Barcellona e’ la prima citta’ spagnola ad essersi pronunciata contro la corrida.
Grande prova di civilta’ di un popolo per cui la tauromachia e’ una
tradizione millenaria.
Il confronto con la moda del reality show esploso in
Italia in questa stagione televisiva e’ d’obbligo: e’ fondamentale l’imperativo
che vuole lo sfruttamento animale per "riportare al successo" gente come
Pappalardo? Le cucarache secondo voi, sono felici di farsi spiaccicare contro le
tettone rifatte di Brigitte Nielsen? E non voglio pensare ai poveri animali de
La fattoria!
Anno: 2004
Gabriella Ferri
Morta sabato scorso perche’ caduta accidentalmente o
volontariamente (e’ poi cosi rilevante?) dal settimo piano, Gabriella Ferri e’
da allora protagonista di triburi ed omaggi da parte di qualsiasi programma
televisivo, che vanta la sua ultima partecipazione e il fatto di non averla
dimenticata. Questa ipocrisia e’ vergognosamente irritante: fa rimpiangere il
tempo in cui gli artisti non venivano seppelliti in terra
consacrata.
Auguri, Marlon!
Da almeno una settimana i media ci ricordano che oggi cade
l’ottantesimo compleanno di un mito vivente: Marlon Brando; peccato che
l’attenzione sia piu’ rivolta alla sua linea e alle sue tristi vicissitudini
famigliari, dimenticando il ruolo che l’anticonformismo di Brando ha avuto nella
storia della recitazione e del cinema.

Leningrad Cowboys go America
Nella
tundra finnica uno sgangherato gruppo folk viene provinato da un
impresario che consiglia loro di recarsi in America: la’ mandano giu’
ogni stronzata. Con queste premesse i Leningrad Cowboys guidati dal
loro manager Vladimir si mettono in viaggio per conquistare gli States,
con i risparmi del nonno che li sovvenziona a patto di portarsi dietro
anche il bassista, congelatosi perche’ aveva trascorso tutta la notte
precedente l’audizione provando all’aperto.
Ma la musica del gruppo non piace nemmeno a Nueva York (sic!), cosi’
l’impresario americano li spedisce a suonare all matrimonio di un
parente in Messico e li’, dopo aver attraversato tutti gli Stati Uniti
e aver imparato il rock’n’roll, i Leningrad Cowboys troveranno il
giusto successo e lo scongelamento del bassista.
Assurdo road movie dall’umorismo stralunato, Leningrad cowboys go America e’ il primo successo internazionale di Aki Kaurismaki. Che il regista
finlandese abbia una grande passione per il cinema muto lo conferma Juha
i suo lavoro senza sonoro del 1999; ma gia’ questo film puo’ essere
letto come una comica, con didascalie ironiche e fulminanti e con brevi
dialoghi una volta tanto resi intelligentemente in italiano da
doppiatori dal forte accento nordico.
Dietro la comicita’ surreale si nasconde una feroce satira contro gli
Stati Uniti, o meglio contro il mito americano: il regista ci mostra
solo i bassifondi delle citta’ statunitensi, con immensi cimiteri
d’auto e fabbriche vetuste. La pellicola non e’ certo tenera neppure
con l’Unione Sovietica, allora agli inizi della disgregazione (il film
e’ del 1989) ed e’ impressionante rivedere oggi come in poche scene
Kaurismaki abbia previsto la parabola politica degli ultimi presidenti
russi: stufi dell’oppressione del loro manager che li sfama con un
sacchetto di cipolle o un sedano mentre lui va a rimpinzarsi al
ristorante, i Leningrad Cowboys lo legano e ridistribuiscono il denaro,
ma l’incaricato di procurare il cibo spende per se’ i soldi e con un
colpo di scena Vladimir (che alla fine del film sparira’ nella notte
del loro successo senza lasciare traccia) ritorna al comando mentre una
didascalia proclama il ritorno della democrazia.
La collaborazione del regista con il gruppo continua nel 1994 con Leningrad Cowboys met Moses e con il documentario del ’93 Total Balalaika Show
che testimonia lo spettacolare concerto tenuto dai Leningrad Cowboys
in collaborazione con il coro dell’Armata Rossa: tutt’e due i film sono
in programmazione la prossima settimana al Centro Culturale Edison di Parma.
Per quanto riguarda il gruppo, i ragazzi, sempre con le improbabili
scarpe a punta e il cuiffo ad unicorno, sono ancora in pista e sul loro
sito ufficiale troverete, in lingua inglese, notizie delle nuove mirabolanti avventure.
The Tiger’s Coat
Pelle di tigre viene annoverato nella storia del cinema
muto non tanto per le sue qualita’ artistiche, ma perche’ unica prova
sopravvissuta alle ingiurie del tempo della parentesi attoriale di Tina Modotti.
Usa 1920,
con Tina Modotti, Lawson Butt, Myrtle Stedman, Frank Weed
regia di Roy Clements
In una notte di bufera a La Classe, nella California del Sud, bussa alla porta del ricco scapolo Alexander Mac Allister una misteriosa fanciulla, latrice di una lettera di presentazione di un vecchio amico. Scambiandola per la figlia di costui, il giovane gentiluomo se ne prende cura, nonostante la sua carnagione sia la piu’ scura che abbia visto in una ragazza scozzese. Tra i due nasce l’amore, ma un rivale in affari insospettito dalla provenienza messicana della giovane fa compiere delle indagini e la vigilia delle nozze rivela al promesso sposo l’inganno di cui e’
stato vittima.
Mac Allister si reca dalla fanciulla per avere spiegazioni ed
ella confessa di essere la serva della figlia del suo amico, morta come il padre
per un’epidemia di febbre gialla. Indirizzata in California dalla padrona in
punto di morte, al suo arrivo non aveva avuto il coraggio di chiarire l’equivico
in cui si era trovata. Non avendo ottenuto il perdono dal suo amato che non puo’
legarsi a una peona di umili origini, la ragazza abbandona la casa della
famiglia che le faceva da chaperon. Quando nel promesso sposo l’amore vince
l’orgoglio della razza (sic!) ella ha gia’ intrapreso una carriera di danseuse,
ma il destino vuole che il debutto dello spettacolo avvenga proprio a La Classe
cosi’ i due giovani possono finalmente ricongiungersi.
Si tratta di un melodramma arzigogolato e senza nessun rillievo tecnico, se non quello di testimoniare una produzione medio-alta del tempo. Che fosse a disposizione un
budget costoso lo testomoniano le didascalie che spesso ribadiscono i concetti
delle scritte con disegni molto curati, come le molte scenografie utilizzate,
sia d’interni che d‘esterni.
Colpisce la storia d’amore basata su una
differenza razziale improponibile ai nostri giorni; interessante invece il fatto
che il flash back non sia introdotto da dissolvenze o tendini, quindi gia’ nel
1920 era un liguaggio filmico perfettamente comprensibile agli spettatori.
La
copia restaurata dalla Cineteca del Friuli, ha ricostruito perfettamente i
viraggi che all’epoca sostituivano il colore che non era ancora stato inventato,
a parte l’esperienza di Melies, che faceva dipingere a mano la pellicola. I
bagni di colore in tinte calde, aranciate venivano scelte per gli interni, per
restituire il calore delle pareti domestiche, mentre gli esterni venivano virati
in toni freddi, azzurrati.
Per quanto riguarda la breve esperienza
hollywoodiana della Modotti, che sui giornali dell’epoca veniva lanciata come
una bellezza sensuale ed esotica (ed infatti nel film non le si risparmia una
danza orientaleggiante su un palco adornato da tre budda) bisogna dire che ha
una recitazione piu’ contenuta di quella delle divine del muto: meno esagitata e
sbracciata, cerca una recitazione, per quanto possibile ai tempi, piu’
incentrata sull’espressivita’ del volto, confermando cosi’ la sua modernita’
artistica che si esprimera’ definitivamente della fotografia.
Elisa e Luisa
Il settecento imperversa nelle fiction televisive: in un periodo non ben definito (non aspettatevi aiuto dal sito) sono collocate le vicende di Elisa Scalzi, la giovane cameriera che fara’ breccia nel cuore del nobile Fabrizio Ristori aiutandolo a sventare anche un’attentato al Re (Philippe Leroy). Ispirato al romanzo Pamela di Samuel Richardson, datato 1742 che e’ prontamente ricomparso nelle librerie, questo sceneggiato si limita a mettere insieme luoghi comuni e pruderie del secolo illuminista, con una regia anonima per non dire noiosa. L’unica cosa che mi pare degna di nota e’ il look adottato dalla perfida Lucrezia Van Necker che riprende quello della dama simbolo della casa di produzione Gainsbourg, grande produttrice del melodramma inglese anni 50.
Nell’ultimo anno del XIII secolo sono ambientate le vicende di Luisa SanFelice, eroina della rivoluzione napoletana contro i Borboni culminata nella Repubblica Napoletana del 1999 e protagonista del romanzo di A. Dumas. La Sanfelice
I fratelli Taviani ne hanno fatto una storia rocambolesca e drammatica dove una giovane fanciulla viene travolta dalla potenza dell’amore e piu’ ancora da quella degli eventi.
Tutto inizia con una lettura della mano che predice un futuro di sventura alla nostra eroina e al suo fratello di latte e benche’ ella cerchi di sottrarsi, la sua vita e’ segnata. Non sono mancati i momenti di vero pathos, come il rogo dei libri e pure del conte giacobino nel primo episodio e la tragica morte di Luisa con la mannaia che non va a segno anche se il finale e’ aperto alla speranza garibaldina dell’unita’ d’Italia con la nuova generazione.
I Taviani hanno saputo condensare in due episodi le 1700 pagine di Dumas, per arrivare alla fine delle melense avventure di Rivombrosa mancano ancora 2 o 3 episodi.. coraggio!
Che ne sara’ di noi
Che questo film fosse un’operella mediocre si poteva intuire tranquillamente dai trailer, ma il fatto che abbia ricevuto 12 nomination ai David di Donatello, trasformandosi nel corrispettivo nostrano de Il Signore degli anelli, in quanto a valutazione, ne imponeva la visione.
L’operina, gogliardica e superficialotta racconta la classica vacanza post esame di maturita’ che cambiera’ la vita ai tre protagonisti, anche questi rappresentanti dei piu’ banali cliche’ giovanili: lo sfigato, quello che non vuole affrontare le proprie responsabilita’ e l’innamorato senza speranza. La nomination di Silvio Muccino come miglior attore protagonista potrebbe essere motivava dalla costanza con cui il ragazzo persegue il suo modello di innamorato deluso dai tempi di Come te nessuno mai, Violante Placido e’ sicuramente credibile nei panni della bella ragazza che sa di esserlo anche perche’ questo ruolo probabilmente ricalca la sua vita, l’unica nomination che mi sento di appoggiare e’ quella di Elio Germano, come miglior attore non protagonista: non sara’ certo l’erede di Marlon Brando ma nel film supera di una spanna i suoi colleghi.
La pioggia di nomination per questo film non puo’ che lasciare perplessi, e non avendo voglia di infilarmi in trite filippiche sulle tristi condizioni in cui versa il cinema italiano vi rimando alla prossima puntata di Report alle 23,00 di domenica prossima 4 aprile che sviscerera’ questo tema con maggior cognizione di causa.
Candidature ai David di Donatello 2004 che verranno assegnati il 14 aprile.
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Penelope Cruz per Non ti muovere
Michela Cescon per Primo amore
Licia Maglietta per Agata e la tempesta
Violante Placido per Che ne sarà di noi
Maya Sansa per Buongiorno, notte
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Giuseppe Battiston per Agata e la tempesta
Sergio Castellitto per Non ti muovere
Luigi Lo Cascio per La meglio gioventù
Silvio Muccino per Che ne sarà di noi
Carlo Verdone per L’amore è eterno finchè dura
MIGLIOR FILM
Che ne sarà di noi di Giovanni Veronesi
Non ti muovere di Sergio Castellitto
Io non ho paura di Gabriele Salvatores
La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio
MIGLIOR REGIA
Pupi Avati per La rivincita di Natale
Marco Bellocchio per Buongiorno, notte
Sergio Castellitto per Non ti muovere
Matteo Garrone per Primo amore
Marco Tullio Giordana per La meglio gioventù
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Anna Maria Barbera per Il paradiso all’improvviso
Margherita Buy per Caterina va in città
Claudia Gerini per Non ti muovere
Jasmine Trinca per La meglio gioventù
Giselda Volodi per Agata e la tempesta
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Diego Abatantuono per Io non ho paura
Elio Germano per Che ne sarà di noi
Fabrizio Gifuni per La meglio gioventù
Roberto Herlitzka per Buongiorno, notte
Emilio Solfrizzi per Agata e la tempesta
MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE
Piero Sanna per La destinazione
Salvatore Mereu per Ballo a tre passi
Andrea Manni per Il fuggiasco
Maria Sole Tognazzi per Passato prossimo
Francesco Patierno per Pater Familias
MIGLIOR FILM EUROPEO
Dogville di Lars von Trier
Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker
I lunedì al sole di Fernando León de Aranoa
La ragazza con l’orecchino di perla di Peter Webber
Rosenstrasse di Margarethe von Trotta
MIGLIOR FILM STRANIERO
Big Fish di Tim Burton
Le invasioni barbariche di Denys Arcand
Lost in Translation – L’amore tradotto di Sofia Coppola
Master and Commander: Sfida ai confini del mare di Peter Weir
Mystic River di Clint Eastwood
MIGLIOR SCENEGGIATURA
Silvio Muccino e Giovanni Veronesi per Che ne sarà di noi
Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini per Non ti muovere
Marco Bellocchio per Buongiorno, notte
Francesco Bruni e Paolo Virzì per Caterina va in città
Sandro Petraglia e Stefano Rulli per La meglio gioventù
MIGLIOR PRODUTTORE
Aurelio De Laurentiis per Che ne sarà di noì
Luigi Musini e Roberto Cicutto (Cinema11undici) e RaiCinema per Cantando dietro i paraventi
Angelo Barbagallo per La meglio gioventù
Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini e Marco Chimenz (Cattleya) e Medusa Film per Non ti muovere
Domenico Procacci per Primo amore
Odio l’ora legale
La mia idiosincrasia per l’ora legale va ben al di la’ del
comune fastidio di dover abituarsi a svegliarsi al mattino un’ora prima, per me
si tratta di un disagio psicofisico che mi trascinero’ per almeno un mese in
cui, ogni volta che l’occhio mi cadra’ sull’orologio pensero’ che quella che
leggo e’ un’ora fittizia e l’emicrania andra’ alle stelle.
Mi infastidisce
pesantemente questo scossone dato alle ore di luce che fino alla scorsa
settimana aumentavano lentamente accompagnandoti nella bella stagione: ogni
momento rubato al buio era fonte di felicita’, da ieri, per chi si deve
svegliare molto presto al mattino si e’ rimpiombati nella notte piu’ fonda, ma
che importa! il sole ci allietera’ fino ad ora di cena. Il sole.. ieri mentre
tornavo da Treviso (altra beffa dell’inconscio andare vedere la mostra La
luce sul filo dedicata ai manifesti di inizio secolo che pubblicizzavano
l’avvento della luce elettrica, il giorno in cui le lampadine entrano nel
periodo dell’anno di minor utilizzo) mentre tornavo dalla bella cittadina
veneta, dicevo, vedevo quella palla di fuoco ancora alta all’orizzonte anche se
erano ormai le 19 (ma in realta’ erano le 18) e dal suo arancio un po’ spento
implorava di lasciarle fare il suo corso senza investirla di troppe
aspettative.
Il passaggio dall’ora solare a quella legale ha perso ormai la
sua valenza di risparmio energetico mentre e’ rimasta quella di forzatura dei
ritmi naturali e da tempo si vocifera di una sua eliminazione, anche se temo che
a sparire sara’ l’ora solare, come se la luce che ci ha regolati per millenni
all’improvviso fosse sbagliata!
Comunque, piu’ che confidare nelle leggi
umane , penso che mi rivolgero’ alle tradizioni famigliari e prima o poi mi
decidero’ a prendere le abitudini di mia nonna materna, di cui porto anche il
nome, che proseguiva imperterrita tutto l’anno con l’ora solare imponendo alla
masnada di nipoti di cenare alle 20 che con nuovo orario erano le 19, ma stava a
noi regolarci sul suo fuso orario.Sono sicura che mia nonna apprezzerebbe
molto questa foto del vecchio cimitero di Salem, avvolto in un tramonto
novembrino.

Novita’ editoriali
Sono stata fregata da Uma Thurman con tanto di katana in
copertina, altrimenti avrei prestato piu’ attenzione al sottotitolo di Hotdog,
il nuovo mensile di cinema che si proprone come "la rivista che vi fara’ passare
la fame di cinema".
Il giornale affronta il tema con lo stile da fastfood che
il titolo del resto gia’ suggeriva.
L’editoriale e’ ancora piu’ esaustivo,
prendendo spunto dal giovanilistico Che sara’ di noi ora nelle sale, fa
una panoramica del cinema italiano passando in rassegna tutto il muccinismo da
gli ardori liceali fino all’ultimo bacio cornificatore prima di mettere la testa
a posto (letterale) e finire sul lettino del dottor Verdone, descrivendo un
cinema italiano che passa dal speriamo che io me la cavo scolastico allo
speriamo che io me la chiavo di Malena (sic). A parte i giochi di parola
di dubbio gusto di cui il giornale e’ pieno, si inquadra una linea editoriale
che non si discosta dal mainstream: ho l’impressione che qui non troveranno mai
posto un Crialese o altri autori che non facciano scandalo o cassetta.
Tra le
buone ragioni per scrostarsi dal divano (continuano le citazioni letterali)
troviamo Big Fish. la recensione non sarebbe malaccio se non fosse per un
riquadro detto "l’angolo delle scienze esatte" dove si spiega "come realizzare
una pellicola di Tim Burton che abbia, ehm.., un cuore" (sic) e la ricetta e’
Edward Mani di forbice + Fratello dove sei + Forrest Gump,
ora io il film dei Cohen me lo sono perso, ma in Big Fish "le fantastiche
idiozie" di Forrest Gump mi sono proprio sfuggite!
Il pezzo forte
della rivista dovrebbe essere una intervista a Quentin Tarantino, dove
bastardamente (!) gli si chiede se la mossa di dividere Kill Bill in due
parti abbia fini economici a parte questo il senso del pezzo non l’ho capito e
ormai l’hotdog , come nella miglior tradizione americana, giace, appena
sbocconcellato, nella spazzatura, rigororasemte reparto carta da riciclare.
Blade Runner
Beh non so che pensiate voi delle coincidenze, ma quelle che
vo’ a raccontarvi mi danno da pensare.
iniziato a leggere Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, il romanzo
di Philiph K. Dick da cui e’ tratto Blade runner, gran bel film a cui io
pero’, lo ammetto, non avevo mai prestato la giusta considerazione ed ero
attratta dal libro proprio per le tematiche lasciate fuori dalla pellicola: gli
animali sono sull’orlo dell’estinzione nel futuro post-nucleare ipotizzato da
Dick e Deckard fa il cacciatore di taglie solo per potersi pagare un vero
animale da compagnia con cui sostituire la sua pecora artificiale.
Il libro
si sta rivelando interessantissimo, ma torniamo ai fatti: domenica scorsa,
praticamente all’ultimo minuto decido di andare a Torino a visitare il Palazzo
della Radio e mi cade l’occhio sulla programmazione del cinema Massimo che si
trova proprio li’ di fronte, scopro cosi’ che il giorno dopo, lunedi’ 22 Marzo,
avrebbero dato Blade Runner alle 16 e alle 20,20. Alle 20 del giorno
seguente sono di fronte al cinema per vedere una cosa strabiliante: una folla di
persone in coda per assistere alla proiezione di un film che ha ventidue anni!
In pochi minuti i biglietti sono esauriti e la direzione e’ costretta a cambiare
la programmazione riproponendo la pellicola di Scott anche alle 22.30 invece del
preventivato Gattaca, del resto si trattava di una copia del 1982, quella
con il "lieto fine", le virgolette sono d’obbligo sapendo che le immagini scelte
per rappresentare la fuga di Rachael e Deckard fanno parte del girato di
Shining (eh si’ i nostri eroi si stanno rifugiando all’Overlook Hotel..
bizzarra la sorte, vero?).
Altra strana coincidenza e’ che il 23 marzo
ricorrevano i cento anni dalla nascita di Joan Crawford, attrice a cui si ispira
totalmente il look della bella Rachael.
Chissa’ che vorranno dire tutti
questi sincronismi.. se solo la smettessi di vedere in giro degli
unicorni!