Pensieri Notturni

Pensierinotturni

Una raccolta di pensieri e poesie di Marlene Dietrich curata dalla figlia, Maria Riva, che appartengono all’ultimo periodo della vita dell’attrice (scomparsa il 6 maggio 1992), ormai ritiratasi dalle scene.
Pare che Marlene soffrisse di insonnia e sublimasse le ore di veglia notturna scrivendo ricordi ed emozioni su un taccuino che teneva sempre vicino al letto per questa evenienza. Nel 2005 la figlia ha raccolto e pubblicato questi testi, editi in Italia da Frassinelli in un elegante volume che accompagna belle fotografie d’epoca agli scritti dell’attrice.
Si tratta di poesie e frammenti di ricordi riguardanti i personaggi del mondo del cinema, dell’arte o della storia che Marlene ha conosciuto: dal General e Patton a Erich Maria Remarque passando per Giacometti, da Charlie Chaplin a Joseph von Sternberg, da Jean Gabin a Orson Welles, solo per citare i piu’ celebri.
Un libro da comodino, da sfogliare e riprendere in mano piu’ volte, inedito sprazzo di luce sull’animo di una grande diva.

La vie en rose

La prima cosa da dire è che il titolo originale e’ La mome (la ragazzina, la piccolina) e non La vie en rose, ci tengo a sottolinearlo perché, se uscendo dalla sala dopo aver visto il film, l’occhio cade sulla locandina, si nota la sadica ironia che nasconde questo titolo, dati i momenti della vita di Edith Piaf che il regista ha scelto di raccontare e cioe’ la tragica infanzia, la tragica morte del suo grande amore e la devastante agonia degli ultimi anni. Di Yves Montand si sussurra solo il nome verso la fine, come avviene per Cocteau, degli altri artisti con cui la Piaf ebbe collaborazioni e del suo peso sulla cultura del Novecento si sorvola bellamente, per cui se una persona si approcciasse per la prima volta a Edith Piaf tramite questo film, potrebbe pensare che la Piaf sia una Mina d’Oltralpe, molto piu’ sfigata della nostra tigre di Cremona, ma forse sono io che parto da un presupposto sbagliato: che il genere biografico, che difficilmente offre opere di grande qualita’, abbia un intrinseco intento pedagogico, un po’ l’equivalente delle pitture nelle chiese medievale, le cosiddette, “Bibbie per i poveri”; invece il successo del genere biografico deriva principalmente dal piacere di vedere quanto un attore riesce nell’opera di immedesimazione con il protagonista, imitandolo alla perfezione e in questo La vie en rose centra l’obbiettivo e da qui derivano le critiche piu’ che positive che l’hanno accompagnato in sala.


Lavieenrose

Personalmente lo trovo un film pessimo, non solo per aver completamente messo da parte la componente intellettuale dell’esistenza della Piaf ma anche per il modo in cui e’ stato raccontato il film, con una morbosa attenzione ai dettagli piu’ lacrimevoli della vita della cantante che rendono il lavoro stucchevole ed irritante quanto un servizio de La vita in diretta: la commozione non scatta mai e il cumulo di episodi tragici e‘ tale che ogni volta che inizia un nuovo capitolo si teme che l’inquadratura seguente porti morte e stridor di denti: angosciante!


Lamome

Dovrebbero consolare le canzoni della potente voce della Piaf ma a parte qualche rara esibizione originale tutte le canzoni sono state ricantante da una cantante che imita fedelmente l’artista, pero’ assicuratevi di vedere questo film in una sala che sapete avere una buona acustica: i gorgheggi a piena voce durano quanto il film e non vengono troppo sfumati durante i dialoghi per cui l’emicrania e’ assicurata, e’ d’uopo fare un’operazione di disinquinamento acustico leggendo tutti i titoli di testa che sono accompagnati da un semplice sottofondo musicale, oltre a riavervi, sara’ l’unico modo per sapere, in questo film, che la Piaf e’ anche autrice di gran parte dei suoi successi.

Le vite degli altri

Lavitadeglialtri L’esordio del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck e’ davvero ottimo e mai statuetta come miglior film straniero agli Oscar fu piu’ meritata, avendo dato l’opportunita’ di una discreta distribuzione alla pellicola che altrimenti dubito saremmo riusciti a vedere.
La vicenda e’ ambientata a Berlino Est nel 1984 (quanto casuale la scelta di questo anno in un film che parla di controllo della societa’?) e il capitano Wiesler e’ davvero un perfetto elemento della STASI, la polizia segreta che controlla il paese: egli e’ convinto che anche le torture psicologiche siano per il bene della nazione, la sua fede nell’ideologia inizia a vacillare quando gli viene affidato il caso del drammaturgo Dreyman, messo sotto controllo per volere del viscido ministro della cultura Bruno Hempf che ha una relazione con la compagna dell’intellettuale, Christa-Marie Sieland, un’attrice costretta ad accettare le avance del ministro per poter continuare a recitare. Wiesler si accorge, e noi con lui, di quanto sia squallido e meschino l’abuso di potere, esercitato il piu’ delle volte per il puro piacere di umiliare gli altri o soddisfare i propri sfizi. Durante questa indagine il capitano ha anche modo di capire cosa spinge alcuni intellettuali a resistere ai soprusi del potere anche se questo li porta a rischiare la loro carriera e questo spinge Weisler a mettersi in gioco a sua volta.
C’e’ una chiara spaccatura nel film tra chi si vende per il potere: il ministro, l’ambizioso capo di Wiesler, persone che cadono sempre in piedi e chi si ribella: persone descritte senza retorica, anzi dipinte quasi come dei loosers senza appello, nel mezzo c’e il personaggio di Dreyman, che pur aiutando la resistenza non si espone piu’ di tanto e l’unica volta che compie un gesto forte, concreto trova sulla sua strada un angelo, anzi una persona buona che lo protegge.
Eccellente la ricostruzione storica della Berlino Est degli anni ‘80: oltre alle scenografie e agli oggetti d’epoca, anche la fotografia riesce a ricreare sapientemente l’atmosfera fredda e cupa di quel periodo. La pellicola e’ sempre compatta, non ci sono mai cadute di ritmo che resta sempre piuttosto teso (anche se si tratta di una tensione ben diversa da quella dei thriller americani). Ho trovato notevole anche la regia, mi ha colpito in particolar modo la messa in scena dello spionaggio: in tutta questa parte del film il regista gioca molto con il fuori fuoco, tenendo a fuoco solo la persona che parla a sottolineare ulteriormente l’attenzione morbosa dell’intercettazione che si concentra sul singolo dettaglio dimenticando il contesto.

Un requiem per Pietro Guerra

Pietroguerra Dovrebbe essere stata girata ieri mattina la scena della morte di Pietro Guerra, uno dei personaggi piu’ amati del serial La squadra il che fa presupporre che la morte del nostro eroe avverra’ alla fine di questa ottava serie e cioe’ nella tranche dopo la pausa estiva, dato che in una delle ultime puntate andate in onda si potevano scorgere ancora i negozi con gli addobbi natalizi.
Pietro Guerra non e’ mai stato uno dei miei personaggi preferiti: troppo perfettino per i miei gusti, piu’ vicini a personaggi cinici come Pettenella, alla puntigliosita’ della Veneziani o ai cani sciolti come Sciacca, nonostante le simpatie personali, la decisione di eliminare un personaggio cosi’ fondamentale per l’economia del telefilm mi fa presagire un triste futuro per le nuove stagioni che andranno incontro a un cambio di format , ed e’ un peccato perché anche questa ottava serie si e’ mostrata all’altezza delle precedenti raccontando storie molto vicine all’attualita’ e la scena dell’asta delle commesse sartoriali sembrava quasi una citazione di quanto raccontato in Gomorra da Roberto Saviano.

aggiornamento
per sapere com’e’ andata l’ultima puntata clikka qui