The day after tomorrow

Surriscaldati dall’effetto serra i ghiacci polari si
sciolgono, immettendo grosse quantita’ di acqua dolce in mare ed alterando cosi’
i delicati equilibri delle correnti marine. Questo processo e’ la causa del
crescendo di enormi tornado che agiscono anche sulla terra ferma, fino ad una
terribile tempesta che sconvolgera’ il pianeta gettandolo improvvisamente in una
nuova era glaciale.


Thedayaftertomorrow

Si e’ soliti dire che la
validita’ di un film si capisce fin dai primi minuti ma l’assioma non e’ valido
per l’ultima fatica di Emmerich che inizia con una piccola stazione scientifica
divisa in due dallo spaccamento dei ghiacci antartici (in chilometri di pak,
proprio al centro della base doveva avvenire il fenomeno?), propone i soliti
lungimiranti scienziati che non vengono minimamente presi in considerazione,
famiglie che si ritrovano nella prova della catastrofe imminente. Sembra tutto
gia’ visto ma L’alba del giorno dopo riesce ad elevarsi sopra la media
del filone catastrofico. La scena in cui New York e’ investita dalle acque e’
impressionante, forse non solo per la magnificenza degli effetti speciali, ma
anche perche’ va a toccare l’archetipo del diluvio presente in tutte le culture
(confesso che come cinefila mi si e’ stretto il cuore anche quando il tornado ha
distrutto la scritta di Hollywood).
Questo film segna l’evoluzione del genere
perche’ per la prima volta l’uomo non riesce a superare la catastrofe
impegnandosi con tutte le sue forze, ma bensi’ sottomettendosi ad essa ed e’
geniale la scena in cui il Messico chiude le frontiere agli statunitensi che
vogliono attraversare il confine per sfuggire alla furia degli elementi: piu’
che semplice satira politica (il film e’ stato presentato come anti-Bush) forse
una presa di coscienza che le cose non sono immutabili: un ottimo messaggio per
un film che si propone solo come spettacolo di intrattenimento.

Il caso Cattelan

"Nelle arti figurative, forse l’artista più indicato a
rappresentare l’attrazione-repulsione, il voyerismo e la complessità delle
reazioni umane (forse solo di noi occidentali?) di fronte alle immagini a volte
assurde, a volte violente, a volte assurdamente violente, é Maurizio Cattelan
che con le sue provocazioni porta in superficie la schizofrenia con cui
l’occidentale medio reagisce a un contesto sempre più complesso, di sempre più
difficile lettura, e di interpretazione sempre più contraddittoria."
Questa
e’ l’acuta risposta che quel geniaccio di allure dava al mio intervento sulla
tortura nello spazio riservatomi da
Renzo
.

Cattelan

Il
caso Cattelan ha avuto un relativo riscontro sui media perche’ i grandi traini
televisivi stanno ravanando nel lubrico caso delle torture in Iraq e la terza
pagina questa settimana e’ stata sconvolta dal successo del Salone del Libro di
Torino, assaltato dai comici di Zelig e oscurato da centinaia di libri col
faccione di Totti.
Intanto a Milano si consuma la tragicommedia del mondo
dell’arte che getta un oscuro riflesso sulla nostra situazione politica.
In
Piazza 24 Maggio dal 5 maggio al 6 giugno viene esposta l’ultima opera di
Maurizio Cattelan, l’artista su Carnet di questo mese la definisce una
favola senza lieto fine, una leggenda metropolitana, un’allucinazione: si tratta
di tre bambini appesi ad un albero: impiccati per alcuni, sospesi secondo
l’artista. Nella notte un eroico cittadino (ubriaco) decide di smontare l’ opera
e rischia di rompersi l’osso del collo salendo sull’albero. Si scatena la
bagarre tra chi difende l’opera e chi la giudica offensiva, in prima linea su
questo fronte i leghisti che scordandosi che Cattelan e’ nativo di Padova, cuore
del profondo nord, lo invitano ad andare a fare queste cose a casa sua (New
York, dove vive l’artista), non contenti appendono tre bambole gonfiabili (dopo
averle rivestite) vicino a Palazzo Marino perche’ l’opera di Cattelan e’
altrettanto pornografica. Questa la fonte
dove approfindire ulteriormente la notizia.
Secondo me Milano dovrebbe
intitolare a Maurizio Cattelan una via, non tanto per meriti artistici ma come
eroe della patria perche’ ha svelato, per chi non se ne fosse ancora accorto, la
pochezza intellettiva di chi dovrebbe guidare questo
paese.

Appuntamento a Belleville

AppuntamentoaBellevilleBelleville e’ la citta’ di New York con una statua della Liberta’ cicciona, la
sua ricchezza si fonda sul vino e infatti molti grattacieli hanno la forma o
sono ornati da bottiglie e il motto che la contraddistingue e’ In Vino Veritas.
Qui arriva,dal lontano paesino francese, Madame Souza sulle tracce del nipote
ciclista rapito dalla mafia per gare clandestine di ciclismo indoor. Con l’aiuto
delle Triplette di Belleville, un trio jazz di arzille vecchiette che si nutrono
di rane pescate tirando nel fiume bombe a mano, e dell’incredibile cane Bruno
che ha un conto in sospeso coi treni da quando un trenino elettrico gli pesto’
la coda, il lieto fine e’ garantito.
Questa la trama surreale di un cartoon
per adulti che ha saputo esilarare il pubblico di solito compassato del
cineforum: quasi muto,ma con una colonna sonora e rumoristica eccezionale, con
molti rimandi al cinema classico (Fred Astaire divorato da un paio di
scarpette.. forse rosse?) e una sapiente commistione di stili: i ciclisti
corrono davanti a un paesaggio non disegnato ma fotogratato in negativo e alla
televione a un certo punto compaiono le immagini elaborate di Un giorno di
festa
di Jacques Tati, il film sa toccare vertici di comicita’ cinica e
coinvolgente.
Vivamente consigliato.

Burt Lancaster

Il 2 novembre del 1913 nasceva nel quartiere di East Harlem, a
New York Burt Stephen Lancaster.
Dopo un’incidente che gli rovina la carriera
di acrobata, approda al cinema, relativamente tardi (e’ il 46) ma con un ruolo
di tutto rispetto ne I gangsters di Siodmak dove interpreta “lo
svedese”.
Diventa ben presto un divo e presta il suo volto ad ogni genere di
film, aiutato anche dalla sua prestanza fisica che gli permette di ricorrere il
meno possibile allo stunt-man.
Da vita insieme a Deborah Kerr a quella che
e’ ancora considerata la scena piu’ bollente di tutta la storia del cinema:
l’appassionato e avvinghiato bacio sulla spiaggia in Da qui
all’eternita’
.

Non
disdegna l’esperienza produttiva e fonda la casa di produzione Norma che
permettera’ la realizzazione di film come Marty, vita di un timido
vincitore dell’oscar nel ’56 e Pranzo di Nozze con una sempre superlativa
Bette Davis.
Stretto anche il suo rapporto con l’Italia che gli regala alcune
delle sue interpretazioni migliori: e’ al fianco di Anna Magnani nella sua
parentesi americana in La rosa Tautuata. In seguito verra’ in Italia
chiamato da Visconti per girare prima Il Gattopardo, poi Gruppo di
famiglia in un interno
e Bertolucci lo vorra’ per il ruolo del patriarca
possidente in Novecento.

Anche
la televisione italiana lo reclamera’ per il Mose’ di De
Bosio.
Nonostante l’attacco di cuore che iniza a minare la sua salute nel
1980 durante le riprese di Branco selvaggio, la sua carriera continua
fino all’89, il grande attore si spegnera’ nel
1994.

Anything else

Anythingelse

Non sono mai stata un’ammiratrice dei film di Woody Allen, e anche in quest’ occasione il giochino delle battute scoppiettanti ha finito con l’annoiarmi ben presto: sara’ un mio limite ma nel suo stile ci trovo qualcosa di forzato, come se le battute non stessero al servizio della storia, ma fosse la vicenda a prendere certe direzioni per dar modo ad Allen di mostrarci i suoi artifici verbali.
Premesso cio’ mi ha colpito il pessimismo latente di questa storia, incarnato dal ruolo del sessantenne svitato che Allen si e’ ritagliato: allergico alla psicanalisi (!), ossessionato da complotti inesistenti e spaventato dalla violenza imperante in America. Alla fine, dietro suo consiglio il protagonista lascera’ New York alla volta della California: se anche il cantore per eccellenza della Grande Mela e’ spaventato, quanto sono feriti gli USA?