Alexander

Alexander 2004
con : Colin Farrell, Angelina Jolie, Anthony Hopkins, Val Kilmer, Jared Leto, Rosario Dawson, Jonathan Rhys-Meyers, Raz Degan
regia di Oliver Stone

A 40 anni di distanza dalla scomparsa di Alessandro, Tolomeo, il generale che alla morte del grande condottiero ha ereditato il regno d’Egitto, rievoca la vita del suo comandante: la giovinezza in Macedonia, sotto la guida di maestri del livello di Aristotele, ma oggetto di contesa tra le forti personalita’ del padre Filippo e la madre Olimpiade, la sconfitta di Dario a Gaugamela, la spasmodica conquista dei regni orientali, con l’intento di giungere ai limiti del mondo conosciuto che portarono Alessandro e il suo esercito sulle rive del Gange, fino alla prematura morte a soli 33 anni.

Un film possente che rievoca il mito di una delle figure piu’ affascinanti della storia, quell’Alessandro Magno che pare invincibile, in grado di compiere imprese strabilianti e mosso da un sentimento di conquista o forse di conoscenza che lo rende perennemente insoddisfatto degli obiettivi raggiunti.
Per Oliver Stone il modello di Alessandro e’ Prometeo, colui che oso’ rubare il fuoco agli dei per darlo agli uomini, permettendo loro di sconfiggere il buio della notte e quindi la paura. L’Alessandro che il regista porta sugli schermi vuole creare l’armonia sulla terra (ovviamente si omette che lo fa con la guerra..), mescolando le razze, creando un solo regno dove l’Oriente e l’Occidente, da sempre in lotta si fondano, e non e’ difficile capire perche’ proprio ora la figura di Alessandro goda di una rivalutazione cosi’ positiva.
In America la pellicola non ha avuto molto successo per la manifesta omosessualita’ del condottiero, in effetti il rapporto tra Alessandro ed Efestione e’ narrato come un amore omosessuale moderno, legame ben diverso da quello che poteva esserci tra due soldati del III secolo a. C., ma di certo io sono rimasta piu’ colpita dal forte legame edipico che Alessandro, secondo Oliver Stone, avrebbe avuto nei confronti di entrambi i genitori: il re Filippo, monarca guerriero che riesce a riunire sotto la sua guida tutta la Grecia e che vede il giovane figlio come un imbelle ed Olimpiade, regina non molto amata dal popolo per le sue pratiche del culto dionisiaco che instilla nel giovane Alessandro un senso di grandiosita’. Notevole l’interpretazione di Angelina Jolie che ha reso perfettamente questo ruolo, grazie alla sua presenza scenica ed al suo temperamento.
Le imprese militari di Alessandro sono rappresentate, per ovvi motivi di economia filmica, solo dalla piu’ importante, la battaglia di Gaugamela, dove con soli quarantamila uomini riusci’ a sbaragliare l’esercito di Dario, composto da duecentomila unita’. Le scene della battaglia sono spettacolari, le didascalie, dal tocco documentaristico, che indicano i compiti dei vari ruoli dell’esercito macedone si mescolano con momenti di azione pura mentre Dario (interpretato da un irriconoscibile Raz Degan) viene rappresentato con uno stile ieratico che ricorda Paradzanov.
Dopo la conquista di Babilonia il film diventa veramente dionisiaco, con la trasformazione di Alessandro da rozzo conquistatore a raffinato sovrano orientale, perennemente spinto dalla foga di conquista: la battaglia contro gli indiani e’ quasi delirante anche nell’eccessivo viraggio rosso; va riconosciuto a Colin Farrell il merito di aver saputo rendere la metamorfosi del personaggio: da principe insicuro a monarca invasato, mentre e’ del tutto insignificante l’interpretazione di Hopkins nel ruolo di voce narrante delle avventure del grande macedone.
Certamente ingombrante la presenza dell’aquila , simbolo di Zeus che guida le avventure di Alessandro: ricorda troppo da vicino l’aquila imperiale del Napoleon di Abel Gance.
Dal punto di vista storico non credo ci siano grandi errori, mi ha solo stupito che fosse Filippo a condurre Alessandro nelle grotte dove venivano rappresentati i miti piu’ sanguinari della cultura greca, in quella che pareva essere una rievocazione di un rito misterico, prerogativa che sarebbe spettata ad Olimpiade, visto il suo ruolo di sacerdotessa. Ho notato delle invocazioni piuttosto casuali agli dei che venivano chiamati indifferentemente col il nome latino o greco, ma questo potrebbe anche essere una liberta’ del doppiaggio italiano, si tratta comunque di sviste veniali nell‘insieme di un film sanguingno ed anche avvincente, vista la materia trattata, che nella sua imperfezione e’ in grado di far volare le tre ore della sua durata.

Recensione pubblicata su IMPATTOSONORO

Shrek 2

Shrek2

L’orco Shrek corona il suo sogno d’amore sposando la bella principessa Fiona, trasformatasi in orchessa, ma dopo la luna di miele Fiona e Shrek vengono invitati nel regno di Molto Molto Lontano, perche’ i genitori della sposa desiderano conoscere il loro genero…

L’intelligente sequel inizia dove solitamente le fiabe finiscono, raccontandoci cosa si cela in realta’ dietro il “.. e vissero per sempre felici e contenti”. Il regno di Molto Molto Lontano e’ una gustosa parodia di Hollywood, anche il nome del luogo che campeggia sulla collina ricalca la famosa scritta, e del resto in quale posto di questo pianeta l’illusione di vivere in una fiaba perfetta e’ piu’ concreta che a Hollywood? Anche nel fantastico regno da cui Fiona proviene la bellezza e la perfezione sembrano essere condizioni imprenscindibili e l’arrivo del suo rustico marito creera’ non poco scompiglio, facendo scoprire che anche nella compassata famiglia reale non tutto e’ cosi’ perfetto come sembra.
Come nel primo episodio delle avventure di Shrek, continua l’irriverente citazionismo di film e fiabe: se quasi tutti i blockbuster degli ultimi anni sono rivisitati, dal bacio a testa in giu’ di Spiderman all’azione sfrenata con tanto di colonna sonora originale di Mission Impossible, l’omaggio piu’ divertente e’ quello al famoso bacio sulla spiaggia che Burt Lancaster e Deborah Kerr si scambiano in Da qui all’ eternita’ solo che stavolta lo sciabordio delle onde trascina via Fiona e Shrek si trova avvinghiato alla Sirenetta!
Maggior ironia e’ riservata ai personaggi delle fiabe piu’ famose: la sorellastra di Biancaneve e’ un trans che gestisce una bettola malfamata dove Capitan Uncino canta malinconicamente al pianoforte con la voce di Tom Waits, l’imbelle Principe Azzurro e’ un ragazzotto vanesio ed effeminato, figlio di una Fata Madrina per nulla campionessa di bonta’: eminenza grigia del regno di Molto Molto Lontano di cui tira dispoticamente i fili, non si rende conto di non essere piu’ un fiore di ragazza e vestita di uno scintillante abito rosso canta sdraiata sul pianoforte come Michelle Pfeiffer ne I favolosi Baker.
Ai protagonisti del film, Shrek, Fiona e Ciuchino si aggiunge un comprimario eccellente: il Gatto con gli Stivali, killer di professione passato alla causa dell’orco: abile spadaccino ha come arma segreta il musetto commovente del micetto abbandonato.
Per quanto riguarda la qualita’ dell’animazione, il film non ha nulla da invidiare alle produzioni Pixar, anzi forse una maggior indifferenza alla corsa verso lo stupefacente giova alla pellicola, estremamente luminosa e giocata su tinte chiare in netto contrasto con la tendenza Pixar di usare toni cupi, forse per dimostrare che anche nel nero piu’ totale non e’ possibile scorgere un singolo pixel.
Avvertenza: non uscite appena iniziano i titoli di coda: l’entusiasmante festa finale al suono de La vida loca ritorna dopo qualche minuto con un ultimo colpo di scena riguardante Ciuchino.

 

Ferro 3 – La casa vuota

Ferro3 Bin-Jip
Corea del Sud 2004
Regia di Kim Ki-duk
Con Lee Seung-yeon, Jae Hee

Tae-suk e’ solito entrare nelle case vuote di chi e’ via per vacanze o lavoro e vivere per un po’ nei panni degli altri, un giorno entrando nell’ennesima casa non si accorge della presenza di una ragazza, Sun-hwa..

La casa come metafora della nostra societa’: gusci vuoti di una vita che si svolge altrove. L’unico rimedio alla dolorosa solitudine di questi tempi e’ prendersi cura delle cose e delle persone, e’ quello che fa il Ragazzo che e’ solito riparare gli oggetti che non funzionano, fare il bucato o bagnare le piante nelle case che visita.
La casa come simbolo dell’armonia della famiglia: in tutti gli appartamenti dove c‘e’ qualcosa di rotto anche la vita familiare non e’ serena, solo una delle case che il Ragazzo visita insieme alla Ragazza, e’ un ambiente amato e curato, e’ il luogo dove l’amore tra i due puo’ nascere con il gesto sensuale e poeticissimo del piede di lei che si posa su quello di lui ed anche i reali proprietari di questa casa sono una coppia affiatata, dedita alla cura del proprio rapporto (e della propria abitazione) talmente complice da permettere che un’estranea venga a riposare sul loro divano.
L’amore perfetto secondo Kim Ki-duk e’ fatto di silenzi, di reciproca comprensione e sostegno, di compassione, nel senso piu’ alto del termine.
Nella vita c’e’ anche la tragedia, che seppure accidentale va scontata , cosi’ i due amanti vengono separati, non importa se la ricongiunzione sara’ un sogno irreale o un effettivo sforzo di volonta’ da parte del Ragazzo per diventare invisibile a coloro ai quali non vuole mostrarsi, il film si chiude con una didascalia che domanda chi puo’ sapere se la vita che viviamo e’ sogno o realta’.
Il regista sud coreano si dimostra ancora una volta il piu’ grande cantore della nostra epoca e il suo pessimismo cosmico si risolve in questa pellicola in un messaggio di amore e speranza, ben significata dall’immagine finale dei due amanti sulla bilancia il cui peso e’ uguale a zero: zero e’ il peso dell’anima? L’amore e’ l’annullamento di se’? Zero e’ il numero perfetto che racchiude il nulla e l’infinito? Qualsiasi pensiero susciti quest’immagine non si puo’ sfuggire al suo simbolismo profondo e alla sua commovente poeticita’, elementi che caratterizzano tutti i passaggi di questo capolavoro della filmografia contemporanea: 90 minuti che volano in un lampo tra lunghi silenzi ed immagini di puro cinema.
Purtroppo gran parte dell’attenzione del pubblico si concentra sull’apparentemente enigmatico titolo, Ferro 3, che e’ riferito alla mazza da golf con cui il Ragazzo spesso si diletta.

L’incredibile Hulk

L'incredibilhulk Se c’e’ un motivo per cui questa pellicola rischiera’ di passare alla storia e’ lo sdoganamento ufficiale della Favela Rocinha, la piu’ grande favela brasiliana che in alcune parti sta maturando una sua dimensione turistica subito sfruttata da Hollywood; per il resto il film e’ spaccato dalla travagliata sceneggiatura: inutile dire che ho preferito la prima parte quella piu’ debitrice al mito di Dr Jekyll e Mr. Hide, dove Bruce Banner ha un rapporto tormentato con il potere che ha malauguratamente acquisito, invece di viverlo come liberatorio, zompettando felice per monti e per valli come avveniva nella precedente versione di Ang Lee.
Molto interessante, in un periodo in cui questo tipo di blockbuster fiorisce puntando sulla qualita’ degli effetti speciali, la scelta di fare solo intravedere le prime trasformazioni/apparizioni di Hulk: dona alla prima parte del film un gusto piacevolmente retro’ e riconferma in pieno il potere fascinatorio dell’enfasi per celazione, troppo spesso dimenticato.
La seconda parte purtroppo si trasforma in un banale action movie fatto di scazzottate tra Hulk e l’Abominio, trionfo degli effetti speciali che se nella prima parte erano dosati con cura, nel secondo tempo si prendono una rivincita fastidiosa, soprattutto se il film viene visto in un cinema che crede che gli effetti sonori si ottengano con il volume a palla, che invece si limita a triturare i timpani dei poveri spettatori.
Uniche boccate di ossigeno nella noia dominate, gli inserti metacinematografici: la presenza di Lou Ferrigno e la comparsa finale di Tony Stark anticipatrice di almeno un film (ma finira’ sicuramente in trilogia) su gli Avengers

2046

2046 Nella Hong Kong degli anni ‘60 il giornalista Chow Mo Wan scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 nel quale convergono tutti i ricordi delle donne che hanno attraversato la sua vita.

Siamo di fronte a un film molto complesso da valutare, come e’ difficile spiegare cosa sia effettivamente il 2046 del titolo: un anno del futuro (quello in cui Hong Kong tornera’ definitivamente a far parte della Cina), il numero di una camera d’albergo che ritorna sempre (anche volutamente) nelle peregrinazioni del protagonista, il luogo dove confluiscono i ricordi e da cui non e’ possibile tornare nel romanzo di fantascienza che Chow sta scrivendo.
Sulla pellicola grava anche una genesi sofferta: idealmente sequel del bellissimo In the mood for love, il film si e’ staccato sempre piu’ dal precedente lavoro di Kar-Wai anche se il protagonista maschile mantiene lo stesso nome e svolge il medesimo mestiere.
La complessita’ della trama, e conseguentemente del giudizio, e’ dato dall’argomento trattato : Kar-Wai non sceglie di raccontare una vicenda personale ma di sviscerare un tema che ha sempre avuto un ruolo importante nella sua teoretica: la memoria.
E allora ecco una pellicola affascinate e coinvolgente, dove la logicita’ della trama puo’ avere degli scossoni, ma sfido chiunque a ricordare i fatti nella loro esatta consequenzialita’, soprattutto quando l’esperienza e’ a sua volta il tentativo di rivivere una vicenda gia’ passata, perche’ il segreto del protagonista e’ quello di aver amato e perduto una donna, Su Li Zhien, che tenta di ritrovare in tutte quelle che incontra dopo di lei.
Un film sul rimpianto, dunque? anche, ma non solo dato che nel romanzo che fa da contrappunto alle vincende sentimentali di Chow, il protagonista e’ l’unico ad esser ritornato da 2046, il luogo dove tutti i ricordi rivivono e da cui piu’ nessuno torna.

Indiana Jones e il regno del teschio di Cristallo

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Non sono mai stata una grandissima fan di Indiana Jones, probabilmente tutto dipende dal fatto che il primo episodio non lo vidi al cinema ma mi fu raccontato in maniera piu’ che dettagliata da una compagna di scuola alla stazione delle corriere. Quando vidi il film rimasi completamente delusa dal finale: richiudere l’Arca della Santa Alleanza in un deposito militare mi sembra una trovata pessima ancora oggi. Ho apprezzato il terzo capitolo che doveva essere chiusa e santificazione del personaggio svelandone i segreti, il perche’ del soprannome e la paura dei serpenti. Non mi aspettavo quindi nulla da questo quarto capitolo che sulla carta non aveva nulla da aggiungere alla definizione dell’eroe e Harrison Ford mi pareva decisamente anzianotto per un ruolo d’azione.
Il film effettivamente non aggiunge nulla; e’ un’autocelebrazione della saga (l’arca perduta ricompare per un momento da una cassa rotta nel famigerato deposito militare) il che e’ anche giusto dato che questo episodio e’ stato richiesto a furor di popolo, ma Harrison Ford si rivela all’altezza del suo personaggio, neppure lui piu’ giovanissimo che infatti pare mettere definitivamente la testa a posto.
Spielberg e Lucas colgono l’occasione per ripensare tutto il loro mondo: ambientata nel 1957, la pellicola diventa la scusa per riportare sugli schermi il mito americano a cavallo degli
anni ‘50-’60 fatto di bravi ragazzi con il cardigan e teppistelli che imitano Il selvaggio di Brando, corse in auto, milkshake e risse tra Happy days e American Graffiti; ma il pessimismo che ha segnato l’ultima stagione di Lucas e Spielberg non si e’ ancora spento e il mondo dorato della gioventu’ e’ venato dall’ombra del maccartismo che incombe anche su Indy.

Dopo rocambolesche avventure nella foresta amazzonica, Indiana Jones, incontra gli alieni, suggellando il connubio con l’altra anima spielberghiana, la fantascienza ma ancora una volta dopo la Guerra dei Mondi, gli alieni non sono troppo buoni: forse E.T. e gli incontri ravvicinati sono perduti per sempre.