebecca deformata nello specchio mentre sproloquia su donnine compiacenti suggestiona Margaret inducendola a fuggire terrorizzata dalla stanza.



The old dark house


Anche Saul, il fratello pazzo liberato incautamente dall’ubriaco maggiordomo mostra un lato infantile quasi commovente prima di trasformarsi in un violento piromane e lo stesso Morgan che sublima nell’alcol le passioni suscitate dalla bella Margaret, rivela una profonda tenerezza verso il corpo di Saul, il pazzo che aveva sempre accudito.
Una curiosità: ad interpretare l’ultracentenario Roderick Femm fu scelta una donna, Elspeth Dudgeon accreditata però come John Dudgeon.

Il bandito della Casbah

Pépé le Moko
Francia 1937
con Jean Gabin, Mireille Balin, Lucas Gridoux, Gilbert Gil, Charles Granval, Line Noro, Frehel, Roger Legris, Gabriel Gabrio, Fernand Charpin, Marcel Dalio, Saturnin Fabre, Olga Lord, Gaston Modot, Jean Témerson
regia di Julien Duvivier



Pepe le moko


Il bandito parigino Pépé le Moko si è rifugiato da due anni nella Casbah di Algeri dove risulta imprendibile per la polizia francese ma l’ispettore Slimane attende pazientemente l’occasione per catturarlo. Un giorno il bandito incontra Gaby, una bellissima mantenuta, tra i due scatta il colpo di fulmine scatenando la gelosia di Ines, la donna di Pépé che lo vende all’ispettore. Catturato mentre s’imbarca sulla nave su cui viaggia Gaby, il bandito preferisce il suicidio alla galera.



Ilbanditodellacasbah


Un classico del cinema francese d’anteguerra che conferma e spiega molto bene il mito di Jean Gabin, bandito gentiluomo che preferisce i duelli verbali alla violenza, soprattutto con l’ispettore Slimane con cui ha instaurato quasi un rapporto di amicizia.
La lunga scena iniziale nella centrale di polizia serve per introdurre l’esotica ambientazione, la casbah piena di vicoli e passaggi sui tetti conosciuti solo alla sua eterogenea popolazione e presentare il personaggio di Pépé: la lealtà con gli amici e il fascino sulle donne. Siccome sarà proprio questa a rovinarlo Pepe entra in scena con un taglio di ripresa che solitamente è riservato alle dive: la telecamera è puntata sulle gambe, vestite di eleganti pantaloni e scarpe con le ghette, fanno subito di Pépé le Moko un sex symbol e anche se Gabin non è bellissimo ha sicuramente la carica per rivestire il ruolo.



Ilbanditodellacasbah


Duviver s’ispira ai gangster movie americani ma il film è diventato una tale pietra miliare della storia del cinema che molto cinema noir americano postmoderno passa da qui.
La casbah è tutta ricostruita in studio, la famosa corsa verso il molo si svolge con un trasparente ma non mancano scene realizzate in esterni, tutto concorre a creare l’atmosfera del film che mischia esotico, poliziesco e melodramma amoroso ma il tema portante, classico del realismo poetico, è la nostalgia.



Fréhel pépé le moko


L’incontro con Gaby avviene in un momento molto particolare, un informatore ha appena causato la morte di Pierre, il più giovane della banda a cui Pépé vuole bene come un fratello, il bandito comincia a rendersi conto che la casbah è solo una prigione più grande da cui non può più uscire pena la vita, l’amore morboso di Ines acuisce il senso di oppressione e improvvisamente compare Gaby, bellissima parigina che ostenta i gioielli conquistati mettendosi con un vecchio riccone. E’ la nostalgia della giovinezza spensierata nei quartieri popolari di Parigi a far scattare la scintilla tra i due, un amore rovinato dall’ispettore Slimane che li manipola per riuscire a catturare il bandito, arrivando anche a far credere a Gaby che Pépé sia morto durante uno scontro con la polizia.



Ilbandito dellacasbah


Da antologia anche la sequenza finale con Pépé che chiede all’ispettore di poter guardare la nave partire prima di essere portato in carcere, Gaby che si affaccia sul ponte e guarda verso la casbah non sapendo che l’amato è vivo e a pochi passi, il bandito grida il nome di lei ma il frastuono della sirena del piroscafo impedisce alla donna di sentire e torna dentro, perso definitivamente l’amore Pépé si suicida mentre Ines gli chiede perdono.
Importantissima anche la colonna sonora fatta di musiche tribali i cui ritmi serrati acuiscono il senso di oppressione della casbah, la canzone cantata da Tania, interpretata da Fréhel, una chanteuse della Belle Epoque che canta un suo vecchio successo con alle spalle una foto dei suoi tempi d’oro, acuisce il senso melanconico del film; anche Jean Gabin canta una spensierata canzone quando crede che l’amore possa ridargli la libertà.
Più che i due mediocri remake americani, Un’americana nella Casbah (Algiers) e Casbah, da ricordare la parodia Totò le Mokò, di Carlo Ludovico Bragaglia del 1949.

Signore e signori

Italia 1965
con Franco Fabrizi, Olga Villi, Virna Lisi, Beba Loncar, Gastone Moschin, Gigi Ballista, Alberto Lionello, Moira Orfei, Alberto Rabagliati, Antonio Acqua, Nora Ricci, Carlo Bagno, Aldo Puglisi, Gia Sandri, Quinto Parmeggiani, Patrizia Valturri, Virgilio Gazzolo
regia di Pietro Germi



SignoreEsignori


La vita della società alto borghese di una cittadina della provincia veneta che dietro la facciata di perbenismo nasconde l’ossessione sessuale tipica di una società cattolica fortemente repressa: la conquista amorosa è così necessaria per l’affermazione personale che Toni Gasparini arriva persino a confidare all’amico medico Castellan la presunta impotenza che l’affligge da un anno, il medico non perde occasione di lasciar trapelare il pettegolezzo durante una festa di amici accorgendosi troppo tardi che quella di Gasparini è una fandonia messa in piedi per sedurgli la moglie. Quando Castellan coglie i fedifraghi sul fatto risolve tutto con due schiaffoni e la promessa che l’adulterio non diventi di dominio pubblico, perché nonostante il continuo gioco di tradimenti la famiglia è il pilastro fondamentale della società, se ne accorgerà il ragionier Bisigato, uomo mediocre angariato da una moglie petulante che s’innamora, ricambiato, di Milena, la bella cassiera del bar. Bisigato sogna di rifarsi una vita con la nuova compagna ma viene ostacolato da tutti: dagli amici che lo appoggiavano quando quella con Milena era solo una relazione clandestina, alle forze dell’ordine messe in moto dalla moglie. Dal maresciallo al capoufficio tutti consigliano al ragioniere di vivere la storia clandestina con un basso profilo, ma accecato dall’amore Bisigato non demorde e arriva anche a tentare il suicidio quando Milena lascia la città ma viene prontamente salvato e dopo adeguate cure rispedito tra le braccia della famiglia ufficiale.
La famiglia è il pilastro della società e tutta la società collabora perché almeno la facciata della famiglia, soprattutto borghese, sia impeccabile arrivando anche a coprire le colpi più turpi pur di non mostrane il verminaio, così quando il branco di notabili allupati si passa di mano le grazie di una contadinotta sprovveduta arrivata in paese, senza preoccuparsi che la ragazza sia minorenne, lo scandalo montato dal padre della ragazza viene messo a tacere a suon di milioni dopo che tutte le vie, ecclesiastiche e politiche, erano state sperimentate mettendo almeno a tacere la stampa.
Anche l’algida moglie di Gasparini arriva a concedersi pur di salvare il buon nome della famiglia e non paghi di averla scampata il gruppo di borghesi denuncia per calunnie i contadini, rappresentanti di un sottoproletariato fintamente ingenuo in realtà connivente con le classi superiori pur di elemosinarne gli agi.
SignoreesignoriTre storie ispirate a vicende reali che stigmatizzano problemi della società italiana, ancora attuali a cinquant’anni di distanza.
Originale lo stile del film che si discosta dall’abusato modello di film ad episodi tipico degli anni ’60, su suggerimento di Flaiano.
Il film è una storia corale come la piazza, fulcro della vita sociale, luogo degli incontri dei commenti, degli scandali. L’attenzione si sposta nel corso del film sulle tre storie ma a tutte partecipano a vario titolo i diversi personaggi. Tutto concorre, il numeroso cast, le musiche, lo stile di riprese a creare una sensazione d’isteria collettiva che esalta i toni grotteschi della pellicola.