La guerra di Charlie Wilson

Guerracharliewilson 1980: mentre l’Armata Rossa sta dilagando in Afganistan, il deputato americano Charlie Wilson si lascia convincere da una ricca ereditiera texana a trasformare l’appoggio morale che gli Stati Uniti offrono allo stato invaso in un vero e proprio sostegno economico per la controffensiva dei mujahidin.

Peccato che Nichols non sappia trovare la chiave giusta per amalgamare i diversi aspetti della vicenda: il tono leggero, vagamente grottesco stona drammaticamente con le immagini dei bambini mutilati nei campi profughi ed anche il finale amaramente profetico del nostro presente, risulta un po’ retorico mostrando le commissioni parlamentari che non hanno esitato a stanziare un miliardo di dollari pur di sconfiggere i russi, rifutarsi di sborsare un milione di dollari per ricostruire le scuole afgane.
Piu’ che sull’obiettivita’ storica, il film punta sulla ricostruzione di un certo mood tipicamente anni’80: Julia Roberts e’ vestita come una protagonista delle soap di quegli anni e del resto il film si apre mentre a Charlie Wilson viene proposto di finanziare il progetto di Capitol.
L’ufficio del deputato sembra una variante di Charlie’s angels con lo stuolo di belle segretarie che difendono con le unghie e con i denti l’immagine del loro.. Charlie.
Reminescenze televisive condite in una salsa 007 impazzita che sicuramente e’ anche divertente, ma non graffia come dovrebbe.

30 giorni di buio

30giornidibuio Tratto dalla graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, 30 giorni di buio e’ un classico film di vampiri che presenta tutti, o quasi, i topoi del genere, per non fare troppo spoiler accennero’ solo a quello dell’umano che confessa di esser stato morso e sentire i primi sentori della trasformazione; peccato che la tensione del film sia discontinua, perche’ la pellicola ha qualche buona intuizione: il bianco della neve e il buio della notte spezzati dal rosso del sangue e una volta tanto la tecnologia che solitamente poco si concilia con l’horror, aiuta ad aumentare la tensione, alludo ai telefonini e quant’altro il cui problema solitamente si risolve banalmente facendo scaricare la batteria, invece questi vampiri pur arrivando con una nave (rompighiaccio) guidati dall’ennesimo pazzo Renfield come i loro nobili antesignani, sono molto scafati in fatto di comunicazioni e procedono con determinazione all’eleminazione di tutti quegli strumenti che potrebbero mettere in contatto la sperduta cittadina dell’Alaska con il resto del mondo e ogni passo verso l’isolamento mentre la la lunga notte artica incombe, aumenta il senso di angoscia.
I vampiri che assaltano Barrow sono decisamente fascinosi, nel loro total look nero metropolitano un po’ rock band, romanticamente rassegnati alla disperazione ed al dolore, peccato solo che parlino una sorta klingor, ma io ho parteggiato molto piu’ per loro che per la banda di sfigati sopravvissuti che non ha la grinta della marmaglia di Planet Terror e sono resi insopportabili dalle schermaglie amorose tra la bella e il leader, lo sceriffo Eben, uno in cui in un mese di dura sopravvivenza non cresce il barbone ma resta una curata barbetta dei tre giorni.
Il finale dovrebbe essere commovente ma la mia attenzione era piu’ attratta da un problema astronomic-geografico: vabbe’ che siamo quasi al Polo, ma e’ possibile che il sole sorga esattamente dov’era tramontato 30 giorni prima?

SEGNI DI VITA WERNER HERZOG E IL CINEMA – La mostra

segni di vita- Werner Herzog e il cinema Ancora pochi giorni per vedere la mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo su Werner Herzog nell’ambito delle celebrazioni torinesi
per i quarantacinque anni di carriera del regista tedesco.

L’evento e’ davvero accurato e approfondito, ad esempio le foto scattate sui set mostrano la fatica fisica che c’e’ dietro il lavoro del Maestro che infatti concepisce il suo cinema come un’attivita’ fisica e non un impegno intellettivo e come nella migliore tradizione atletica, nei film di Herzog prevale un sentimento di grazia e bellezza e si dimentica la fatica che sta dietro alle inquadrature.
Altrettanto interessanti i filmati che estrapolano le sequenze dei vari film che mettono in risalto alcune delle tematiche della teoretica herzoghiana introdotte da una frase del regista, i temi analizzati sono la fantascienza, il paesaggio, gli sguardi in camera che pur essendo considerati errori nella composizione cinematografica sono molto amati da Herzog, la catastrofe, l’estasi e il cammino dove c’e’ la magnifica sequenza di Nosferatu in cui Jonathan Harker cammina verso il castello del conte prima attraverso un sentiero che si snoda lungo un sereno paesaggio collinare, poi il percorso si fa via via piu’ accidentato ed oscuro ad introdurre la materia orrorifica del non morto.
Ci sono anche grandi foto degli allestimenti visionari che Herzog ha fatto per il teatro, quasi tutte opere wagneriane.
Herzog2_3La maggior parte del materiale e’ composta da cortometraggi del regista (il primo western girato a 16 anni) o montaggi di interviste, documentari sulla sua vita (il piu’ visto e’ quello che filma Herzog mentre si mangia una scarpa per onorare una promessa), non possono certo mancare i 20 minuti di girato con Mick Jagger, prima scelta per interpretare Fitzcarraldo, la rockstar abbandono’ il progetto a causa dei numerosi ritardi di lavorazione e con tutta la simphaty for Jagger, meno male che e’ arrivato il pazzo e meraviglioso Kinski, ovviamente protagonista di gran parte dei documenti esposti, visto il suo rapporto privilegiato con il regista.
Segnali di vita e’ un evento da non perdere e non solo per gli appassionati di Herzog o di cinema, solo che bisogna diffidare dalla definizione dei comunicati stampa che spaccia l’evento come una semplice mostra fotografica e di videoistallazioni: io per videoistallazioni intendo il lavoro della giovane artista che ha creato dei bellissimi totem-mosaici con i paesaggi herzoghiani, non certo una dozzina di filmati dalla durata media di venti minuti, per vedere tutto approfonditamente sono da mettere in conto 3 o 4 ore, ma anche una visione piu’ rapida puo’ dare grande soddisfazione.
Mi scuso se non sono molto precisa nelle informazioni, vorrei citare il nome dell’artista ma siccome 7 minuti prima della chiusura della mostra il bookshop era gia’ stato completamente smontato e si era gia’ fatta la chiusura cassa, con mio rammarico non ho potuto comprare il catalogo.

Segni di vita. Werner Herzog e il cinema
Torino – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Dal 16 gennaio al 10 febbraio 2008

American gangster

Americangangster Su finire degli anni ‘60 la polizia corrotta di New York domina il mercato della droga, il piccolo delinquente di colore Frank Lucas decide di sfruttare i voli militari con il Vietnam per comprare l’eroina direttamente dai produttori orientali e immetterla sul mercato americano a prezzi bassi e ad una qualita’ altissima, scalando in breve i vertici della malavita organizzata, fino a quando l’incorruttibile Richie Roberts non si mette sulle sue tracce..

Ispirandosi alla storia vera del primo boss di colore, Ridley Scott gira un fim godibile (anche se i 156 minuti della durata del si sentono) che cita a piene mani i capolavori del genere, senza mai riuscire a trovare il tono epico della vicenda. Il genere gangster nasce negli anni ’30 con l’intento di mettere alla berlina i protagonisti della malavita facendoli sempre morire in modi ignominiosi: la descrizione dei boss come looser, ribelli senza causa da’ un tono tragico alla produzione e la seconda grande stagione del genere, gli anni’ 70 de Il padrino e Scarface coglie in pieno questa connotazione trasformandola in pura epica, nel film di Scott questo manca: Richie, il poliziotto e’ troppo buono, va bene l’incorruttibilita’ sul lavoro ma quando rinuncia alla tutela del figlio conscio della sua vita senza regole, la simpatia scema di botto.
Frank poi sembra solo un impiegato del crimine: per quanto geniale, si ha l’impressione che sia riuscito a diventare un grande boss solo per un colpo di fortuna, finita la guerra in Vietnam che gli faceva da copertura, sarebbe riuscito a rimanere ai vertici?
Scott segue il suo protagonista fino al positivo epilogo (positivo se restiamo nell’ambito del gangster movie) e allora mi chiedo se l’accento del titolo sull’essere americano, che distingue il nostro eroe dagli italiani, i francesi e cosi’ via per le altre razze non voglia sottolineare ancora una volta la grandezza del sogno americano che offre sempre una seconda possibilita’.

Gli arcangeli

Gliarcangeli Girato nel 2004 e distribuito solo ora dopo aver vinto un premio per il migliore attore al Miff 2007, Gli Arcangeli e’ stato l’evento cinematografico della passata settimana della citta’ di Tortona, che ha dato i natali al regista e al protagonista (anche co-sceneggiatore) e che ha fatto da sfondo ad alcune scene dell’opera prima del giovane Scafidi.
Il film a me non e’ piaciuto affatto per evidenti buchi di sceneggiatura; la storia e’ quella trita (stranota anche nella religione cattolica, da San Francesco a Fra Cristoforo) del ragazzo bene bello e ribello che cerca di comprendere il significato della vita attraverso al sofferenza.. degli altri, per cui sesso estremo e droga (rock’n’roll no che la colonna sonora misticheggia attraverso la musica classica) fino al prevedibile momento dell’espiazione; quello che lascia un po’ basiti e’ che ad innescare il dramma del personaggio e’ il fatto di aver ricevuto il battesimo non nella piu’ tenera infanzia ma quand’era ormai decenne e durante il rito il piccolo Christian (poteva mancare il nomen omen?) aveva avuto una reazione inaspettata, ma profetica del suo futuro, che il film non si degna mai di svelare.
Piu’ che la trama ad indisporre sono le scelte artatamente autoriali della messa in scena: qualche bella immagine c’e’, come la crocifissione che pure parte con un eccessivo gore gibsoniano, e se i piani sequenza hanno sempre il loro fascino, giocare un dialogo mettendo fuori fuoco il volto di chi parla, quando di solito si fa il contrario e’ un artificio puramente snobistico, comprensibile per la voglia di (stra)fare di un giovane regista, quello che manda completamente a picco l’opera e’ il compiacimento nel credere di scandalizzare cercando di spingere oltre i limiti del lecito, insistendo su scene di sesso che vorrebbero essere disturbanti e invece provocano solo un inesorabile, intollerabile sbadiglio di noia.

Cous Cous

Couscous Chi si aspetta un film esotico, solo sull’integrazione maghrebina in Europa, forse rimarra’ deluso perche’ quello che Kechiche racconta con i movimenti nervosi della sua macchina da presa incollata ai personaggi e’ molto familiare anche per noi europei, alla faccia dell’imperante scontro di civilta’: le dinamiche familiari sono le stesse dappertutto come dimostra il bel momento del pranzo domenicale allargato ad amici e parenti, e l’educazione formale percorsa da un gelo tangibile nell’incontro tra le due famiglie di Slimane durante la festa sulla barca; una delle mie scene preferite.
Altrettanto conosciuti sono i rimandi cinematografici: Slimane e’ un Lamberto Maggiorani con la faccia scolpita dalla salsedine e gira con un vecchio motorino che gli viene rubato come la famosa bicicletta, furto dettato dal piu’ stupido sentimento che si trasforma in una patetica rincorsa, metafora del kafkiano rimbalzare tra le pieghe della burocrazia e del razzismo per riuscire a realizzare un sogno di affermazione sociale.
Di tipicamente esotico ci sarebbe la danza del ventre che scandisce parossisticamente il finale del film, un ballo ipnotico nella riaffermazione delle curve delle donne mediterranee e e dannato nel sottolineare la fatica della seduzione necessaria alla sopravvivenza (un plauso agli occhi dolenti della magnifica Hafsia Herzi). Una sequenza fisica e viscerale: io sono certa di esser stata compostamente seduta al mio posto, ma sono tornata a casa con gli addominali in fiamme, peggio che nella piu’ severa sessione in palestra.

Addio a Heath Ledger

Thejokerhledger


Costernazione per l’improvvisa scomparsa del giovane attore di origine australiana, trovato morto ieri mattina nel suo appartamento newyorkese.
Per una strana suggestione cinematografica, la maschera del Joker, ultimo ruolo di Heat Ledger nel nuovo capitolo di Batman – The Dark Knight ricorda il personaggio de Il Corvo interpretato da Brandon Lee, morto a 28 anni per uno sparo accidentale sul set.

Leoni per agnelli

Leoniperagnelli

Scende in campo un cavallo di razza del pensiero democratico americano, Robert Redford, per dire la sua sulla scottante questione della guerra irachena e afgana.
Non e’ male l’idea, molto dialettica, di mostrare punti di vista diversi: il giovane senatore rampante repubblicano, la scafata giornalista politica, il professore di college che vuole essere piu’ un maestro di vita che un semplice insegnante, lo studente bene (gia’) disilluso, i ragazzi dei ghetti che vedono nell’arruolamento l’unica via per il riscatto; purtroppo quello che manca al fim e’ l’anima, come se Redford non avesse potuto esimersi dal compitino sullo stato dell’unione: riconoscere le colpe e onorare gli eroi, ma il punto piu’ basso del film e’ proprio quello in cui i due giovani soldati si alzano in piedi per affrontare la morte sulle gelide montagne afgane. Molto piu’ interessante la conversazione allievo insegnante da cui emerge come tra le tante colpe dell’America rispetto al conflitto odierno, una delle piu’ complesse sia quella di essere ossessionati dal Vietnam, non tanto come sconfitta militare ma come vittoria di impegno civile, pero’ non e’ piu’ il ‘68 e il nemico e’ ben altro.

Paranoid Park

Paranoidpark Quello che ho trovato davvero interessante in quest’ultimo lavoro di Gus Van Sant, e’ l’uso “psicologico” del racconto destrutturato che non e’ piu’ un semplice artificio stilistico ma un modo per mostrare visivamente il percorso mentale che il protagonista deve compiere per prendere coscienza dell’evento catastrofico di cui si e’ reso protagonista, e per certi versi mi ha ricordato i passaggi dell’elaborazione del lutto, anche se i sentimenti in questione qui sono altri: la prima volta che ci viene raccontata la storia e’ confusa, pochi fatti emergono e i molti rallenti e le immagini sfocate ci danno il senso di confusione che prova il ragazzo, poi la vicenda si fa piu’ chiara (emblematica la presa di coscienza davanti al notiziario?) e in si fa strada in Alex il bisogno di comunicare a qualcuno cio’ che lo opprime, ma non puo’ certo confrontarsi con un mondo adulto con sole funzioni di controllo (la scuola, la polizia) mentre dal punto di vista affettivo e’ costantemente assente (i genitori che non si vedono mai in faccia), una speranza potrebbe essere rappresentata da Macy di cui il protagonista segue il consiglio di mettere il proprio malessere su carta, ma terminata la fase di scrittura, ancora uno sguardo sospeso di Alex che non trova il coraggio di inviare il suo scritto: resta solo il fuoco, una fiamma che si alza a coprire tutto il volto del protagonista, per rinchiuderlo nel suo inferno di solitudine.

Deadwood

Alofficialfanclub Zitta zitta e nel cuore del sabato notte (ore 02,20) La 7 ha deciso di riproporre dallo scorso 12 gennaio la prima serie di Deadwood; il mio consiglio spassionato e’ quello di buttarci almeno un occhio perche’ questa e’ una delle serie capolavoro della HBO di cui avevo gia’ parlato precedentemente. Resta sublime la scheda imdb dove si sottolineava che nel pilot il termine fuck e’ ripetuto 31 volte, ora hanno aggiornato il conteggio al numero totale di volte in cui la parola e’ stata ripetuta in tutte le tre stagioni!
La prima serie di Deadwood era andata andata in onda nell’estate 2006 e io ho aspettato fiduciosa l’estate scorsa per vedermi la seconda stagione, ma La 7 gli ha preferito l’ America’s Cup, cosi’ sono ricorsa al mulo per sopperire all’astinenza da Al Swearengen e mi sono vista tutte le dodici puntate in due sole serate, ne parlero’ molto presto, per ora anticipo che dalla seconda serie entra in scena George Hearst, babbo del tycoon William Randolph a cui si ispira Quarto Potere e se volete sapere come il giovane Kane eredita le sue miniere, beh.. dovete proprio guardare Deadwood!
Adesso non mi resta che procurarmi la terza ed ultima serie almeno con i sottotitoli in italiano perche’ se il linguaggio non e’ da educande i discorsi sono pregni di significati e sottintesi politici, in fondo si sta solo costruendo l’America..