The Polar Express

Un bambino gia’ grandicello comincia a dubitare dell’esistenza del Natale: si accorge dei meccanismi che muovono i Santa Klaus delle vetrine e scorge il tipico cappello rosso nella tasca del padre, in piu’ l’enciclopedia afferma che il Polo Nord e’ un luogo desolato totalmente privo di vita, quindi come puo’ essere la casa di Babbo Natale?
Mentre questi dubbi lo attanagliano la notte della Vigilia, ecco fermarsi davanti a casa sua il Polar Express: il conducente lo invita a salire per andare al Polo da Babbo Natale, inizia cosi’ una magica avventura…

Polarexpress

Come il treno su cui e‘ ambientato, il film procede a segmenti: ci sono momenti davvero entusiasmanti come quello sulla discesa piu’ ripida del mondo che il treno affronta senza freni e il deragliamento sul lago ghiacciato, un gustoso intermezzo musicale con camerieri ballerini quando viene servito il rinfresco a base di cioccolata, alternati ad episodi meno coinvolgenti.
Zemeckis si concede un’autocitazione nel volo del biglietto che ricorda  la piuma che volteggia all’inizio di Forrest Gump.
Di certo si tratta di uno strano film che vorrebbe esaltare la magia del Natale ma ha un retrogusto tipicamente gotico vista l’ambientazione cupamente notturna e non sempre amichevole, anche l’inquadratura finale della campanellina magica della slitta di Babbo Natale, ricordo di quella favolosa avventura ha un che di inquietante: sembra quasi uno strano volto che sogghigni in maniera non proprio festosa.
Per quel che concerne il metodo d’animazione: attori a cui sono sono stati collegati dei sensori per riprodurne fedelmente le fattezze e i movimenti trasformandoli in cartoni animati, non c’e’ nulla da eccepire per quanto riguarda il livello tecnico ma quei volti cosi’ umani e al contempo cosi’ “cartoon” hanno un effetto straniante.
Cameo di Steve Tyler nel ruolo di un elfo rokkettaro.

L’affare Dominici

Affaredominiciserietv

Stasera su Rete4 andra’ in onda la prima  delle due puntate de Il Caso Dominici,
mini serie tv campione di incassi in Francia, interpretata da Michel
Blanc e Michel Serrault ed ispirata alla controversa vicenda accaduta
nel Sud della Francia nei primi anni ’50, quando su un terreno dei
Dominici vennero ritrovati i corpi trucidati di una nobile famiglia
inglese che stava campeggiando: le attenzioni degli investigatori si
posero subito sui proprietari del terreno e venne indicato come
colpevole il patriarca Gaston (accusato anche dai figli) padre padrone
che probabilmente confermo’ le accuse per salvare un familiare, ma
sulla vicenda pesano da sempre molte ombre.

Sul caso fu girato nel 1972 il film L’affaire Dominici di Claude Bernard-Aubert che nella sua asciuttezza cerca di esporre semplicemente i fatti, senza avvalorare alcuna tesi, difensiva o accusatoria. Il film e’ memorabile perche’ offre una delle ultime grandi interpretazioni di Jean Gabin, nei panni di Gaston Dominici.

L'Affaire dominici

consigli per le visioni


Addocchiando i palinsesti di queste giornate natalizie, vorrei segnalarvi La piu’ bella storia di Dickens venerdi’ 24 su La7 alle ore 14,10 con Albert Finney il medesimo giorno  alle ore 22,35 su Rai2 c’e’Il canto di Natale di Topolino, mentre il 25 dicembre alle ore 18,35 ancora su Rai2 c’e’ Festa in casa Muppet e su Canale5 alle 2,00 c’e’ il film per la tv Canto di Natale.  Dato che le prime tre versioni del famoso racconto dickensiano sono molto carine.. dovete proprio accattarvi Natale a casa Diggei?!?  checche’ se ne dica nella blogosfera, ricordate che c’e’ crisi: risparmiate o fate della beneficenza, al vostro buon cuore..

Kultura

La rubrica che preferisco di FilmTV e’ Vita da cani di Gualtiero de Marinis, geniale esempio di leggerezza culturale che prende spunto dai fatti televisivi.

La scorsa settimana il nostro, con l’aiuto del fedele bassotto
Lapis, ispirandosi agli sms che passano sotto i videoclip su MTV o
AllMusic si e’ lanciato in un invettiva contro il fatto che ormai e’
normale leggere la striscia di news che scorre lungo il TG2 ma sempre
problematico guardare un film sottotitolato.

Ma la genialata e’ arrivata alla fine dell’articolo quando, a
proposito del disprezzo per il giovanile uso della kappa ha ricordato
la prima frase in volgare italiano “ sao ke kelle terre, per kelli
fini..” io non riusciro’ mai a scrivere col kappa, essendo troppo
legata alla formazione ricevuta: del resto mia nonna mi diceva di
smettere di giuocare e io rispondevo che avrei giocato ancora un po’,
pero’ da una settimana immagino stuole di chierici negli scriptoria
scuotere indignati la testa verso i primi componimenti in volgare in
cui il ch sostitui’ il k.

Cartolina da Amsterdam

Poca atmosfera natalizia nella
capitale olandese: nessun tripudio di luminarie e decorazioni, forse
Amsterdam e’ ormai vittima del suo fascino trasgressivo fatto di ben
altre luci per lasciarsi andare a certi sentimentalismi, ma del resto
al mercato dei fiori c’e’ un negozietto di decorazioni natalizie aperto
tutto l’anno e cosi’ il tributo al “christmas time” e’ pagato.

Sempre vivace l’attivita’ culturale: molto interessante la mostra L’Art Nouveau, the Bing empire che analizza il fondamentale apporto della galleria di  Siegfried Bing, chiamata appunto L’Art Nouveau,
sull’omonimo stile artistico francese e mi diverte pensare che i nostri
cugini ultranazionalisti hanno mutuato il nome di uno dei loro periodi
artistici piu’ significativi da un collezionista tedesco innamorato del
Giappone, proprio come il nome italiano “stile Liberty” deriva dai
magazzini inglesi del colonnello importatore dei prodotti tipici della
Compagnia delle Indie.

Piu’ didascalica ma di grande successo la mostra Nicola e Alessandra , gli ultimi zar
all’ Hermitage di Amsterdam, che ripercorre la drammatica esistenza
degli ultimi esponenti della dinastia dei Romanof attraverso oggetti
personali e di rappresentanza.

Al numero 14 di Staalstraat  ho trovato un paradiso per cinefili: Cine qua non,
un negozietto disordinato, zeppo di vecchie edizioni di libri, VHS e
DVD, poster, foto e cartoline dedicate al mondo del cinema.

E a proposito di cinema, sono stata molto contenta di vedere che Dopo mezzanotte,
il bel film di Davide Ferrario, sia arrivato fino in Olanda anche se
non concordo per nulla con la sintetica frase che lo rappresenta, ma
Amsterdam val bene una cavolata..

Closer

Closer Un gioco delle coppie che lascia insoddisfatti, quello proposto da Mike
Nichols, una visione dell’amore piuttosto triste e intrisa di
perbenismo : Dan (Jude Law) colui che che per primo inizia il gioco dei
tradimenti, e’ quello che rimarra’ piu’ scottato mentre Larry (Clive
Owen) e Anna (Julia Roberts) riusciranno a recuperare in un modo o
nell’altro il loro matrimonio e Alice (Natalie Portman) e’ l’unica a
liberarsi definitivamente da questo gioco amoroso.
Il personaggio di Alice e’ sicuramente il piu’ interessante, che
riserva anche un colpo di scena finale: una figura femminile tutt’altro
che fragile o per lo meno in grado di fronteggiare benissimo le sue
debolezze. Il caschetto nero e il profilo stupendo della giovane
attrice mi hanno fatto tornare in mente Lulu’
e il suo personaggio ha effettivamente un impatto devastante sulla vita
degli altri protagonisti.
Il film e’ fortemente penalizzato dal fatto di essere un adattamento
teatrale, l’aspetto dialettico e’ preminente e la regia piuttosto
anonima, se si esclude la scena tra Larry e Alice nel night club.
La versione italiana dei dialoghi e’ orripilante: alla pretenziosita’
pseudo-intelletuale (quand’e’ l’ultima volta che vi e’ stato chiesto
del vostro drudo?) si alterna la volgarita’ intenzionale di chi non ha
altro modo per essere “trasgressivo”.
Ridicola la traduzione della chattata non tanto per il testo o il
linguaggio, quanto per il modo in cui viene simulato il linguaggio in
rete: alla k ed ad altre abbreviazioni sono state aggiunge eliminazioni
casuali di vocali in fine o a meta’ parola: mai letto su internet un
dialogo cosi’ o ricevuto un sms strutturato in questa maniera.
Un film gelido e raggelante che non lascia mai filtrare un brivido di
passione.

Cult Book


Non e’ niente male la nuova trasmissione dedicata ai libri da Rai3, Cult Book:
innanzitutto perche’ e’ molto discreta come vetrina per le nuove uscite
letterarie e per il fatto che i libri presi in esame sono uniti da un
filo conduttore.
Venerdi’ scorso il tema era l’ossessione amorosa e il punto di partenza
non poteva essere che Lolita di Nabokov per passare poi a Carmilla
di Le Fanu, punto di contatto tra i due testi e’ il ricordo di
un’ossessione insoddisfatta: quella di Humbert Humbert, dopo
l’abbandono di Lolita e quella della giovane Laura alla morte della
vampira. Personalmente dissento dall’interpretazione fatta de racconto
di Le Fanu dato che l’ultima volta che l’ho letto avevo notato una
strana attinenza tra Carmilla e Alien: infatti tutt’e due i
“parassiti” vengono deposti dalla madre: non e’ mai la bella
Carmilla/Mircalla a cercare le sue vittime ma la madre a fingere
un’improrogabile impegno e lasciare la giovane figlia in custodia alla
famiglia prescelta.
Si e’ poi parlato di Groupie l’autobiografia romanzata di
Jenny Fabian una delle piu’ famose groupie degli anni ’70 e la figura
della groupie e’ vista come una Lolita appena piu’ cresciuta che si
trasforma da oggetto desiderato a soggetto desiderante con sfumature
vampiriche in quanto brilla della luce riflessa delle rock star
nutrendosi del loro successo.
Parlando di groupies non si poteva non citare Marianne Faithfull,
storica fidanzata di Mick Jagger che ha partecipato a un tributo ad
Edgar Allan Poe leggendo la poesia Annabelle Lee
e questo e’ stato l’aggancio per parlare di una delle ultime opere di
Poe dedicata alla moglie bambina subito dopo la sua scomparsa e alla
celebrazione della morte come mezzo per eternare l’amore.
Lo studio dove viene registrato il programma e’ piuttosto spoglio, solo
qualche oggetto che puo’ ricordare la vicenda in esame, gli interventi
degli ospiti, da Stefano Bartezzaghi a Lella Costa (per citarne
qualcuno) sono tutte riprese esterne alternate a scene dei film tratti
da queste opere o i cui soggetti sono inerenti alle stesse e a brevi
letture del testo fatto dal giovane conduttore Stas’ Gawronski e forse
il difetto del programma sta nella sua lettura un po’ scolastica dei
brani.

C’era una volta il west

Italia, 1968

con Claudia Cardinale, Henry Fonda, Charles Bronson, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa
regia di Sergio Leone


Ceraunavoltailwest
Il magnate delle ferrovie Morton ingaggia una banda di fuorilegge,
capitanata dal crudele Frank per sterminare la famiglia McBain, che
ostacola i suoi progetti. Il giorno in cui si compie il massacro arriva
in citta’ Jill, una prostituta di New Orleans che McBain aveva sposato
segretamente. Verra’ aiutata a difendere la proprieta’ che ha ereditato
da un individuo senza nome che ha un vecchio conto in sospeso con Frank
e dal bandito Cheyenne.

Capolavoro di Sergio Leone che  racconta la fine del mito della frontiera, costretta a cedere il passo al progresso.

I personaggi di questa vicenda hanno una levatura degna di una
tragedia greca: Morton, interpretato da un grande Gabriele Ferzetti e’
un magnate senza scrupoli disposto a tutto pur di realizzare il suo
sogno: portare la ferrovia dall’Atlantico al Pacifico, l’unica cosa che
gli difetta e’ tempo, dato che soffre di una grave forma di sclerosi
ossea che lo costringe in un busto e a camminare con le stampelle: trae
la sua forza fissando un quadro che rappresenta l’oceano, ma finira’
con la faccia in un rigagnolo melmoso. A Frank da vita uno stupefacente
Henry Fonda, che solitamente siamo abituati a vedere nei panni del
protagonista buono ed onesto e che in questa pellicola dipinge uno dei
vilain piu’ perfidi di tutta la storia del cinema, Cheyenne e’ il
burbero bandito dal cuore tenero: come Frank ha ceduto al denaro facile
di Morton, ed anche a lui questo peccato di ubrys costera’ la vita.

Si salvano solo “Armonica”, lo straniero senza nome interpretato
da Charles Bronson che suona la sua armonica per non dimenticare un
torto subito e alimentare la sua vendetta e Jill, la bellissima Claudia
Cardinale, l’unica donna, simbolo di coraggio e forza vitale: il film
si chiude su lei che sta creando la nuova citta’.
Sullo sfondo e’ sempre presente il Grand Canyon, a sottolineare l’omaggio al maestro del western, John Ford.

Alla classica dilatazione del ritmo, tipica di Leone, corrisponde
una dilatazione degli spazi, non solo quelli esterni, ma anche gli
interni degli edifici sono sviluppati con una profondita’ di campo
quasi teatrale: ci sono sempre almeno tre piani visivi su cui si
allineano i vari personaggi o semplicemente degli oggetti: quasi un
horror vacui in antinomia con le nude vastita’ del deserto americano.

Un gioco di contrasti: pieno/vuoto, campo lungo/primo piano (se
non dettaglio) che alimenta il senso del ritmo, la musicalita’ della
composizione visiva di Sergio Leone: indimenticabile la sequenza
iniziale dell’attesa del treno dove nella totale mancanza di dialoghi e
nella quasi immobilita’ degli attori tutto e’ affidato al rumore della
pala del mulino, della goccia che cade sul cappello e al ronzio della
mosca.

Ancora una volta le musiche sono di Ennio Morricone che crea  temi  distinti per ogni personaggio.

Un film indubbiamente penalizzato dal piccolo schermo, per cui se
vi dovesse capitare l’occasione, come e’ successo alla sottoscritta, di
vederlo in un cinema non perdetela assolutamente.