Il bacio della morte

Kissofdeath Kiss of Death
USA 1947 20th Century Fox
con Victor Mature, Brian Donlevy, Richard Widmark, Coleen Gray, Mildred Dunnock, Karl Malden
regia di Henry Hathaway

Nick Bianco viene arrestato dopo una rapina in gioielleria ma rifiuta di fare i nomi dei complici sicuro che questi spartiranno il bottino con la sua famiglia. Quando viene a sapere che la moglie si è suicidata e le figlie sono finite in orfanotrofio, Bianco decide di collaborare con il Il viceprocuratore Louis D’Angelo. Nell’ambiente della malavita si sparge la voce che a fare la spia sia stato Rizzo, responsabile anche del suicidio della moglie di Bianco, così il killer psicopatico Tommy Udo si mette sulle sue tracce e quando scopre che l’uomo ha lasciato la città, si vendica sulla vecchia madre paralitica gettandola dalle scale.
Quando Udo viene incarcerato per un altro omicidio, Bianco che era diventato suo confidente in prigione, testimonia contro di lui ma il malvivente viene dichiarato innocente e lo scontro tra Udo e Bianco è ormai inevitabile..




Ilbaciodellamorte


Classico del genere noir che si ricorda per gli esterni girati a New York anziché esser ricostruiti in studio e soprattutto per il personaggio di Tommy Udo, interpretato da Richard Widmark al suo debutto sul grande schermo: killer psicotico dalla risatina nevrotica doppiato magistralmente dal nostro Paolo Stoppa.
La voce off di Niette, la seconda moglie di Bianco introduce la storia come un film natalizio: la rapina che porterà Bianco per l’ennesima volta in galera si svolge alla vigilia di Natale e il rapinatore è costretto a farla perché non ha trovato un impiego onesto, visti i suoi precedenti. Quindi il protagonista si trova di fronte al suo destino: ex galeotto che nessuno vuole assumere, torna sulla via del crimine e sconterà la scelta perdendo la moglie e rischiando di perdere le figlie.




Ilbaciodellamorte


Nonostante l’atteggiamento molto amichevole del viceprocuratore D’Angelo, i metodi dei poliziotti non sono poi diversi da quelli dei criminali: per conservare il condono Bianco dovrà testimoniare anche contro Udo, pur sapendo che il killer è particolarmente violento e vendicativo, un ricatto bell’e buono che lascia Bianco esposto alla furia del rivale ma la voce off torna a tranquillizzarci nel finale lasciando intendere che Bianco non muore sotto i colpi di pistola sparati da Udo, un happy end appena accennato ma piuttosto anomalo per un noir.
Lo stile di Hathaway è decisamente asciutto e anche parco dell’uso di uso di ombre espressioniste, ci sono momenti in cui la tensione è davvero notevole: gli angoscianti trenta piani in ascensore dopo la rapina, la notte insonne dopo aver saputo che Udo è stato dichiarato innocente, entrambe le sequenze tra l’altro, affidano la tensione al silenzio rinunciando al commento sonoro.




Kissofdeath


Il bacio della morte si ricorda soprattutto per la scena in cui Udo scaraventa la paralitica signora Izzo giù dalle scale con la sua sedia a rotelle, ma questa non doveva essere la sequenza più violenta del film: veniva mostrato anche il suicidio della prima signora Bianco in seguito allo stupro di Rizzo, il rapinatore che avrebbe dovuto girarle la parte del marito che scontava la galera per tutti. La scena fu censurata ma il nome di Patricia Morison, l’attrice che interpretava Maria Bianco, figura sulla locandina originale anche se l’attrice non compare nel film e il perché del suo suicidio è lasciato intendere da Niette quando va a trovare Bianco in carcere.

Scissors – Forbici

Scissors
USA 1991
con Sharon Stone, Steve Railsback, Ronny Cox, Michelle Phillips, Vicki Frederick
regia di Frank De Felitta



Scissors


Angie Anderson, sessuofoba e con la passione per le bambole, subisce un tentativo di stupro nell’ascensore del suo palazzo. La aiuta il vicino di casa, l’attore Alex Morgan che convive con il fratello paralizzato Cole. Tra Alex e Angie nasce un sentimento anche se la ragazza continua a respingerlo e Alex è l’unico a preoccuparsi quando la ragazza sparisce nonostante abbia inviato un telegramma. In effetti Angie, rispondendo ad un annuncio di lavoro, si ritrova prigioniera in un appartamento dove rivive i traumi della sua infanzia..




Scissors


Mediocre thriller che ha come unico pregio quello di aver rivelato, prima del successo di Basic Instinct, la bellezza e la bravura di Sharon Stone, spesso in scena da sola.
Tutta la macchinazione ai danni di Angie, dal tentato stupro fino alla prigionia nell’appartamento di un palazzo vuoto perché in ristrutturazione, è costruita da un’insospettabile figura che vuole portare la ragazza, abusata nell’infanzia, sull’orlo della pazzia e farla incolpare di un delitto compiuto per gelosia




Scissorsforbici


Nessun indizio indica il vero colpevole durante il film, anzi tutto fa pensare che a muove i fili ai danni di Angie, sia l’inquietante fratello di Alex, Cole, pittore con il vizio di spiare l’avvenente vicina che lo scopre falso invalido per vivere alle spalle del fratello che ha causato l’incidente che gli è costato (temporaneamente) l’uso delle gambe per cui lo spettatore rimane un po’ scombussolato dal colpo di scena finale del tutto inatteso.
Resta un certo gusto per la messa in scena, soprattutto nel bellissimo appartamento deco, e il citazionismo cinematografico a partire da Gli Uccelli di Hitchcock.

La rosa tatuata

TherosetattooThe Rose Tattoo
USA 1955 Paramount Pictures
con Anna Magnani, Burt Lancaster, Marisa Pavan, Ben Cooper, Virginia Grey, Jo Van Fleet
regia di Daniel Mann

Serafina è un’immigrata siciliana in America, profondamente innamorata del marito e quando questi muore per sfuggire a un controllo della polizia, la donna si chiude in un cupo dolore in cui cerca di trascinare anche la figlia quindicenne ma un giorno Serafina viene a sapere quello che tutto il paese sapeva da sempre: il marito oltre che contrabbandiere era un donnaiolo e aveva una relazione con una donna che lavora in un nightclub. Esasperata anche da rapporto sempre più conflittuale con la figlia, Serafina vorrebbe vendicarsi retroattivamente cedendo alla corte dello spiantato Alvaro Mangiacavallo, che le ricorda il marito ma l’amore è in agguato..

Dalla piece teatrale che Tennessee Williams  aveva scritto espressamente per Anna Magnani e che l’attrice non recitò mai per via del suo pessimo inglese, il drammaturgo fece trarre il film omonimo di cui firmò la sceneggiatura e che ebbe la Magnani per protagonista, permettendole di vincere l’Oscar per la migliore interpretazione femminile, diventando la prima italiana a vincere in questa categoria.




Therosetattoo


Come quasi tutti i melodrammi di Tennessee Williams, La rosa tatuata racconta una storia famigliare fortemente conflittuale, il rapporto analizzato è quello di una madre e una figlia: Serafina è arrivata negli Usa per un matrimonio combinato e si è sempre ritenuta fortunatissima di aver sposato un uomo bello di cui favoleggia anche origini nobiliari. Quello che non sa o che ha sempre fatto finta di non sapere è che il marito era un poco di buono, un camionista donnaiolo che contrabbandava droga. La morte violenta di Rosario Delle Rose comporta anche la perdita del figlio che Serafina aspettava dal marito e la donna si lascia andare al suo dolore, trascurandosi e diventando sempre più severa con Rosa, la figlia che nei tre anni di lutto della madre inizia ad affrontare l’adolescenza: pur essendo la sarta del paese, Serafina non cuce un abito da sera per la figlia che pure ha il ballo della scuola dove la ragazza incontra un marinaio, fratello di una compagna di scuola e se ne innamora nonostante le resistenze della madre.




Larosatatuata


Il conflitto tra Rosa e Serafina esplode quando la ragazza trova Alvaro in casa, ubriaco: la madre che pretendeva da lei una condotta specchiata, impedendole di finire la scuola non è poi un modello di onestà ma le cose si chiariscono e l’amore trionfa per madre e figlia: una si sposa con il suo marinaio e l’altra accetta l’amore un po’ folle del camionista.
Forse la soluzione del dramma è un po’ tirata via verso un happy end imposto dai toni sempre in bilico tra dramma e commedia soprattutto con l’entrata in scena di Alvaro.




Larosatatuata


Resta comunque la grandissima prova della Magnani, della sua recitazione istintiva che spicca su quella tecnica, tipicamente americana di Burt Lancaster che pure è molto bravo nella parte.
Ultima curiosità, la figlia di Serafina, Rosa è interpretata da Marisa Pavan, premiata per questo ruolo con un Golden Globe e nominata agli Oscar come miglior attrice non protagonista, l’attrice è la sorella gemella di Anna Maria Pierangeli, celebre per l’amore con James Dean.

Patrizia e il dittatore

StorminateacupStorm in a Teacup
UK 1937
con Rex Harrison, Vivien Leigh, Cecilia Parker, Sara Allgood, Ursula Jeans, Gus McNaughton, Edgar Bruce
regia di Ian Dalrymple e Victor Saville

Il giornalista Frank Burdon incontra la bella Victoria appena sbarcati dal traghetto che li ha portati a Baikie, in Scozia. Quello che il giornalista non sa è che la ragazza è figlia del borioso sindaco che ha ambizioni politiche più elevate. Quando Patrizia, la cagnetta di una povera gelataia rischia di esser soppressa perché la proprietaria non ha pagato la tassa sul possesso del cane, il giornalista mette alla berlina il sindaco. Inizia uno scontro che finirà nelle aule di tribunale ma il sindaco riununcerà alla causa per salvare Victoria dallo spergiuro, mossa a cui la ragazza è ricorsa per cercar di metter pace tra il padre e l’amato giornalista.

Divertente commedia inglese che cela una vena sottile di critica contro il nazifascismo: le riprese dal sotto in su del sindaco dal mento proteso o i discorsi tenuti alla fiera bovina sul miglioramento della razza da applicare anche agli uomini sono una presa in giro di Hitler e Mussolini.
Satira bonaria come dice il titolo originale “Tempesta in un bicchier d’acqua” e quando la situazione precipita la tempesta atmosferica viene mostrata davvero con in sovrimpressione i volti dei personaggi coinvolti.
Le battute sono fulminanti, tipicamente british, sottolineando le diversità tra scozzesi e il resto del Regno Unito e una certa insofferenza verso la legge con i protagonisti del processo che rifiutano i pareri dei loro avvocati, Burdon arriverà anche a difendersi da solo mettendo il povero giudice nella classica situazione da commedia di dover tenere a bada un dibattimento sempre più surreale.




Storminateacup


Un film piacevole che permette di vedere i due protagonisti nel periodo prehollywoodiano, in cui confermano le doti che le renderanno star cinematografiche di prima grandezza.

Il Fauno

IlfaunoItalia, 1917, Ambrosio Film
con Febo Mari, Nietta Mordeglia, Elena Makowska, Vasco Creti, Oreste Bilancia, Ernesto Vaser
regia di Febo Mari

Una sera lo scultore Mariotti lascia a casa la modella e amante per recarsi al casinò dove ha appuntamento con un’altra donna. La modella è piuttosto agitata perché sospetta un tradimento e quando si addormenta sogna che la statua di un fauno prenda vita e la seduca. Quando in pagamento dei debiti di gioco lo scultore fa scegliere una scultura ai principi Mierbo, la principessa Elena, che è la sua amante, sceglie proprio quella del fauno perché vede l’attaccamento che la “piccola amica” dello scultore ha per l’opera.
Durante il trasporto il fauno di pietra cade e riprende nuovamente vita fuggendo nei boschi con la modella che stava seguendo il carro. E’ un periodo idilliaco ma un giorno un cacciatore insidia la ragazza e il fauno lo scaccia dopo aver lottato con lui ma “il figlio di Caino” (citazione didascalia originale) gli spara alle spalle. Con la morte del fauno la modella torna dallo scultore e quando trova l’ennesima lettera d’amore della principessa decide di ricattarla per riavere la statua ma la donna non teme lo scandalo, la modella cade come morta ai piedi del suo fauno ma si risveglia nello studio dello scultore: è passata solo un’ora da quando lui è uscito da casa.




Ilfauno


Il fauno è un capolavoro del cinema simbolista italiano, il film più celebre di Febo Mari, autore e protagonista dell’opera che mischia diverse caratteristiche. L’apertura e la chiusura sono molto teatrali con l’autore che esce dai tendaggi e arriva sul proscenio all’inizio per spiegare e poi chiosare la sua opera al pubblico. A questa introduzione così classica seguono scelte cinematografiche ben precise e anche alcuni aspetti piuttosto innovativi.




Ilfauno


I protagonisti hanno tutti un nome simbolico anche se alcuni di loro hanno un vero nome e cognome: il fauno è Mito, l’ideale amoroso maschile forte ma protettivo verso la donna amata, la modella è Fede, per la capacità di credere nel sogno, in un ideale di amore perfetto fatto di vita semplice, da Paradiso Terrestre, come dice una didascalia. Lo scultore è Arte, la capacità di fermare la vita e l’ideale nella materia. La principessa Elena à Femmina, la vamp che vive nel lusso, che non teme lo scandalo modello femminile contrapposto alla purezza di Fede, e così via anche per gli altri personaggi o situazioni.




Il fauno


L’opera vanta una fotografia notevole di Giuseppe Vitrotti che grazie ai viraggi trasforma la pellicola in “uno dei più abbaglianti film a colori tramandati dal muto” come ebbe a dire  Paolo Cherchi Usai nel 1994 in occasione del restauro dell’opera.
L’erotismo esplicito tra i protagonisti, il naturalismo delle scene in plein air fanno de Il Fauno uno dei capisaldi del cinema simbolista; va sottolineata la bravura di Febo Mari che come attore esprime una sensualità ancora attuale, ben diversa da quella de Il Fuoco, mentre come regista regala alcune chicche: il ritorno di Fede dallo scultore dopo la morte del fauno è ripresa attraverso lo spioncino della porta di Mariotti: vediamo la donna avvicinarsi, scrutare all’interno poi un breve carrello all’indietro (l’unico nel film) racconta l’ingresso della donna nell’atelier.




Il fauno


Un altro particolare è la linea temporale quasi perfetta tra sogno e durata del film di 69 minuti: da quando s’inquadra l’orologio che segna le 22 e Fede si addormenta, trascorrono esattamente un’ora e tre minuti per raccontare il suo amore con il Fauno e il suo risveglio alle 23, una precisione degna di Mezzogiorno di Fuoco.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

3manifestiaEbbingMissouriMildred Hayes, disfatta per il dolore della morte violenta della figlia, decide di provocare una reazione della polizia che ritiene non si occupi del caso, affiggendo tre grossi manifesti rivolti direttamente allo sceriffo Willoughby. La cosa crea molto sconcerto anche perché a Ebbing tutti sanno che lo sceriffo è malato di cancro, fase terminale. Si creano delle tensioni ma quando Willoughby si suicida per non cedere alla malattia, lascia tre lettere, una alla moglie, una a Mildred e una all’agente Dixon che riporteranno un po’ di serenità a Ebbing, Missouri.

Una commedia nera che mischia tragedia e commedia come già per il primo lungometraggio scritto e diretto da Martin McDonagh, il notevole In Bruges.
Tre manifesti a Ebbing Missouri, non è un giallo: c’è la morte particolarmente violenta di una ragazza ma il fine della pellicola non è trovare il copevole, piuttosto analizzare l’impatto che un evento così tragico ha sulle persone che in qualche modo ne sono coinvolte.
Mildred Hayes, la madre, magistralmente interpretata da Frances McDormand, è una donna dura: un marito violento alle spalle, un rapporto conflittuale con i figli (terribile il ricordo di una delle ultime litigate con la figlia con l’augurio di una morte violenta) la sensazione di essere abbandonata al suo dolore mentre la polizia si diletta a pestare la gente di colore.




Tre manifesti a ebbing missouri


Uno degli agenti di polizia più razzisti è proprio l’agente Dixon (anche qui prova superlativa di Sam Rockwell che pure ci ha abituati a grandi cose) un cazzone vizato dalla madre in cui però il buon sceriffo Willoughby riesce a scorgere una scintilla di umanità e riaccenderla con la lettera toccante che gli scrive prima di suicidarsi: Se Mildred e Dixon erano nemici giurati tanto da mettere a ferro e fuoco (letteralmente!) la città, il messaggio di Willoughby riesce a riavvicinarli.




3 manifesti a ebbing missouri


Willoughby, deus ex machina della rinascita di un’intera comunità è un uomo normale: una moglie, due bambine, ha solo la capacità di osservare e il sacrificio di togliersi la vita per non lasciare ricordi dolorosi alla famiglia diventa l’occasione per mandare un segnale di attenzione ad altre persone che soffrono, Mildred e Dixon perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri parla della solitudine e del dolore che tutti noi proviamo e di come un piccolo gesto d’attenzione, il riconoscimento altrui di quel dolore, possa produrre piccoli miracoli, essenziali per la serenità delle persone.

Lo Sceicco bianco

LoSceiccoBiancoItalia 1952
con Alberto Sordi, Brunella Bovo, Leopoldo Trieste, Giulietta Masina, Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Gina Mascetti, Enzo Maggio, Ugo Attanasio
regia di Federico Fellini

Ivan e Wanda arrivano a Roma in viaggio di nozze: lui ha organizzato il soggiorno nei minimi particolari e in funzione dell’incontro con lo zio che ha contatti in Vaticano utili per la sua futura carriera ma la sposina ha solo un desiderio, incontrare lo Sceicco Bianco, il suo eroe preferito dei fotoromanzi a cui ha scritto tre volte. Wanda pensa di sfuggire al ferreo programma del marito per poco tempo e incontrare velocemente il suo mito ma finisce sul lido di Ostia con un piccolo ruolo di comparsa e una cocente delusione riguardo lo Sceicco, Ivan passerà un’intera giornata cercando di giustificare l’assenza della moglie con i parenti invadenti. Dopo una notte terribile i due si ritroveranno e riusciranno a partecipare all’udienza papale.




Sceicco bianco


Il primo film interamente diretto da Federico Fellini che due anno prima aveva codiretto Luci del varietà con Alberto Lattuada. Il regista smonta dall’interno il meccanismo del neorealismo rosa, la svolta sentimentale del cinema realista della fine degli anni ’40, aggiungendovi gli elementi fantastici e grotteschi che diventeranno la sua cifra stilistica: l’apparizione dello Sceicco Bianco che dondola su un’altalena sospesa sulla boscaglia del lido ha qualcosa di mitico, una divinità che si materializza incantando definitivamente l’ingenua Wanda che arriva a credere che la moglie dello sceicco lo abbia costretto al matrimonio con un filtro magico strappandolo dalle braccia dell’amata Milena a un passo delle nozze e facendo sparire nel nulla la rivale.




Lo_sceicco_bianco


Abbandonata dalla comitiva di artisti, Wanda viene sorpresa dall’apparizione del cammello che introduce il mondo magico della notte romana con i suoi pericoli: il Mambroni che fino all’ultimo tenta di sedurla dopo averla riaccompagnata davanti all’albergo, la mancanza di coraggio di rientrare nell’hotel vestita da bajadera, il patetico tentativo di suicidio nel punto più basso del Tevere. Anche a Ivan la notte riserva delle sorprese dopo la giornata trascorsa a tranquillizzare i parenti e mentre piange avvilito sul bordo di una fontana attira l’attenzione di due prostitute di buon cuore, una è Cabiria interpretata da Giulietta Masina, dallo sviluppo di questo cameo nascerà poi il film Le Notti di Cabiria.




Lo sceicco bianco


Ritrovatisi all’ospedale dove Wanda è stata ricoverata dopo il tentato suicidio, i due riusciranno a partecipare all’udienza papale per la felicità dello zio e ritornare sui binari di un’esistenza tranquilla, sotto lo sguardo sconsolato di una statua del colonnato di San Pietro che pure ne avrà viste di peggiori rispetto alla disavventura dei due giovani provinciali messi alla berlina da Fellini con uno sguardo bonario e giocoso: i passaggi sono quelli di una favola con il lieto fine di prammatica e la scoperta da parte di Wanda che il suo Sceicco Bianco in fondo è Ivan, il marito. La musichetta da circo di Nino Rota, le corse e le gag da film muto, con gli stupiti sguardi in macchina di Leopoldo Trieste sono la riprova dello sguardo affettuoso che il regista ha per i suoi sprovveduti protagonisti.

La vedova nera

BlackwidowBlack Widow
USA 1987 20th Century Fox
con Debra Winger, Theresa Russell, Sami Frey, Dennis Hopper, Nicol Williamson, Diane Ladd
regia di Bob Rafelson

L’agente FBI Alexandra Barnes, documentandosi per un caso di mafia, s’imbatte in alcuni casi di morte improvvisa di uomini ricchissimi sopra i 50 anni, tutti sposati da poco con donne trentenni. Alexandra inizia a sospettare che le morti non siano dovute a cause naturali ma che a uccidere sia sempre la stessa donna celata sotto diverse identità.
Quando la “vedova nera” scopre che sulle sue tracce c’è un’agente FBI invece di fuggire tesse un’altra mirabile tela per incastrarla..

Thriller tutto al femminile con due grandi attrici oggi dimenticate, dove al regita Bob Rafelson non interessa tanto scoprire chi sia il colpevole ma piuttosto mettere in scena un confronto tra due donne apparentemente distanti ma in fondo molto simili realizzando una variante decisamente originale del tema del doppio.




Lavedovanera


Entrambe le protagoniste hanno un rapporto conflittuale con il genere maschile: Alexandra pensa solo al lavoro e rifugge ogni legame vivendo la cura della propria femminilità come un ostacolo per la professione, Rennie (chiamiamola con il suo ultimo nome) invece di evitare il genere maschile lo seduce per ucciderlo e prendersi i soldi e fa della propria femminilità l’arma principale per realizzare quella che lei stessa definisce una professione.
Le due protagoniste però sono unite dalla medesima determinazione nel perseguire gli obbiettivi: le scene in cui si documentano sono praticamente sovrapponibili.
Se tra cacciatore e preda scatta sempre una sorta d’identificazione, tra due caratteri così complementari il rapporto si fa esplosivo e si crea un legame torbido, venato di sfumature saffiche, d’innamoramenti per lo stesso uomo che crede di condurre il gioco ed invece è una pedina nello scontro tra le due donne.




Lavedovanera


Girato tra Seattle e soprattutto le Hawaii con le fortuite riprese di un vulcano in azione, il film riesce ad identificare con il paesaggio primordiale delle isole vulcaniche le pulsioni nascoste che animano le protagoniste, qualcosa nell’aspetto estremamente scenografico della fotografia ricorda i paesaggi costieri di Hitchcock, da Il sospetto a Caccia al Ladro.

Il postino

Ilpostino

Italia 1994 Cecchi Gori Group
con Massimo Troisi, Philippe Noiret, Maria Grazia Cucinotta, Linda Moretti, Renato Scarpa, Anna Bonaiuto, Mariano Rigillo
regia di Michael Radford e Massimo Troisi

1952: Pablo Neruda, esiliato dal Cile si trasferisce in Italia, su un’isola del golfo napoletano, lo sfaccendato Mario Ruoppolo si offre come postino ausiliario per consegnare la posta al poeta. Lentamente tra Neruda e il suo postino, si crea un rapporto d’amicizia e quando Mario s’innamora della bella Beatrice Russo è grazie alle parole del poeta che riesce a far innamorare la ragazza e a sposarla.
Il giorno del matrimonio arriva la notizia che Neruda può rientrare dall’esilio, Mario coltiva per anni il ricordo della loro amicizia ma quando Neruda torna sull’isola a trovarlo il destino del postino si è tragicamente compiuto.

La fama dell’ultimo film di Massimo Troisi deve molto dell’emozione dell’improvvisa scomparsa dell’artista a pochi giorni dalla fine delle riprese e la prova di Troisi è sicuramente la cosa migliore della pellicola: un testamento che ci lascia con il rimpianto di quel che il comico napoletano avrebbe potuto regalarci in seguito.




Il postino


Detto questo il film ha un’enfasi stilistica didascalica e calligrafica (diciamo pure pittoresca) che cozzano con il senso del libro e il messaggio stesso del film: il potere della parola che travalica le differenze nazionali e culturali e fa incontrare sul piano fantastico delle metafore un uomo di cultura impegnato politicamente come Neruda e un povero isolano semianalfabeta, troppo sensibile anche per fare il pescatore.
Come se non bastasse il racconto di come Mario perde la vita nella manifestazione comunista è raccontato come flash back virato in sepia, escamotage inutile, anche se probabilmente dettato da buone intenzioni, che toglie forza al film e al dramma di Troisi, temi così delicati che patiscono le eccessive sottolineature.




Il-postino


Anche certi caratteri dei ruoli minori mi sono parsi un po’ caricati, in particolare quello del capo ufficio Renato Scarpa, dall’accento incomprensibilmente milanese, che mi è parsa una sottolineatura dialettale per indicare il carattere da “so tutto io” sul comunismo e su Neruda del buon Giorgio Serafini, invece ho trovato molto centrate le prove di Mariano Rigillo e Linda Moretti, la barista donna Rosa preoccupata per la nipote Beatrice, troppo sensibile alle parole di Mario.

Alaska

Alaskaloc

Italia 2015
con Elio Germano, Astrid Berges-Frisbey, Valerio Binasco, Elena Radonicich, Paolo Pierobon, Marco D’Amore
regia di Claudio Cupellini

Sul roof garden di un hotel di lusso parigino si incontrano Fausto, cameriere italiano e Nadine, aspirante modella che partecipa a un casting. Per conquistarla lui le mostra la suite più costosa dell’albergo ma il cliente rientra inaspettatamente e viene malmenato da Fausto che sconta due anni di galera col pensiero fisso di Nadine. La ragazza intanto ha fatto carriera a Milano ma il giorno della scarcerazione si presenta davanti alla prigione. Fausto torna a Milano con lei e dopo una serie di lavori insoddisfacenti prende in prestito i soldi che la ragazza ha messo da parte e si compra la quota di una discoteca…




Alaska


Tra noir e melodramma sentimentale contemporaneo, un film dove l’ostacolo più grande all’amour fou tra Nadine e Fausto è rappresentato dal denaro: l’uso indebito della suite li mette nei guai all’inizio e li lega profondamente, l’inadeguatezza di Fausto che a Milano trova solo lavori umili mentre Nadine ha sempre più successo, il furto o prestito dei risparmi di lei portano all’incidente in auto che stronca la carriera della modella che finisce a fare la barista mentre il locale di Fausto ha sempre più successo e dopo la rottura con Nadine si fidanza con Francesca, figlia di un magnate dell’industria alberghiera che affida uno dei suoi hotel al futuro genero. Il furto di Nadine al suo datore di lavoro culmina con l’omicidio dell’uomo e il carcere per la ragazza.




Alaska2015


Tra i percorsi che allontanano e riavvicinano Fausto e Nadine, tornano l’albergo e il carcere, due non luoghi che stanno a simboleggiare lo spaesamento di una generazione: per quanto “poveri” i due ragazzi non sono certo in condizioni disperate eppure emergere è la loro priorità, qualcosa che va oltre all’ambizione e li porta a gesti di violenza incontrollati le cui conseguenze sembrano essere messe in conto: non c’è nessuna vergogna nel finire il galera, solo il dolore della lontanza della persona amata che rappresenta l’unico punto di riferimento: che siano nel loro paese d’origine o in quello straniero che li ospita, Fausto e Nadine non possono contare su nessun altro che sé stessi, della loro vita non viene mai raccontato nulla su qualche persona che rappresenti un legame; l’amicizia è solo un vincolo da sfruttare per far carriera come dimostra il rapporto tra Nadine e Nicolas che la aiuta a far carriera in cambio di sesso e quello tra Fausto e Sandro il cinquantenne gabazzone che finisce suicida dopo che Fausto ha lasciato l’Alaska per lavorare per il futuro suocero.




Alaska


Uno spaccato di società contemporanea raccontato anche con uno stile contemporaneo: l’antefatto, fino a quando Fausto non esce di galera, è ambientato tutto in Francia ed è recitato tutta in francese e sottotitolato.
Cupellini, per altro, è uno dei registi di Gomorra la serie fin dalla prima stagione del 2014 e la terza stagione è affidata solo a lui e Francesca Comencini visto il trasferimento di Sollima a Hollywood per Sicario 2. In Alaska si può trovare uno stile di regia che è diventato caratteristico anche della serie tv: il gioco tra i campi lunghi degli esterni, le geometrie stranianti di una città ostile contrapposti alle riprese ravvicinate dei personaggi, a sottolineare l’intima lotta senza quartiere necessaria per sopravvivere anche fuori dal ghetto criminale di Gomorra.