USA 1938
con Joseph Cotten, Virginia Nicholson, Edgar Barrier
regia di Orson Welles
Ieri all’Anteo Spazio Cinema di Milano grandi festeggiamenti per il novantanovesimo compleanno di Orson Welles -nato a Kenosha il 6 maggio 1915- con la proiezione musicata dal vivo e presentata da Paolo Mereghetti, del primo lavoro del regista ritrovato lo scorso anno in maniera fortunosa e presentato in esclusiva alle Giornate del Cinema Muto 2013.
Il film del 1938 è in realtà uno strano oggetto filmico in quanto Welles aveva pensato di girare dei prologhi muti e senza accompagnamento musicale, nello stile delle comiche di MacK Sennett per svecchiare una pochade teatrale di fine Ottocento che stava preparando per il Mercury Theatre. Il progetto venne abbandonato perché la compagnia aveva solo i diritti teatrali e non quelli cinematografici dell’opera e le prime rappresentazioni della commedia non ebbero successo. Il film quindi non venne finito e Welles stesso sostenne sempre che il materiale era andato bruciato nel rogo della sua villa di Madrid nel 1970. Nel 2012 alla cineteca del Friuli venne donato del materiale cinematografico che giaceva da oltre trent’anni in un magazzino romano. Iniziando la ricognizione delle pellicole l’attenzione degli studiosi si fermò su otto bobine che vennero identificate con il film perduto di Welles.
La pellicola dura 67 minuti, il doppio di quanto il regista intendeva usare per i tre prologhi introduttivi agli atti della commedia, si tratta di un materiale preparativo non ancora montato e molte scene sono ripetute, girate da diverse angolazioni il che, invece di risultare noioso, è molto interessante perché mostra anche il making of del film come nella scena in cui ci si imbarca sul piroscafo per Cuba dove la folla saluta e corre per imbarcarsi ma l’unico elemento di scena è la passerella per la nave che in realtà non esiste.
La storia è piuttosto complessa: una giovane è costretta dal padre a lasciare l’amato per andare a sposare un ricco possidente cubano, Mr. Johnson. Lo stesso nome, Johnson, è usato dal play boy August Billing per sedurre una donna sposata. Scoperti dal marito Leon, l’amante fugge sui tetti e dopo mille peripezie tutti i protagonisti si ritroveranno a Cuba dove il povero Leon scambierà il possidente terriero per il Johnson che gli ha sedotto la moglie.
Too much Johnson dimostra l’ottima conoscenza di Welles del cinema muto citando i grandi comici della silent era, in particolare Joseph Cotten è impegnato in rocambolesche prove di equilibrio che ricordano quelle di Harold Lloyd in Preferisco l’ascensore.
In nuce c’è anche tutto il cinema di Welles: le riprese sghembe per prospettive ardite sui tetti, ingegnose profondità di campo, i giochi prospettici e geometrici, il bianco e nero molto contrastato. Non manca un inseguimento tra un dedalo di casse che ricordano quelle del finale di Quarto Potere, anche se qui l’epologo è più anarchico, degno di Jean Vigo.
Pensando allo scopo per cui erano pensate queste riprese, introdurre una rappresentazione teatrale, salta agli occhi, una volta di più, la modernità del genio wellesiano in grado di pensare un crossover tra generi e media quasi ottant’anni fa mentre oggi riteniamo la contaminazione il massimo della contemporaneità.