Be kind rewind – gli acchiappafilm

Bekindrewind
Fletcher, anziano gestore di un videonoleggio a cassette e proprietario di un caseggiato fatiscente che rischia la demolizione, affida il suo negozio a Mike, il ragazzo che ha cresciuto.
Per una situazione paradossale Jerry, il miglior amico di Mike si magnetizza cancellando tutte le videocassette e per ovviare al problema i due amici decidono di rigirare tutti i film del catalogo..

La ribellione tenera e gentile di Gondry contro lo strapotere della burocrazia e del profitto che stravolge e uccide sogni e fantasie non solo cinematografici (c’e’ anche da salvare un vecchio stabile dalla speculazione edilizia) si affida al lato piu’ infantile e magico del cinema: chi non ha mai giocato a rifare un film? Confessero’ che a me capita addirittura di ricordare scene di classici che nel film non esistono o sono diverse, appropriandomi e modificando quanto amo, un po’ come afferma la svanita signora Falewicz (Mia Farrow).
Il cinema come gioco e reinterpretazione fantasiosa di creazioni che non possono essere ridotte a mero prodotto di mercato, soggetto a distinzioni sommarie, vissuto senza cuore o conoscenza come avviene nella maxi catena di videonoleggio. Potere che si estende anche sulla realta’ reinterpretandola e ricreandola, tanto da rendere finalmente veritiere le leggende sul musicista jazz, gloria della cittadina di Passaic, protagonista del mockumentary capolavoro “originale” dell’attivita’ cinematografara dei due protagonisti che ormai coinvolge l’intera comunita’.
Finale aperto e commovente, almeno per me che l’ho vissuto come come una madeleine che improvvisamente mi ha ricordato il mio vecchio proiettore in bianco e nero e senza sonoro con il quale proiettavo sulla parete comiche e cartoni animati.

In Bruges

InBruges

Dopo un colpo andato male dove e’ morto un bambino, due killer londinesi vengono spediti a Bruges per far perdere le loro tracce, col compito di fare esclusivamente i turisti; se Ken si adegua volentieri alla vita da turista scoprendo le bellezze della citta’, Il giovane Ray si annoia mortalmente , almeno fin che non trova conforto tra le braccia della bella Chloe.

Purtroppo il soggiorno a Bruges non e’ solo una vacanza e una sera arriva la telefonata del boss che ordina a  Ken  di uccidere Ray, responsabile materiale del colpo fallito..



In un periodo in cui le citta’ romantiche fanno da sfondo sempre e solo a storie d’amore mentre le grandi megalopoli e le suburre sono il contorno programmatico per le storie piu’ violente, l’idea di ambientare una commedia nera nella deliziosa e pittoresca cittadina delle  Fiandre, Bruges, che vive interamente del suo fascino medievale, denota un certo carattere da parte dell’esordiente Martin McDonagh.

Se poi questa commedia puo’ contare su una sceneggiatura ineccepibile ricca di colpi di scena inaspettati, dove ogni gag si ripresenta prima della fine del film a riscuotere le sue conseguenze, l’opera prima del regista si conferma davvero un piccolo gioiello di intelligenza che sa mescolare perfettamente l’humor e  la malinconia di due uomini in fuga che si pongono delle domande sul loro destino e la loro natura (commovente la scena al museo davanti ai quadri deliranti di Bosch).

Un esordio fulminante che  si distingue per la grande prova attoriale dei tre protagonisti: Ralph Fiennes ha poco piu’ di un cameo, e’ il capo dei due sgangherati killer e in questa prova aggiunge una vena surreale alla sua galleria di personaggi psicopatici. 

Brendan Gleeson e’ un grande caratterista, che qui ha finalmente un grande ruolo da comprimario che sfrutta benissimo: e’ perfetto nel ruolo di gangster di mezz’eta’ che inizia a mettere in discussione le sue scelte e nel corso del film si trasforma da signore lieto di fare finalmente il turista in una maschera tragica che ricorda nella scena finale l’Orson Welles sfatto de L’infernale Quinlan  che passa alla televisione. Davvero una gran prova d’attore la sua, ma personalmente lo ricordero’ sempre per la faccia esilarante con cui entra per poco nell’inquadratura del droga party: vale davvero una carriera!

Poi c’e’ Colin Farrell che e’ davvero una rivelazione per il talento che dimostra per la commedia, peccato che avra’ ben poche occasioni per  sfruttare questa sua propensione, visto che  il genere e’ ormai tristemente in via d’estinzione.

Gomorra

Gomorra film

La macchina  da presa e’ fissa sui resti di una grande stazione di benzina e mentre lo spettatore inorridisce di fronte all’ennesimo sfregio  inferto alla terra campana, da un tombino esce un uomo. ll campo e’ lungo e all’inizio  non si capisce neppure da dove arrivi la voce che chiama un altro personaggio che sbuca da un tombino adiacente. 

Basterebbe ragionare su questa scena geniale per capire che cos’e’ Gomorra, il film: lo scempio dell’ambiente, urbano o naturale che sia, sfregiato in una maniera che disturba e stupisce anche se al deturpamento  del paesaggio siamo ormai tutti abituati ed anche chi il libro lo ha letto, vede con i propri occhi quell’orrore cosi’ ben descritto ma a cui la fantasia forse non osava  arrivare; del  resto il film e’ un viaggio dentro un mondo altro  da quanto sia possibile immaginare, cosi’ alieno che i malavitosi sembrano piovuti dal cielo nelle loro capsule abbronzanti mentre chi si crede una persona degna di stima ci sbuca come un topo dal tombino di una fogna come succede appunto  al personaggio di Servillo nella magnifica scena surreale che lo introduce, splendida metafora delle connivenze mordiefuggi di chi con il sistema ci fa gli affari (l’imprenditore che deve smaltire, la ditta di altamoda che deve produrre)

Ma quello che Gomorra racconta non e’ un mondo fantastico ne’ surreale, quindi quale miglior linguaggio che quello neorealista per avvincere lo spettatore alla realta’ a cui sta assistendo? La scelta di far recitare quasi tutto il film in dialetto stretto e sottotitolarlo richiama La terra trema e il film di Visconti, con il suo famoso piano sequenza che segue il ragazzino per illustrare il mercato del pescemi e’ tornato in mente ogni volta che  la macchina da presa seguiva Toto’ nei suoi giri di consegna all’interno delle Vele di Scampia e intanto rubava gli scorci di questo formicaio incredibile e come non vedere nella tragica desolazione del paesaggio offeso la stessa valenza morale delle macerie di Berlino in Germania anno zero?

Ha parlato molto del paesaggio, innegabile protagonista del film ma c’e’ un altro elemento che mi ha colpito molto, il suono: il fruscio delle banconote, lo scalpiccio dei piedi.. un continuo rumore di fondo dell’eterno divorare soldi, persone da parte di questo orrido Moloch che nella sua natura primordiale si quieta solo per qualche secondo  solo davanti alla morte, all’improvviso scoppio degli spari.

Ucci Ucci sento odor..

E cosi’, a dieci giorni dall’inaugurazione, sono finalmente andata al nuovo multiplex UCI Cinemas aperto a pochi chilometri da casa mia (esattamente 6 minuti di automobile).
Il complesso si posiziona ai primi posti delle mie memorie cinematografiche olfattive con il suo odore di nuovo, di plastica nuova, per l’esattezza plastica FIAT, si’ quello inconfondibile che emana per mesi un’automobile FIAT nuova.
E’ stata un’esperienza olfattiva interessante quella di entrare in un cinema che sa cosi’ di nuovo, se penso alle mie percezioni olfattive nei cinema, il primo a corrermi incontro e’ il sottile odore di cera per parquet della sala Zandrino del Comunale, mentre nell’attigua sala Ferrero ti coglie l’odore della polvere del palcoscenico che non viene mai spazzato. Entrare all’Arcadia di Melzo significa essere avvolti nel sapore dolciastro dei popocorn e degli altri snacks che per fortuna non mi perseguita all’interno delle sale. I ricordi del cinema del passato sanno di stantio, della polvere accumulata nei pesanti tendaggi di velluto ma per gli alessandrini il cinema avra’ sempre l’odore acre del petrolio che copre la nota di marcio che per anni ha caratterizzato i locali del centro travolti dall’alluvione del ’94.
Chiusa la parentesi olfattiva, torniamo al nuovo UCI che dalla pubblicita’ ho scoperto doversi pronunciare iusiai. Veramente credo che ci tornero’ poco in questo multiplex, nonostante l’impressione positiva dell’ambiente: pulizia comodita’, buon audio, ma ahime’ caro come il sangue (anche lo spettacolo pomeridiano a prezzo intero!!!) per chi al cinema ci va due o tre volte alla settimana pagando sempre di tasca propria come la sottoscritta e se questo cinema non pratichera’ qualche altro sconto o convenzione oltre il lunedi’ a 4,70 euri (contro i 4,00 di tutti gli altri dei dintorni tacendo del Sociale di Tortona che il lunedi’ e il mercoledi’ arriva a 3,50) credo che per i prossimi anni il ricordo della plastica nuova rimarra’ l’unico che avro’.

I demoni di San Pietroburgo

Demonisanpietroburgo Nei cinque convulsi giorni che precedono la stesura finale de Il giocatore per il quale Dostoevskij chiede l’aiuto di una giovane stenografa che poi diventera’ sua moglie; il romanziere viene contattato da Gusiev, un giovane fuoriuscito da un gruppo rivoluzionario che informa il maestro dell’ennesimo attentato alla famiglia reale, perche’ si impegni a sventarlo..

Giuliano Montaldo torna alla regia dopo 18 anni riprendendo un progetto di Andrej Konchalovskij che supera i limiti del biopic per mettere in scena il mondo interiore dello scrittore russo: il demone del gioco, la malattia, il passato rivoluzionario che gli e’ costato la deportazione in Siberia, il superamento degli ideali libertari in nome di qualcosa di piu’ assoluto, che pero’ Dostoevskij non riesce a comunicare alla nuova ondata rivoluzionaria che pure vede in lui un Maestro.
I demoni di San Pietroburgo comunica tutto questo in maniera tumultuosa, forse anche confusa e riesce a farlo arrivare, indifferente al dato didascalico, alle date scritte in sovrimpressione.

Iron Man

Ironman_new Confesso che questa ennesima versione cinematografica delle avventure di un super eroe dei fumetti mi sarebbe piaciuta comunque, vista la presenza di Robert Downing Jr. nel ruolo del protagonista, che si e’ confermato perfetto per il personaggio sbruffone ma geniale di Tony Stark.
La mia buona predisposizione e’ rimasta facilmente conquistata da un blockbuster Marvel che si confronta con i temi del presente ambientando la genesi di Iron Man nell’Afganistan squassato dalle guerre dei nostri giorni, con il protagonista costretto a ricredersi della sua fiducia verso le armi, intese come deterrente per la pace e la sicurezza. Certo, e’ una morale all’acqua di rose ma sempre meglio di niente.
Mi e’ piaciuto anche il cote’ totalmente scientifico che sta dietro alla creazione del super eroe: ribadisco che non sono mai stata conoscitrice del mondo dei super eroi dei fumetti, se non attraverso le trasposizioni cinematografiche, ma la caratteristica di Iron Man mi pare essere quella di nascere totalmente dall’ingegno umano, non per nulla Stark e’ paragonato a Leonardo da Vinci; da qui un bel ritorno della robotica che era stata accantonata negli ultimi e tempi e come non vedere nel simpatico Ferro Vecchio una citazione di Numero 5, il robot di Corto circuito?
A sorreggere il film c’e’ soprattutto un cast di tutto rispetto, accanto al sublime Downey Jr, uno stupefacente Jeff Bridges verso il quale non si sa se essere piu’ stupiti per il ruolo di cattivo o il lucido cranio calvo, in ogni caso gli donano molto entrambi!

La Reggia di Venaria e i Savoia

Mosaic9016980Il recupero della reggia di Venaria Reale e’ un’operazione ambiziosa e costosa e sicuramente molto complessa.
La mostra sui Savoia che testimonia lo stato del recupero non e’ del tutto soddisfacente: lasciano perplessi i giardini, forse per ignoranza della spettatore che, abituato ai parchi secolari delle altre regge, italiane e non, si aggira deluso e spaesato per le aree appena rimesse a nuovo, dalle fragili piantumazioni recenti (qualcuna gia’ seccata).
Per vistare le parti recuperate della regga, circa un chilometro e mezzo di cammino tra citroneria e piano nobile, bisogna preventivare piu’ di un’ora (sotto il pungolo dei custodi): i materiali esposti per illustrare la storia di casa Savoia sono molteplici ed alcuni di sicuro pregio (Van Dyck, Reni e per le arti applicate regionali i nomi di tutto rispetto del Cignaroli e l’esimio ebanista Prinotto) ma l’esagerata sequela di opera non permette di godere di qualcosa in particolare, neppure degli allestimenti audiovisivi di Peter Greenaway che insieme a la corte di carta di Isabelle de Borchgrave sono rappresentazioni piu’ d’impatto rispetto alle quadrerie senza fine.
Tra gli allestimenti di Greenaway quello che mi e’ piaciuto di piu’ e’ quello che ripopola la cucina grande con il sempre bravo Giuseppe Battiston nei panni del capocuoco; in un altra sala sono riuscita a riconoscere Iaia Forte impersonare una delle figure femminili che vissero a corte, mentre mi e’ onestamente sfuggita la pettegola della Litizzetto.
Forse come cita l’introduzione del sito, sarebbe meglio sbrigare la visita con la corsa di 10 minuti ispirata a The dreamers di Bertolucci che si arresterebbe senza fiato davanti alla, questa si’ davvero meravigliosa e mozzafiato Galleria Grande.

La Reggia di Venaria e i Savoia.
Arte, magnificenza e storia di una corte europea

Venaria Reale, Torino
prorogata fino all’11 maggio 2008

Ortone e il mondo dei Chi

Nella foresta di Nullo vive l’elefante Ortone: e’ un po’ svampito ma benvoluto da tutti, almeno fino al giorno in cui sente un flebile suono provenire da un granello di polvere. Ortone si convince da subito che in quel granello c’e’ un mondo con cui riuscira’ anche a comunicare scoprendo la citta’ di Chi Non So. L’elefante prende l’impegno di depositare il granello e i suoi abitanti in un posto sicuro, anche se questo gli puo’ costare l’ostracismo della sua comunita’..


Ortoneeilmondodeichi

Appena qualche settimana fa, rivedendo Il mistero di Sleepy Hollow mi chiedevo quando sarebbero cominciate le citazioni visive del caratteristico mondo burtoniano e questo cartone che riduce l’ormai obbligatorio richiamo cinefilo ai classici annovera Burton tra le sue citazioni: “adoro il profumo delle banane al mattino” esclama Ortone sfuggendo alla mitragliata delle bertucce, mentre l’avvoltoio Vlad gia’ nel nome e nell’accento richiama il terribile conte transilvano. Il mondo di Chi rinchiuso nel suo granello si rifa’ all’immaginario burtoniano con le forme curve del paesaggio e Jojo, l’unico figlio maschio tra i 99 di Sinda-chi’ e’ silenzioso, umbratile come il miglior eroe di Tim Burton e come ci insegna il maestro, si rifugia in un mondo fantastico dove da sfogo ai propri talenti nascosti.
Ortone e il mondo dei Chi e’ una favola lieve, di buoni sentimenti ma con una morale meno scontata di quel che si potrebbe pensare, con diversi piani di lettura: l’indifferenza degli abitanti di Chi da fronte ai segnali di un’imminente catastrofe, richiama la nostra grave situazione ecologica ma ancor piu’ interessante e’ la posizione di Ortone da cui la dittatoriale Cangura si aspetta una sconfessione degna del processo a Galileo, perche’ ritiene che fantasia e immaginazione siano diseducative, mentre l’elefante e’ disposto a tutto pur di salvare una vita, per minuscola che sia.
Il doppiaggio italiano e’ affidato a Christian de Sica per il ruolo di Ortone e devo dire che “la romanizzazione” dell’elefante che all’inizio mi preoccupava non poco, ha invece caratterizzato bene il personaggio, paradossalmente risulta molto piu’ “televisiva” la voce di Veronica Pivetti che doppia la Cangura.

La banda

Labanda La banda musicale della Polizia di Alessandria d’Egitto viene invitata in una cittadina israeliana per inaugurare il centro di cultura araba ma un banale errore di dizione causa un fatale cambio di destinazione portando gli otto musicisti lontano dalla loro meta, in un paese desolato, fatto di casermoni che sorgono nel deserto, e dove la corriera passa una volta giorno. Costretti a chiedere ospitalita’ all’unico ristorante del luogo, i componenti della banda dovranno confrontarsi con gli abitanti, sorpresi di trovarsi davanti otto arabi che girano in divisa in territorio israeliano.
LabandaIl dialogo e il collante della musica permettera’ di superare le diffidenze e anche gli attriti all’interno della banda guidata dall’integerrimo Tewfiq, che sara’ protagonista di una malinconica storia d’amore negata con la bella Dina, mentre il compositore in crisi Simon si rispecchiera’ nel suo ospite: entrambi sacrificati alle necessita’ delle rispettive famiglie. C’e’ poi il giovane Khaled, incallito don giovanni che in una singola, fantastica scena a telecamera fissa si ritrovera’ ad insegnare all’impacciato Papi come conquistare una ragazza.
Un delizioso piccolo film, ispirato allo stile di Kaurismaki, che tra risate e malinconia favoleggia (le didascalie introduttive hanno il sapore di una fiaba) di un confronto umano tra due culture che paiono destinate allo scontro perenne.

L’ultima missione

Lultimamissione Louis Schneider, poliziotto roso dal senso di colpa per l’incidente che ha distrutto la sua famiglia, sta indagando su un a serie di efferati omicidi che sconvolgono Marsiglia. Per colpa dell’alcol gli viene tolto il caso, a cui continuera’ a lavorare per conto suo; nel frattempo viene contattato da una ragazza, Justine, sopravvissuta all’eccidio della famiglia compiuto da un pericoloso maniaco che sta per essere scarcerato per buona condotta e che proprio Louis aveva catturato 25 anni prima..

Non c’e’ redenzione in questo ultimo film di Olivier Marchal, cupo e disperato: si muore e si nasce nel sangue e tra questi due eventi non c’e’ che dolore e disperazione; tutto e’ livido e freddo a partire dai colori, quasi sempre alterati della fotografia di una Marsiglia che non concede nulla allo spot pubblicitario (e le film commission italiane prendano esempio, per favore!)
Forse troppe trame si intrecciano in questa pellicola, sicuramente imperfetta e slabbrata ma ogni singolo episodio e’ la stazione di una via crucis nella sofferenza di chi e’ stato trucidato, di chi deve scendere a patti con la propria coscienza e convivere col senso di colpa, di chi deve sopperire a una perdita insensata e violenta e trovare una ragione sufficientemente valida per continuare a vivere. La disperazione con cui il regista squarcia il velo su un mondo corrotto e crudele riesce ad arrivare allo spettatore nonostante gli eccessi stilistici e alcuni punti (volutamente?) oscuri della trama e pesa sul cuore come un macigno.