Simbolismo Mistico

Rose+Croix

La Collezione Peggy Guggenheim indaga nella mostra Simbolismo Mistico i sei saloni dei rosacrociani che si sono tenuti a Parigi tra il 1892 e il 1897 per volontà dello scrittore e critico d’arte Joséphin Péladan, personaggio sicuramente singolare e non solamente per le sue idee mistiche che venano le istanze simboliste di cattolicesimo e occultismo in una ricerca del bello ideale che fugga la realtà.
Per perseguire questo scopo, Pédalan stila delle regole ferree riguardanti i soggetti delle opere esposte: bandite le scene naturaliste dalle nature morte ai paesaggi, a meno di non essere “paesaggi ideali”. Vietata la pittura storica in favore di soggetti riguardanti leggende, allegorie o sogni.
Sarebbero vietati anche i ritratti ma vige l’eccezione per personaggi ispiratori del movimento rosacrociano, Baudelaire e Wagner e per Pédalan stesso che si vede come un demiurgo e la prima sala della mostra ci mostra proprio i ritratti favoriti del critico, quello di Alexandre Séon che lo rappresenta come il “Sar Medorack”, la guida secondo un termine che dovrebbe ispirarsi al nome di un sovrano babilonese,
Seon-Le-Sâr-Joséphin-Péladanil ritratto di Jean Delville che esalta gli aspetti cattolici del movimento rappresentando Péladan come un Cristo Pantocrate mentre il ritratto di Marcellin Debutin ce lo mostra come un dandy ma il nero imperante richiama la grande ritrattistica nobiliare sottolineando ancora il ruolo aristocratico che il critico si ascrive.
Se l’ego è smisurato, la misoginia non difetta e tra le sue regole sono ben chiare quelle relative al genere femminile: non sono ammesse pittrici (ma pare che alcune riuscirono ad esporre ricorrendo a uno pseudonimo maschile) e anche la figura femminile rappresentata nelle opere oscilla tra la santa, la donna innocente opposta alla diabolica femme fatale di cui dà una meravigliosa rappresentazione L’idolo della perversione ancora di Delville, uno degli “artisti dell’anima” che fanno parte della cerchia più ristretta della confraternita rosacrociana sempre presente ai Salon; alle varie edizioni, però, parteciparono molti artisti meno impregnati dai dettami di Pèladan, soprattutto alla prima edizione che fu un evento di grande richiamo mentre l’interesse andò scemando negli anni seguenti.
IdolodellaperversioneAll’edizione del 1892 partecipa anche Gaetano Previati con l’opera Maternità che non è esposta in mostra, presente è invece L’abime (Salon del 1894) di Georges de Feure, più noto al grande pubblico per la sua produzione cartellonistica squisitamente art nouveau, stile che torna nella decorazione floreale della cornice.
Un artista inatteso è Felix Vallotton presente nel Salon del 1892 con otto xilografie alcune assai lontane dai dettami di Peladan come Il Cervino, paesaggio realistico o Il funerale opera di critica sociale, genere non gradito al Gran Maestro, più congeniali i ritratti di Baudelaire e Wagner.
La prima gloriosa edizione dei Salon de la Rose + Croix aveva l’appoggio del mecenate Antoine de la Rochefoucault che aprì ad artisti meno legati all’ortodossia imposta da Pédalan.
Fin da subito però alcuni grandi simbolisti a cui il critico si ispira sono contrari alla linea rosacrociana, balzano agli occhi le assenze di Gustave Moreau e Odilon Redon a cui suppliscono le opere di seguaci tra cui spicca l’opera di Marcel-Bérronneau, l’Orfeo del 1897 scelto per la locandina della mostra.

Keith Haring – About Art

Keithharingaboutart

Keith Haring è forse il più noto artista della fine del XX secolo: un writer la cui opera è caratterizzata da “omini” hanno invaso anche il merchandising di oggetti e e magliette, oltre che i muri delle grandi città; è risaputo il suo impegno che ne fa un simbolo della controcultura americana a favore dei diritti gay e razziali, molto meno nota la profonda conoscenza dell’arte di Haring acquisita da autodidatta e in maniera disordinata.
La bellissima mostra milanese indaga questa nuova lettura critica dell’arte di Haring confrontando i dipinti e i graffiti dell’artista con opere della tradizione classica e della storia dell’arte moderna e contemporanea, ne esce l’immagine di un uomo colto in grado di rileggere in maniera originale e contemporanea l’intera storia dell’arte cogliendo quel fil rouge di contenuti e forme che ritornano in maniera più o meno sotterranea nell’arte mondiale.
La mostra parte confrontando l’omino con le braccia alzate di Untitled 1981 con la simbologia umanista che poneva l’uomo al centro dell’universo e tra i referenti di Haring troviamo anche l’Uomo Vitruviano di Leonardo.
Un calco della colonna Traiana è messo a confronto con un lungo graffito su foglia di metallo del 1984. La simbologia e l’arte classica affascinano molto l’artista newyorkese: è impressionante la similitudine tra la Lupa Capitolina e la sua opera del 1982.




Lupacapitolina


L’immaginario fantastico di Haring trae ispirazione dal dio egizio Anubi per i suoi omini con la testa di cane, dalle chimere e dalle meduse del mondo classico, rivisita l’Albero della vita proposto anche da Klimt e presente in moltissime culture: Haring infatti pesca anche nella cultura primitiva in parte ispirato dalle avanguardie d’inizio secolo in parte per la sua curiosità insaziabile che lo porta a confrontarsi con culture diverse da quelle occidentali.
Altro modello fondamentale per l’artista è la pittura di Hieronymus Bosch, il pittore che ha saputo esprimere nella maniera più mirabolante l’immaginario fantastico medievale che affascina molto Haring che però non dimentica di guardare anche ai grandi dell’arte del XX secolo: Picasso è il modello con cui tutti coloro che sperimentano in arte devono confrontarsi e Haring lo fa da par suo.
Matisse non può non affascinare il writer per il suo uso del colore. Lo stile prima informale, trova le sue origini in Dubuffet e Léger, ma Keith Haring non dimentica la lezione della Pop Art anche perché l’amore per il fumetto nasce dalle prime esperienze infantili dato che il padre gli disegnava fumetti e trasmette la passione al figlio che manterrà sempre il tratto schematico e giocoso del cartoon, sia che riproduca un trittico trecentesco nel gesso, sia che trasformi in una performance i suoi disegni nella metropolitana di New York: Haring non snatura mai sé stesso nel confronto con qualsiasi stile o tipo di arte.




Untitled1985


La lettura critica della mostra è innovativa e molto ben articolata ma diventa secondaria rispetto l’energia e la potenza che emanano le opere in grado di parlare a ogni tipo di pubblico.
Bellissima e anche commovente l’opera scelta per la locandina della mostra: un fregio di gusto arabeggiante volutamente non finito che fa pensare alla morte prematura dell’artista avvenuta nel febbraio 1990 a causa dell’AIDS.

William Merritt Chase (1849-1916): un pittore tra New York e Venezia

Chiude oggi la mostra monografica che Ca’ Pesaro dedica all’impressionista americano William Merritt Chase (1º novembre 1849 – 25 ottobre 1916) legato alla città di Venezia da alcuni soggiorni sia negli anni giovanili di formazione che in quelli maturi, in cui accompagna gli allievi dei suoi corsi di pittura. L’attività d’insegnante di Chase è stata molto importante e tra i suoi allievi si annoverano tra gli altri, Georgia O’Keeffe ed Edward Hopper.
La mostra prende il via dalle prime esperienze pittoriche dell’artista, poi l’indagine sull’attività artistica di Chase si svolge analizzando le tematiche principali delle sue opere.



Chaselogomostra


Tra le nature morte del primo soggiorno veneziano, ispirate ai bodegon spagnoli, si segnala A Fishmarket in Venice del 1878 rimaneggiata nel 1889 dal pittore che elimina il pescatore e rinomina il dipinto The Yield of the Waters, della prima versione del quadro si può vedere una piccola riproduzione fotografica nella didascalia introduttiva alla sezione.
Dopo il primo viaggio europeo Chase torna a New York e acquista uno studio al Tenth Street Studio Building, che diventa punto d’incontro per numerosi artisti e nella seconda sezione della mostra possiamo vedere la rappresentazione pittorica del celebre studio in cui colpisce l’enorme cigno appeso alla parete.



ChaseAconfortableCorner


La fine dell’Ottocento segna la scoperta del Giapponismo sulle due coste dell’Atlantico e un pittore alla moda come Chase non si esime dai ritratti in kimono: A Comfortable Corner introduce al tema portante della pittura di Chase: il ritratto femminile. Il pittore sa sottolineare l’importanza che la figura della donna acquisisce nella società ritraendo le sue importanti committenti in pose che nei secoli passati erano riservate a dignitari e condottieri richiamandosi ancora alla pittura olandese e fiamminga come nel notevole ritratto di Lydia Filed Emmet (1892).



ChaseLydiaFieldEmmet


Questo nucleo è quello che più mi ha colpito per l’originalità del punto di vista dell’artista che ottiene buoni risultati anche nelle opere dedicate alla vita domestica della sua famiglia con particolare attenzione ai giochi dei figli e Hide and Seek (Nascondino) del 1888 è l’opera che più mi ha intrigato in questa sezione.
Ci si sposta poi ad indagare la pittura en plein air di William Merritt Chase che risponde alle esigenze della nuova vita moderna newyorkese e alle istanze impressioniste conosciute in Europa dal pittore che trasforma la sua residenza estiva di Shinnecock Hills  nei pressi di Long Island, in una delle prime scuole americane di pittura all’aperto.



TheBigBrassBowl Chase


Nella penultima sezione si torna ad analizzare le nature morte in cui il pittore rivela sempre la sua passione per la scuola fiamminga e tra le opere esposte si fa ricordare The Big Brass Bowl del 1889 dove il vaso d’ottone diventa un motivo per esercitare la perizia pittorica nei gioco di riflessi e di deformazioni.
La mostra si chiude con il tributo a Venezia e Firenze, città in cui Chase torna da pittore affermato (a Fiesole comprerà anche una villa) e l’attenzione della sala converge tutta sul bellissimo Balcone veneziano del 1913.




ChaseAVenetianBalcony

Ai Weiwei – Libero

Aiweiweilibero

Si è conclusa domenica scorsa la bellissima mostra dedicata al più famoso artista cinese, noto per il suo attivismo politico che lo ha portato più volte in prigione e a un perenne scontro con il governo che tenta in ogni modo di controllarlo.
La mostra di Palazzo Strozzi è stata la prima monografica italiana dedicata ad AiWeiwei e la strabordante personalità del divisivo artista cinese ha coinvolto l’edificio stesso: due lati della facciata sono diventati parte integrante della istallazione site-specific Reframe che ha ricoperto le arcate delle finestre del piano nobile con i gommoni di salvataggio per i migranti che attraversano il Mediterraneo, tema che sta molto a cuore all’artista. Istallazione molto discussa fin dall’apertura della mostra, personalmente non l’ho trovata brutta anzi sono rimasta fortemente colpita dal fatto che le strutture nautiche si adeguassero perfettamente alle proporzioni del palazzo costruito in un periodo in cui l’Umanesimo era il metro per misurare il mondo.
ForeverAnche Refraction, l’istallazione che si trova nel cortile ha un rimando rinascimentale: rappresenta la struttura di un’ala (facendomi subito pensare a Leonardo) realizzata assemblando cucine solari: l’opera è stata presentata per la prima volta nel 2014 in un altro luogo dalla forte valenza simbolica l’isola di Alcatraz, che acuisce il significato dell’opera la mancanza di libertà che l’artista ben conoscosce e mi sovviene ora che nel celebre film L’uomo di Alcatraz il protagonista allevava uccelli.
Per entrare nel percorso espositivo bisogna attraversare Forever un portale fatto di biciclette assemblate che crea una vertiginosa foresta metallica, l’opera rivela i modelli artistici di Ai Weiwei che s’ispira a Duchamp e alla sua ruota di bicicletta e sottolinea un altro tema importante per l’artista cioè l’impatto ambientale.
L’importanza di rispettare e coesistere con l’ambiente emerge chiaramente in Sichuan, la sezione dedicata al tremendo terremoto che nel 2008 ha distrutto la regione omonima della Cina: la determinazione nel portare a galla le responsabilità politiche dietro l’altissimo numero di vittime è costato ad Ai Weiwei lagalera e le continue limitazioni di libertà. Snake Bag è una delle opere nate dalla tragedia: un lunghissimo serpente (forza tellurica) formato da oltre trecento zainetti scolastici a ricordare il grande numero di studenti morti nelle strutture scolastiche scadenti.
Al Rinascimento, tema che abbiamo già visto comparire è dedicata una sezione in cui i poliedri in legno si ricollegano anche alla sezione precedente sull’uso del materiale nella cultura cinese mentre i quattro ritratti di celebri personaggi della Firenze rinascimentale, Galileo, Savonarola, Dante e Filippo Strozzi alludono di nuovo a uno scontro diretto con il potere che comporta variabili forme di limitazione della libertà, dall’esilio alla pena di morte. I ritratti sono realizzati con i LEGO, i celebri mattoncini che l’artista cinese utilizza spesso, l’effetto ottenuto mi ricorda la riproduzione dei quadri celebri fatti a mezzo punto.
Oggetti di uso comune invece, sono riprodotti dall’artista in materiali nobili, giada, cristallo, marmo: il valore della materia prima rappresenta il valore che un oggetto anche umile può assumere assume nella vita di una persona: una gruccia per poter stendere i propri panni lavati, nella vità di un recluso diventa il simbolo di una dignità che non si vuole perdere.


Dropping

L’artista nutre anche un profondo interesse per l’antiquariato denunciando da oltre vent’anni il disinteresse dello Stato per il patrimonio culturale a partire dalla performance del 1995 Droppin a Han Dinasty Hurn qui rappresentata dalle tre foto in versione LEGO. L’intento provocatorio della performance torna nei vasi antichi ricoperti di vernice per carrozzeria: solo sfregiando platealmente un’antichità si riaccende l’attenzione sulla sua importanza storica
FingerChe nell’arte di Ai Weiwei sia molto forte la componente provocatoria, ironica, una miscela esplosiva di alto e basso dovrebbe essere stranoto eppure mi è capitato ancora di leggere note di biasimo sull’opera più celebre di Ai Weiwei la virale Perspective cioè il dito medio ai simboli del potere a partire dalla foto in bianco e nero del 1995 fatta in Piazza Tienanmen, ora non starò qui a spiegare il significato concettuale dell’opera ma vi dirò che per quel che ha subito l’artista, spiegato molto bene da diversi video che tenevano incollati gli spettatori, il fuckoff di Ai Weiwei è persino signorile!
Il gesto torna anche sulla carta da parati Finger che mi ha richiamato alla mente un’altra opera tutta italiana, la Testa di cazzi di Francesco Urbini, a suo modo anticipatore di Arcimboldo (e proprio nella mostra viennese dedicata al maestro milanese vidi il piatto in questione).
La mostra si avvia alla chiusura con Souvenir from Shangai macerie dello studio realizzato da Ai Weiwei e fatto demolire dallo stesso Stato che l’aveva commissionato, come sua abitudine l’artista ha trasformato un gesto di sopruso in un happening con un party per la demolizione, come ricordano i granchi in porcellana ma nel video che testimonia la demolizione si vede il commovente sconforto di un uomo che utilizza la sua arte per non cedere al sopruso, ci si indigna anche pensando allo spreco: almeno i Medici si tennero il bellissimo palazzo di Strozzi esiliato per vent’anni, nel nostro tempo si continua a sprecare soldi e suolo pubblico.
A chiudere la mostra Surveillance camera and plinth, riproduzione in marmo di una videocamera di sorveglianza puntata sul pubblico che sta lasciando la mostra: l’artista alludere alla sua detenzione ma la costruzione dell’oggetto rivela una forza totemica anche positiva per chi vede nella continua sorveglianza un motivo di sicurezza.

Legni preziosi

Legnipreziosi

Fino al 22 gennaio si tiene alla Pinacoteca Züst di Rancate, in Svizzera, un’interessante mostra di sculture lignee religiose del Canton Ticino: pur nei suoi aspetti puramente locali, Legni Preziosi è l’ennesima dimostrazione che il territorio alpino non è barriera naturale ma terreno di scambio di diverse culture per cui le statue devozionali del Canton Ticino hanno provenienza piemontese, lombarda, veneta e anche tedesca.
Il percorso ha andamento cronologico partendo dal medioevo con opere che partono dalla fine del XII secolo. All’epoca rinascimentale appartiene l’opera più interessante, che campeggia anche sulla locandina, il San Giorgio e il drago di scuola milanese, risalente al 1470. Nonostante i colori un po’ spenti dal tempo non si può non rimanere incantati dal fantastico drago sul cui naso domina un corno ricurvo, mentre il dettaglio della coda intrecciata del cavallo permette un’elegante composizione della scultura riflettendo anche il gusto cortese dell’epoca.
PresepiodiGiornicoSono rimasta molto colpita dalla sezione tedesca della mostra, bellissime le statue di un altare a sportelli del 1510 dove spicca un’incantevole madonna. Tratti nordici che ritroviamo nella cinquecentesca Madonna dall’altissima fronte del presepe proveniente dalla chiesa di San Nicolao a Giornico: il gruppo della Natività è stato integrato nel corso dei secoli seguenti dalle statue dei pastori
Nelle ultime sezioni dedicate al 600 e al ‘700 possiamo notare un gusto più monumentale: le statue che hanno tutte altezza umana, molto oro per disegnare le vesti ed espressioni del volto intense che vanno dall’amorevole intimità di alcune Madonne con Bambino al dolore della Madonna Addolorata e della Maddalena di Fra Diego da Careri.
L’allestimento della mostra è a cura dell’architetto ticinese Mario Botta che racconta in un depliant fornito dal bookshop, la genesi dell’allestimento. Lo sfondo delle pareti è nero, le statue sono sorrette da strutture di materiale ligneo per imballaggio a ricordare la materia di cui sono composte, il supporto è stato dipinto con colori vivaci a ricordare la policromia delle nicchie o degli altari in cui queste opere solitamente risiedono.




Legni preziosi
Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento
16 ottobre 2016 – 22 gennaio 2017
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst
6862 Rancate – CH

Dalì – materie dialoganti

Veneregiraffa

Chiuderà domenica 4 settembre la mostra antologica che Acqui Terme dedica al genio surrealista di Dalì, non ci sono i dipinti degli anni ’30 e ’40 ma le sei sculture attorno cui ruota tutta la mostra sono molto belle ed interessanti a partire dalla Venere Giraffa elegantissima nel suo essere surreale.
Di San Giorgio e il Drago colpisce la complessa monumentalità della scultura di grandi dimensioni, le altre, L’elefante Spaziale, La persistenza della memoria, la Donna del Tempo e il Profilo del Tempo (quest’ultima monumentale e posta all’esterno) pur essendo molto belle mi hanno colpito meno perché presentano temi classici dell’arte daliniana.
DalìgalaAlle pareti numerose opere su carta, anche quelle postume uscite nel 1999 che fecero molto scalpore. I soggetti sono disparati, dalle serie letterarie ispirate a Pantagruel, al Bestiario di Fontaine o il tema tipicamente spagnolo della Tauromachia, più soggetti surreali come il Telefono aragosta e in un’opera a tecnica mista c’è anche un ritaglio della stanza Mae West.
Molto interessanti, perché poco noti, gli altri oggetti esposti in mostra che vogliono sottolineare la capacità di Dalì di spaziare nei vari ambisti artistici, la Sedia Leda, i vetri per la cristalleria Daum tra cui spicca il piatto La Triomphale, i dodici oggetti d’oro esposti forse sono i più intriganti nella loro capacità di racchiudere l’arte di Dalì.


Mostradalì



DALÍ. Materie dialoganti
PALAZZO LICEO SARACCO
Vai Bagni 1, Acqui Terme AL
16 luglio /4 settembre 2016

The Floating Piers

In un impeto di follia ieri ho deciso di visitare The Floating Piers sul Lago d’Iseo: era l’ultimo giorno, per giunta festivo, avrei dovuto sobbarcarmi ore di code come paventava la stampa invece con un minimo di organizzazione e una botta di fortuna non ho fatto neppure una coda.
Partiti da Tortona alle 15,00 siamo usciti a Seriate intorno alle 16,30 per risalire la Val Seriana fino Piangaiano e scendere poi a Tavernola Bergamasca con l’intento di prendere il traghetto delle 17,40. All’altezza di Riva di Solto abbiamo trovato la strada chiusa per una frana ma gentilmente indirizzati da chi smaltiva il traffico abbiamo costeggiato il lago fino alla costa bresciana e siamo arrivati a Molare alle 18,00 prendendo il battello per Montisola che partiva alle 18,30. Siamo scesi alle porte di Peschiera Maraglio, il paesino dove arrivava la passerella galleggiante A da Sulzano e abbiamo iniziato la nostra visita con tanto di saltino e balletto stile Mago di Oz perché da quando ho visto le prime immagini del floating piers ho subito pensato al sentiero giallo che conduceva a Oz.

Dell’opera di Christo è stato detto tutto e il contrario di tutto, soprattutto dai media che sono passati dall’esaltazione che ha preceduto l’apertura, alla denigrazione degli ultimi giorni cavalcando il parere di celebri critici d’arte che si sono scagliati contro di essa: resta il fatto che camminarci sopra è stata un’esperienza notevole per la bellezza degli scenari di cui si godeva un punto di vista inconsueto e per la piacevolezza di camminare sull’acqua: sono una persona decisamente sedentaria ma oggi ho i muscoli molto meno indolenziti di quando mi ricordo di fare la mia passeggiata serale di un’ora.
Arrivando alla questione fondamentale se Floating Piers sia un’opera d’arte o meno io rispondo in maniera decisamente affermativa e non mi appello alla Land Art o al passato di tutto rispetto di Christo e Jeanne Claude.
The floating piers ha avuto un significato concettuale piuttosto pregnante: la sua unicità e la sua breve durata sono ancor più significativi per il luogo scelto: l’Italia, paese dalle bellezze storiche e artistiche millenarie in cui il compito dell’arte è principalmente quello di preservare il patrimonio.
Contestualizzata storicamente l’opera ha ancora un’altra chiave di lettura: mentre il mondo è sconvolto dal terrorismo islamico, un milione e mezzo di persone si sono ritrovate nell’arco di quindici giorni a camminare fianco a fianco senza esser sottoposte a nessun controllo: andrebbe studiato il ruolo catartico di aver sentito parlare praticamente in contemporanea dal più stretto dialetto bergamasco alla più astrusa lingua straniera e questo accadeva a ogni turista: Christo ha annullato non solo la forza di gravità ma soprattutto il senso di appartenenza nel suo aspetto più deteriore e campanilistico.


Thefloatingpiers

Certamente usufruire in solitaria dei ponti galleggianti sarebbe stato più piacevole e interessante: posso solo immaginare cosa avrebbe potuto essere veder srotolare davanti a sè chilometri di quel nastro cangiante nel colore e nel movimento imposto dalle onde ma viviamo nella società di massa ed è un diritto delle masse godere della bellezza per quanto la possano o la vogliano capire, per quanto la trasformino in un mezzo mondezzaio (obbligatoria la chiusura notturna per questioni d’igiene che all’inizio non era stata preventivata) e la trasformino anche in una sagra di paese come dice Daverio però non ricordo lo stesso accanimento per The Dirty Corner di Anish Kapoor che puntava sempre su sensazioni ludiche ed è finita vandalizzata a Versailles, ma eccoci al vero nodo cruciale: l’arte è un diritto di tutti o è elitaria, riservata solo a chi è in grado di comprenderla? La risposta di Christo mi pare decisamente chiara.

Il Simbolismo

Simbolismoloc

Chiuderà domenica 5 giugno la mostra milanese sul movimento artistico che si sviluppa nell’ultimo quarto del XIX secolo.
Il simbolismo ha i suoi prodromi nell’opera poetica e critica di Charles Baudelaire, il primo ad avvertire la crisi del pensiero positivista che ha permeato buona parte del’800 a partire dalla rivoluzione industriale. Sul finire del secolo le certezze positiviste vengono minate dalle scoperte darwinane che tolgono all’uomo il primato e l’imprimatur divino, il negativismo filosofico di Nietzsche e Schopenhauer e l’affermazione del ruolo fondamentale dell’inconscio che emerge dagli studi di Freud.
AutoritrattoAlbertoMartini

Questi scossoni scientifici si riversano sull’arte e se per lungo tempo il simbolismo è stata considerata un’esperienza artistica di ambito franco-belga, la mostra milanese dimostra che il movimento, nelle sue varie declinazioni ha avuto dimensioni ben più vaste e indaga con maggiore attenzione il simbolismo italiano, forse un poco più tardo ma con esiti notevoli e mettendo in luce anche artisti poco conosciuti come Alberto Martini a cui è dedicata un’intera sezione con il suo autoritratto e diversi disegni tratti dalla serie de La Parabola dei Celibi e da quella ispirata ai racconti di Edgar Allan Poe. Anche Attilio Mussino, Attilio Bonazza, Pompeo Mariani,Francesco Lojacono, Cesare Laurenti, Cesare Saccaggi e Domenico Baccarini dimostrano tutta la vitalità della stagione simbolista italiana.
La donna è sicuramente la figura centrale del movimento simbolista che la esalta nel suo duplice aspetto di tentatrice voluttuosa e demoniaca e più che alle due versioni de Il peccato di Franz von Stuck penso all’inquietante Donna serpente di Achille Calzi, opposta alla forza generatrice del femminile rappresentato da Segantini o Bistolfi.
Carezze (L’Arte) di Fernand Khnopff, che campeggia sulla locandina, ben racchiude il duplice femminino; il quadro è esposto in Italia per la prima volta.
La tentazione femminile è ovviamente rivolta alla voluttà dell’eros che i simbolisti coniugano sempre con thanatos come dimostra La Sirena di Giulio Aristide Sartorio: il vigoroso e sensuale gesto del pescatore verso la bianca e abbandonata figura femminile trova soluzione nell’angolo sinistro del quadro, dove giacciono le ossa di chi ha già ceduto alla mortale tentazione della sirena.
La mitologia affascina molto i simbolisti, in particolare il mito di Orfeo a cui è dedicata un’intera sezione.
GiorgioKienerkIlDolore

Sezioni sono dedicate ai più illustri esponenti del movimento: a Odilon Redon è riservata una sala con otto delle sue litografie più bizzarre, il belga Felicien Rops è presente nella sezione iniziale dedicata a Baudelaire di cui illustrò Les Épaves e ha un sala dedicata a dieci suoi disegni, mentre una sezione è dedicata ai dieci disegni della serie Il Guanto di Max Klinger, a cui anche Francesco De Gregori ha dedicato una canzone.
Bocklin e Moreau sono uniti nell’analisi nel loro ritorno al mito: L’isola dei morti in mostra è una copia di Otto Vermehren ma da Le sirene di Moreau si capisce quando Matisse abbia preso dalla lezione del suo maestro.
Anche i Nabis vantano una sala dedicata a loro con opere del fondatore Serusier e del più celebre esponente Maurice Denis, anche se il mio quadro preferito resta Il mare giallo di Georges Lacombe.
La mostra si conclude con gli artisti italiani che meglio hanno saputo coniugare la lezione simbolista con lo stile liberty: Giorgio Kiernek si ispira chiaramente a Mucha nel trittico de L’enigma umano, mentre Galileo Chini sembra trovare ispirazione per il suo gusto decorativo nella lezione di Klimt, a cui attinge, ma con esiti molto diversi, anche Vittorio Zecchin: quattro pannelli del suo ciclo de Le Mille e una notte concludono la mostra.

Il Simbolismo
dal 3 febbraio al 5 giugno 2016
Palazzo Reale – Milano

Golden Age. Rubens, Brueghel, Jordaens – Pittura olandese e fiamminga dalla Collezione Hohenbuchau

Golden age

Dopo I tesori del Principe il Forte di Bard torna ad esporre le collezioni del Liechtenstein concentrandosi sulla Golden Age della pittura fiamminga, in particolare olandese.
Il nucleo principale della mostra è fornito dalla Collezione Hohenbuchau, integrate da 16 opere di grande valore della Collezioni del Liechtenstein per arrivare a un’esposizione di 114 quadri.
Il periodo d’oro dell’arte fiamminga va dalla fine del XVI secolo all’inizio del XVIII, ha forti legami con l’arte italiana, in particolare con il manierismo e soprattutto il caravaggismo (la nota scuola dei Caravaggisti di Utrecht) ma la pittura fiamminga si caratterizza per il suo estremo naturalismo, un gusto che resta gotico nell’accuratezza del fogliame, l’attenzione per la natura va dal barocco bucolico di Adamo ed Eva in Paradiso a scene di caccia molto cruente.
Ottomarseus

Tra le prime a svincolarsi dalle commissioni religiose e nobiliari, l’arte del seicento fiammingo/olandese, sviluppa, accanto ai ritratti (stupefacenti nell’abilità di dipingere il nero sul nero) e ai soggetti sacri, una serie di temi rivolti alla ricca borghesia che partono dai paesaggi quieti come Il paesaggio sul fiume di Jan van Goyen o marine agitate come Estuario con navi olandesi e vento forte al largo di un molo di Peter Van Der Croos, per arrivare alle nature morte, siano esse di tipo floreale o relative alle cacciagioni: accanto ai banchetti di Frans Snyder segnalo anche Il Gatto appostato di David De Coninck.
Le nature morte diventano occasioni per mirabili giochi di riflessi come dimostra Joris Van Son; la sensualità e l’amore per il vino sono altri temi fondamentali presenti anche nelle due opere di Gerard Dou e La cantina è davvero un capolavoro.
Se Jan Mandyn riprende la lezione di Hieronymus Bosch ne Le tentazioni di Sant’Antonio, l’afflato naturalistico e il gusto barocco per l’illuminazione e i temi poco ortodossi sfociano nei tre quadri di Otto Marseus van Schrieck, vera scoperta della mostra, un pittore dedito a dipingere inquietanti sottoboschi abitati da serpenti e altre viscide creature.

Forte di Bard
Valle d’Aosta
5 dicembre 2015 – 2 giugno 2016

Matisse e il suo tempo

Matisselocandina

Chiude domenica 15 maggio la mostra torinese dedicata a Matisse: il celebre pittore ha la fama di aver sviluppato una propria visione artistica individuale, facendosi coinvolgere solo marginalmente dalle avanguardie parigine d’inizio secolo (i Fauve), la mostra indaga il percorso pittorico di Matisse confrontando ogni stagione della sua arte con i compagni di studio, gli amici rivali come Picasso e l’eredità che Matisse ha lasciato agli artisti che a lui si ispirano ancora oggi.
In questo senso la prima sezione I “Moreau” si rivela essere la più interessante: Matisse abbandona i corsi di Bouguereau per seguire le lezioni di Gustave Moreau, nella sala sono esposte le prime esperienze artistiche del pittore su soggetti che condivide con l’amico Albert Marquet e già l’opera di Matisse è distinguibile per la fluidità del tratto e la passione per il colore come dimostrato ad esempio nei due quadri Matisse nello studio di Manguin e Marquet mentre dipinge un nudo nello studio di Manguin.
Storica è l’opposizione tra fauvismo e cubismo che vede in Picasso e Matisse “il polo sud e il polo nord” delle avanguardie; sarebbe stato lo stesso Matisse ad inventare il nome del gruppo rivale parlando di piccoli cubi a proposito di un quadro di Braque; nonostante la rivalità anche Matisse sperimenta figure più spigolose e colori cupi durante gli anni drammatici del primo conflitto mondiale come la bellissima Testa bianca e rosa del 1914.
Finita la guerra anche la pittura di Matisse subisce un ripensamento abbandonando la ricerca delle avanguardie per un ritorno a una composizione più classica nella quarta sezione, Gli anni di Nizza. Riletture l’opera di Matisse si confronta con altri artisti che seguono lo stesso percorso come Modigliani (Ritratto di Dédie, 1918) e Derain.
Matisse diventa un artista molto quotato e alcuni temi privilegiati diventano una sua caratteristica come ad esempio quello delle odalische, ricordi di viaggi in Africa che lasciano il pittore libero di giocare con la decorazione e concentrasi sulla figura. L’algerina e l’Odalisca con i pantaloni rossi dialogano con opere posteriori soprattutto di Picasso (Nudo con berretto turco, Donna sdraiata sul divano blu) che alla morte dell’amico rivale ebbe a dire “Quando Matisse è morto, mi ha lasciato in eredità le sue odalische, ed è questa la mia idea dell’Oriente, sebbene non ci sia mai stato”.

Lorettecontazzadicaffè

Il confronto con Picasso continua anche nell’analisi del disegno: la serie dei Dessins, Themes et variations di Matisse dialoga con alcuni disegni di Picasso (Il riposo dello scultore II).
Il disegno semplificato a cui giunge Matisse ne Il sogno trova echi anche ne La falena di Balthus.
Altro tema centrale della pittura di Matisse è l’atelier dove l’artista può giocare liberamente con il colore e la decorazione come dimostra il bellissimo Grande Interno Rosso del 1948. Gli interni sono temi cari anche a Braque di cui spicca in mostra Toeletta davanti alla finestra 1942.
Per indagare La danza di Barnes, i grandi pannelli che l’americana Fondazione Barnes gli commissiona nel 1930, si analizza la grande passione che Matisse nutre per Renoir, soprattutto per i nudi di bagnanti realizzati in vecchiaia, molti dei quali di proprietà di Barnes le cui pose ritornano nei pannelli dipinti da Matisse.
Se Renoir influenza Matisse per la figura e il ritratto, Cezanne è l’esempio da seguire per le nature morte.
Matisse inizia già negli anni ’30 ad approfondire la tecnica delle gouaches découpés cioè delle tempere ritagliate e applicate sul foglio, le cui influenze si vedono anche nei suoi ultimi dipinti come La ragazza vestita di bianco su fondo rosso: la genesi dell’opera venne documentata da un filmato di Francois Campaux che è visibile a Palazzo Chiablese.
Gli anni quaranta vedono il progressivo abbandono della pittura a favore delle gouaches découpés che danno vita al libro Jazz del 1947, ai due pannelli di Oceania stampati su lino: le influenze del nuovo stile di Matisse sull’arte della seconda metà del novecento, soprattutto americana, è lampante.

Matisse e il suo tempo
dal 12 dicembre 2015 al 15 maggio 2016
Palazzo Chiablese
Piazza S. Giovanni, 2
10122 Torino