A quasi una settimana dalla visione, riesco a pensare alla pellicola senza il disgustoso senso di nausea, giacche’ figuro nel numero di coloro che sono rimasti infastiditi dal terribile beccheggio della telecamera amatoriale: che volete, sono una donzella di una certa eta’ ma se non avessero affidato le riprese ad un emulo del cameraman cionco di Emilio (e questa la colgono solo i miei vetusti coetanei) si sarebbe potuto evitare la necessita’ di entrare in sala con un travelgum: ho visto riprese di presunti avvistamenti UFO girati con mano molto piu’ ferma!
Poiche da piu’ parti si grida la capolavoro, usero’ per Cloverfield la definizione che accompagna un altro capolavoro del cinema: la cagata pazzesca.
Sicuramente e’ presente nel film un discorso sulla filosofia della visione, ma piu’ che una riflessione lo definirei un furbo ammiccamento senza costrutto: le riprese amatoriali hanno assunto in questi anni una valenza di testimonianza oggettiva della realta’ e vedere una ragazza a cui viene sfilato brutalmente un tondino di ferro che le trapassa la gabbia toracica a pochi centimetri dal cuore, non solo sopravvivere all’“intervento” ma poco dopo correre svelta e leggiadra come una cerbiatta, e’ un’immagine che francamente cozza con la comune idea di realta’.
Piu’ interessante il discorso di non approfondire la natura del mostro, ma far figurare il film solo come il frammento recuperato dall’Esercito.