Anarchia – La notte del giudizio

Anarchia 2023: da nove anni negli Stati Uniti d’America vige un nuovo ordine, quello dei Nuovi Padri Fondatori, che ha portato ai minimi storici la disoccupazione e la criminalità. Il segreto di questa florida situazione politica sembra essere la Notte della Purificazione, 12 ore in cui ogni forma di tutela è sospesa e la gente può farsi giustizia da sola. Eva e la figlia Kali vengono catturate da una squadra paramilitare ma salvate da un individuo che sta andando a compiere la sua personale vendetta, a loro si uniscono Shane e Liz, una coppia presa di mira da una banda di ragazzi dediti alla Purificazione: riusciranno a sopravvivere nella notte senza legge di Los Angeles?

Sequel di uscito nel 2013, Anarchia è un gran bel film su cui non pesa il marchio del sequel (pare essere migliore della pellicola che l’ha preceduto).
Cita espressamente I guerrieri della notte e Fuga da New York e rimanda interamente all’action movie anni ’80 per le atmosfere cupe ma poco splatter e i personaggi granitici schierati in maniera netta tra bene e male.
Quello che più vale è però il messaggio del film, fortemente critico con la cultura delle armi tipicamente americana e quella ormai globalizzata del profitto a ogni costo. Come sostiene il gruppo combattente antagonista al potere, non è purificandosi degli istinti più biechi che l’ordine creato dei Nuovi Padri Fondatori prospera, ma in quelle dodici ore di caos totale vengono eliminati i più deboli e poveri con un grande risparmio per lo stato sociale. La violenza legalizzata genera solo nuova violenza che sia quella raffinata dei gruppi organizzati che spadroneggiano per le città o che esploda improvvisa in una famiglia apparentemente contraria alla notte della purificazione.
Da vedere.

Duran Duran: unstaged

Duranduran

Recuperato all’ultimo dei tre giorni di programmazione, spinta più dalla necessità fisiologica di vedere un film in sala che dal richiamo della regia di David Lynch o dall’introduzione di Morgan (per altro omessa bellamente), la riedizione del concerto al Mayan Theater di Los Angeles nel 2011, passato all’epoca in live streaming su Vevo, è stato sorprendente per la riscoperta del gruppo musicale che ha segnato gli anni ’80.
Ai tempi della mia gioventù non ho mai preso posizione tra Duran Duran e Spandau Ballet simpatizzando però fortemente per i primi affascinata più dall’immaginario dei video che dalla qualità musicale, sorprende quindi entrare in sala pensando di fare un tuffo nostalgico negli spensierati anni’80 e ritrovare una band che tra alti e bassi ha messo insieme trent’anni di carriera continuativa senza reunion clamorose per attirare il pubblico, un gruppo cresciuto musicalmente che non fa concerti ripronendo solo le vecchie hit ma anche interessanti novità e riveste i vecchi successi di un sound più arricchito duettando con cantanti del calibro di Beth Ditto o Kelis per arrivare a una vera chicca, trasformando il loro brano per il Bond dell’85, Bersaglio Mobile (l’ultimo con Roger Moore) in una suite d’archi, omaggio al celebre 007 partendo dalle note di Goldfinger per arrivare a A view to a Kill.
Se il lato musicale è stato molto soddisfacente altrettanto non si può dire della regia di Lynch: tutto il concerto è stato ripreso in bianco e nero con immagini sovrapposte, a volte didascaliche (un lupo per Hungry Like the Wolf o la Terra per This is Planet Earth) a volte anche suggestive come nel caso della bella The man who stole a leopard (2010) o le riprese del pubblico col fish eye ma più spesso fintamente psichedeliche: personalmente non ho retto la ruota di bicicletta a commento di Rio brano accompagnato all’epoca (1982) da un meraviglioso video che anticipa tutto lo spirito edonista del periodo.
Di certo colpisce il contrasto tra il ricordo molto glam, rutilante e colorato dei Duran Duran anni ’80 e questo bianco e nero molto understatement scelto dal regista ma, ripeto, la band inglese non è solo la rievocazione di quel periodo dorato.

Jersey Boy

Jerseyboy Nel New Jersey dei tardi anni ’50, Tommy e Frankie, amici per la pelle, vivacchiano tra furtarelli e sogni di gloria musicale: del resto al voce di Frankie incanta anche il boss Gip De Carlo. Il successo arriva con l’ingresso nella band di un nuovo elemento, Bob Gaudio, ma all’interno del gruppo mutano gli equilibri: Frankie e Bob prendono la musica molto seriamente a differenza di Tommy che con il suo atteggiamento superficiale porterà il gruppo alla rovina..

Il caro vecchio Clint, fautore del cinema classico per antonomasia ci stupisce con questo ultimo lavoro ispirato a un musical di Broadway che narra l’avventura musicale dei Four Season.
Anche se la vena malinconica per i bei tempi andati, come racconta l’eloquentissimo sguardo segnato di Frankie Valli alla reunion alla Hall of Fame, è molto forte, Eastwood firma una pellicola all’insegna della leggerezza (si può dire che le boy band non sono nate oggi) e anche dell’innovazione stilistica con i componenti della band che parlano direttamente in macchina e narrano la loro epopea, escamotage che pare venire dal musical originale e che regala alla vicenda un’alone mitico con le diverse versioni dei protagonisti. Tutti raccontano, tranne Frankie Valli che con la macchina da presa si confida solo nel finale.
Tra gangster paterni che aiutano gli aspiranti cantanti e poliziotti che chiamano per nome i ragazzi del quartiere, il regista sembra aver lasciato in disparte il suo alto senso morale che invece emerge nel senso di lealtà per gli amici che non vanno abbandonati, i debiti che vanno saldati a qualunque costo, anche a discapito della famiglia come si renderà amaramente conto Frankie. Il successo, il denaro, la famiglia niente vale la spensierata innocenza della giovinezza e Clint Eastwood lo sottolinea ulteriormente riprendendo in tv se stesso agli esordi televisi.

Maleficent

Maleficent Malefica è la fata che difende il regno magico della brughiera dalle mire espansionistiche del re del vicino regno umano. Sconfitto in battaglia, Re Enrico promette figlia e regno a chi eliminerà la creatura magica. L’ambizioso Stefano, che nell’infanzia è stato legato a Malefica, le ruba le ali con l’inganno trasformando la fata nella strega vendicativa che alla nascita di sua figlia Aurora scaglierà la ben nota maledizione che la trasformerà la principessina nella Bella Addormentata..

La Disney continua a rileggere le fiabe classiche dal punto di vista dei personaggi cattivi come in Biancaneve o nel nel centone di fiabe alla base della serie Once Upon a Time (C’era una volta).
La Bella Addormentata nel bosco viene riletta in chiave tutta femminile e non è difficile sposare la teoria che gli uomini siano tutti degli imbecilli con personaggi infingardi come Re Stefano.
Scagliata la maledizione sulla neonata che viene mandata a vivere nel bosco con le tre fate buone, Malefica continua a seguire da lontano la crescita di quella che lei chiama bestiolina finendo per affezionarsi alla ragazza al punto da voler ritirare il maleficio, cosa che si rivela impossibile. Quando il fato si compie, Malefica, a rischio della vita, farà di tutto per salvare la principessa, anche trovarle il principe che la baci ma bacio salvatore non sarà quello del principino infatuato.
Se la rilettura potrebbe essere interessante soprattutto per il furto delle ali che equivale a uno stupro e il recupero delle stesse dopo un percorso di vendetta e perdono, i 95 minuti del film risultano a tratti noiosi per la mancanza totale dell’aspetto gotico della vicenda e la melensaggine della vita nella brughiera con personaggini magici leziosi e soprattutto già visti.
Il notevole carisma di Angelina Jolie che regge tutto il film da sola purtroppo non può valere il prezzo del biglietto.

Song ‘e Napule

Song'enapule Paco Stillo si è diplomato con merito al conservatorio ma per campare deve accettare la raccomandazione di un assessore amico di mamma e imboscarsi in polizia. Un giorno però, il duro commissario Cammarota decide di sfruttare le sue capacità musicali per infiltrarlo in un gruppo di neomelodici che dovranno suonare al matrimonio della figlia di un boss. Al matrimonio parteciperà anche ‘O spettro ovvero Ciro Serracane, crudele killer della camorra di cui non si conosce il volto. Toccherà proprio a Stillo riconoscere il ricercato e permettere alla polizia di fare irruzione per catturarlo ma il sentimento di amicizia che si creerà con Lollo Love e l’amore per la di lui sorella Marianna porteranno Stillo a modificare il piano del commissario..

I Manetti Bros. perseguono da sempre una loro linea artistica che coniuga il b movie con le sottoculture delle periferie e il degrado urbano contemporaneo. Dopo Roma e la Bologna poco rassicurante di Coliandro (almeno nella prima serie) sono ora alle prese con Napoli e il fenomeno dei neomelodici. Il film è una commedia esilarante per cui il lieto fine è assicurato ma ciò non impedisce ai Manetti di inserire stilettate velenose sulla realtà italiana: l’eterna piaga delle raccomandazioni su cui ruota tutta l’introduzione del film, la brutalità delle immagini delle vittime uccise dalla camorra.
Distinzione manichea tra buoni e cattivi come nella miglior tradizione dei poliziotteschi anni ’70 che vengono citati espressamente in un geniale inseguimento di una Giulietta d’epoca che non molla la Porsche ultimo modello tra i vicoli di Napoli.
I Manetti Bros. hanno alle spalle una consolidata esperienza di direttori di videoclip quindi, da buoni amanti della musica, hanno un occhio di riguardo per il mondo dei neomelodici, truzzo quanto si vuole ma non necessariamente coinvolto con la camorra, almeno nel caso di Lollo Love, ragazzo dal cuore d’oro costretto da un contratto capestro a d esibirsi solamente a matrimoni ed altre cerimonie senza poter esplorare la propria vena artistica e col sogno di arrivare a San Remo.
Una commedia incentrata su una sottocultura partenopea ma che in realtà racconta moltissimo dell’Italia intera, sorretta da un cast notevole: mi paiono buonissimi motivi per non farsela sfuggire nelle scarse apparizioni in sala dovute a una distribuzione poverissima: 18 copie, fortunatamente date in aumento.

Locke

Locke Sposato e con due figli, Ivan Locke è meticoloso e affidabile come richiede il suo mestiere di capo cantiere per un’importante multinazionale dell’edilizia che sta per costruire un importante palazzo a Richmond. La notte che precede “la più grande colata di calcestruzzo” a fini civili, Locke abbandona il lavoro per recarsi a Londra: Bethan la donna con cui ha avuto un incontro sessuale alcuni mesi prima, sta per dare alla luce suo figlio..

Il film più interessante della stagione dura ottantacinque minuti tutti spesi nell’abitacolo di un automobile, durante il viaggio in autostrada che porta Locke da Richmond a Londra. Le tre unità aristoteliche sono alla base di una pellicola che scardina i generi cinematografici: vista l’intimità dell’ambientazione potremmo parlare di un Kammerspiel ambiento in auto? La presenza di un unico attore in scena (un notevole Tom Hardy) che vive le sue emozioni attraverso il telefono è una rielaborazione del dramma di Cocteau La voce umana? Di certo il viaggio di Locke non è un roadmovie: nessun panorama mozzafiato o incontri sorprendenti, solo le luci delle altre auto che sfrecciano nella più totale indifferenza della tragedia del protagonista che comunica ai datori di lavoro e alla famiglia la decisione che cambierà totalmente la sua vita: essere presente alla nascita del figlio concepito nella sola notte di sesso con una collega di lavoro di cui non è mai stato nemmeno infatuato.
Locke però è un uomo tutto d’un pezzo, quasi un contemporaneo cavaliere senza macchia che vaga indossando l’armatura dell’abitacolo della sua BMW X5, un uomo che ha vissuto il dramma dell’abbandono del padre e non vuole rivivere la stessa colpa, la spiegazione psicologica del comportamento di Locke è secondo me l’unica ridondanza della trama: forse la scelta del protagonista avrebbe avuto ancora maggior peso se Locke avesse avuto un’infanzia felice e non sentisse il dovere di riparare (anche) i torti paterni ma è il pensiero di una spettatrice italiana che non è tanto colpita dal dramma familiare della trama quanto dal comportamento in ambito lavorativo del protagonista che ovviamente viene subito licenziato quando comunica di non poter essere presente alla parte più importante del lavoro.
Nonostante le beghe famigliari e le complicazioni del parto, Ivan si assicura comunque che tutto proceda perfettamente, risolvendo anche problemi dell’ultimo minuto che ormai non gli competono più e si esaspera quando gli viene riferito che le ditte fornitrici vorrebbero usare una parte di cemento di qualità inferiore a quella richiesta: capite bene che per chi vive in un Paese in cui le fondamenta sono solitamente fatte di sabbia e le case comprate a propria insaputa, che una persona licenziata segua l’ex lavoro con tanta dedizione è pura fantascienza!

Too much Johnson

Too-much-johnson-manifesto USA 1938
con Joseph Cotten, Virginia Nicholson, Edgar Barrier
regia di Orson Welles

Ieri all’Anteo Spazio Cinema di Milano grandi festeggiamenti per il novantanovesimo compleanno di Orson Welles -nato a Kenosha il 6 maggio 1915- con la proiezione musicata dal vivo e presentata da Paolo Mereghetti, del primo lavoro del regista ritrovato lo scorso anno in maniera fortunosa e presentato in esclusiva alle Giornate del Cinema Muto 2013.
Il film del 1938 è in realtà uno strano oggetto filmico in quanto Welles aveva pensato di girare dei prologhi muti e senza accompagnamento musicale, nello stile delle comiche di MacK Sennett per svecchiare una pochade teatrale di fine Ottocento che stava preparando per il Mercury Theatre. Il progetto venne abbandonato perché la compagnia aveva solo i diritti teatrali e non quelli cinematografici dell’opera e le prime rappresentazioni della commedia non ebbero successo. Il film quindi non venne finito e Welles stesso sostenne sempre che il materiale era andato bruciato nel rogo della sua villa di Madrid nel 1970. Nel 2012 alla cineteca del Friuli venne donato del materiale cinematografico che giaceva da oltre trent’anni in un magazzino romano. Iniziando la ricognizione delle pellicole l’attenzione degli studiosi si fermò su otto bobine che vennero identificate con il film perduto di Welles.
La pellicola dura 67 minuti, il doppio di quanto il regista intendeva usare per i tre prologhi introduttivi agli atti della commedia, si tratta di un materiale preparativo non ancora montato e molte scene sono ripetute, girate da diverse angolazioni il che, invece di risultare noioso, è molto interessante perché mostra anche il making of del film come nella scena in cui ci si imbarca sul piroscafo per Cuba dove la folla saluta e corre per imbarcarsi ma l’unico elemento di scena è la passerella per la nave che in realtà non esiste.
La storia è piuttosto complessa: una giovane è costretta dal padre a lasciare l’amato per andare a sposare un ricco possidente cubano, Mr. Johnson. Lo stesso nome, Johnson, è usato dal play boy August Billing per sedurre una donna sposata. Scoperti dal marito Leon, l’amante fugge sui tetti e dopo mille peripezie tutti i protagonisti si ritroveranno a Cuba dove il povero Leon scambierà il possidente terriero per il Johnson che gli ha sedotto la moglie.
Toomuchjohnson Too much Johnson dimostra l’ottima conoscenza di Welles del cinema muto citando i grandi comici della silent era, in particolare Joseph Cotten è impegnato in rocambolesche prove di equilibrio che ricordano quelle di Harold Lloyd in Preferisco l’ascensore.
In nuce c’è anche tutto il cinema di Welles: le riprese sghembe per prospettive ardite sui tetti, ingegnose profondità di campo, i giochi prospettici e geometrici, il bianco e nero molto contrastato. Non manca un inseguimento tra un dedalo di casse che ricordano quelle del finale di Quarto Potere, anche se qui l’epologo è più anarchico, degno di Jean Vigo.
Pensando allo scopo per cui erano pensate queste riprese, introdurre una rappresentazione teatrale, salta agli occhi, una volta di più, la modernità del genio wellesiano in grado di pensare un crossover tra generi e media quasi ottant’anni fa mentre oggi riteniamo la contaminazione il massimo della contemporaneità.

La sedia della felicità

Lasediadellafelicita In un centro commerciale di Jesolo, Bruna, un’estetista vessata dalle rate per i macchinari, fa amicizia con Dino, il tatuatore che ha il negozio vicino al suo e vive le stesse difficoltà economiche.
Per arrotondare, Bruna si occupa dell’estetica di una carcerata, Norma Pecche, madre di un famoso bandito. In punto di morte la donna confida alla ragazza e al prete del penitenziario che in una sedia del suo salotto è nascosto un tesoro: Bruna si mette alla ricerca del bottino ma dovrà ricorrere all’aiuto di Dino..

L’ultimo film di Carlo Mazzacurati, uscito postumo a tre mesi dalla morte del regista, ha il sapore di un testamento per la presenza di camei di moltissimi attori che Mazzacurati ha contribuito a rendere celebri, da Fabrizio Bentivoglio a Roberto Citran, da Antonio Albanese a Silvio Orlando.
La sedia della felicità sfrutta uno dei cliché cinematografici che Mazzacurati sa dirigere con mano felice, quella della strana coppia di disperati pronta a tutto per arrangiarsi come ne Il Toro e La lingua del Santo, questa volta il gioco di coppia riserva risvolti sentimentali visto che i protagonisti sono di sesso opposto e la felicità del titolo è il ritrovamento di una stabilità emotiva, più che una economica.
A sparigliare le carte c’é il terzo incomodo, il prete del carcere anche lui impegnato nella ricerca del tesoro perché vittima del videopoker. Lo interpreta un Giuseppe Battiston strepitoso nei panni di un inossidabile Rasputin veneto che utilizza i metodi più improbabili per ricercare le sedie che nel frattempo sono state separate.
Quella che era una divertente e puntuale satira dei costumi della provincia (punto di forza della teoretica di Mazzacurati) si trasforma in una fiaba sempre più surreale e divertente con l’entrata in scena del formidabile prete, forse si perde in realismo ma si guadagna in divertimento e ci si ricorda di un buon regista con un sorriso divertito.

Grand Budapest Hotel

TheGrandBudapestHotel Al Grand Budapest Hotel, struttura termale ormai decadente nell’epoca sovietica, uno scrittore incontra il celebre proprietario dell’albergo, personaggio bislacco che ha barattato le sue ricchezze col regime pur di restare in possesso della struttura. Zero Moustafa racconta al romanziere la storia rocambolesca di come, da garzoncello apolide e squattrinato, divenne ricchissimo e proprietario dell’hotel a cui è tanto legato..

Questa volta la ricostruzione fantasiosa di mondi in versione pop up di Wes Anderson si indirizza sugli strascichi della Belle Époque: il Grand Budapest sorge in uno di quei piccoli stati dai nomi fantasiosi di cui si punteggia la Mitteleuropa da operetta. La vicenda però, è ambientata nel 1932, fuori tempo massimo per la Belle Époque godereccia e raffinata: venti di guerra e sentimenti xenofobi e prevaricatori assediano l’hotel, ultima roccaforte di affabilità e joie de vivre imposti con ostinazione dal fatuo direttore Monsieur Gustave, amante di tutte le vecchie clienti dell’albergo e in grado di creare stretti legami di amicizia in un ambiente ostile come la prigione grazie alla gentilezza che ritiene vero motore del mondo.
Con la stessa capacità di ricostruire fondali di cartone o modellini dei suoi ambienti, il regista restituisce fedelmente un periodo cinematografico: la stagione della commedia sofisticata americana dei primi anni ’30 resa grande da artisti mitteleuropei in fuga dalla nascente Germania nazista e dai contenuti allegramente maliziosi che hanno preceduto l’entrata in vigore del codice Hays, applicato a partire dal 1934. Il tema della fuga, molto presente nella filmografia di Anderson, assume così i ritmi concitati delle comiche e una comicità molto fisica pervade tutta la pellicola.
Cast di grande richiamo con presenze fisse come Bill Murray ed Ed Norton e uno squisito Ralph Fiennes nel ruolo del protagonista mentre Tilda Swinton dopo Snow piercer si riconferma regina dei travestimenti interpretando la vecchia Madame D.

Il film ha vinto (meritatamente) l’Orso d’argento, gran premio della giuria alla Berlinale 2014.

Ti ricordi di me?

Roberto, scrittore di favole assurde e cleptomane, s’innamora di una paziente incontrata dalla terapeuta, Beatrice, narcolettica con perdita della memoria a breve termine. Dopo mille difficoltà l’amore decolla e i due hanno anche un figlio, Ruben, ma un giorno Beatrice ha un forte shock e sparisce, dimentica di tutta la sua vita famigliare…



Tiricordidime

Nel cinema italiano contemporaneo c’è una grande produzione di commedie, quelle che spiccano per originalità sembrano puntare molto sulla fotografia: se Smetto quando voglio sottolineava l’attualità della vicenda con colori da filtro instagram, Ti ricordi di me? sfrutta la meravigliosa luce romana per giocare con i colori squillanti delle favole di Wes Anderson o quelle francesi alla Amélie uscendo una volta tanto dal solito effetto cartolina che affligge la nostra produzione cinematografica e televisiva. Una piacevole sorpresa che fa dimenticare la prevedibilità della trama.
Anche Edoardo Leo, che vive il suo anno di grazia, sembra già cristallizzato nel ruolo dello sfigato che alla fine ce la fa, molto meglio il suo comprimario Paolo Calabresi, nei panni di un poliziotto dell’ufficio passaporti che sogna di diventare un poliziotto d’azione e trascina stancamente la sua relazione sentimentale fino a quando la ragazza lo lascia e lui capisce che era la donna della sua vita.



Ti ricordi di me

Acida e agrodolce come le fiabe scritte dal protagonista, la pellicola analizza con studiata leggerezza la difficoltà del rapporto sentimentale, la necessità di reinventarsi quotidianamente sottolineata dal confronto tra le due coppie, una che deve combattere il disagio psichico, l’altra che deve vincere la più insidiosa noia da routine quotidiana.